Lo studio con dolce disciplina, nel documento la prova. Marina Valdès, la pratica di vita, l’orgoglio responsabile di una cagliaritana appassionata, di Gianfranco Murtas

In una corsia dell’ospedale Brotzu è finita anche per lei, stamattina, questo venerdì, diremmo prematuramente, perché l’età per consegnarci alla morte forse non ci sembra mai matura, per l’agenda che ancora riempiamo ogni giorno, non importa se

la stagione sia ormai quella della cosiddetta quiescenza. Quando anzi la prospettiva del fare, del donare e del ricevere, si fa più gustosa, per i figli che si affermano nel bene sociale, per i nipoti che arrivano alla vita, per gli affetti coniugali, familiari e amicali con cui si vuol giocare ad invecchiare insieme, tutto condividendo più di prima, e anche per i libri che nuovi si presentano alla lettura, per le vacanze e i viaggi che una volta erano puntualmente rinviati ed ora no… Ognuno sa di sé e dei suoi.

Marina Valdès mi stava, con discrezione, competenza e signorilità tutta sua, accompagnando nella faticosa raccolta degli scritti di Ovidio Addis – quelli sugli scavi archeologici di Cornus, quelli sull’età giudicale di Mariano ed Eleonora ed anche già dei portali bronzei del duomo d’Oristano, quelli sulle leggende popolari, millenarie quasi, di Seneghe e Teulada, quelli sulla politica del sardismo bello ed ormai perduto e sulla didattica civica nel Montiferru – e mi stava offrendo, e (da vera e propria paleografa in servizio permanente effettivo) decifrando, la corrispondenza ricevuta dal maestro-Professore di Seneghe da mezza Italia e mezzo mondo lungo decine di anni. Il tutto per un libro (prossimo venturo) in onore di quello straordinario e singolare intellettuale omnibus che ci aveva lasciato ora sono già 52 anni, salutando tutti quelli della sua loggia massonica Libertà e Lavoro, alla cui riedificazione aveva partecipato nel 1964 dopo che nel 1952, e quelli del Consiglio comunale con cui, lui sindaco, s’era collegato telefonicamente da una stanza d’ospedale, in limine.

Ad Ovidio Addis e alle sue cose, al patrimonio morale e materiale da lui lasciato fra Seneghe e Cagliari, Marina Valdès aveva dedicato molte delle sue energie per confezionare, anche amministrativamente, la ricezione da parte del demanio bibliografico dello Stato dell’archivio e della biblioteca offerti dalla famiglia. Lei stessa viveva dentro questa aura di liberalità che pareva collegare fecondamente le generazioni, i tempi diversi della storia, di quella storia che, come una grande casa a molte stanze, s’articola in un passato e in un futuro, o in molti passati e molti futuri, con noi nel mezzo a smistare, a ricevere e, creando e rielaborando, a donare, a trasferire…

Al nome di Marina Valdès mi riportano molti filoni civili e di studio. A lei esponente (e candidata elettorale) della democrazia repubblicana impegnata nel PD, a lei ricercatrice e saggista storica del medioevo e dell’età spagnola, a lei studiosa eccentrica delle secolari vicende liberomuratorie della Sardegna (si pensi, fra gli altri, alla figura amata del Ponsiglioni), a lei collega anche nelle collaborazioni a riviste di bel prestigio e larga diffusione come l’Almanacco di Cagliari, a lei Valdès discendente da tanta famiglia che la perizia dell’artigianato aveva messo, all’inizio, al servizio proprio degli studi, di cattedratici e pubblicisti, letterati e parroci, congregati e filantropi… Quel Pietro Valdès aveva costruito le sue prime fortune, oltreché sull’abilità del professionista tipografo, sul lascito fiduciario di un industrioso massone come Felice Muscas; e quel palazzo Valdès che sarebbe venuto su un giorno per accogliere (con molto altro) anche la tipografia nata nella via Torino, aveva pure accolto nel 1905 la sezione repubblicana di Cagliari (che vi aveva celebrato il proprio congresso allargato ai sassaresi e ai guspinesi ed arburesi sotto lo sguardo severo e nobile di un Giovanni Battista Tuveri appena scolpito dal Trojani); aveva accolto anche quei tanti – erano 500 – che giusto da lì si sarebbero mossi, come in una laica processione, repubblicani e massoni credenti in Mazzini e nel Risorgimento patrio, con labari e bandiere, fino allo square delle Reali, per inaugurare il busto di Giovanni Bovio, opera di Pippo Boero, in quel 1905.

Tutto torna, nelle mie contabilità sentimentali, fra storia municipale e storia nazionale e storia fraternale – a parlare di Marina e con Marina. Perché anche la prima pagina di un mio libro vecchio ormai di vent’anni – La città chantant, monarchica clericale e socialista – s’apriva con una scena del teatro di varietà allogato nel palazzo Valdès, ed era anche essa, quella pagina offerta adesso ai ragazzi del Dettori nel nome del professor Romagnino, un motivo, neppure ragionato, invece magicamente spontaneo e cordiale, tutto cuore, alla nostra fraternità, con Gabriele ed ogni altro nostro consentaneo…

Laureata in lettere e specializzata in studi sardi con diploma di archivistica paleografia e diplomatica, Marina Valdès aveva discusso, nel 1983, una tesi sui “Documenti inediti sull’isola di San Simone nello stagno di Santa Gilla”. Per lunghi anni era stata funzionario archivista di Stato e direttore coordinatore presso la Soprintendenza archivistica per la Sardegna (facente capo al ministero per i Beni e le attività culturali), e negli ultimi anni della carriera, aveva assunto la responsabilità dell’Archivio di Stato di Oristano.

Ai doveri d’ufficio, giustamente e con passione, aveva unito le sue ricerche documentarie su alcuni dei filoni di interesse regionale riferiti ai secoli trascorsi, pubblicando ora su Archivio Storico Sardo (della Deputazione di Storia Patria) ora in Studi Sardi (della Scuola di specializzazione), ora nel Bollettino bibliografico della Sardegna e rassegna di studi storici (del Comitato di Cagliari dell’Istituto per la storia del Risorgimento italiano) ora nella Rassegna degli Archivi di Stato, o ancora in libri collettanei come S. Igia capitale giudicale: contributi all’Incontro di studio Storia, ambiente fisico e insediamenti umani nel territorio di S. Gilla (1986)…

Nelle Edizioni scientifiche italiane aveva pubblicato, nel 1984, “Disposizioni legislative sull’edilizia a Cagliari nel ‘600 e ‘700” (apparso poi in Arte e cultura del ‘600 e ‘700 in Sardegna), in Corporazioni, gremi e artigianato tra Sardegna, Spagna e Italia nel Medioevo e nell’Età moderna era apparso “La tutela degli archivi gremiali”, e molto altro aveva distribuito in convegni e seminari. L’amore speciale per Sa Illetta era tornato, come argomento di scrittura e di gradevolissime conferenze/conversazioni, anche in situ, più volte. Per non dire poi ancora degli articoli usciti sull’Almanacco di Cagliari. Fra essi ricorderei “In fede mia! I notai a Cagliari dal Quattrocento” (1985) e “Sa campana mala: quando a Cagliari si eseguivano le sentenze capitali” (1989). Nel novero delle rassegne richiamerei, in quanto ai temi trattati, “Le fortificazioni della Cittadella di Cagliari”, “Acquisizione e consolidamento del patrimonio feudale attraverso logiche familiari: gli Amat” (e un precedente “Ricordo di Vincenzo Amat di San Filippo”), “Lo statuto del gremio dei falegnami di Cagliari del 1675”, ecc. Dove, nell’eccetera, entrano anche le videoregistrazioni, omaggio alle nuove tecnologie.

Tanta disciplina applicativa, tanto studio, tanto onore.

Un anno fa, un altro Valdès, Enrico, ha pubblicato con Nicola Castangia e la prefazione di Mauro Dadea un bellissimo volume di fini composizioni poetiche dedicate ad alcune delle figure storiche cagliaritane accolte, per il riposo eterno, nei recinti del camposanto di Bonaria: la collina delle anime, titolo pertinente. A molte di esse ho dedicato anche io qualche rispettosa ricerca biografica, da Bacaredda al professor Todde magnifico rettore, dai Barrago (Francesco l’importatore del darwinismo a Cagliari ed artiere della loggia Fede e Lavoro, e la moglie Marianna Ciarella e il figlio Oliviero) ai Magnini eroi fortunati-sfortunati di Travedona, dallo Spano ai Warzée, dalla Thermes agli Onnis-Devoto, ai Loddo… Nel grande campo e nella silloge delle dedicazioni idealmente colloco, con triste tenerezza, Marina Valdès, la virtù della sua vita che ha onorato anch’essa Cagliari e la Sardegna in questo tempo breve che ci è stato dato.

 

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