A L’Unione Sarda e in Consiglio comunale celebrata la memoria di Paolo De Magistris, il sindaco che fu… un uomo “qualunque” posto controvoglia sul moggio sociale, di Gianfranco Murtas

 

Nella sala “Giorgio Pisano” de L’Unione Sarda dapprima (sabato 16 giugno), in cattedrale per una messa di suffragio (giovedì 21), infine nell’aula consiliare del municipio (martedì 26) il nome e la personalità complessa e cara di Paolo De Magistris hanno campeggiato riportando all’attualità la sua colta e delicata umanità, il suo profilo morale, la sapienza amministrativa, quel tanto di cultura non soltanto civica, ma prima di tutto civica, ch’egli recò con sé e condivise però, con impagabile generosità, con i cagliaritani attraverso molti suoi libri ed innumerevoli conferenze.

Ho avuto l’onore e il piacere di partecipare a diversi momenti di questo rispettoso atto collettivo di affettuosa deferenza alla sua memoria, tanto più raccogliendo gentili e particolari inviti, di cui mi pare giusto dare pubblico conto, naturalmente per alcuni loro riflessi d’interesse generale. Fra essi in primo luogo quello rivoltomi dal figlio Luigi De Magistris che con signorile liberalità conferì al mio archivio cittadino, ormai una decina d’anni fa, le carte paterne, e parte cospicua della biblioteca personale (a sua volta parzialmente da me indirizzata alla Fondazione Dessì di Villacidro, con l’intesa di costituire un fondo librario unitario ad nomen e di incoraggiare, tanto più fra i giovani impegnati nelle proprie tesi di laurea, ricerche mirate alla secolare feconda relazione fra la Norbio dessiana ed il capoluogo provinciale e regionale).

A L’Unione Sarda, in occasione della presentazione della ristampa di Infanzia come una sinfonia – note di memoria di don Paolo ricostruttive delle atmosfere, dei personaggi e degli ambienti della Cagliari castellana degli anni fra ’20 e ’30 –, è stato Paolo Matta, giornalista che ebbe lunga consuetudine con il sindaco, e con lui anche prima che sindaco fosse rieletto nel 1984 e anche dopo che lasciò definitivamente l’ufficio, ad animare un prezioso momento di omaggio alla valentia dell’amministratore e dello scrittore. Direi meglio: dell’amministratore e dello scrittore, che fu, innanzi tutto, un intellettuale raffinato ed impegnato, per tutta una vita, nelle progettualità ed attuazioni del laicato cattolico sardo. In quella circostanza ho portato, con modalità per sé estemporanea, qualche annotazione biografica e puntato sulle sintesi che egli riuscì a realizzare fra le anime che ne avevano costituito la personalità: il dirigente burocrate – esprit de géométrie – e il poeta e teologo – esprit de finesse –, il politico ed amministratore ed il pedagogo nato, il ministrante religioso e il conferenziere (fu presidente onorario degli Amici del libro), nonché il corrispondente epistolare di centinaia di persone dalle collocazioni sociali e ideali le più varie.

Infine in Consiglio comunale è stato il presidente Guido Portoghese a voler portare, al primo punto dell’ordine del giorno di una “ordinaria” tornata di lavoro dell’assemblea, una riflessione a più voci, e direi corale, sulla vita di Paolo De Magistris, consigliere per giusto vent’anni, assessore per sette e sindaco per nove, negli anni in cui – questi ultimi delle sindacature 1967-1970 e 1984-1990 – il perno degli equilibri politici era nell’alleanza di centro-sinistra e pentapartitica. Hanno partecipato a questa evocazione, combinando elementi o circostanze di vita cittadina ad altri istituzionali, oltre all’ing. Portoghese che ha aperto la seduta ed al sindaco Zedda che l’ha conclusa, l’ex consigliere comunale di Democrazia Proletaria Franco Meloni, Paolo Matta pure lui ex consigliere di parte democristiana, il consigliere in carica Piergiorgio Massidda (forzista e altre cose, dopo l’abbandono fugace delle nobili tradizioni asproniane e repubblicane). Nel novero, anche stavolta, come in occasione dell’incontro alla sede de L’Unione Sarda, è stato meritevole di un ascolto attento e meditativo, l’intervento breve ed impegnato di Luigi De Magistris, di cui appresso darei conto. Mia la relazione biografica, secondo la richiesta del presidente Portoghese. Un ripasso anche di alcune… premesse genealogiche, rapportate alla esperienza amministrativa civica di Cagliari tesa lungo oltre un secolo (partendo dai bisnonni sindaci od assessori, dal marchese di San Tommaso ai Ballero di tre generazioni, ed arrivando a don Mondino, l’indimenticato padre medico e benefattore, consigliere comunale guelfo nel 1906 e nel 1911, allo zio Eraclio e al fratello Ignazio negli anni del secondo dopoguerra), una scorsa rapida ma non superficiale ai titoli delle sue opere letterarie…

Il duplice intervento di Luigi De Magistris

Onora il padre, bisognerebbe dire. E Luigi De Magistris, il figlio unico di don Paolo e donna Orazia De Magistris – i genitori erano cugini primi –, il padre lo ha onorato secondo la sua sensibilità, intelligenza e cultura. Porta il nome dello zio cardinale, Luigi, e anche quello del prozio che, unitamente ad Eraclio, spartiva il pane delle confidenze quotidiane, serali e quasi notturne in prevalenza, con il mitico dottor Mondino, nella casa avita di via Lamarmora 120. E così degli altri Luigi delle generazioni remote, secondo il modulo trasmissivo che in verità è stato non solo delle famiglie patrizie ma anche, in Sardegna, delle nostre borghesi, industriali e commerciali, così come di quelle proletarie, operaie, artigiane, minerarie, pescherecce o pastorali, contadine.

Cresciuto negli sperimentati ranghi dell’Azione Cattolica e maturato in quelli arrischiati di Comunione e Liberazione, negli anni di passaggio fra ’70 e ’80, Luigi ha conosciuto una evoluzione politica che lo colloca oggi, e già da molti anni ormai, nella sinistra avanzata, coinvolto – da competente quale è, per esperienza e non soltanto per studio – negli ordinari patemi della società priva di garanzie materiali. Non ripudia il guelfismo delle origini, ma lo supera, cogliendone e storicizzandone l’intento fideistico, morale e religioso, ma anche le strettoie (ingeneroso sarebbe dire asfissie) paternalistiche e riportando alla dimensione politica – la dimensione dello stato sociale con ordinamento rigorosamente laico e liberale – quel che un tempo era quasi soltanto il solidarismo della classe alta verso quella cadetta e ancor più quella povera e marginale.

I suoi interventi sia a L’Unione Sarda sia al Consiglio comunale hanno colpito non soltanto per gli inediti, ma anche per l’efficacia della sintesi, per la testimonianza affidata ad una formula icastica che lascia in chi ascolta, come in un rimbalzo automatico, un obbligo riflessivo, critico e autocritico.

Eccoli entrambi, di seguito, i suoi interventi. I testi – mi pare utile precisarlo – contengono anche appunti da sviluppare, nelle sue intenzioni e dandosene l’occasione, a braccio. Valgono anche questi, e così il grassetto di certi sostantivi o certi verbi, a mio parere, vale a segnalare sia contenuti – il riferimento cioè all’operato paterno – che propensioni o sensibilità morale e politica dello stesso oratore/testimone.

Si affaccia, nella testimonianza di Luigi De Magistris, una chiara lettura del vissuto interiore del padre al quale egli è tornato infinite volte nei conversari con gli amici, nelle confidenze circa la vita domestica e la fatica educativa di un genitore che di modelli ne aveva avuto, a sé prossimi, di eccellenti ma anche datati.

Il rispetto (forse anche il rispetto ammirato) mostrato a chi, adesso, quelle confidenze amicali ha voluto offrirle ad una più vasta platea, consapevole della loro natura morale, civile e politica – quasi un rilancio del testamento, dico di un testamento ritardato ma non fuori tempo, e in sé prezioso – ha marcato, a mio avviso, il “consentimento” che agnostici e credenti, progressisti e conservatori convenuti ora nel salone del giornale ora nell’aula consiliare, hanno spontaneamente riservato, attraverso la rappresentazione del figlio, allo stile d’una personalità dalle profonde convinzioni valoriali e, insieme, dalla pratica ordinaria della tolleranza verso il portato sincero di ogni uomo incontrato per via.

Iuste iudica proximo

«Moni Ovadia al funerale di Umberto Eco concluse il suo affascinante ricordo così: “Dio nella sua infinita misericordia sopporta i credenti ma predilige decisamente gli atei”.

«La mia umile esperienza mi conferma abbondantemente questo concetto del grande Moni Ovadia.

«Mio padre era probabilmente uno di quei pochi credenti che Dio poteva prediligere insieme a moltissimi atei.

«I sedicenti credenti che giudicano, condannano e combattono tutti gli altri sono una piaga nella creazione.

«In un celebre dialogo (da rileggere spesso) tra Eugenio Scalfari e papa Francesco, Scalfari ad un certo punto dice : … “non sono anticlericale, ma lo divento quando incontro un clericale”…

Papa Francesco sorride e dice: “Capita anche a me, quando ho di fronte un clericale divento anticlericale di botto. Il clericalismo non dovrebbe aver niente a che vedere con il cristianesimo”.

«Papà poteva anche eventualmente definirsi in maniera ottocentesca “clericale”, ma certamente nei fatti e nell’accezione contemporanea non lo era per nulla.

«D’altra parte, anche il bellissimo motto della nostra famiglia raccomanda: “Iuste iudica proximo”.

«Non “iudica proximum” ma “proximo”. (Dativo, non accusativo…!).

«Cioè non invita, non autorizza, come potrebbe sembrare ad una impressione superficiale a
“emettere giudizi sul prossimo”, “giudicare il prossimo dall’alto della propria presunta giustizia”.

«Al contrario, invita a ragionare e ad usare con scrupoloso senso autocritico la delicata e nobile facoltà della mente che discerne per “giudicare” con giustizia a vantaggio del prossimo, direi quasi con un buon “pregiudizio” favorevole ed umile nei confronti del prossimo, perché si “presuppone” migliore di noi, o comunque è assai più interessante di noi.

«Ugo Foscolo giungerà a definire Dante (che era un “Guelfo Bianco”) come un ghibellino:

«E tu prima, Firenze, udivi il carme / Che allegrò l’ira al Ghibellin fuggiasco…»

(Ugo Foscolo, Dei Sepolcri, vv. 173-174)

«Circondati ed asfissiati dai “Guelfi Neri” i più validi, preparati e ragionevoli “Guelfi Bianchi” hanno spesso la fortissima tentazione o addirittura sono quasi obbligati a preferire i “Ghibellini”.

«Fui felice quando papà, benché ormai ben poco attratto dal nuovo panorama politico, stimava e preferì stare vicino ai “Popolari” piuttosto che a CCD, CDU, (in termini attuali: UDC) …

«“Laudatores temporis acti”. La malinconia che soffoca e soggioga la mente, insinua la paura della vita ed impedisce la conversione, il cambiamento, il miglioramento, l’ascesa materiale e spirituale degli uomini…

«Differenze nel modo di raccontare gli aneddoti (caritatevoli e pieni di significato – artistici e simpatici – caotici – crudeli e fastidiosi )…».

«Su papà, i miei ricordi fra infanzia, adolescenza e maturità»

«“La memoria è l’intelligenza degli stolti.Viene attribuita ad Einstein la massima “La memoria è l’intelligenza degli stolti”.

«Mio padre, dotato di eccezionale memoria, applicava questa massima a se stesso, rivelando così la sua sincera modestia e la sua acuta intelligenza…

«Io, che non ho ereditato da lui né la memoria né l’intelligenza, ho almeno cercato di sviluppare un minimo di “saggezza” e di capacità di discernimento, aiutato in questo dai vari aneddoti che raccontava (mai maligni, ma sempre profondi), dai suoi comportamenti e dalle sue citazioni.

«A VersaillesSonnino tacerà in tutte le lingue che sa, Orlando parlerà in tutte le lingue che non sa

«Quando gli interlocutori cominciavano a parlare a sproposito, riusciva spesso ad infilare questo aneddoto:

«Una volta Luigi Luzzatti, facendo una previsione circa il comportamento dei due rappresentanti italiani a Versailles, ebbe a dire: “Sonnino tacerà in tutte le lingue che saOrlando parlerà in tutte le lingue che non sa”.

«Purtroppo raramente gli interlocutori capivano, applicando a se stessi l’ammonimento…

«(Ricordo che mio padre ripeté l’aneddoto anche quando la campagna politica [dell’UDC ] a favore della cura Di Bella aveva fatto proseliti tra i suoi visitatori, che lo assillavano a provare la cura…)

«L’insegnante e le scarpe nuove

«Negli ultimi suoi 7 – 8 anni di vita, costellati da operazioni chirurgiche, chemioterapia, fasi depressive, a cui riusciva sempre a reagire positivamente, ciò che raccontava e ripeteva in più occasioni era spesso un messaggio chiaramente rivolto a me personalmente.

«(Per esempio) raccontava di quando da ragazzino lui, mai vanitoso, era andato una volta a scuola con le scarpe nuove, e più o meno consapevolmente cercava di attirare l’attenzione della sua insegnante.

«Lei aveva capito benissimo, ma applicando un suo criterio educativo in modo schematico, aveva fatto finta di nulla, non facendogli alcun complimento.

«Parecchie decine di anni dopo, incontrandolo, quella sua insegnante gli ricordò la vicenda, chiedendogli scusa per aver applicato un “dogma” educativo, e per non averlo incoraggiato e soddisfatto con un complimento.

«Per me era evidente che con questo racconto mio padre voleva scusarsi con me per non avermi mai incoraggiato in quel poco che ero capace di fare, fino ad annullare la mia autostima…

«Azione Cattolica – Dorotei  /  Garzia e mons. Botto  /  scuse tardive

«Per chi lo ha conosciuto da adulto e da anziano poteva essere considerato un moderato (conservatore) e clericale, in uno schematismo concettuale.

«(Questo era in parte vero, anche considerando la situazione di guerra fredda, la collocazione ancora più di destra della maggior parte dei familiari, e la malinconia dovuta alla malattia ed alla morte di mia madre).

«Però certamente era assai aperto e laico nei fatti e nei criteri di giudizio.

«Ma soprattutto non va dimenticato che in gioventù faceva parte dell’Azione Cattolica e della F.U.C.I., organizzazione non certo tenera verso il fascismo, e dove si respiravano le idee di Mounier e Maritain, e le visioni politiche e sociali di Adriano Olivetti; e dove si potevano avere incontri con persone del calibro di Aldo Moro, Giuseppe Dossetti…

«In un nefasto periodo anche a Cagliari finirono per prevalere, sia all’interno delle associazioni di laici nella Chiesa locale, sia nella D.C., i Dorotei, che assicuravano numeri e tessere a scapito di formazione ed impegno per rinnovare e costruire.

«Anche il Vescovo di allora, mons. Paolo Botto, finì per farsi vincere dalla paura del nuovo, e appoggiando il noto commerciante doroteo locale causò praticamente l’estromissione e l’allontanamento dei cervelli migliori, sia dal lavoro ecclesiale, sia dall’impegno politico nei ruoli direttivi.

«Parecchi anni dopo però (così come aveva fatto la sua insegnante) anche il vescovo mons. Botto ammise chiaramente ed apertamente con mio padre l’errore commesso, e chiese scusa.

«Divisione ereditaria: sono contento che quell’appartamento sia toccato a me, così non mandano via Consolata …

«Mi colpì molto quando, estenuato da una divisione ereditaria mi disse:

“Sono contento che quell’appartamentino sia toccato a me, così non mandano via Consolata”…

«(Consolata era una anziana domestica in pensione, ospitata in quell’appartamentino in Castello)

«Questa frase diceva molto della sua bontà e generosità, e costituiva anche un giudizio sulla cupidigia che spesso viene scatenata dalle eredità…

«“Noi che abbiamo avuto la fortuna di non essere ricchi”…

«Come riporta il mio amico Gianfranco Murtas, parlando con i giovani delle comunità di padre Morittu una volta espresse questa considerazione:

«“Noi che abbiamo avuto la fortuna di non essere ricchi”…

«Inutile commentare questo che è apparentemente un ossimoro, ma che è invece un elemento costitutivo della sua coscienza etica, sociale e politica…

«Quando prof. Umberto Lecca venne a trovarlo in ospedale: “Io non so se sarei andato a trovarlo. Lui è migliore di me…!”

«In quest’Aula ed in questo Palazzo ebbe alcune occasioni di scontro (etico, politico) anche duro con il prof. Umberto Lecca.

«Anni dopo, in occasione di un ennesimo ricovero di mio padre, il prof. Umberto Lecca venne a fargli visita.

«Mio padre ne fu colpito, e poi commentò : “Io non so se sarei andato a trovarlo. Lui è migliore di me…!”».

Un umanista al servizio del bene collettivo, in una città multianime

Ecco infine, qui di seguito, la relazione che ho svolto in Consiglio comunale lo scorso 26 giugno (con una precisazione: la parte finale – una testimonianza dello stesso Paolo De Magistris sul suo ritorno, con genitori, fratelli e sorella, dallo sfollamento in Bonorva, nel febbraio 1944 – è stata letta da Paola Quaglioni Filigheddu, pronipote del sindaco emerito; mi era sembrato significativo coinvolgere in questo modo la famiglia De Magistris anche nei suoi rami collaterali, consapevole come sono di quanto gli affetti domestici abbiano contribuito a sostenere don Paolo tanto più nel duro autunno della sua vita):

C’è una gran quantità di carte – svariate migliaia – di Paolo De Magistris che ho preso l’impegno di censire, possibilmente ripubblicare secondo un repertorio tematico piuttosto ampio e variegato, dal quale risulterà “per documenti” quel che si sa “per intuizione”: della vastità degli interessi culturali, religiosi e sociali oltre che amministrativi e politici, di Paolo De Magistris. Così delle sue relazioni. Perché egli non si negava mai. Presentò l’opuscolo di Fiera Natale del 1987 come aveva fatto del fascicolo II.éme championnat d’Europe Feminen juniores nell’agosto di vent’anni prima, o la brochure dell’Unione Medica del Mediterraneo Latino, a congresso in città nel maggio 1990 (Cagliari: una città nel mediterraneo, il suo contributo); e potrei continuare e moltiplicare per cento o cinquecento, nel mare magnum delle pubblicazioni d’occasione, da aggiungersi ovviamente alle presentazioni e introduzioni ai libri, alla partecipazione a lavori collettanei e alle conferenze, con interventi ponderati e mai ripetitivi, fissati in piccoli fogli  (per il più datati), oppure soltanto annotati per punti di memoria magari nel pieghevole illustrativo della manifestazione in agenda.

Ma in questo tanto facevano la loro figura, e valevano ancor di più, credo, nel sentimento di Paolo De Magistris, numerose dispense colorate: quelle che erano confezionate dai ragazzi e tanto più dai bambini delle elementari, che poi gli mandavano il gioiello, con tanto di dedica e lettera d’accompagno. Così dalla scuola elementare di via Palomba, all’insegna di Distruggendo la natura, l’uomo distrugge se stesso, con i disegni di Sergio Mascia – che è stato consigliere comunale nella scorsa consigliatura, il decenne divenuto oggi avvocato affermato, e così, con lui, quanti altri sono oggi valorosi professionisti, tecnici e insegnanti, preti, artigiani o commercianti, che furono allora corrispondenti garbati, rispettosi e affettuosi, del sindaco di Cagliari… Così dalla scuola Monte Mixi, anch’essa all’insegna ambientalista del Nido affittasi, aiuto. Così dalla scuola di Mulinu Becciu che, titolando Le nostre esperienze 1981-1986, dedicava “Al Sindaco Paolo De Magistris per ringraziarlo dell’ospitalità offerta quando ha fatto da cicerone nella visita del Palazzo Civico alla III B nel 1984”.

Ripensando a quei reporter in erba, oggi quarantenni e più, mi sembra bello recuperare da una di queste raccolte, ora manoscritte ora dattiloscritte, il ritratto riservato al sindaco la cui memoria noi oggi onoriamo: Il Sindaco di Cagliari si chiama Paolo De Magistris, ha una certa età ed è un po’ calvo, è molto alto, non grasso né magro, normale, gli occhi celestini, la carnagione chiara, il naso un po’ aguzzo, veste molto elegante. E’ molto simpatico ed è un po’ nervosetto, e Venerdì scorso per noi era come un nonno perché ci voleva tutti accanto a lui e ci metteva le mani sulle spalle; poi, appena entrati con la scolaresca, lui ci ha chiesto di che classe eravamo, e poi ha incominciato a illustrarci certi affreschi, dipinti e quadri, a spiegarci quanti anni aveva il Comune, quando fu messa la prima pietra e quando erano state fatte e da chi certe cose. Poi ci ha portati nelle determinate sale, la prima è stata la sala consigliare, dove si riunisce il consiglio, [e tra quelli del consiglio anche mio padre,] dove discutono di certe cose, e dove c’erano dei lunghi microfoni, e dove c’erano anche tanti banchi, messi uno dietro l’altro, dove ci ha fatto sedere, e di fronte c’era una fila di altre sedie, e in mezzo una più alta, dove si metteva lui, il Sindaco.

Poi, ci ha portato nella seconda sala, che si chiama la sala giunta, dove il giorno prima avevano fatto una riunione che era durata 10 ore, dove c’erano i fogli con scritti i soldi che incassavano, e che spendevano per scuole, per strade etc… In quella stessa sala, c’era il “Gonfalone” tutto scolorito che aveva 2 medaglie, la prima era quella che il Papa Paolo VI aveva consegnato a lui, che allora era Sindaco… Poi, ci ha detto che la sua famiglia vive sempre in Castello nella stessa casa da quattrocentocinquanta anni.

Poi, abbiamo sentito che lui viaggia sempre con la sua 126 tutta scassata, perché non gradisce di essere portato dietro con l’autista in un’altra macchina.

E’ stato molto gentile con noi ma poveretto, è vedovo, e ha un solo figlio, di circa 20 anni. Non è semplice andare in gita a vedere una grande autorità come il Sindaco, e noi ne siamo molto onorati ed è pure la seconda volta che fa il Sindaco, perché da poco lo hanno richiamato perciò significa che il suo impiego lo svolge bene e accuratamente.

Direi trattarsi, questa come le altre, di confezioni grafiche del tutto artigianali, che sono poesia per la fattura stessa. Ma anche da una pubblicazione che ha avuto invece il privilegio della stampa – questa degli alunni delle terze della scuola elementare di via Stoccolma che avevano fatto ricerca sulle Vecchie usanze e raccolto pensieri e riflessioni in margine ad una mostra didattica – ecco zampillare ancora, fissato nelle lettere d’accompagno, il sentimento puro dell’innocenza che vale la filosofia e la letteratura.

La prima recita così: Caro Sindaco. Ti vogliamo ringraziare per lo scivolo che hai fatto fare per Marco. Finalmente Marco può alla ricreazione uscire da solo. Preghiamo che Gesù ti protegga e ti aiuti nel tuo lavoro. Tu non devi pensare solo alla tua famiglia ma a tutti noi cittadini. Per questo il tuo lavoro è faticoso. Ti ringrazia tutta la classe seconda sezione Deplano e in più la maestra. Ciao da tutti noi e tanti auguri di buon Natale.

La seconda, firmata dalla direttrice e da quattro insegnanti, recita così: Ill.mo Signore Paolo De Magistris Sindaco della città di Cagliari. Il ricordo di una sì bella giornata trascorsa assieme è ancora vivo in noi. Non dimenticheremo mai l’occasione offertaci e, domani, nella corona dei ricordi, allorquando la mente vivrà delle immagini del passato, ci sarà anche Lei, affettuoso, disponibile e, soprattutto, eloquente. Siamo rimasti soddisfatti dell’accoglienza. Per la prima volta, forse, “un’assemblea consiliare” ha votato con l’unanimità dei voti. Con un lungo applauso, unite ai nostri scolari, diciamo “Bravo, Signor Sindaco! Bravo, Paolo De Magistris!”. Per il Santo Natale gradisca i nostri cari auguri, con i quali esprimiamo sentimenti di bene per Lei, per la Sua famiglia, per il lavoro che La attende.

Ci fu anche una inchiesta-concorso,  nel 1968, all’insegna di “Cagliari ti piace”, e il sindaco ricevette in municipio – era novembre – gli studenti che vi avevano partecipato: aveva spiegato loro tutte le difficoltà burocratiche e finanziarie che spesso rallentano l’esecuzione di opere pur fortemente volute; ed aveva invitato i ragazzi  a segnalargli, quando possibile, tutte quelle manchevolezze piuttosto superabili soltanto con una maggior diligenza degli addetti, informando anche della prossima costituzione di una consulta giovanile.

Quattro volte assessore

Paolo De Magistris fu sindaco in due distinti periodi: per tre anni (dal luglio 1967 all’agosto 1970) – sul finire cioè della 5.a consigliatura (prendendo in pieno lo scudetto del Cagliari e la visita di papa Paolo VI) – e per sei anni e qualcosa (dal marzo 1984 al luglio 1990, ancora toccando a lui accogliere un papa – Giovanni Paolo II e ancora toccando a lui partecipare, sul piano sportivo, alla gestione dell’evento di Italia ’90) sul finire cioè dell’8.a consigliatura e per l’intera 9.a. Sindaco per tremilacinquecento giorni.

Al termine dell’ultima sindacatura si ritirò completamente dalla vita pubblica. Ebbe soltanto qualche defilata presenza nelle retrovie del cosiddetto Movimento delle riforme, trasversale ai partiti, senza più partecipare al dibattito politico.

Ebbe anche, Paolo De Magistris, prima del suo esordio nella massima magistratura civica, alcune esperienze assessoriali. Ciò avvenne nell’intera 4.a consigliatura, che lo vide anche debuttare sui banchi del Consiglio, nel 1960, allora 35enne, e nella prima parte della 5.a consigliatura: fu assessore complessivamente in quattro giunte in sequenza, tutte presiedute dal professor Giuseppe Brotzu.

Per un anno, dal 1960 al ‘61, fu assessore ai Problemi industriali e al Coordinamento organici del personale; per quasi quattro anni, dal 1961 al 1964, resse l’assessorato al Personale e Problemi istituzionali; per pochi mesi soltanto, dalla fine del 1964 ai primi del 1965 – fu, quello, tempo di elezioni amministrative (novembre 1964) – venne incaricato degli Affari generali.

Si trattò di giunte di coalizione fra democristiani, socialdemocratici e sardisti, e le prime due anche liberali.

Nella nuova consigliatura, apertasi all’insegna della formula di centro-sinistra così come, a seguire nello stesso 1965, alla Regione (giunta di Efisio Corrias) e come già a livello nazionale fin dal 1963 (governo Moro), e dunque con la partecipazione socialista (poi del Partito Socialista unificato fra PSI e PSDI) e ancora con i sardisti (al tempo alleati dei repubblicani per la comune matrice autonomistica e mazziniana) ma senza i liberali, De Magistris resse ancora gli Affari generali e il personale.

Si trattò di un apprendistato importante in vista delle maggiori cariche successive. Consigliere, assessore, sindaco.

Il presidente Portoghese ha riepilogato anche lui brevemente le tappe della presenza da protagonista di Paolo De Magistris nella istituzione Comune: vent’anni in Consiglio, di cui sette da assessore e nove da sindaco; pur accompagnato alla rielezione da una gran quantità di preferenze, due volte si dimise dal Consiglio, nel 1970 e nel 1980, per protesta contro le divisioni interne al suo partito che rendevano debole il quadro delle alleanze politiche di centro-sinistra, la formula nella quale operò (anche nella variante del pentapartito, comunque nell’equilibrio degli accordi della DC, numericamente prevalente, con le formazioni di democrazia socialista e di democrazia repubblicana e laica).

La sua indipendenza di giudizio, prova del valore della educazione ricevuta, non fu mai soffocata dalla lealtà della sua militanza ideale nel cattolicesimo democratico. Tale indipendenza fu cosa reale e non soltanto dichiarata, perché si mostrò tale nei confronti in primo luogo proprio delle correnti del suo partito che tanti danni, a mio avviso, portarono all’istituzione Comune paralizzandone spesso l’attività.

Va d’altra parte considerato quanto l’istituzione Comune – che, in quanto tale, era uno di capisaldi nella dottrina sociale della Chiesa affermata, nel concreto, nella lunga disamistade con lo Stato liberale, ad esso opponendo infatti i cosiddetti “corpi intermedi” della società – va considerato quanto l’istituzione Comune contasse nella coscienza riflessiva di don Paolo.

E non è difficile scorgerne le ragioni sol che pensi a quanta venerazione egli portasse alla storia onorata della sua famiglia. E se venerazione c’era orientata “alle persone”, non minore venerazione c’era orientata “alle attività”, e anche alle attività nel servizio pubblico dei suoi, nella lunga sequenza generazionale.

I De Magistris, i Ballero, i Roberti e il Municipio di Cagliari

Gli toccò onorare, e volle onorare, l’esperienza che altri De Magistris avevano maturato, in epoca remota e in epoca recente, fra i banchi dell’assemblea civica.

Già nella prima consigliatura, quella inauguratasi con le elezioni del marzo 1946 e segnata dalle sindacature Crespellani (fino al 1949, quando il sindaco venne eletto presidente della Regione Autonoma) e Leo, fu consigliere Eraclio De Magistris, zio paterno di don Paolo.

Nella seconda e nella terza consigliatura, fra il 1952 ed il 1960 – tempo di sindacature Leo, Palomba e Peretti – sedette in Consiglio Ignazio De Magistris, fratello (maggiore di tre anni) di don Paolo.

(In epoca ancor più recente, nella 12.a consigliatura cioè, fra ’98 e il 2001, avrebbe avuto posto Giovanni, esponente della nuova generazione, nipote di don Paolo).

Ma anche in antico, nella stagione bacareddiana, i De Magistris – e aggiungerei i Ballero, essendo Paolo De Magistris un Ballero per parte di madre (donna Agnese) – ebbero radicata presenza nella rappresentanza municipale:

il padre di don Paolo, il dottor Edmondo (Mondino), fu consigliere eletto (esordiente 33enne) nel 1906, dopo i famosi moti contro il carovita – 608 le preferenze – e rieletto nel marzo 1911 (928 preferenze, e allora si dichiarò avversario, da guelfo misto bianco e nero, delle amministrazioni liberali che con Bacaredda avrebbero ripreso alle nuove elezioni di ottobre, e portato fino al 1917, il governo cittadino)

e i Ballero, appunto, lo furono, consiglieri, anch’essi: ripetutamente Francesco Ballero Melis – bisnonno materno di don Paolo – in quattro giunte Roberti, fra 1864 e 1867, tempo di Firenze capitale; ripetutamente Antonio Ballero Ciarella – nonno materno di don Paolo – nelle giunte Orrù, Salvatore Marcello e Bacaredda; per un anno e fino alla morte Francesco (Cicito) Ballero – zio materno di don Paolo – nella giunta Dessì Deliperi, l’ultima prima del commissariamento deliberato dal fascismo nel 1924.

Prima ancora, e per lunghi anni, pur non in continuità, a cavallo fra la “fusione perfetta” del 1847-48, l’unità nazionale del ’61 e la santa breccia di Porta Pia del 20 settembre 1870, fu sindaco (e alternativamente assessore) il marchese Edmondo Roberti di San Tommaso, bisnonno piemontese di don Paolo (una sua figlia aveva sposato Casimiro De Magistris, padre del mitico dottor Mondino): sicché, caso forse unico fra i sindaci di città importanti d’Italia, capitò a Cagliari che per più anni, nella stessa giunta, governassero il capoluogo i due bisnonni di un futuro sindaco, appunto Roberti e Ballero…

La natura del presente convegno, inserito fra gli alinea dell’ordine del giorno del Consiglio comunale, impedisce evidentemente di valutare criticamente, complessivamente, l’attività amministrativa di Paolo De Magistris – che non fu soltanto ordinaria amministrazione, ma anche prospettazione e guida del nuovo che si sarebbe realizzato, materia che meriterebbe di essere portata in una sede apposita, che anzi propongo di definire (un convegno di studi sulla sua doppia sindacatura). Ben si potrebbe ripartire dalle cronache e dalle suggestioni affacciate dal presidente ingegner Portoghese.

Soltanto ricordo qui, in un minuto uno, alcuni dei grandi temi che s’affacciarono fra il 1967 ed il ’70 (l’anno dello scudetto e della storica visita di papa Paolo VI), e anzi quasi restringendo ancora ai primi mesi della prima sindacatura… in scala di massa 1:1.000.000

ripresa di decolli e atterraggi a Elmas, in vista della qualifica di scalo internazionale, dismettendo i viaggi in pullman dal militare di Decimonanu;

completamento dei nuovi caseggiati del Conservatorio di musica, dell’istituto tecnico Leonardo da Vinci, del liceo scientifico di via Liguria;

razionamenti dell’acqua per esaurimento delle scorte di Corongiu, e successivi lavori di rinforzo e bonifica dei depositi;

pubblicizzazione dei trasporti auto-tramviari in capo al consorzio Comuni di Cagliari e Quartu e Provincia;

avvio degli impianti di smaltimento e trasformazione della Nettezza Urbana al Quadrifoglio;

collocazione di sette nuove gru gommate nel molo portuale di via Roma;

consacrazione della chiesa di San Carlo Borromeo;

istituzione del comitato di quartiere di Is Mirrionis;

finanziamento di 102 alloggi di edilizia popolare nelle quattro frazioni (545 vani, 14mila metri quadri);

allerta ospedaliera al San Giovanni di Dio con rilevazione di 1.500 degenti per 600 posti-letto autorizzati…

Ricordo che negli anni della sua prima sindacatura il camposanto di Bonaria, capolavoro anche artistico di architettura sepolcrale, ebbe i titoli di monumentale. Ricordo gli scritti, in materia, di don Paolo, anche sull’Almanacco di Cagliari. Così come ricordo i suoi scritti sulla Biblioteca comunale: ne fece, da competente, la storia mentre impegnava l’Amministrazione al suo miglioramento.

Dovendo puntare i riflettori sulla sua personalità, non posso mancare di accennare alla sua attività letteraria: pubblicò nove libri, fino al postumo Ancu ti currat sa giustizia, a cura di Paolo Matta per il Centro Studi Stampace Andrea Devoto.

I libri e la scrittura

Incrociò la sua attività amministrativa, Paolo De Magistris, con una intensa partecipazione nel laicato cattolico e il suo associazionismo – in gioventù c’era stata la Fuci, sempre ci fu l’Azione Cattolica, negli anni ’70-80 ci furono le attività di catechesi a San Paolo – meriterebbero una pubblicazione le sue lezioni, che ho raccolto in una cartella fra le più preziose del suo archivio –, mentre l’accolitato e il ministero straordinario dell’eucarestia a Santa Cecilia si aggiunsero negli ultimi anni.

Incrociò la sua attività amministrativa anche con un efficace impegno pubblicistico e come autore di ricerche e pubblicazioni memorialistiche e storiografiche, avendo sempre per soggetto Cagliari e i cagliaritani. Curiosamente combinò temporalmente alcuni dei suoi titoli alle fasi amministrative che gli eran toccate di guidare e poi concludere: chiuse la sua prima sindacatura, con Infanzia come una sinfonia, nel giugno 1970 (successivamente ripubblicato due volte dal Centro Studi Stampace Andrea Devoto): fu allora che, rieletto in Consiglio e rieletto sindaco, rinunciò alla sindacatura e anche al Consiglio;

preparò e concluse la seconda sindacatura, nell’arco dal 1984 al 1990, rispettivamente con Sul filo della memoria – ritratti di cagliaritani umili e singolari già anticipati sulla terza pagina de L’Unione Sarda (che nostalgia della terza pagina de L’Unione Sarda di quelle stagioni, incomparabile con quella modestissima sfornata oggi!) – e con Liberty. Dal Maggio Rosso alla marcia su Roma il liberty a Cagliari nella evoluzione culturale sociale.

Negli anni di vacanza consiliare e di giunta, riunendo i contributi già offerti a l’Almanacco, pubblicò nel ’76 Cagliari nella 1.a guerra mondiale, ripasso generale per il più compiuto attraverso le annate ingiallite dei giornali a lungo compulsate, il sabato mattina, nella biblioteca universitaria allora ancora concentrata nella sala settecentesca; avrebbe dato compimento ideale a quel lavoro – e uscì giusto nell’anno e nel mese della sua scomparsa – con Cagliari: dal grigio-verde alla camicia nera.

Alla sua città e al suo mondo sentimentale in cui eccelleva la cattedrale di Santa Maria Assunta, dedicò anche Martino II di Sicilia e il suo mausoleo nel duomo di Cagliari, uscito nel 1990; alla città popolare alla quale, lui gentiluomo castellano, si sentì sempre prossimo condividendone anche il nucleo sostanziale di una certa religiosità, dedicò Dalla peste alla festa. Storie di terrori e di speranze: la devozione per Sant’Efisio, uscito nel 1993 e ripubblicato nella collana “la biblioteca dell’identità” da L’Unione Sarda un decennio dopo con il titolo semplificato di La devozione a Sant’Efisio. Storie di morte e di speranze.

Allo stesso novero temporale appartengono i gustosissimi versi in cagliaritano riuniti in … E dei dì che furono l’assalse il sovvenir… Gente, luoghi e riti d’un tempo passato, volume anch’esso quasi catacombale, pubblicato per iniziativa privata e non da un’editrice. Meritoria la pubblicazione postuma, del 1999, rinnovata nel 2006, di Ancu ti currat sa giustizia, curata da Paolo Matta.

Naturalmente gli scritti, che è quanto di più immediato e tangibile egli ci ha lasciato, sono davvero innumerevoli. Per il più sono sparsi in giornali e riviste, o in volumi atti di convegno; di alcuni sono reperibili gli estratti – ad esempio Monsignor Ernesto Maria Piovella arcivescovo di Cagliari e il movimento cattolico, uscito nel 1987 in Sociologia. Rivista di Scienze Sociali dell’Istituto Luigi Sturzo – mentre altri sono apparsi in opuscolo, come – per restare in argomento – Nel XXV anniversario della scomparsa di S.E. Mons. Ernesto M. Piovella arcivescovo di Cagliari, con il discorso commemorativo da lui tenuto nella circostanza (1974); ma, ripeto, il grosso – e sono diverse centinaia – attendono lo spoglio bibliografico, che soltanto in minima parte – seppur si tratti di centinaia di pezzi – ho già effettuato. Ricordo qui soltanto Cagliari e il mare: dai fenici ai containers, in Sardegna Economica, edizione speciale del mensile della locale Camera di Commercio, uscita nel 1970. E la cito soltanto per alludere a un tema che porta alla attività professionale, non soltanto politica, di Paolo De Magistris, alla direzione dell’assessorato regionale dell’Industria e commercio. Amplissimo contesto nel quale non posso entrare adesso.

Agli Amici del libro

Sindaco da pochi mesi soltanto, il 22 dicembre 1967, Paolo De Magistris tenne una importante conferenza sullo stato e le prospettive della città, agli Amici del libro, allora ancora ospitata, secondo una antica delibera del 1950 (giunta Leo) rinnovata nel 1997 (giunta Delogu), nei locali del sottopiano municipale: area industriale avamposto nel Mediterraneo, scuola e sport – era tempo di Gigi Riva e Scopigno prossimi allo scudetto – e teatro lirico appena appaltato, i musei civici (anche con la biblioteca e l’archivio storico) che gli sarebbe piaciuto riunire, in logica di sistema (una volta completati i nuovi caseggiati del Conservatorio di musica e del liceo Siotto-Pintor), nell’antico palazzo di Città, nello stabile ex gesuitico ed ex dettorino di piazzetta Dettori e nella palazzina delle Arti presso i giardini pubblici.

(Cinquant’anni sono passati da quelle ipotesi di lavoro, nel mezzo abbiamo avuto anche via Newton e oggi la Mem, certamente sviluppi e avanzamenti, anche se alla Mem, che pure è una struttura moderna, dagli oblò entra ancora l’acqua nei magazzini, e la città non sa perché).

In quella circostanza il presidente Nicola Valle donò al sindaco la tessera di presidente onorario degli Amici del libro. E m’ha fatto commozione il vedere, compulsando ora la collezione de Il Convegno, come in quegli stessi giorni il professore proponesse uno studio sul grande collega e predecessore di De Magistris, Bacaredda cioè, in quanto letterato – materia su cui sarebbe ritornato nel volume comunale del 1971, nel 50.ario della morte di Bacaredda –, mentre il numero successivo, insistendo sul filone Municipio/Amici del libro, un fascicolo monografico uscisse dedicato a Pietro Leo, sindaco dal 1949 al 1956, esponente fin dagli anni ’20, del movimento cattolico democratico cui anche Paolo De Magistris partecipò (scrisse, Pietro Leo, di dottor Virgilio Angioni del quale, ventenne, al tempo de Il Lavoratore, era stato collaboratore, scrisse anche di Angelo Giuseppe Roncalli, il papa Giovanni XXIII, che era stato a Cagliari, fra la cattedrale e Bonaria e Sant’Antonio in via Manno, nel 1921).

Rimanendo su Bacaredda, ricorderei ancora, concludendo, che di Paolo De Magistris fu, agli Amici del libro, la conferenza su Ottone Bacaredda, rifluita poi nel doppio volume I cagliaritani illustri, pubblicato a cura di Antonio Romagnino appunto per gli Amici del libro (in quella galleria di personaggi comparve anche Edmondo De Magistris, oratore Giovannino Sanjust). Ed a Bacaredda dedicò il noto saggio sull’ “amministratore” nel citato volume collettaneo prefato da Francesco Alziator ed esitato dall’Amministrazione di Eudoro Fanti.

Concludendo, col pensiero al 1943

Chiudo questa passeggiata, parzialissima purtroppo e leggera, sulle vicende biografiche di Paolo De Magistris, dando a lui, a don Paolo, la voce.

Io lo ebbi con me, ripetutamente, in avventure editoriali (in partibus infidelium, fra i miei repubblicani, mazziniani, sardo-azionisti e liberi muratori), lo ebbi in avventure piuttosto letterarie, convegnistiche e televisive, ma anche e soprattutto lo ebbi, spiritualmente e moralmente, nel decennale della sua scomparsa, quando don Mario Cugusi – benemerito anche lui della città di Cagliari – offerse il teatro di Sant’Eulalia per un ricordo pieno e a molte voci di lui.

Dieci anni dopo quei dieci già trascorsi, quando a Sant’Eulalia potemmo ridargli volto e voce proiettando una bellissima registrazione raccolta nel viale Buoncammino, con lui lettore delle sue stesse poesie in cagliaritano, gli restituiamo attraverso un familiare – Paola Quaglioni Filigheddu – almeno il nativo sentimento narrativo.

Ritornò una volta, don Paolo, ai suoi 18 anni, al 1943-1944. Amò, Paolo De Magistris cagliaritano e amministratore, Cesare Pintus cagliaritano e amministratore, già galeotto nelle prigioni fasciste, e sindaco, il primo sindaco della ricostruzione postbellica.

In un bellissimo inserto de L’Unione Sarda nel 40° dei tragici bombardamenti su Cagliari, egli offerse la sua testimonianza. Era allora sfollato a Bonorva, e dal 25 luglio e poi dall’8 settembre dovettero passare altri mesi prima del rientro in città, pur se un fugace ritorno vi fu, dopo la scarica del 13 maggio, «scalando montagne di macerie, in una rete viaria sconvolta da buche e terrapieni, senza servizi, senza esercizi commerciali, senza uffici». Il prolungamento della sua esperienza di sfollato coperse un altro semestre. «Ricordo ancora con terrore – scrive – le notti in cui, per il turno tra fratelli, toccava a me, che dei tre ero il più alto, dormire sul tavolo della camera da letto-pranzo, su un materassino da cui sbucavano le gambe, sostenute, ma non riparate, dalla spalliera di una sedia».

…………

«I messaggi telepatici intanto assicuravano che un qualche cenno di ripresa si stava verificando a Cagliari dove sparuti gruppi di sfollati lentamente stavano rientrando. L’ansia divenne insopprimibile e finalmente riuscimmo a travolgere tutte le resistenze familiari.

«Si cominciò febbrilmente a organizzare il viaggio di ritorno e puntualmente per i primissimi giorni di febbraio, si venne a sapere che un camion militare avrebbe fatto il viaggio a vuoto verso Cagliari.

«Raccolte in un baleno le carabattole, issati i vecchi nella cabina di guida, noi quattro, i fratelli e la sorella salimmo sul cassone il cui tendone, al vento, ritmava violenti schicchi accompagnati da altrettante gelide folate di una fredda, tagliente tramontana.

«Le mani illividite, il volto arso dalle sferzate brucianti del vento, non riuscivamo a vincere l’emozione del progressivo avvicinamento a Cagliari…».

E più in là, ecco appunto il rientro undici mesi dopo la partenza: «La casa era intatta, ma ci rendemmo conto che l’avremmo dovuta condividere con una turba di ufficiali americani e italiani, con relativi attendenti, che vi si erano alloggiati colla compiacente debolezza del fratello maggiore, Casimiro, anch’egli sotto le armi.

«La mamma per poco non morì di sincope quando scoprì che con la più assoluta disinvoltura gli americani usavano piatti e zuppiere settecenteschi e bicchieri di Baccarai che avevano trovato esposti in bell’ordine nelle vetrine degli orgogli familiari. In compenso la scaltrezza degli attendenti italiani rimediava barattoli di salamini e di minutissimo spezzatino di carne con patate. Perché c’era da stare poco allegri: anche se per tutto febbraio e marzo i “reduci” eravamo poche centinaia, ci scontrammo con i problemi degli approvvigionamenti, dei trasporti, della carestia. Per prendere pochi chili di carbone vegetale, occorreva andare dall’alba, a fare la fila in via Nuoro, al così detto “steccato”. Il pane bisognava andarlo a comprare, nella parca razione annonaria, al forno di via Sassari…

«La notte la città era immersa nel buio più assoluto. Dalle occhiaie vuote delle case sventrate filtrava la luce lunare, ma dalle tane scavate nelle macerie sbucavano eserciti di ratti pasciuti come porcellini.

«Le pulci, diventate rabbiose per il lungo digiuno, pullulavano, impazienti di pungere. I gatti e i cani randagi orchestravano lamentosi concerti di accompagnamento di finestre sbattute dal vento e tonfi di calcinacci delle case che continuavano a sgretolarsi.

«Ma era la nostra vita di Cagliari che si riorganizzava, la ripresa delle relazioni, dei gruppi giovanili cattolici, dei primi passi della vita dei partiti, della stessa vita scolastica.

«Distrutto il “Dettori” nell’antica sede del Collegio Gesuitico, il liceo riprese a funzionare in alcune aule dell’Istituto Magistrale di via Lamarmora. Poche classi e poco numerose, un corpo docente in gran parte in divisa militare, delle più disparate provenienze…

«Prosperarono i “martiniccheris”, le sale da ballo, i mendicanti che impararono presto a tenere la contabilità in dollari, le demivierges col maglioncino e calzerotti di lana sarda, gli improvvisati pasticceri che smerciavano un greve panforte di fichi secchi, i rivenduglioli di oggetti rubati nella case sventrate.

«Ma il senso della riconquista dell’ambiente familiare, colle soste in Piazza Martiri, con i discorsi politici nei crocchi giovanili, riusciva a nascondere i peccati di una città che come reazione al duro colpo della distruzione e dell’esilio stava per avviare il prodigio di una ricostruzione, non scevra di errori e di cadute di tensione culturale, ma segno di una vitalità e, in fondo, di un tenace appassionato amore tra Cagliari e i cagliaritani».

 

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