La personalità di Cesare Pintus nel ritratto umano e politico effettuato da Paolo De Magistris, suo successore sullo scranno di sindaco a Cagliari, di Gianfranco Murtas

 

Nei primi mesi del 1990 iniziai ad esitare una serie di studi sul sardoAzionismo e i suoi protagonisti. Non era il sardismo classico e puro il soggetto delle mie esplorazioni compiute tanto più in archivi privati (fra essi quelli di Antonino Lussu e, a Nuoro, di Pietro Mastino, ma anche di Marisa Musu e della famiglia Melis) e fra emeroteche dimenticate, bensì quell’area contermine che si era autocostituita come ponte con l’azionismo nazionale. Dal 1942, nelle catacombe dell’opposizione alla dittatura e prima ancora dell’inizio, in quegli anni terribili di guerra, della resistenza armata al nazi-fascismo, aveva preso gradatamente forma un nuovo virtuosissimo partito politico dalle molte anime ed intelligenze, tutte riconducibili ad alcune opzioni di base: democrazia in ordinamento repubblicano e rigorosamente laico, economia di mercato a forte presenza pubblica, collocazione in un quadro d’intesa e integrazione federale europea. Dall’area azionista era già venuto (per il contributo di Spinelli e Rossi) il “manifesto” cosiddetto di Ventotene – redatto in quell’isola nella quale anche un sardoAzionista come Francesco Fancello scontava, in arrivo da Ponza, i suoi cinque anni di confino a complemento dei dieci di carcerazione – e tutto il movimento di Giustizia e Libertà sarebbe in esso presto confluito unitamente ai filoni di democrazia avanzata che la storia andava allora, sottotraccia, definendo: dal liberal-socialismo di uomini come Calogero e Capitini alla democrazia sociale di derivazione trentiniana, dal mazzinianesimo repubblicano di numerosi ex-PRI come Reale al socialismo liberale di rimando rosselliano… Nel novero, mediato dalle esperienze ormai cosmopolite di Giustizia e Libertà, il sardismo di Emilio Lussu. Quel sardismo che Lussu avrebbe voluto emancipato dalle sue focalizzazioni strettamente territoriali e trascinato invece nel campo dei valori universali propri della politica “che costruisce la storia” (e quale storia nel 1940-1945 e dopo!). Parteciparono al VI congresso del PSd’A, nel luglio 1944, a Macomer – otto mesi prima della liberazione di Genova e Milano e Torino! – i sardoAzionisti Fancello e Siglienti, entrambi segnati dalle esperienze di GL e già dal battesimo sardista all’indomani del primo conflitto mondiale, ed entrambi proposero al Partito Sardo il raccordo, forse la confluenza nel Partito d’Azione intanto divenuto, dopo la liberazione di Roma, uno dei protagonisti delle politiche del CLN e dei governi di CLN.

Anche in Sardegna, di fianco alle risorte sezioni dei Quattro Mori, avevano preso vita quelle azioniste, o chiamale sardoAzioniste, quelle del “ponte” fra il regionalismo del PSd’A e l’impianto nazionale del Partito d’Azione. Cesare Pintus, mazziniano cagliaritano 43enne nel 1944 (nato repubblicano, galeotto per cinque anni e vigilato speciale per altri tre, escluso dall’ordine professionale degli avvocati per quattordici), aveva seguito Lussu in quella stagione che sarebbe stata anche l’ultima della sua vita presto stroncata dalla tubercolosi contratta in carcere. Come repubblicano aveva intervistato Lussu, per La Voce Repubblicana della quale era il corrispondente sardo, alla vigilia delle elezioni dell’ormai remoto 1924, lo aveva seguito infittendo la rete clandestina di Giustizia e Libertà dal 1929-30 e pagandone alti prezzi; lo aveva seguito nel progetto del Partito d’Azione che, nella sua visione, riassociava il suo Mazzini agli scenari delineati, in chiave italianista, dai sardisti “cotti” dalle idealità e dalle esperienze dell’antifascismo combattente e ricostruttore.

Segretario della Concentrazione provinciale antifascista di Cagliari, da questa stessa era stato indicato per l’ufficio di sindaco del capoluogo nell’ottobre 1944; e sindaco – sindaco di una città spettrale all’inizio, distrutta per i suoi due terzi – fu per diciotto mesi, fino al turno elettorale del marzo 1946, quando anche Cagliari si consegnò ai democristiani.

Era stato Aldo Borghesi il primo biografo di Cesare Pintus, e prima di lui si era cimentato a trattarne, coinvolgendone la figura nelle vicende di vita (altrettanto eroica e anzi più sfortunata ancora nelle conclusioni) di Silvio Mastio, prodigioso angelico protagonista dell’antifascismo repubblicano sardo, il professor Manlio Brigaglia, maestro caro di tutti. Io mi ero messo sulla loro scia – di Brigaglia e di Borghesi –, esplorando quella parte – appunto il sardoAzionismo degli anni della maturità – rimasta ancora da analizzare.

Era venuto fuori il primo di quattro corposi tomi e allegati (con altrettanti bis editoriali più snelli e asciutti concordati con l’ANPPIA allora affidata a Salvatore Sbressa) che ebbero belle occasioni di presentazione. Quello appunto su Cesare Pintus e l’Azionismo lussiano – così il titolo – fu presentato in municipio, a Cagliari, il 25 aprile 1990, 45° anniversario della liberazione, ed aprì perfino l’edizione del TG3 regionale.  Paolo De Magistris, sindaco dal 1984 e ancora per qualche mese, mise a disposizione una grande sala e se stesso, unitamente al professor Brigaglia ed a Gianni Filippini e Salvatore Ghirra, in quanto a testimone-biografo di quel suo lontano predecessore. E di più: mi anticipò alcune righe affinché potessi inserirle nel volume stampato. Si trattava, più precisamente, del saluto ch’egli aveva portato, il 3 giugno 1988 – due anni prima cioè – alla manifestazione che la nuova, debuttante associazione intitolata proprio a Cesare PIntus, e dovuta alla principale iniziativa di Salvatore Ghirra, Lello Puddu e Marcello Tuveri, aveva organizzato, nel palazzo municipale. Si presentava alla scena civica l’associazione politico-culturale (rivelatasi poi benemerita per i cento appuntamenti di cultura e confronto democratico proposti nell’arco di un trentennio), e presentava essa la personalità gagliarda di Cesare Pintus.

Ecco così di seguito, quelle poche parole di circostanza del sindaco De Magistris e quelle sue stesse, più centrate, e dette anch’esse a braccio, in occasione della presentazione del libro.

 

Virtuoso nella pazienza

Sono lieto che la manifestazione celebrativa dell’avv. Cesare Pintus si svolga in quest’aula Consiliare che rappresenta, e non solo simbolicamente, la Città intera e la Civica amministrazione.

A nome di questa porto un saluto cordiale agli intervenuti ed esprimo alla Associazione che ne ha assunto l’iniziativa l’apprezzamento per aver voluto ricordare, traendolo da quell’oblio in cui è immeritatamente caduto, un personaggio che nella sua coerente e sofferta professione di antifascismo e nella sua opera, purtroppo breve, di Sindaco di Cagliari, rappresenta certamente ancora un valido riferimento per una ricostruzione della nostra storia recente affrancata da quelle deformanti proiezioni che talora, in bene o in male, l’ “onor delle cronache” produce.

Ricordare la figura di questo mio predecessore, vuol dire riandare a quei duri, faticosi, incerti anni dell’immediato dopoguerra, quando Cagliari, prostrata dallo sconvolgimento delle distruzioni belliche, poteva sembrare – e qualcuno, intriso di provinciale campanilismo e di malsopite gelosie, lo sperò – avviata a un irrimediabile declino.

Forse più che non ora, benché le attribuzioni di competenza si siano smisuratamente allargate, caricando sui Comuni una pervasività in tutto lo spettro delle attese – o pretese – sociali, forse più che non ora, dicevo, il Comune rappresentava – anche per effetto dell’incerto e contraddittorio quadro costituzionale e istituzionale – il luogo strategico per la gestione della comunità urbana ancorché mezzi, strumenti, risorse e strutture, fossero paurosamente impari al bisogno.

La somma dei poteri consiliari nella Giunta, la non legittimazione elettiva di un consenso che era espressione del Comitato di Liberazione, la stessa posizione di supremazia ancora marcata di autoritarismo (malattia ancora largamente attuale!) della tutela governativa, erano elementi che si aggiungevano alla obiettiva difficoltà del compito di amministrare una città distrutta, una crisi annonaria gravissima, una mancanza di alloggi spaventosa, rendendo ancora più pesante l’opera di coloro che furono investiti dell’incarico.

A scorrere i verbali di quei tempi si ha insieme la sensazione della pazienza immensa, dello sforzo continuo di mediazione tra le diverse componenti politiche, e quella dell’incombere di problemi immensi e di soluzioni soffocate dalla ristrettezza delle risorse.

Fu questo il quadro in cui ebbe a svolgersi il compito affidato a Cesare Pintus.

Altri, che lo conobbero di persona, che gli furono vicini anche in quella esperienza, potranno dirne di più e meglio.

Ma a me, suo lontano successore, con difficoltà diverse ma non meno angustiose, è parso doveroso unire al saluto ospitale per gli intervenuti, una qualche considerazione sul tempo in cui Egli operò da Sindaco di questa Città martoriata, ponendo le premesse di quella ricostruzione che avrebbe dato a Cagliari, con qualche ombra di incoerenza urbanistica, il respiro e la luce di una dimensione nuova protesa ad un avvenire che osiamo sperare ancora più luminoso per l’impegno morale e civile con cui una ininterrotta tradizione amministrativa ha seduto su questo scanno che fu, forse per troppo breve tempo, anche di Cesare Pintus.

 

Alla presentazione di “Cesare Pintus e l’Azionismo lussiano”

Prima di tutto adempio a un elementare dovere di ospitante, salutando tutti i partecipanti, i rappresentanti, i responsabili dell’Associazione che ha assunto questa iniziativa e chiedendo anche vivissime scuse per un inconveniente che non ci ha consentito di mantenere l’impegno di mettere a disposizione la sala consiliare. Ci sono infatti i muratori dentro. Questo ci ha costretto all’ultimo momento a ripiegare su questo locale, bellissimo per la decorazione del pittore Figari ma certamente meno felice quanto a possibilità alloggiative.

Rientrando nel compito che mi è stato assegnato devo come ogni buon predicatore del tempo passato chiedere perdono, chiedere indulgenza, sia perché io ho avuto il volume appena lunedì, se non sbaglio, o giù di lì, in un periodo che non è fatto per rendere possibile la lettura dei libri, e sia perché proprio gli impegni che mi chiamano con tanta intensità in questo periodo mi pongono anche di fronte a situazioni le più disparate, imponendo una ginnastica mentale che qualche volta non so se riesco a mantenere, corro anche il rischio di confondere gli argomenti e i temi: stamattina ero a dare il saluto ai pellegrini che venivano a Bonaria, poi sono andato a parlare ai giovani esploratori, quindi non meravigliatevi se mischio sacro e profano, storia e manuale delle Giovani Marmotte perché questa è la vita in cui ci troviamo.

Ho già detto che al lavoro ho potuto dare soltanto uno sguardo, che è quello che in genere gli appassionati della lettura danno subito al libro che gli capita in mano, e che però non è quello sufficiente a fame un’ analisi profonda quanto meriterebbe, soprattutto quanto è doverosa per chi accetta di parlarne. Declino perciò il titolo di relatore che mi hanno dato l’onorevole Ghirra e Gianni Filippini.

Intanto che cosa mi ha subito colpito? Che questo libro ha tutte le caratteristiche dei precedenti lavori di Gianfranco Murtas e in modo particolare la straordinaria precisione di documentazione, e la ricchezza, si potrebbe persino dire minuziosa, di informazione, il tutto però, ciò è una caratteristica altamente positiva, elaborato da uno spirito critico, dove “critico” non vuoi dire polemica ma discernimento e vaglio, da uno spirito critico elevatissimo, a sua volta corretto da un altro elemento che credo indispensabile nello storico, e cioè quella specie di sottile ironia che consente di dare a tutti i fatti il loro più realistico valore. Questo libro perciò si colloca compiutamente come logico elemento di continuità ai precedenti lavori, e cioè all’Edera sui bastioni, e al successivo e più recente volume sull’età, diciamo, di Bacaredda, tanto per intenderci, Cagliari 1889.

Il libro coglie i fatti con riferimento a Cesare Pintus, e perciò ad una vicenda che si potrebbe anche giudicare in un certo qual modo staccata dalle precedenti, che inizia più lontana e che si conclude nel post-fascismo, coglie invece il nesso – che io ho creduto di cogliere, che attribuisco quindi, non vorrei sbagliare, all’autore – che lega l’età della “Casa nuova” ai fermenti del primo dopoguerra; che lega questa età, ciò che essa rappresentava come voltar pagina rispetto all’ormai invecchiato, anacronistico prevalere della consorteria che aveva governato Cagliari e la Sardegna, lega i fermenti sociali e economici, culturali e politici che si colgono appunto nella transizione fra ’800 e ’900, particolarmente attivi, vivaci nel primo ’900 – io vorrei ricordare soltanto quel maggio rosso del 1906, tutto quello che esso rappresenta di negativo ma anche come sintomo di fattori positivi di crescita, di sviluppo, sociale e culturale – con la maturazione, che si colloca attorno alla prima guerra mondiale, della consapevolezza autonomistica. Ricordiamoci che il primo testo sacro dell’autonomia è quel Per l’autonomia di YK, che è vero che nasce, se la memoria non mi inganna, nel 1918 ma che ha tutti gli antecedenti in quella ampia trattazione giornalistica che vide impegnati personaggi di primo piano della vita politica cagliaritana e sarda e anche notevoli contributi di continentali, che per ragioni di lavoro e di studio conoscevano bene la Sardegna. Non vorrei dimenticarne nessuno, ma così potrei ricordare Motzo, Cossu, Pilia, ecc. Quella consapevolezza autonomistica e riformatrice che lavorava attendendo e preparando il terreno per una Sardegna nuova, autosufficiente, non senza qualche ingenuità, nella fiducia eccessiva che si riponeva sulle risorse intrinseche della Sardegna – non si può non sorridere leggendo quelle trattazioni fatte con estrema serietà e con estremo impegno, quando sembrano affidare le prospettive di un bilancio addirittura attivo della Sardegna al sale, con tutto quello che si è poi dimostrato di fallace in questa considerazione o alle miniere con tutto quello che ne venuto dopo – consapevolezza autonomistica che poi, nel dopoguerra, sarà tristemente, amaramente delusa.

C’era stata qualche speranza fideisticamente riposta nel primo fascismo anche se poi delusione e amarezza alimenteranno la maturazione dell’antifascismo, quell’antifascismo che è l’antifascismo delle purghe, delle manganellate, dell’olio di ricino, dell’esilio e del carcere, che organizza i collegamenti fra i fuoriusciti e le resistenze locali, le cospirazioni anch’esse, forse, non senza qualche ingenua eredità romantica, confidate molto all’inchiostro simpatico, ai cifrari, ecc., e che però erano l’emergere e il tramandarsi di una consapevolezza politica, di un rigore dottrinario, di patrimonio ideologico e anche la consapevolezza che ciò che stava sembrando immarcescibile era già in se stesso minato da quel tracollo che poi gli eventi avrebbero più in là dimostrato.

Fra questi filoni di alimentazione di questa coscienza critica, autonomistica, democratica, liberale nel senso più proprio del termine, certamente un posto di rilievo ebbe l’eredità mazziniana, se vogliamo e se me lo consentite, ripulita da un certo cavallottismo che nella Sardegna del 1890 aveva avuto un certo suffragio, un certo entusiasmo, e che maturò quegli esiti forse ancora in parte da interpretare, ma a cui dà un contributo notevole questo lavoro di Gianfranco Murtas, esiti che possono far scoprire questo filone mazziniano repubblicano in quei contatti e, se vogliamo, anche in quelle integrazioni e separazioni che poi volta a volta le vicende umane e le personalità che le interpretavano faranno rilevare, nel sardismo e nell’ azionismo. E mi pare che questa sia proprio la vicenda politica che emerge da questo libro su Cesare Pintus e io non intendo soffermarmici, non è certamente mio compito, né sono in grado di affrontarlo ora.

La funzione che svolgo ancora, spero per breve tempo, mi consente di rilevare, ma proprio per concludere, ciò che con questo bagaglio di impostazione ideale politica di preparazione è stato il breve periodo di sindacatura di Cesare Pintus. Anche qui non intendo entrare nel dettaglio, del resto il libro, ma anche i precedenti lavori, la precedente commemorazione curata da questa stessa Associazione, hanno fornito ampio materiale. Così per fissare alcuni punti che mi sembrano chiave… suggerisco di leggere l’intervista che il sindaco rilasciò a L’Unione Sarda, illustrando i problemi e le difficoltà, attraverso cui passava il tentativo di risolverli – permettetemi di dirvi che i tempi non mi sembra che siano cambiati molto, otteneva magari più bonomia da parte del giornale –e un articolo pubblicato sul Solco dove illustra il suo concetto di autonomia riferita non soltanto alla Regione, l’autonomia come sistema di governo in tutti i livelli. Su questo stesso tema torna quel resoconto della prima riunione di sindaci tenuta a Roma nel 1946, che segna un po’ anche la rinascita dell’ ANCI post-bellica. Quell’intervista è tra l’altro molto interessante perché fornisce una serie di dati oggi difficilmente riscontrabili, almeno messi tutti insieme, e dà la visione sintetica di quella che era Cagliari in quel momento, con l’immensità dei problemi ricostruttivi…

È espressa la particolare carica programmatica, quella concezione del Comune come titolare legittimo ed esclusivo del potere di governo locale in tutta la ampiezza dei riferimenti potestativi e delle attribuzioni burocratico-amministrative di governo di una città, di una comunità locale. Devo dire anche qui che i tempi non mi sembrano granché cambiati. Il periodo del governo di Cesare Pintus fu, tutto sommato, abbastanza breve, nel mese di marzo del ’46 si celebrarono le prime elezioni, quindi cessò il suo incarico che traeva ancora origine dalle designazioni del Comitato di liberazione: limite temporale quindi, limite delle disastrate risorse finanziarie di Cagliari, che tra l’altro doveva destinarle prioritariamente ai tentativi di ricostruzione, non tanto della ricostruzione edilizia che in parte era stata sostenuta dal Governo con gli interventi del risarcimento dei danni, quanto come ricostruzione del tessuto urbano complessivo, dei servizi, della vivibilità integrale e integrata che non si esaurisce certo nel, sia pure importantissimo, bene di una casa e che ha bisogno di tutta una gamma di soddisfazioni per le esigenze date proprio dalla dimensione urbana.

L’immensità dei problemi: vorrei così ricordare che la maggior parte dei dipendenti comunali era ancora sotto le armi, non erano stati neanche congedati; che era agibile solo a metà la stessa casa comunale, lo stesso edificio del Comune era a metà distrutto e quindi aveva i servizi dislocati un po’ qui un po’ là… Per non dire delle bardature burocratiche: era ancora vigente in pieno, lo sarà sino al 1961, salvo minime correzioni di carattere indispensabile nelle indicazioni delle autorità preordinate – era ancora in pieno vigore il testo unico della Finanza locale del 1934, con tutto quello che ciò significa, e quindi tutto il regime vincolistico, un controllo che oggi al paragone preferirei comunque, fatto dalla Giunta Provinciale Amministrativa. Ma vorrei dire di più, o meglio, di più importante, più politicamente valido: il fastidio che uomini che avevano pagato la propria coerenza non potevano non provare, vedendo i tanti trasformisti rampanti che stavano riemergendo, con molte pretese, dal vecchio ceto dei voltagabbana – qui spiritosissima la polemica di un personaggio, che non spetta a me adesso di nominare, ve lo troverete nel libro, che di gabbane ne aveva cambiate molte, in molte epoche della vita cittadina…

Vorrei ricordare quella che fu forse la determinante difficoltà di questa strana Giunta comunale, priva di una legittimazione quale può essere sentita da chi ha dietro sé il consenso di una elezione adesso vuoto, la Giunta di esapartito, fatta di personaggi anche sul piano della carica personale e di personalità, per chi conosce uomini e cose di quel tempo, disinteressata, esempio di quella quasi assoluta assenza di interessi che invece poi man mano affiorerà, come ha ricordato l’onorevole Ghirra, in quella certa trasformazione che ha allontanato il ceto politico da quei caratteri che possiamo viceversa riconoscere ai primi protagonisti della rinascita della libertà. Ma soprattutto fu troppo breve il tempo di governo. Già oggi cinque anni da un certo punto di vista possono sembrare, per la possibilità di raggiungere obiettivi, non per chi li vive giorno per giorno, possono sembrare corti. E poi appunto il rinnovo elettorale che portò Cesare Pintus a lasciare la carica di sindaco ma non quella di consigliere comunale. Questa carica in realtà non poté poi esercitarla per la ricaduta nella malattia, e per la morte seguita nell’estate del 1948, dopo un periodo lungo di degenza, di viaggi, ecc., morte intervenuta quando stava organizzando il suo ritorno che certamente lo avrebbe rimesso sia nella vita professionale che nella vita politica.

Ecco, di Cesare Pintus io non debbo aggiungere nulla a quello che sta scritto nel libro e ha detto Gianni Filippini. Gianfranco Murtas traccia un ritratto a tutto tondo, non tanto in quello che pure è una esatta ricostruzione biografica, ma proprio nel collocarlo nel suo ambiente di cultura politica, questo che il titolo individua come “azionismo lussiano”, frutto appunto di quegli apporti che io ho creduto di potermi permettere di individuare, ritratto a tutto tondo che ancora una volta ci porta a ricordare con rispetto questa figura, ricordarlo per l’impegno di amministratore, di giornalista, di uomo di idee politiche e di dirittura personale elevatissima, dimostrata dalla povertà, dalla miseria che ha accompagnato tutta la sua esistenza, fino a costringerlo a passi, che penso gli debbano essere costati tremendamente, nel confidare nella generosità degli amici, per risolvere i propri problemi di vita.

Poiché chiudere ricordando soltanto il passato e il rammarico perché passato potrebbe non essere opportuno, chiudo veramente associandomi all’auspicio che dalle attuali e successive competizioni elettorali nascano molti altri amministratori a cui si possano affidare le sorti di questa città con la stessa garanzia che lavoreranno per servire, non per servirsi.

 

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