A proposito dell’ostracismo governativo ai massoni. La testimonianza “di studio” di Gianfranco Contu in difesa della Libera Muratoria di ieri e di oggi, di Gianfranco Murtas

GIANFRANCO CONTUGIANFRANCO CONTU

Così recita la minuscola ma supponente bibbia di Cinque stelle e leghisti (combinati ai sardisti o pseudotali): «Codice etico dei membri del Governo: Non possono entrare a far parte del governo soggetti che: – abbiano riportato condanne penali, anche non definitive, per i reati dolosi di cui all’articolo 7 del decreto legislativo 31 dicembre 2012, n. 235 (legge “Severino”), nonché per i reati di riciclaggio, auto-riciclaggio e falso in bilancio; – siano sotto processo per reati gravi (ad esempio: mafia, corruzione, concussione, etc.); – appartengano alla massoneria o si trovino in conflitto di interessi con la materia oggetto di delega».

Fin troppo chiaro il resto, la spazzatura penale, mi riferirò soltanto al divieto ministeriale opposto alle appartenenze ideali ed associative (ai massoni cioè), e con raccomandazione sempre di una ricostituente lettura dell’ultimo discorso di Antonio Gramsci in parlamento quel giorno che sul calendario era segnato per sabato 16 maggio 1925.

Ora sono piuttosto certo che nessuno Zanardelli (colui che abrogò la pena di morte) o nessun Coppino (colui che introdusse l’istruzione pubblica laica obbligatoria) e naturalmente cento altri nella storia dell’Italia monarchica e dell’Italia repubblicana (partendo magari da Ruini presidente della commissione dei 75 alla Costituente) avrebbe lui desiderato di far mischia con grillini e leghisti combinati ai sardisti o pseudotali (ignari di tutto – questi ultimi –, di se stessi in primo luogo, e della storia onorata dei Quattro Mori a costante consentaneità liberomuratoria, a partire da Efisio Mameli e Pietro Mastino). Ignoro invece se vi siano, tanto più in Sardegna, fra i millequattrocento giustinianei e gli altri circa quattrocento appartenenti alle diverse Comunioni massoniche con impianto isolano, chi abbia dato fiducia, nella scheda elettorale, alla nuova (nuovista) classe dirigente del BelPaese. Magari deponendo (ma si può?) lo spirito critico che dovrebbe costituire il midollo morale e intellettuale di un libero muratore, per intrupparsi fra i chiacchieroni semplicisti e demagoghi, secondo la stessa regola che fu-ed-è dei berlusconiani doc e di quegli altri che scambiano la dignità dell’Inno degli italiani di Goffredo Mameli con l’insegna del loro partitello muscolare.

La nuova e ancora confusa scena nazionale e regionale mi porta a riflettere su altro, perché…

Testimone tuveriano ed asproniano

Ora che sono passati mille giorni dalla morte di Gianfranco Contu ci siamo ritrovati, sodali antichi, a onorarne la memoria. Nella nostra minoritaria ma orgogliosa repubblica amicale o fraternale, mischiati per vocazione ideale o missione sociale, o magari ancora per suggestione o gusto di trasversalità democratica, chi sardoazionista o azionista lussiano, chi gobettiano o socialista, chi repubblicano o sardista (d’antichi e nobili tempi però!), chi federalista tuveriano od italianista di matrice asproniana, chi medico come lui stesso per mestiere o chiamata naturale e primaria oppure, ancora come lui, ricercatore storico per bisogno e spirito civile, chi pubblicista alla sua maniera, “morso” da un’urgenza anticonvenzionale e “mosso” da una comunionalità patriottica rivelatrice di un timbro perfino esistenziale. Il biografo di Giovanni Battista Tuveri, lo scopritore delle minoranze nazionali nel continente e nel mondo – per marcare le originalità da ricomporre musivamente e mai per separare –, lui europeista per un’Europa insieme dei popoli e degli stati (com’è nella logica di una riflessiva e moderna democrazia liberale), europeista da sardo e da italiano in un nesso inscindibile di sentimento e di cultura, lui uomo di sinistra ma tanto libero dentro da non temere mai di denunciare le contraddizioni profonde di certi ideologismi nati per la causa egualitaria e mostratisi invece malefici nella prassi, nell’est pansovietico allora, in era stalinista ed ancora kruscioviana e brezneviana, come già nella guerra di Spagna (raccontata nell’ultimo e più maturo suo saggio meritevole di studio anche a scuola), e malefici anche, per molti e resistenti aspetti, da noi, in Italia e in Sardegna. Rovinosi trascorsi comunismi dottrinari di diversi meridiani e paralleli geografici e storici, rovinosi tardocomunisti nostrani dimentichi della virtuosa passione morale e civile che pur era del PCI e della sua miglior dirigenza, da Berlinguer ad Amendola (figli entrambi di massoni), e invece tanto propensi (nelle riformulazioni del PD) alle convenzioni dell’establishment conquistato e, come i classici poveri arricchiti (senza sacrificio adeguato), incapaci di prevedere le derive di reazione. Quelle appunto delle massive Cinque stelle senza orientamento ideale né cultura politica alle spalle.

Sembra molto diversa la società nostra d’oggi rispetto a quella pansovietica di Lenin e Stalin e dei loro successori in un altro lungo e sofferto mezzo secolo, molto diversa anche sul piano della politica interna, quando il PCI si presentava come “partito fratello” del PCUS che spediva nei gulag siberiani i dissidenti “fatti pazzi” dallo zolfo iniettato nelle loro vene. Nel degrado massimalista dei comunisti diventati pds (per diventare altre cose dopo ancora) vi fu, fra l’estate e l’autunno giusto di venticinque anni fa, in Sardegna e anche altrove, l’operazione, che si volle contrabbandare per trasparentista, della ostensione delle liste delle logge massoniche, strappate alla loro riservatezza ed offerte alla piazza – come oggi fanno i grillini, degni epigoni-e-becchini (dei primitivi trasparentisti) – come accadeva agli ebrei anche sardizzati da noi, nell’Isola, tre o quattro secoli fa.

Se qualche progenitore del divieto governativo pentastellato/leghista (sardista) possa trovarsi nella storia ancora relativamente recente della nazione e della regione, all’insegna sempre della grettezza ed intolleranza (e ignoranza delle cose), direi occorra riferirsi al trasparentismo degli ex del PCI sardo, ma anche toscano ecc., del 1993.

All’indomani di quel giulivo arretramento delle guarentigie civili e costituzionali per la soddisfazione di molti “analisti” frequentatori di bar e caffetterie, Gianfranco Contu pubblicò sul periodico Sa Republica Sarda un lungo articolo titolato “La caccia alle streghe contro la Massoneria”, a conclusione del quale in un riquadrato presentava «alcuni illustri nomi della Libera Muratoria» distinti per nazionalità.

Ecco qui. Ora che siamo all’esordio trionfale del nuovo palingenetico governo “di svolta”, o “nuovista”, o “gagliardamente populista” che pure tante parentele riconoscibili con gli intolleranti passati vanta, a noi umili artieri di quella repubblica amicale e fraternale di Gianfranco Contu, cui facevo prima riferimento, quel suo scritto-testimonianza di un quarto di secolo fa è sembrato meritevole di rilancio. Anche come rimbalzo di dovere verso la sua memoria, quella sì pulita e trasparente per davvero.

Ecco a seguire quanto scriveva Gianfranco Contu.

La “caccia alle streghe” del 1993, firmata PDS (e aggregati)

Da alcuni mesi assistiamo allo scatenamento di una forsennata campagna di stampa, con veri toni di inquisizione, contro l’istituzione massonica, e l’iniziativa ha trovato terreno fertile, grazie anche alla generale disinformazione sull’argomento.

Più recentemente un gruppo di Consiglieri regionali (dove si sono distinti in prima linea comunisti e missini, ancora una volta strettamente uniti nel combattere le libertà laiche) ha presentato una mozione in cui si invita il Presidente della Regione a far sottoscrivere ai membri della Giunta, ai dirigenti e ai funzionari dell’amministrazione, una dichiarazione attestante la loro eventuale iscrizione ad associazioni politiche, culturali e assistenziali o alla Massoneria di qualunque osservanza. Mozione questa, come si può dimostrare, gravemente lesiva dei diritti fondamentali della libertà dell’individuo.

Infine, è di qualche settimana fa, il “colpo” giornalistico della “Nuova Sardegna” (giornale – si badi bene – del gruppo che fa capo a De Benedetti, approdato ancora una volta nei giorni scorsi agli onori della cronaca giudiziaria) che ha pubblicato gli elenchi dei 500 e passa massoni iscritti nelle logge delle provincie di Cagliari e di Oristano, che si trovano depositati negli uffici della Magistratura. (Come poi, quegli elenchi siano potuti uscire da quegli uffici, Dio solo lo sa!).

Ma, torniamo per un momento alla mozione del Consiglio regionale. Se leggiamo il testo, lo troviamo stranamente simile all’art. 212 del Testo Unico delle leggi di pubblica sicurezza del 1931, cioè in piena dittatura fascista, secondo cui «i funzionari, impiegati e agenti civili e militari sono tenuti a dichiarare se appartengono ad associazioni, enti o istituti di qualunque specie, al Ministro nel caso di dipendenti dello Stato ed al Prefetto in tutti gli altri casi».

Ora, che il destinatario non sia più il Prefetto ma il Presidente della Giunta regionale, non cambia la sostanza e il fatto che si tratta cioè di una iniziativa chiaramente “liberticida” nei riguardi dei diritti civili. Il fatto è che i firmatari della mozione sembrano ignorare che la norma fascista contenuta nell’art. 212 è stata abrogata con la legge n. 17 del 25 gennaio 1982, nel titolo «norme di attuazione dell’art. 18 della Costituzione della Repubblica in materia di associazioni segrete».

Dovrebbe essere noto, d’altra parte, che la Giurisprudenza italiana (si consultino gli scritti in proposito di Massimo S. Giannini e di Paolo Barile o anche la sentenza del Tribunale di Genova del 27 giugno 1960) è stata sempre concorde sull’estraneità della Massoneria al dettato dell’art. 18 della Costituzione che vieta appunto le associazioni segrete. Ma poi, dove sta la segretezza? Dell’istituto massonico italiano (il Grande Oriente d’Italia, in sigla G.O.I.) si sa o si può sapere tutto: l’ubicazione della sede centrale (Villa Medici del Vascello) e di quelle periferiche ed è sufficiente sfogliare l’elenco telefonico delle grandi città per conoscerne l’esatto indirizzo (con tanto di targhe affisse alle porte); è sempre stata nota la persona del Gran Maestro; gli organi di stampa (valga per tutti “Hiram”, la ex “Rivista massonica italiana”, aperta anche alle collaborazioni esterne) si possono acquistare nelle librerie di tutta Italia, persino il volume “Antichi doveri, costituzioni e regolamenti”, contenente anche la descrizione dei diversi riti massonici (per quanto siano riservati), è regolarmente pubblicato e lo si può acquistare in una libreria ben fornita. (A Cagliari si può consigliare la Libreria San Paolo, la quale, benché cattolica, si dimostra in materia ben più aperta e tollerante); gli elenchi degli iscritti sono stati sempre custoditi – oltre che presso le singole logge – presso la sede centrale e sono stati sempre consultabili su richiesta motivata dall’autorità giudiziaria: ed è quello che è stato fatto anche recentemente. (Rimane tuttavia il mistero del giallo relativo alla consegna degli elenchi ai giornali).

Il fatto è che si confonde troppo spesso il concetto di “segretezza” (che non esiste in questo caso sul piano giuridico) con quello di “riservatezza” (che esiste sul piano del privato e che è un diritto tutelato espressamente dalla nostra Costituzione). Ma il fatto più grave è costituito dalla spaventosa disinformazione (evitiamo di chiamarla “ignoranza” che esiste, anche presso molti in possesso di titoli di studio) sul pianeta “Massoneria”. Eppure, come si è detto sopra, i mezzi per istruirsi sono a disposizione di tutti. (E, sia detto senza offesa, alcuni politici regionali farebbero bene a dedicare qualche ora settimanale allo studio, senza nulla togliere al loro impegno prezioso, per la crescita dell’autonomia dell’isola).

La Massoneria come istituzione è nata a Londra nel 1717, ma in Italia arrivò solo nel 1728; in Sardegna giunse qualche decennio più tardi e comunque le logge operavano sicuramente nell’isola al tempo della Rivoluzione democratica sarda del 1794: gli stessi Giovanni Maria Angioy e Domenico Alberto Azuni erano massoni.

I principi fondamentali dell’istituto massonico si compendiano nel trinomio “Libertà, Eguaglianza, Fraternità” che furono alla base dell’Illuminismo e delle grandi Rivoluzioni democratiche di fine ’700, da quella americana a quella francese, tutte guidate da personalità aderenti all’istituzione. La Massoneria persegue la ricerca della verità, il perfezionamento dell’uomo e opera per estendere i legami di fratellanza fra tutti gli esseri umani: per questo propugna la tolleranza, il rispetto di sé e degli altri, la libertà di coscienza e di pensiero. Il Libero Muratore crede nell’Essere Supremo, il “Grande Architetto dell’Universo” (che poi ciascuno identifica nell’Essere che preferisce, si chiami esso Dio, Allah, Javhé, Brahma o Manitou), per cui è assolutamente falsa l’accusa di ateismo. (Per la cronaca, Benito Mussolini che nel 1912 aveva fatto domanda di iscrizione al G.O.I., fu respinto principalmente perché dichiaratamente ateo, oltre che per la sua nota intolleranza).

In queste cose appunto il massone deve credere e sopra questi principi pronuncia la tanto chiacchierata (e tanto poco conosciuta) “promessa solenne” (e non come spesso si scrive “giuramento massonico”), rito che viene compiuto sulla Bibbia – o sul Corano se si tratta di musulmani o sui Veddha se di tratta di induisti – e che non è per nulla in contrasto con il giuramento di fedeltà alla Costituzione della Repubblica (nel caso di noi italiani), dal momento che gran parte dei principi sono gli stessi. Anzi, uno dei fondamenti dell’iniziazione massonica sta proprio nella fedeltà e lealtà verso Io Stato. Tra l’altro non si deve dimenticare che la nostra Carta costituzione è stata redatta con il contributo determinante di illustri consultori giuristi iscritti alla Massoneria.

Resta da spiegare il motivo che può avere indotto una parte del mondo politico a ingaggiare la recente battaglia contro l’istituto massonico.

Prima di tutto viene la questione morale: l’accusa principale è che all’interno delle logge fiorirebbero il carrierismo, l’affarismo e la corruzione. In realtà, si potrebbero citare numerosi casi di persone che non hanno affatto progredito nelle carriere dopo l’ingresso nella Massoneria e di altri che, al contrario, hanno raggiunto i massimi livelli ben prima dell’iniziazione. Così come si conoscono uomini d’affari che non si sono mai sognati di parlare dei loro interessi di lavoro dentro le logge e, allo stesso modo, uomini politici che non si sono mai permessi di trattare argomenti di attualità politica (com’è noto, nelle sedute di loggia, è proibito e costituisce “colpa massonica” parlare di politica o di religione. Vengono presentate invece numerose tavole di argomenti culturali i più svariati con discussioni a buon livello che stupirebbero senza ombra di dubbio molti dei novelli critici dell’istituzione). E quanto alla corruzione e alla disonestà più o meno mafiosa, si dovrebbero pregare i signori politici impegnati nella gloriosa crociata antimassonica di avere almeno il pudore di consultare le cifre e di meditare sui lunghi elenchi di inquisiti del mondo politico e imprenditoriale che, quotidianamente e senza soste, vengono divulgati dai “mass media”.

Certo, sarebbe molto bello ed esaltante, se solamente i 18.000 iscritti alla Massoneria fossero puri e immacolati al cento per cento!

Purtroppo, anche la Libera Muratoria è fatta di uomini e fra questi, come accade nel genere umano, possono anche ritrovarsi dei disonesti e dei faccendieri; (quando poi queste anomalie vengono scoperte, è sempre possibile effettuare un’operazione di bonifica, come qualche anno fa è avvenuto per la P2 di Licio Gelli).

Ebbene, il linguaggio delle cifre è fin troppo eloquente: soltanto 87 persone (ripetiamo, ottantasette) su oltre 18.000 iscritti al G.O.I., sono state indagate dalla Magistratura (indagate, e non quindi condannate) e immediatamente il Tribunale massonico le ha cautelativamente sospese, ai sensi del regolamento dell’Ordine. Di questi 87 inquisiti, 30 lo erano per reati comuni, 39 per questioni di tangenti, 16 per reati senza motivazione specifica e solo 3 per questioni di mafia. Se soltanto si osserva quel che sta succedendo nei partiti politici, negli imperi industriali, negli ordini professionali, negli enti pubblici, nell’editoria, nella sanità e nella stessa magistratura, l’abisso che separa tutto questo mondo dalla Massoneria risulta davvero incolmabile.

Altre accuse: la fuga del Gran Maestro in carica Di Bernardo e il recente ritiro del riconoscimento da parte della Gran Loggia d’Inghilterra, costituirebbero ulteriori prove dell’inquinamento prodottosi nel G.O.I.

Per il caso Di Bernardo, non è necessario spendere troppe parole. A parte che l’ex Gran Maestro è stato immediatamente deferito alla Corte Centrale del Grande Oriente d’Italia per aver promosso la costituzione di una nuova organizzazione sedicente massonica (con meno di 400 aderenti su oltre 18.000 iscritti al G.O.I.!) mentre ancora rivestiva la carica di Gran Maestro e per aver diffamato in tale veste l’istituzione ufficiale con accuse prive di supporti probatori, senza neppure sottoporle agli organi all’uopo preposti (e ambedue le azioni costituiscono “grave colpa massonica”), per giudicare definitivamente l’uomo Di Bernardo, bastano due semplici considerazioni, basate su fatti facilmente documentabili: 1) Quando Di Bernardo chiese l’ammissione alla Massoneria, si rivolse prima a Licio Gelli per essere inserito nella loggia riservata P2 (lo stesso oggi parla contro le degenerazioni dell’Ordine); 2) Una volta entrato nella loggia regolare del G.O.I. con lettera dei 14 aprile 1972, chiese di essere “coperto”, trovandosi a dover lavorare in un ambiente difficile, quello dell’Università di Trento (oggi Di Bernardo tuona contro le posizioni “riservate” o “coperte” richieste da certi massoni che si sentono particolarmente esposti). Ogni commento sembra superfluo.

Quanto alle vicende di riconoscimento inglese, a parte che, ancora oggi, resta inspiegabile, sulla base di accuse non provate, la grave decisione della Massoneria inglese, il fatto non può preoccupare più di tanto i massoni italiani, almeno quelli dell’unica vera Massoneria regolare d’Italia (si sa che esistono numerose istituzioni sedicenti massoniche in Italia e questo ha contribuito a aumentare la confusione esistente sull’argomento) ed inoltre, sulla “regolarità di origine” del Grande Oriente d’Italia, neppure la Gran Loggia Unita d’Inghilterra (G.L.U.I.) ha potuto avere nulla  obiettare.

D’altra parte, da tempo riferimento alla Gran Loggia d’Inghilterra è puramente di ordine storico e formale, non di livello di subordinazione, essendo ogni Massoneria (si parla di quella “regolare d’origine”, naturalmente autonoma nel proprio Stato.

Il riconoscimento è solo una questione di reciprocità tra l’istituzione di uno Stato e quella di un altro; tanto è vero che la stragrande maggioranza delle Massonerie regolari del mondo continua a riconoscere il G.O.I. come l’unica vera Massoneria italiana.

D’altronde, non è la prima volta che la Massoneria inglese sbaglia su questa linea. Nel 1938, forse su pressione di W. Churchill, esponente massone oltre che uomo politico inglese, nell’intento di facilitare un iniziale idillio fra l’Inghilterra e l’Italia fascista (si era al tempo della conferenza di Monaco, considerata dagli inglesi un capolavoro di Mussolini in favore della pace europea), la Gran Loggia Unita tolse il riconoscimento al Grande Oriente d’Italia, allora costretto all’esilio. Sarà bene ricordare che il governo di Mussolini sciolse nel 1925 le logge massoniche… Sarà bene anche ricordare ai novelli crociati del comunismo italiano e isolano che in tale occasione Antonio Gramsci, il quale certamente per la formazione del suo pensiero intriso di leninismo, non poteva amare troppo la Massoneria, pronunciò tuttavia in Parlamento un nobile discorso contro lo scioglimento.

Alla fine del fascismo, il G.O.I. si ricostituì nell’Italia democratica, ma data ormai la consolidata autonomia di ciascuna istituzione massonica nell’ambito di ogni singolo Stato, non si sentì la necessità di richiedere un nuovo riconoscimento della Gran Loggia inglese. Questo venne su proposta della stessa G.L.U.I., soltanto nel 1973. Dopo circa vent’anni ci risiamo e tuttavia il G.O.I. rimane l’unica, vera Massoneria regolare e storicamente valida in Italia.

A questo punto sembra doverosa e necessaria un’importante considerazione. Un’istituzione universale qual è la Massoneria; pur conservando i principi comuni e l’unità delle sue leggi fondamentali, non può non assumere caratteri particolari in relazione alle diversità storiche, culturali e religiose dei Paesi in cui si trova a operare. Una prima, grande distinzione riguarda la Massoneria dei Paesi a prevalenza protestante (Gran Bretagna, Stati Uniti, Canadà, Germania, Svezia, Norvegia e in genere i paesi di cultura anglossassone) e quelle dei Paesi cattolici (Francia, Spagna, Italia, Belgio, i Paesi sudamericani e in genere quelli di cultura latina). Il modo di agire delle logge massoniche nei due gruppi di Paesi è stato molto differente nel corso della storia moderna e contemporanea. Negli Stati protestanti la Massoneria trovava un ambiente non ostile, certamente più facile per agire, perché i suoi principi non contrastavano né con la Chiesa (in quanto la Riforma era basata sul libero esame) né con lo Stato (in genere votato alla tolleranza verso le diverse fedi); negli Stati cattolici il concetto di tolleranza verso tutte le fedi e quello della libera coscienza, apparivano subito alla Chiesa come inconciliabili con i propri principi, votati all’intolleranza, all’unità degli spiriti e all’autoritarismo in campo politico. Diventare massone nei paesi protestanti era un atto di aristocrazia culturale, circondato dal massimo rispetto; nei Paesi cattolici era (ed è ancora) un atto coraggioso, scomodo e molte volte pericoloso. Si spiega così come la Massoneria abbia prosperato nei Paesi dove la democrazia è salda e al contrario sia stata sempre perseguitata nei Paesi a regime dittatoriale o comunque autoritario o integralista, fosse quell’integralismo di matrice fascista, comunista, cattolica o islamica. (Gli esempi sono purtroppo assai numerosi: l’Italia fascista, la Germania nazista, la Spagna franchista, il Portogallo di Salazar, la Croazia di Pavelich, la Slovacchia di mons. Tiso, il Cile di Pinochet, l’Unione Sovietica e la totalità dei Paesi del “socialismo reale” – con la curiosa eccezione di Cuba dove esistono circa 300 logge massoniche –, l’Iran di Khomeini e la Libia di Gheddafi, però l’elenco potrebbe continuare). Non stupisce quindi come anche nella Repubblica italiana, nata dalle ceneri del fascismo, siano ancora una volta i corifei di queste tendenze a ingaggiare la nuova crociata contro la Libera Muratoria (i comunisti, anzi, pardon, i pidiessini, i neofascisti, le schiere integraliste del mondo politico cattolico, i razzisti di Bossi, i “retisti” di Orlando, che godono anche della benedizione dei Gesuiti).

Particolare livore contro la Massoneria si nota, specie in Sardegna, da parte degli esponenti del Partito Democratico della Sinistra (non di tutti, per fortuna). In verità, anche se il P.C.I. si chiama ora P.D.S., la mentalità di gran parte dei suoi aderenti è rimasta la stessa: sostanzialmente stalinista, intollerante e in definitiva timorosa delle libertà, laiche e delle regole democratiche di matrice occidentale. Quasi aleggiasse un bisogno insopprimibile di trovare sempre nuovi avversari, nuove vittime da giudicare e da condannare; una sorta di “stalinismo bianco” (si consenta il bisticcio tra sostantivo e attributo), che si rivela assai duro a morire. Qualche esperto di scienze psicologiche ha tentato di spiegare tanta acrimonia come una sorta di “desiderio inconscio” (reso impossibile dalla prassi) di abbeverarsi alle fonti imperiture della cultura dei “Lumi”. Ma forse non è il caso di scomodare tanto i Padri della Psicanalisi. Forse si tratta più semplicemente di una innata difficoltà a rinunciare al dogma della verità assoluta e ad accettare invece la “religione del dubbio”, la messa in discussione continua di ogni atto o idea prodotti dall’essere umano.

La testimonianza dell’anarchico Serra

L’amico Tomaso Serra, I’”anarchico di Barrali”, che fu esempio vivente di onestà, di bontà e di solidarietà verso il prossimo, ci raccontò un giorno un episodio occorsogli durante la guerra civile di Spagna, dove egli combatté contro il fascismo di Franco (per l’inciso, ricordiamo che la dirigenza della Repubblica democratica spagnola, che si difendeva contro l’alzamiento dei militari fascisti, era costituita, nella sua quasi totalità, da esponenti massoni).

Un giorno di marzo del 1937, durante una breve licenza dal fronte aragonese, Serra si trovò in un caffè di Barbastro, cittadina delI’Aragona, con Carlo Rosselli (fondatore, con Emilio Lussu, del Movimento di “Giustizia e Libertà”; i socialisti libertari dislocati nel fronte catalano-aragonese combattevano assieme agli anarchici, inquadrati nella colonna “Francisco Ascaso”) il quale, qualche mese più tardi, assieme al fratello Nello verrà assassinato dai fascisti in una località climatica francese. Ebbene, durante la conversazione, il discorso scivolò sulle recenti polemiche con i comunisti che contrastavano sempre più aspramente le iniziative politiche e militari dei Libertari nella lotta contro il fascismo. (Più tardi, i comunisti spagnoli e catalani, su ordine del Comintern, organizzeranno il massacro degli anarchici e dei libertari: fu il famoso “maggio di Barcellona”, nel quale scomparvero vittime illustri, quali il catalano Andrei Nin e l’italiano Camillo Berneri).

Alla domanda di Tomaso Serra, perché, nonostante il comune nemico, i comunisti ostacolassero la rivoluzione libertaria in Catalogna e in Aragona, Rosselli rispose: «Caro Serra, tu forse non li conosci abbastanza, come io li ho conosciuti al confino o nell’esilio a Parigi. I comunisti sono diversi dagli altri. E poi… non sanno sorridere e non posseggono il gusto dell’ironia… Non ti nego che qualche volta mi fanno paura…». Vorremmo sperare che le parole di Carlo Rosselli fossero dettate soltanto da un fugace momento di pessimismo…

Per concludere, non sappiamo a questo punto se la crociata contro la Libera Muratoria sarà coronata dai successo. Se così dovesse essere, sarà un gran brutto giorno, non solo per i Massoni, ma per tutta la democrazia italiana, così faticosamente riconquistata. E non ci si illuda che tutto si fermerà qui. Una volta messa in moto, la macchina della persecuzione continuerà fatalmente il suo inesorabile cammino.

Dopo i massoni, potrebbe essere la volta degli Ebrei o degli extracomunitari. Poi potrebbe venire, se dovesse prendere corpo un putsch autoritario, anche il turno dei partiti dell’arco costituzionale e quindi anche dei compagni del P.D.S.

Ritorna oggi di estrema attualità una celebre frase di John Donne, che Hemingway volle porre sul frontespizio del suo capolavoro letterario “Per chi suona la campana”: «Nessun uomo è un’isola, intero in se stesso. Esso è una parte della terra, un pezzo del Continente… Ogni morte d’uomo mi diminuisce, perché io partecipo dell’Umanità. Perciò, non mandare mai a chiedere per chi suona la campana. Essa suona per te».

 

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