La presunzione degli economisti, di Maurizio Ferrera

Per l’opinione pubblica i fatti che contano sono quelli che accadono nel proprio mondo quotidiano, l’unico di cui si ha esperienza immediata. Le scienze sociali non hanno rilevanza diretta sulle persone, come accade ad esempio per la medicina. I dati statistici sono come i polli di Trilussa: riassumono tendenze, ma non rappresentano nessuno in particolare. Ai cittadini comuni le teorie degli esperti suonano come semplici opinioni. Chi naviga in internet e usa i social media trova tutto e il contrario di tutto. Perché le cose dovrebbero stare come dicono «loro»: economisti, politologi, statistici, sociologi? A livello di élite, distanze e sospetti tendono ad attenuarsi. Nell’era della globalizzazione, dei social media e della politica spettacolo, tuttavia, chi governa è stretto fra due fuochi. I problemi da affrontare diventano sempre più difficili, gli elettori sempre più ondivaghi e diffidenti. Per chi sta all’opposizione e cerca facili consensi, attaccare il governo è un gioco da ragazzi: basta selezionare o manipolare le informazioni e screditare in poche frasi questa o quella «riforma». Poiché in democrazia il potere di decidere spetta a chi ha più voti, anche i partiti e i leader più responsabili finiscono per rispondere con la stessa moneta (pensiamo al dibattito sulla Brexit). La perdita di credito e reputazione riguarda in particolare l’economia. Si tratta della disciplina più sviluppata e rigorosa; si occupa di problemi scottanti come il lavoro, la crescita, le tasse, le pensioni. Gli economisti si presentano come cultori di una scienza quasi esatta, basata su modelli matematici, capace di formulare previsioni e prescrizioni. Grazie a questi e altri fattori, l’economia è la scienza sociale oggi più ascoltata dai decisori politici. La visibilità e la prossimità al potere sono però armi a doppio taglio. Consentono di influire, di «fare la differenza»; al tempo stesso attraggono il biasimo quando le cose non vanno per il verso giusto. Nell’ultimo decennio, la crisi finanziaria e la grande recessione hanno spinto la scienza economica sul banco degli imputati, n principale capo d’accusa è stato candidamente formulato dalla regina Elisabetta n in visita alla London School of Economics nel novembre 2008: professori, perché non avete previsto la crisi? Ne è nato un acceso dibattito, che ha scosso l’intera economia nella sua dimensione accademica e professionale. Le critiche principali sono tre. La prima è rivolta contro il cosiddetto «pensiero unico», la fede nel mercato e nelle sue capacità di autoregolazione. Secondo i suoi detrattori, il paradigma neoclassico ha sacrificato il realismo (la comprensione approfondita dei fenomeni) sull’altare della «stilizzazione»-analitica e del ragionamento formalizzato. I suoi modelli avrebbero fallito nel prevedere la crisi e nel suggerire come gestirla. A metà degli anni Duemila, il premio Nobel Robert Lucas dichiarava che «la questione centrale di come prevenire le depressioni economiche è stata risolta». Ancora nel 2008 un altro Nobel, Thomas Sargent, sosteneva che investitori e consumatori stavano sovrastimando la probabilità di una depressione, mentre Olivier Blanchard (capo economista del Fondo monetario internazionale) assicurava, in base a modelli matematici, che le condizioni dell’economia erano solide. La sua organizzazione sposò inizialmente la teoria dell’«austerità espansiva», salvo poi riconoscere pochi anni dopo che i tagli di spesa e gli aumenti delle tasse avevano procurato molti più danni di quanto gli economisti avessero immaginato. In Europa, la teoria dell’ordoliberalismo tedesco (pensiamo a Hans Werner Sinn) ha modellato sino ai dettagli le riforme della governance monetaria e macro-economica delTEurozona, provocando danni oggi ampiamente riconosciuti anche dagli economisti più ortodossi. f La seconda critica è invece rivolta all’eccesso di potere (diretto e indiretto) conquistato dagli economisti di professione. Le democrazie contemporanee starebbero diventando vere «econocrazie»: sistemi in cui la prospettiva e le raccomandazioni degli economisti hanno assunto una rilevanza sproporzionata rispettò all’effettivo stato delle loro conoscenze, con implicazioni potenzialmente negative sulle condizioni di vita dei cittadini e sul funzionamento della stessa democrazia. La terza critica riguarda i valori. La scienza economica si considera una disciplina tecnica, neutrale sul piano etico. In realtà — questa è la critica — non è così. Gli assunti di ogni scienza sociale sono carichi di normatività, conducono indirettamente a certi esiti distributivi rispetto ad altri. Può darsi che, come sostenuto da Lucas, «occuparsi di questioni distributive sia una delle tentazioni più dannose e velenose per chi vuol fare buona analisi economica». L’unico modo per resistere a questa tentazione è però nascondere il problema sotto il tappeto. Nel mondo reale le questioni distributive (dunque il tema delle diseguaglianze) sono ineludibili e sollevano delicate tensioni fra diverse opzioni di valore. Le critiche degli «econoscetticL» hanno dato origine a varie iniziative contro l’economia mainstream (si veda la scheda). Quesf ultima è presto passata al contrattacco, n libro di Pierre Cahuc e André Zylberberg Contro il negazionismo (Università Bocconi Editore) risponde in modo efficace ai tre capi d’accusa, n supposto «pensiero unico» neoliberista è una caricatura: nella disciplina esiste una pluralità di visioni ed approcci. Peraltro nella scienza economica è in atto una rivoluzione sperimentale, che promette di rafforzare sia il «realismo» rispetto ai fatti sia le capacità predittive. È vero che gli economisti sono spesso chiamati in causa dai politici per orientare le loro scelte. Ma le loro raccomandazioni sono sempre probabilistiche e contingenti: se fai A e il contesto è B, allora probabilmente succede C. Come bene osserva Guido Tabellini nella sua introduzione al libro, per i cittadini è difficile cogliere queste (pur fondamentali) sfumature, mentre politici e interessi organizzati spesso le sfruttano a fini di parte. Quanto aU’avalutatività, Cahuc e Zylberberg rispondono con il richiamo a Max Weber. Chi fa ricerca scientifica deve rispettare il principio della neutralità rispetto ai valori e limitarsi a comprendere e spiegare i fatti. Al di fuori della sfera scientifica, ciascuno è libero di impeCENTRO EINAUDI gnarsi nel confronto politico. Ma non può farlo delegittimando l’oggettività scientifica in quanto tale. Molti esponenti della cosiddetta economia eterodossa, specie quella a indirizzo militante, utilizzano invece proprio questa strategia «negazionista». E costruiscono il fantoccio polemico di un paradigma mainstream ammantato di scientismo, ma in realtà asservito alla finanza. Avendo in mente il contesto francese, forse Cahuc e Zylberberg esagerano un po’ sia sulla minaccia del negazionismo da parte degli eterodossi sia sul pluralismo interno alla comunità degli ortodossi. E va riconosciuto che alcuni di questi ultimi a volte cedono davvero alla tentazione di «far valere il principio di autorità scientifica anche quando non vi sono conoscenze consolidate» (per citare, di nuovo, Tabellini). Non sono da sottovalutare poi le derive econocratiche di alcune istituzioni sovranazionali (come la stessa Commissione europea). Qui la colpa non è dell’economia come disciplina, ma di quelli che Weber chiamava i «sacerdoti della scienza»: i puntigliosi custodi di saperi codificati, eretti a verità metafisiche, da applicare senza se e senza ma. Ogni scienza ha i propri sacerdoti. Ma se in una data istituzione (come il Fmi o la Commissione europea) i funzionari con formazione mainstream sono i due terzi di tutti i dipendenti, è ovvio però che il problema sia percepito, appunto, in termini di econocrazia. Andrew Haldane, capo economista della Bank of England e considerato da «Time» fra gli economisti più influenti, ha pronunciato parole molto sagge su questo. Se la conoscenza degli esperti viene disconosciuta, sarà l’intera società a soffrirne. Per evitarlo, occorre però più umiltà da parte degli esperti di economia e una loro maggiore disponibilità ad ascoltare i cittadini e i loro rappresentanti nonché a parlare con loro in modo accessibile. Più in generale, gli economisti dovrebbero essere più aperti verso altre discipline sociali, comprese quelle che si occupano (con metodi oggettivi) di valori. Le scienze «dello spirito», diceva Weber, non devono prescrivere, ma possono chiarire i significati e la relazione (a volte contraddittoria) fra diversi valori: eguaglianza e libertà, democrazia e competenza tecnica, e così via. Nella denuncia di Cahuc e Zylberberg vi è un punto allarmante, che riguarda tutti. Il negazionismo scientifico sta travalicando i confini della sfera intellettuale per entrare a testa bassa in politica. Nel dibattito pubblico attecchisce l’idea che i giudizi di fatto siano irrilevanti, che «tutto vada bene»: uno vale uno, esistono solo opinioni. La politica degenera così in un mero gioco fra poteri, in cui vince chi grida di più, chi sa parlare meglio, chi controlla l’informazione, chi cavalca le emozioni. Nessuna democrazia è immune da questi rischi: lo vediamo nell’America di Trump. Ma, considerando le propensioni ideologiche della cultura italiana, la sua refrattarietà a quello che Giovanni Sartori chiamava «pacato sapere empirico», il nostro Paese è particolarmente vulnerabile. Sappiamo che quando smarrisce la bussola della verità e dell’etica delle conseguenze, la politica diventa irresponsabile. Prima o poi lo scontro con la realtà sarà inevitabile. Nel frattempo, però, chi detiene il potere o lotta per conquistarlo può fare danni incalcolabili.

Da  LA LETTURA  de Il corriere della sera30 aprile 2018

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