La vitalità di una cultura si misura a partire dalla sua capacità di saper condividere e comunicare i propri valori, dall’apertura al dialogo con le altre culture e dal continuo desiderio di ricercare sempre nuove sintesi che sappiano coniugare tradizione e innovazione. di mons. Angelo Becciu

Testo scritto dell’intervento  di mons. Angelo Becciu per il convegno svolto nel salone del Palazzo Viceregio in occasione di “Sa Die de sa Sardigna”, 28 aprile 2018.

Mons. Angelo Becciu – Sostituto per gli Affari Generali della Segreteria di Stato del Vaticano – lo scorso 28 aprile ha celebrato con i suoi confratelli ‘Sa Missa Cantada’ nella Cattedrale di Cagliari,  su invito del Comitato per  ‘Sa Die de sa Sardigna’ e di mons. Arrigo Miglio – Arcivescovo di Cagliari e Presidente della Conferenza Episcopale Sarda. Nel corso della celebrazione della S. Messa  la partecipazione dei sacerdoti e dei fedeli è stata arricchita attraverso la parlata in sardo logudorese – utilizzato soprattutto nella predica di mons. Becciu – ed in sardo campidanese (in particolare nelle lettura del Vangelo delle Beatitudini), con l’intervento dell’algherese, del tabarkino e del gallurese nella preghiera dei fedeli e con la proposta di nuove musiche e canti..

Ne corso della successiva manifestazione civile svoltasi nel salone di Palazzo Viceregio, mons. Angelo Becciu  ha presentato dei brani della importante relazione che pubblichiamo.

In essa vengono trattati, con la chiarezza della sintesi e attraverso lo sguardo largo e lungo di chi ha responsabilità nella Chiesa universale, gli aspetti teologici, il percorso storico, gli obiettivi pastorali, i dati problematici e le scelte della Chiesa sul tema dell’utilizzo della lingua sarda nel canto, nella traduzione dei testi e  nella pubblica  preghiera della comunità.

I caratteri intrinseci del testo e la qualità dell’intervento si uniscono all’autorevolezza della fonte per rendere preziosa questa relazione. Che si aggiunge al regalo della visita di mons. Angelo Becciu al Popolo Sardo in occasione della nostra  festa.

Lo ringraziamo ancora, confermandoGli la nostra stima (Salvatore Cubeddu, direttore editoriale del sito).

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Eccellenze Reverendissime, Illustri Autorità, Gentili Signori e Signore,

 

Con le celebrazioni odierne, il nostro popolo sardo intende non solo far memoria del passato, ma soprattutto richiamare il senso profondo delle proprie radici e celebrare la sua identità. Certamente nella giornata odierna si ricorda quel famoso 28 aprile del 1794, quando, dopo il rifiuto delle istanze di maggiore autonomia e più larga presenza dei sardi nelle istituzioni pubbliche, un intero popolo si sollevò contro la Corona Sabauda costringendo il Viceré e i funzionari piemontesi a lasciare l’Isola. Eppure, al di là di quello storico avvenimento, oggi la Sardegna celebra le sue tradizioni, i suoi valori, la sua millenaria cultura, così da riscoprire quella linfa vitale che la anima e che la rende così unica e affascinante.

Nel corso della storia, le popolazioni sarde si sono contraddistinte per quei valori di onestà, fierezza, ospitalità ed anche per quella caratteristica cocciutaggine che le ha rese protagoniste di imprese ardue. Riconoscere queste nostre caratteristiche e celebrarne l’importanza non deve però condurci all’errore dell’autoreferenzialità o spingerci verso un autolesionistico isolamento. Siamo fieri, infatti, di essere isolani, ma giammai di essere isolati!

La posizione geografica dell’Isola, posta nel cuore del Mediterraneo Occidentale, le molteplici popolazioni e i tanti influssi che, nel corso della storia, si sono susseguiti nel nostro territorio, il caratteristico spirito di accoglienza, così come la vocazione turistica della Sardegna, costituiscono un pressante monito e un autentico stimolo ad aprirci al Continente, agli stessi Paesi del Mediterraneo e al Mondo. La vitalità di una cultura infatti si misura a partire dalla sua capacità di saper condividere e comunicare i propri valori, dall’apertura al dialogo con le altre culture e dal continuo desiderio di ricercare sempre nuove sintesi che sappiano coniugare tradizione e innovazione. È questo il motivo per cui la Giornata odierna ci deve spingere a guardare al futuro della Sardegna con gli occhi di chi la sogna radicata nelle sue tradizioni, ma anche vivace nella capacità di spingersi verso orizzonti sempre più ampi.

Ogni cultura, però, si esprime e si veicola attraverso una Lingua. E il sardo è una lingua neolatina che ha oltre mille anni di storia. Non sta a me ripercorrere le fasi della sua evoluzione e diffusione, posso solo accennare all’influsso che la Chiesa vi ebbe nel suo sviluppo. Non conosciamo il momento, né il punto esatto dove essa comincia ad affermarsi nelle sue forme originali ed essenziali, ma è certo che alla svolta dell’anno Mille comincia un periodo di stabilizzazione del volgare sardo in forme letterarie, che ricevono importanza anche dal fatto di essere documenti emessi dalle autorità, quali le cancellerie giudicali o le curie ecclesiastiche. Tale lingua è, a suo modo, una lingua nobile, che si distingue persino dalla lingua parlata dalla quasi totalità degli abitanti dell’Isola, che varia a seconda delle differenti zone, per non dire quasi di villaggio in villaggio.

È però nel periodo rinascimentale che si afferma sempre più la lingua sarda, grazie soprattutto all’influsso della Chiesa, la quale non poteva usare né l’italiano, né lo spagnolo per annunciare il Vangelo.

Il Concilio di Trento nel 1500 obbligò i sacerdoti a compilare i famosi 5 libri: il registro del battesimo, della cresima, del matrimonio, della morte e quello sullo status animarum. Fu questo un fatto che incrementò ancor più l’uso della lingua sarda dal momento che essi furono per lo più trascritti in tale idioma.

Nella Sardegna dei primi cinquant’anni dell’Ottocento e degli inizi del Novecento l’uso della lingua sarda, da parte di uomini di chiesa e comunque alfabetizzati, è sempre vivo e praticato, soprattutto nella predicazione. Specialmente nell’area del Logudoro memorabili sono le omelie del noto Canonico Pietro Casu di Berchidda.

La questione dell’uso della lingua sarda nella liturgia riappare alcuni decenni fa.

Infatti, in  seguito al movimento culturale di riscoperta della propria lingua, la Chiesa locale inizia a riflettere sulla possibilità di introdurre il sardo nelle Celebrazioni liturgiche. Il recente Concilio plenario Sardo ha approcciato il tema linguistico ed ha voluto aprire la strada all’utilizzo della nostra lingua vernacolare. Mi limito a una fugace sottolineatura dei punti salienti, determinati dai Padri Conciliari sardi.

Il principale rilievo riguarda “un’adeguata valorizzazione” della lingua sarda nella liturgia, in quanto “singolare strumento comunicativo della fede per il nostro popolo”.  Non solo, ma della lingua sarda si riconosce espressamente “come per suo mezzo sia stato tramandato per generazioni un grande patrimonio di fede e di sapienza cristiana, incarnate nella cultura e nella quotidianità di vita della gente dell’Isola” (CES, La Chiesa di Dio in Sardegna, 100). Tale riconoscimento sul ruolo svolto dalla nostra lingua nella storia della chiesa sarda è un esplicito impegno a conservare integro questo patrimonio di fede, intrinsecamente legato e incarnato nella cultura locale.

Il primo proposito conciliare concerne “l’uso della lingua sarda, con canti e testi opportunamente scelti, in alcuni momenti celebrativi e di preghiera, oltre che in occasioni particolari della vita delle nostre comunità”. Non sembri scontata questa indicazione, se si tiene conto dell’abbandono in larghe parti della Sardegna di testi, canti e parti della Messa una volta largamente diffusi ed usati. La strada che apre il Concilio è di una loro riscoperta e di una loro sapiente utilizzazione, in linea con le norme liturgiche, che mai le hanno soppresse, ma ne hanno semplicemente raccomandato un coerente uso.

Il secondo proposito conciliare è quello relativo a “possibili, ulteriori ampliamenti della sua utilizzazione nella liturgia”. L’ambito non detto esplicitamente è quello della traduzione dei testi propriamente liturgici e biblici. La mancata presa di posizioni definitive si può dire non è frutto dell’indecisione o di una assenza di adeguata sensibilità dei padri conciliari sardi, ma nasce dalla coerente presa di coscienza della non maturità dei tempi, soprattutto se si considera che, a differenza per esempio del friulano, il sardo presenta delle variazioni linguistiche così accentuate che rendono difficile poter esprimere in una lingua comune le diverse sensibilità.

La Conferenza Episcopale regionale, sulla scia del Concilio Sardo, ha dato impulso a provvedere alla traduzione in sardo della Sacra Scrittura e della parti fisse della Santa Messa, sia nella versione logudorese sia in quella campidanese. Mi pare di capire che i Vescovi abbiano intenzione di far preparare alcuni formulari e far approvare “ad experimentum” la Celebrazione Eucaristica in sardo.

Questa iniziativa va intesa anche alla luce della riforma liturgica promossa dal Concilio Vaticano Secondo, che ha guardato con favore all’introduzione delle lingue vernacolari nella Liturgia. Infatti, le lingue madri promuovono una miglior comprensione di ciò che la Chiesa prega e vanno accolte proprio in quanto «È ardente desiderio della madre Chiesa che tutti i fedeli vengano formati a quella piena, consapevole e attiva partecipazione alle celebrazioni liturgiche, che è richiesta dalla natura stessa della liturgia» (Sacrosanctum Concilium, n. 14).

L’applicazione di un passaggio linguistico a dei testi ufficiali della liturgia comporta, però, un salto dalla dimensione della preghiera privata alla vita di preghiera dell’intera Chiesa, che ha il suo Capo in Cristo, e ciò conferisce all’opera di traduzione responsabilità particolarmente importanti. Il compito arduo della traduzione deve badare a mantenere la piena integrità dottrinale e, secondo il genio di ogni lingua, la bellezza dei testi originali, in modo da elaborare delle traduzioni che risultino «belle» sulle labbra della santa Madre Chiesa e riflettano i tesori della fede, così come la reverenza e la gratitudine del fedele verso il suo Signore.

Sono certamente da elogiare gli sforzi volti a favorire la conservazione della lingua sarda, ma non ci si può esimere dal sottacere alcune problematicità. La prima considerazione riguarda proprio l’identità della lingua sarda, viste le differenze esistenti tra il campidanese e il logudorese. Se si accentuasse questa separazione, non si correrebbe il rischio di creare nuove divisioni persino nella nostra Isola, contribuendo a creare delle piccole isole al suo interno? L’uso della lingua sarda, infatti, non deve impedire alla Sardegna di essere una Isola aperta alle nuove sfide, né deve portarci all’isolamento culturale.

Vi è poi da riflettere su un altro dato relativo all’uso della lingua sarda: le ultime statistiche ci dicono che, nella nostra Isola, solo lo 0,6% delle famiglie parla prevalentemente il Sardo, mentre a Bolzano la lingua locale è parlata prevalentemente dal 47% della popolazione. Se da un lato, ciò ci spinge a lavorare per non smarrire il nostro patrimonio linguistico, dall’altro lato ci interroga sulla reale necessità di scrivere, comunicare e celebrare in sardo.

Inoltre, pensando alle nuove generazioni, se è certamente opportuno incoraggiare i nostri giovani a riscoprire le proprie radici, non dimentichiamo che, nel contesto odierno, essi sono chiamati a confrontarsi con il mondo esistente al di fuori dell’Isola e, per riuscire a realizzare le loro aspirazioni ed attività, hanno bisogno piuttosto di apprendere le principali lingue straniere.

Saggia è dunque la decisione della Chiesa Sarda, che consente l’uso della lingua locale in particolari circostanze e con formulari approvati, ma che non desidera creare una Chiesa isolata, marginale e autoreferenziale. Non vorrei poi che si ripetesse il pioneristico esperimento della “sardizzazione” della Santa Messa iniziata dal Prof. Raimondo Turtas, gesuita. A lui si deve un bel volumetto, intitolato Pregare in Sardo, dove sono raccolti interessanti articoli sull’uso della lingua sarda nella liturgia. Ma, negli anni in cui fu parroco nella Chiesa parrocchiale di San Paolo di Sassari, padre Turtas volle predicare in sardo e celebrava sempre la Messa delle 8 del mattino. Solo che il quartiere era abitato soprattutto da famiglie provenienti da Ittiri e le vecchiette si lamentavano perché “il suo sardo non si capiva”.

Infine, vorrei concludere questo intervento ricordando che nessuna lingua, nemmeno la più stilisticamente bella e perfetta, potrà essere strumento di preghiera liturgica, se non sarà animata da quel linguaggio del cuore, che è il solo gradito a Dio, cioè il linguaggio dell’amore. A tal proposito, sia a tutti di monito la parola dell’Apostolo nell’Inno della carità: “Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna” (1 Cor 13,1).

Questa Giornata della Sardegna ci inviti a prendere coscienza della nostra identità, a salvaguardare le nostre radici, ma anche a proseguire il cammino verso un futuro ricco di speranza, perché animato dal desiderio di tutti di rendere la nostra Isola faro di cultura e civiltà nel vasto mare dell’umanità.

 

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