A vent’anni dalla scomparsa di Paolo De Magistris, il sindaco antico con lo sguardo al futuro, di Gianfranco Murtas

Mancano poche settimane al ventesimo della morte di Paolo De Magistris, che fu sindaco di Cagliari per quasi dieci anni, dal 1967 al 1970 e poi dal 1984 al 1990. Ci lasciò dopo grandi, grandissime sofferenze fisiche, ultimo tempo di un tormentato decennio lungo il quale dovette convivere con un male aspro e con terapie continue soltanto di contenimento. Anche per questo gli ho voluto molto bene. Ero lontanissimo dalle sue idee politiche (tranne che nel breve periodo in cui ci si occupò entrambi del Movimento delle riforme, interpartitico o dillo trasversale, in accompagno all’avvio della cosiddetta Seconda Repubblica) e lontano anche da certe visioni civili della nostra società, ma pure gli ero umanamente affezionato con intensità di dedizione, a lui legato anche da comuni amori, come quelli della città bacareddiana pur fra luci e ombre.

Mi portò la sua generosa disponibilità presentando diversi miei lavori andati a stampa, da L’Edera sui bastioni. I repubblicani a Cagliari nell’età di Bacaredda (nella sala conferenze del Banco di Sardegna, giugno 1988) a Cagliari 1889. Chiesa Politica Società all’esordio dell’Unione Sarda (nel salone CasMez della Fiera internazionale, dicembre 1989), o ancora Cesare Pintus e l’Azionismo lussiano (in municipio a Cagliari, aprile 1990)… In diverse occasioni mi concesse la sua liberale collaborazione per contributi mirati all’argomento forte del saggio o della raccolta, così, oltreché in Cesare Pintus e l’Azionismo lussiano (“Virtuoso della pazienza”), anche in Titino Melis, il PSd’A mazziniano / Fancello, Siglienti, i gielle (“Le ampie visioni, il comune liberalesimo, l’esperienza di amicizia e di consentimento”), in Per Giovanni Spadolini / Per Bruno Visentini (“Scorrendo le pagine dell’Opposizione cattolica e trattando delle dismissioni militari”).

Fra il 1994 ed il 1995 feci con lui, con grande mio onore, coppia fissa per attività a mezzo fra il culturale e il sociale: sabato 12 novembre 1994 accolse il mio invito a tenere una conversazione sulla trimillenaria storia di Cagliari ai ragazzi delle due comunità di Campu’e Luas e di quella di San Mauro, tutte del circuito di Mondo X Sardegna presieduto dal padre Salvatore Morittu; da febbraio a maggio 1995 fu presente a cinque “esibizioni” pubbliche di quei ragazzi che al microfono si succedettero leggendo una selezione variata delle sue pagine migliori, quelle dedicate alle vicende civili e religiose, popolari ed amministrative della città capoluogo: così nella sala degli Amici del libro, così nel teatro di Sant’Eulalia, così nell’ipogeo di Santa Restituta, così nella chiesa trecentesca di San Domenico – onde rispettare la remota articolazione delle appendici urbane – così, infine, ancora a Campu’e Luas, il 7 maggio 1995.

Quale il senso di questa iniziativa articolata in molti momenti (altri due ne avemmo al Teatro dell’Arco della via Portoscalas)? Quello di festeggiare, insieme con il 15° ed il decennale della fondazione, rispettivamente, delle comunità di San Mauro e di Campu’e Luas appunto, i suoi 70 anni d’età (compiuti il 4 gennaio 1995), e festeggiare portando la sua produzione storica e letteraria – gustosissima, articolata in sette od otto titoli – nella sua città, nei quartieri antichi ai quali, cominciando da Castello, egli legava la sua vita di cagliaritano oltreché di amministratore; di più: portare la conoscenza di quelle pagine, forse altrimenti destinate a restare imprigionate nelle librerie poco frequentate, attraverso la mediazione, pedagogicamente azionata ed intelligente, dei comunitari isolani impegnati nel loro pieno riscatto di vita…

Quella volta che era venuto a parlarci di Cagliari e della sua storia dai fenici in qua, s’era assorbito tutto il tempo previsto in scaletta anche per il previsto botta-e-risposta con i ragazzi, per rispondere cioè alle loro curiosità particolari, per soddisfare le quali ciascuno si era prenotato. Sicché egli s’era poi prestato a rispondere per iscritto ai biglietti che, con i vari quesiti, gli avevo consegnato. Ne era venuto fuori un libretto – Cagliari nostra il titolo – in cui avevo anche potuto riportare lo sbobinato della sua conversazione. Il corredo delle domande-e-risposte si rivelò non meno brillante e gustoso.

A quel libretto feci poi seguito con un secondo – Cagliari nostra 2, anch’esso uscito nel 1995 – che andò a completare l’opera, ricomprendendo i testi letti dal palcoscenico nella sequenza delle serate teatrali al sindaco dedicate, toto corde, dai ragazzi di Mondo X.

Aggiungerei che, all’indomani della sua morte, nella edizione 1998-1999 di Partenia in Callari, potei onorare la memoria di Paolo De Magistris con un capitolone di otto pagine che alla condivisa esperienza comunitaria faceva diretto riferimento, anche con un ampio supporto fotografico, bella testimonianza di una relazione non formale ma ricca di sentimento e sostanza.

Già su L’Unione Sarda del 17 agosto 1998 avevo potuto evocare quei momenti di mille giorni prima e così m’era venuto di iniziare il pezzo: «Per una singolare coincidenza, nella quale è bello vedere un significato, la stessa mattina dei funerali del compianto, carissimo Paolo De Magistris e nell’attesa dell’arrivo della salma già onorata presso l’ospedale di Is Mirrionis, i ragazzi della comunità di San Mauro compivano una visita guidata alla cattedrale, luogo della cerimonia…».

Ancora ne scrissi ricordandolo ventenne coprotagonista di quell’opera promossa dall’arcivescovo Piovella, tesa a ripristinare i canali informativi fra i soldati sardi dispersi nelle diverse regioni del continente, nel tempo di guerra, e le loro famiglie preoccupate o allarmate nell’Isola: «Circa 50.000 messaggi distribuiti, oltre 40.000 quelli spediti, e alcune centinaia quelli comunicati alla radio, ivi comprese le “preziose” comunicazioni di nomi captati a radio Mosca. In succinto i dati principali della nostra fatica di 18 mesi…». De Magistris 19-20enne nell’episcopio del capoluogo…

In altre occasioni ancora, sulla stampa (magari su Chorus il 1° dicembre 2005 e il 15 maggio 2008, rispettivamente con “Presepi domestici e canti di novene nella Cagliari che non c’è più” e “Dieci anni fa la morte di don Paolo De Magistris de Castella. Quando la scrittura è una vocazione”) o al microfono per qualche circostanza promossa da amici del laicato cattolico, da Alberto Lecis a Paolo Matta (così alla chiesa del Monte il 2 dicembre 1999 – in staffetta con Lucio Artizzu, Lorenzo del Piano, Bruno Soriga ed Enzo Usai – e così a Selargius, a casa Putzu, il 17 febbraio 2001, per la presentazione della prima edizione di Ancu ti currat sa giustizia. Quindici dozzine di modi di dire e di frasi fatte, a cara di Paolo Matta)… la ricca personalità di Paolo De Magistris mi fu presente e sempre cercai di onorarla, per quel molto che meritava. Tanto più in quest’ultimo ventennio.

Riproporrò, appena possibile, questi due ultimi interventi, passati a suo tempo ad un libro di diffusione soltanto amicale – Ricerche Ricordi Riflessioni Anno 2001 – che detti alle stampe appunto nel 2001, e quindi quasi inibiti alla più larga condivisione…

Domenica 8 giugno 2008, nel decennale della sua scomparsa e del nostro lutto, ebbi la fortuna di poter allestire un reading nel teatro di Sant’Eulalia. Collaborarono gli attori del gruppo “Cagliari si risveglia”, e potemmo ripresentare alla città i gioielli della prosa e della poesia di Paolo De Magistris. Potemmo anche proiettare un suo video, lui che leggeva i propri versi. Un’autentica goduria, un’emozione forte. Potemmo allora anche regalare a numerosi spettatori – ne convennero forse centocinquanta – una copia del libro-intervista del 1989.

 

E’ di epoca più recente, coincidendo con il periodo della ingiusta e arrogante estromissione di don Mario Cugusi dalla presidenza parrocchiale di Sant’Eulalia – e dunque collocabile fra l’autunno 2009 e il gennaio-febbraio 2011 –, lo sfortunato tentativo di salvataggio, come fondo librario unitario, della biblioteca personale di Paolo De Magistris in una sede del centro storico cagliaritano: autorizzato dal figlio di don Paolo, Luigi, mi ci provai, non senza sacrifici di varia natura, in un appartamento messomi a disposizione, in comodato gratuito, dalla Congregazione del SS. Sacramento nella Marina, facente capo storicamente alla collegiata di Sant’Eulalia. Il presidente Cappai mi parve liberale all’inizio – e peraltro m’impegnai io a compensare tanta generosità con l’offerta di una ricerca inedita sulla storia quattro volte secolare della Congregazione –, ma, un anno e qualche mese dopo avermela concessa, egli mi revocò l’ospitalità (non motivando la decisione, come peraltro era suo diritto) costringendomi a decidere, in pochi giorni, quale sorte dare al fondo. Ritenni allora di girare a una benemerita fondazione culturale quale è quella villacidrese intitolata a Giuseppe Dessì circa duemila volumi. Chiesi in cambio che i testi, una volta censiti, conservassero la loro unitarietà e il titolo intestatario di “Paolo De Magistris” e fossero incoraggiati, da parte della Fondazione, gli studi e magari le tesi di laurea sulle storiche relazioni fra il capoluogo e quel centro che, nel medio Campidano, aveva costituito per lungo tempo, fra Ottocento e primo Novecento, la sponda ideale e materiale delle migliori relazioni provinciali di Cagliari: così per la consolidata pratica delle villeggiature o delle residenze temporanee di famiglie e titolari di uffici pubblici amministrativi e giudiziari, e per il contro per l’offerta dei suoi migliori alla grande città: il professor Loru fu anche sindaco di Cagliari, prima dell’unità, oltreché, dopo l’unità, preside di Giurisprudenza e rettore della università; rettore fu anche il professor Todde, celebrato economista di fama nazionale (fu lui ad ospitare d’Annunzio nel 1882 in paese!); consigliere provinciale di combattimento e pubblicista/editore dell’Eco dei Comuni della Sardegna fu l’avvocato Fulgheri; fu descrittore in versi della Cagliari belle époque il giovane Ignazio Cogotti, che si laureò con il sindaco  Bacaredda e fu a sua volta sindaco del suo paese…

Un incontro, cento incontri con don Paolo

Avevo incrociato la prima volta quest’uomo importante, dopo aver letto il suo lungo contributo su “Bacaredda amministratore” nel volume collettaneo stampato dal Comune nella ricorrenza del cinquantenario della morte del grande sindaco della nostra belle époque (titolo soltanto Ottone Bacaredda), nel 1972, impegnato com’ero, giovanissimo, in una ricerca su alcune vicende sarde del Partito Popolare Italiano di don Sturzo. La conoscenza reciproca, nella rispettiva discrezione, fra l’anziano e il giovane proseguì per quasi tre lustri, ma a distanza, magari nelle celebrazioni solenni in duomo, o (il sabato) fra i lunghi tavoli della biblioteca universitaria ancora allogata nella sala settecentesca, o magari occasionalmente nei passeggi stradali del centro storico, fino a che, nell’estate 1986, un primo evento, o soltanto un primo… vento, mosse le carte. Un mio articolo uscito su L’Unione Sarda l’8 giugno sullo stato della Chiesa locale (“Quella Chiesa ‘smarrita’”) aveva aperto un dibattito a molte voci durato svariate settimane, e fra quelle voci, certamente fra le più autorevoli, si fece sentire, il 1° agosto – dopo aver udita nuovamente la mia il 29 luglio (“Se la Chiesa non è ‘nella’ città”), quella di Paolo De Magistris: «Non so se l’Arcivescovo o la Curia intendano fare precisazioni(credo che ne potrebbero proporre più di una) alle considerazioni di Gianfranco Murtas apparse su queste colonne … Non so neanche se sarà apprezzato che, da laico, ne azzardi io a tirarne già qualcuna, ma ci tento ugualmente perché credo che alcune tirate siano, pur nella correttezza formale abilmente garantita, così aspre e acri che meritino qualche precisazione…».

Cambiarono i temi in ottobre, ma mi capitò nuovamente di incrociare il mio passo con quello del sindaco per una sua uscita – che ritenni (e ritengo) infelice – circa pretese (e naturalmente oscure) influenze massoniche sull’Amministrazione civica: il che mi indusse a prendere pubblica posizione avversaria. Uscì un mio primo articolo che, in quanto a lodevoli “medici dei poveri”, pareggiava all’indiscusso ed ammirevole don Mondino De Magistris – cattolico confessionale – il dottor Angelo Garau – repubblicano e massone. Per dire del permanente bisogno di conciliazione sopra ogni dottrinarismo o dogmatismo.

Tale sforzo proseguì, sul piano tutto pubblicistico, ancora sulla terza pagina e su quella delle opinioni de L’Unione Sarda, con svariate puntate che cercarono di riprendere, forse per la prima volta, i fili di nobiltà civica e patriottica, ma anche umanitaria e sociale, della Libera Muratoria sarda. Fra il molto altro, anche un mio intervento titolato dal direttore Crivelli “Non è inconciliabile la Regione con la Fede”, replicando, poco dopo, alcune riflessioni più orientate alla politica e alle responsabilità istituzionali, su La Nuova Sardegna.

Soltanto a latere, per curiosità o gusto dei paradossi, mi verrebbe qui di annotare che di un massone o prossimo tale, e di gran livello umano e intellettuale, fu allievo don Paolo nella sua prima età, proprio nella scuola elementare di Santa Caterina: perché in quarta classe egli venne affidato al maestro Luigi Pani, che era allora una istituzione, nel livello della primaria, a Cagliari. Marmillese di Barumini, classe 1891, dopo tanta cattedra di trincea ebbe nel secondo dopoguerra una più prosaica scrivania al Provveditorato; l’iniziazione la ricevette nel 1947 e mostrò sempre, insieme con un carattere deciso, un certo scrupolo d’interesse verso la ritualità liberomuratoria; maturò, in parallelo, una fede politica social-comunista ed una grande e speciale amicizia manifestò per Giuseppe Marongiu, di militanza sardista, il mitico “Ercolino” della presidenza dello scientifico Pacinotti e poi del classico Siotto, che portò infatti nella sua loggia portante il titolo distintivo di “Risorgimento”…

“Incamerato” e superato l’episodio (graditissimo) della presentazione, da parte sua, in chiave tutta bacareddiana, della mia Edera sui bastioni – auspice del suo intervento l’amico comune Marcello Tuveri –, i rapporti si intensificarono con un singolare doppio binario: di prossimità umana (e magari anche religiosa) e di distanza politica e ideologica. E quando, concordando l’impresa con Paolo Matta, s’impostò, alla fine del 1988, un libro-intervista con il sindaco, i rapporti si fecero frequenti e intensi con incontri (al registratore) nel suo ufficio al primo piano del palazzo municipale ed anche nell’aula consiliare (con appunti scritti), perfino nel corso delle lunghe (e forse troppo lunghe) discussioni su questa o quella questione.

Venne così il libro Un uomo, il sindaco. De Magistris, presentato nel febbraio 1989, all’Auditorium, da Umberto Cardia, Enrico Marongiu ed Antonio Romagnino. In platea almeno centocinquanta persone, in prima fila quattro vescovi. Con tutta umiltà, quando lo potei accompagnare al palco come per concludere la serata, De Magistris somigliò se stesso a quel certo «generale mezzo sordo» che Trilussa richiama nei versi di “La cicatrice” – una composizione poetica inclusa nella silloge La gente – associato allo stesso tavolino di «un professore de latino, un maestro de musica, un barbiere» presso la comune trattoria serale. Quell’ «l’impronte / d’una ferita che ciaveva in fronte / mischiata co’ le rughe der pensiero», quella cicatrice che aveva fatto pensare a tutti ad imprese gloriose di guerra magari nel ciclo dell’indipendenza nazionale e agli ordini di Garibaldi, s’era rivelata infine per prodotta da cause assai banali: «fu precisamente in una festa: / mentre ballavo con un bersajere, / povero Checco me tirò un bicchiere /  e io je detti una bottija in testa: / lo presi in fronte, disgrazziatamente, / e je restò lo sfreggio permanente!». Per dire, da parte del sindaco ancora in carica, di una ammirazione ricevuta ma non meritata. Ma era invece meritata davvero.

Nel 1991 (e già però dieci anni prima in un altro ciclo televisivo e in altra emittente) ebbi ospite Paolo De Magistris in un programma da me curato e diffuso dalle antenne di Sardegna Uno (titolo della trasmissione Zibaldone). Intervistato come autore di libri ed articoli dalla redazione in plenum, nuovamente intervistato sulla sua poetica in lingua sarda e invitato a farsi egli stesso lettore dei sui versi in una bella sera estiva, lungo la distensiva passeggiata di Buoncammino.

Nel 2003, proprio mentre si congedava dalla diocesi l’arcivescovo Ottorino Pietro Alberti, uscì il terzo volume di Miscellanea ieri e oggi, raccolta di saggi ed articoli che, all’insegna di Una Chiesa in cammino. Storie e Personaggi, don Gianfranco Zuncheddu approntò coinvolgendo una cinquantina di studiosi e autori. Fui richiesto di un contributo proprio su Paolo De Magistris per lumeggiare, secondo le mie capacità, la sua ricca e complessa personalità di uomo di Chiesa, non soltanto della politica e degli studi (e ricordo che fu ministrante, laico incaricato di portare l’ostia consacrata tanto più nelle case dei malati). Consegnai il mio intervento dal titolo “Paolo De Magistris un uomo ‘qualunque’ sul moggio sociale”. Eccone qui di seguito il testo, offerto qui come anticipazione di altri con i quali spero di poter onorare la sua gratissima memoria.

Un uomo “qualunque” sul moggio sociale

«Sono un uomo qualunque che le situazioni hanno portato, sia come attività lavorativa sia nella vita politica, e prima nella vita dei movimenti culturali e politici, a posizione di fiaccola sopra il moggio. Ma mi reputo proprio un uomo della strada. Grato al Signore di avere un patrimonio di ascendenze morali, culturali, religiose, di sensibilità, abbastanza caratteristico, anche vincolante. Per il resto… sono consapevole dei miei limiti». Così Paolo De Magistris, ancora pochi anni prima della sua dolorosa scomparsa da questo mondo, definisce se stesso.

Gli sono stato vicino per alcuni anni, più intensamente, e in vario modo, negli ultimi dieci della sua vicenda umana. Ho patito con lui, quanto e come mi viene difficile riferire, per quel che la Provvidenza – stella polare della sua persona (intelligenza, esperienza, spiritualità) fin dal giorno in cui apri gli occhi all’esistente – gli chiese, nella sua estrema stagione: allora, per concludere, riempiendolo definitivamente di senso, e con la dignità (mai attenuata) di sempre, il tragitto assegnatogli.

Immediatamente prima aveva confidato: «Avverto intensamente, qualche volta penosamente, il confronto tra la grandezza del proprio essere ed agire e la vocazione trascendente all’eterno, all’atemporale, dilemma e angoscia che nascono dal dubbio che il mio agire, perché sensibile alle spinte del sentimento, possa essere di intralcio ad un progetto provvidenziale che è sì affidato alla mia libera risposta, ma che presuppone una risposta adesiva. E’ il tremendo monito del qui creavit te sine te, non salvabit te sine te. E questo ispira un certo atteggiamento di preghiera. Almeno di quella che si rivolge, con le parole del Pubblicano: “Signore, abbi pietà di me peccatore”».

Biografare l’uomo “pubblico” non è forse impresa di speciale difficoltà. Perché parlano per lui i fatti che sono di diffusa conoscenza, che contano i testimoni e restano documentati sui giornali e nelle carte degli archivi. E anche l’aspetto privato, personale e familiare, della sua vita può trovare una relativa facilità di riscontri perché, di norma, l’intreccio dei rapporti attivati con cerchie non esigue, né insignificanti, concede spontanea occasione di associare tassello a tassello dell’ideale mosaico.

Paolo De Magistris risponde in pieno al modello. Anche di più, direi: perché, nonostante l’innata riservatezza (e forse timidezza), egli si è esercitato, per tutta la sua intensa e virtuosa esistenza, a “concedersi” all’altro che abbia voluto incontrarlo per conoscerlo. Mai, forse, assumendo lui l’iniziativa, ma sempre rendendosi disponibile al dialogo, direi alla esplorazione – discreta ma effettiva – della sua persona. Anche di quella parte più intima del suo vissuto che egli si è dato, pronto, quando richiesto, a socializzare.

Una scommessa di generosità

Perché? Non per tratto caratteriale. Al contrario. Perché, anzi, ha voluto come ribaltare, per scommessa di generosità e tensione autoeducativa, il corso naturale della sua indole. Per questo e anche perché dagli ambienti che hanno contribuito a formarne la personalità – e famiglia e associazionismo cattolico della Cagliari anni ’20 e ’30 – egli ha assunto, e poi originalmente sviluppato, l’idea della “relazione” come espressione autentica di umanità.

In questo, aggiungo, io ho visto anche un terzo fattore, pure esso costitutivo del suo essere e, dunque, del suo rivelarsi a noi che ne abbiamo incrociato il passo: la elaborazione seria, profonda, analitica di ragioni e di conseguenze, della sua vocazione di vita. Questa vocazione: la laicità.

Come anche chiamarla questa sua laicità vocazionale? Come definirla questa sua avvertita chiamata a spendere, con senso proprio e pieno, l’esistenza nel dato contesto e di luogo e di tempo? Risponderei così: essa si configura come una immersione piena nella complessità sociale, terrestre, mondana; a cui è normale e giusto offrire il supporto, direi il servizio, di efficaci chiavi interpretative che soltanto nella cultura hanno matrice e sede; e che associano conoscenze cd esperienze umanistiche e tecniche, di tecnica amministrativa od economica, riflessioni filosofiche ed elaborazioni letterarie o storiche (e anche memorialistiche), mirati e competenti approcci alle problematiche della modernità, appunto dell’oggi e qui.

Riservatezza e, insieme, palcoscenico. Per dovere: «… ho cominciato a lavorare in Sardegna Cattolica nel 1945; l’abitudine a parlare in pubblico e ad affrontare temi determinati viene addirittura da più lontano: la Congregazione mariana, la FUCI, la Gioventù di Azione cattolica, la Democrazia cristiana (comizi fin dal 1946)… Poi, nel tempo, è nata la passione per le “cronache”, sia familiari sia cittadine e, quindi, lo stimolo a far conoscere agli altri quel che si è conquistato colla lettura, colla ricerca, colla giustapposizione di dati e documenti… ho avuto un’invincibile vergogna quando si è trattato di far circolare uno stampato con su il proprio nome…

Un cattolico liberale

Questa laicità si gioca, in Paolo De Magistris, su più livelli, e consente una bella lettura biografica del protagonista.

Il primo livello è la consapevolezza del valore della tradizione nel suo inscindibile nesso, per portato stesso di storia, con il valore della trasformazione. E dunque ecco – per restare alle categorie più consuete – il De Magistris insieme conservatore e riformatore, o magari soltanto “risistematore” gradualista. Con un accenno appena di scetticismo, e pessimismo, eco lontana di un qualche impulso giansenista che deve pur esserci stato nel ramo antico piemontese della famiglia paterna. Conservatore ma non fermo, mai; in marcia invece, mosso però soltanto, esclusivamente, da un “perché” chiaramente plausibile, dalla riconosciuta validità cioè di una motivazione, dalla partecipe convinzione o condivisione di un certo senso del fare nuovo, di un traguardo significativo cui tendere.

Il secondo livello è la capacità, razionale e misurata, di piegare una propria propensione a fare associazione, o schieramento, fra sodali per evidente imprinting etico e culturale, a un più importante disegno che esiga, o anche soltanto suggerisca, apporti più larghi, alleanze variegate per i soggetti che le formano. E d’altronde appartiene alla stessa dottrina umanistica cattolica quella comportamentale che sublimemente fu press’a poco così rappresentata dallo Spadolini nel suo celebrato “Papato socialista”: più si è radicati nelle proprie certezze di scuola, meno appare scontato temere le sperimentazioni o – per dirla in positivo – più e meglio si può percorrere le strade arrischiate del nuovo.

Un ulteriore livello della laicità di De Magistris si gioca nell’ambito ecclesiale, perché il protagonismo dei soggetti associativi sulla scena sociale e culturale cui egli si è abituato fin dalla sua prima infanzia (nella e attorno alla cattedrale castellana di Santa Maria) è da lui evidentemente, ed a ragione, riconosciuto nel valore della sua autonomia e, per logica conseguenza, nella originalità del suo rapporto con l’organizzazione clericale. Carisma autentico che si relaziona con altro carisma autentico, proprio nello spirito evangelico dei talenti e dei doni, e secondo anche la tradizione – invero non sempre netta e pura – della Chiesa romana e dei suoi vertici. Valga il discorso, lungo gli anni ’20 e ’30, e anche successivi, per i circoli dell’Azione cattolica o dopo per la Congregazione mariana o la FUCI.

E aggiungerei, marcando anzi una specificità di nuova modernità conciliare nella “gran vigna” della rappresentazione neotestamentaria, che anche l’ordine minore del lettorato da lui richiesto ed ottenuto nella tarda età (lettore e ministro straordinario dell’Eucarestia, con la missione anche di portare l’ostia consacrata nelle case degli impediti, vecchi e malati di Castello), è espressione di un senso grande e largo della Chiesa che è assemblea di vita, vivificata dalla Parola ma strutturata secondo le opportunità concesse dai tempi particolari e le cui risorse operative s’identificano essenzialmente nella ricca varietà dell’apporto sociale, dalle famiglie e dai mestieri insomma.

Ora sono quasi tre lustri mi capitò di registrare, insieme con Paolo Matta, una lunga intervista con Paolo De Magistris, tutta tesa fra il suo privato e l’orizzonte vasto della sua visione di amministratore, fra il richiamo – che si rivelò tutto riflessione e rielaborazione – di ascendenze familiari e d’ambiente ideale e sentimentale anche più remoto, e il percorso più attuale della sua pubblica responsabilità, con uno sguardo anche alla città in divenire, e alla politica nella società e negli ordinamenti futuri.

Confidenze d’un anticonformista

La conversazione, condotta in più tempi e prolungatasi certamente e abbondantemente in più d’una decina di ore, integrata anche da appunti scritti a mano e fedelmente riportati nel libro destinato a raccogliere quel nostro domandare e quel suo sempre esauriente rispondere, mi ha lasciato diverse impressioni e convinzioni. Dico di tutto, al di là delle emozioni transeunti.

La prima – impressione e convinzione insieme – è appunto questa combinazione fra il tratto personale e quello intellettuale: fra sincerità e liberalismo. La franchezza si sposa ad un anticonvenzionalismo o anticonformismo che sorprende, che smarca chi lo avrebbe fatto di una pasta mentre deve ora riconoscere che è di un’altra pasta.

Viene visto come clericale e lo si scopre bacareddiano. Lui rivendica il tratto “balleriano” nella sua formazione – è l’ascendenza materna, quella dei Ballero, che gli darà i geni dell’indipendenza di giudizio – ed implicitamente afferma che nella storia della sua città il contributo dei liberali di sangue cattolico (ma altri avrebbe detto: cattolici di sangue liberale, marcando il dato dell’appartenenza ecclesiale) è antico e s’è rivelato fecondo per le sorti amministrative della maggiore collettività urbana dell’Isola.

In questo egli introduce, di fatto, un altro messaggio: che, pur nei tempi così gravemente mutati, quei migliori che sono venuti dalle esperienze dell’associazionismo cattolico, e per studi o pratica hanno maturato competenze per il governo del Comune, o di superiori ambiti amministrativi, hanno titolo non soltanto formale all’esercizio del mandato elettorale: perché hanno senso dello Stato non minore di quello che, per segno di ideologia, si dice abbiano i cosiddetti “laici” (termine equivoco quant’altri mai, presente soltanto in Italia, e si capisce: io preferisco riferirmi ad essi, ai “laici”, attribuendo piuttosto la loro esatta qualifica storica: liberali, o democratici, o socialisti, filoni ideali fra loro distinti, talvolta concorrenti, talaltra in rapporto di combinazione e di filiazione, come per esempio è stato con il radicalismo, o il laburismo, ecc.).

In politica con esprit de finesse

De Magistris rivendica, e giustamente, l’originalità dell’esperienza politica dei cattolici organizzati nell’Italia del secondo dopoguerra e per quasi mezzo secolo da allora. Ne vede i limiti, e da pragmatico – un lusso che si può permettere, proprio per quanto si è detto dello stretto suo ancoraggio ideale e religioso – non sa pensare alla politica che in termini di alleanza tra formazioni di tradizione teorica diversa, degasperianamente.

E’ sua la seguente riflessione: «Fatte salve evidenti differenze storiche, le situazioni in qualche modo si ripetono. Nel senso almeno che in certi casi si realizzano intese fra schieramenti che in radice potrebbero sembrare antitetici e che, invece, a fronte di determinati obiettivi sono disponibili, per dirla con Giovanni XXIII, a cercare ciò che unisce e non ciò che divide». Per aggiungere subito dopo, come per precisare e completare, che l’intesa nel fare non può mai significare abbandono delle proprie posizioni, e prima ancora la perdita del gusto per l’originalità che è semmai dote autentica portata a un più largo schieramento che possa realizzarsi in talune circostanze. Dunque, autonomia intellettuale e libertà anticonformista. Dice, sempre riferendo di sé e delle proprie propensioni: «In secondo luogo che, evidentemente discende “per li rami”, una certa indipendenza di giudizio, un certo sapore acuto di libertà d’atteggiamento e – infine – una vivissima percezione del limite oltre il quale non si può andare nel conciliare l’inconciliabile o nel mediare a qualunque costo…».

La sensibilità sociale lo fa degasperiano, benché egli appartenga, per evidente dato anagrafico, a una generazione successiva a quella del leader cattolico che guidò, con saggezza e lungimiranza, la politica di ricostruzione della Nazione piagata dalla guerra e da vent’anni di dittatura. Quella DC che si definisce partito di centro – interclassista cioè – che guarda “a sinistra”. Così De Gasperi; qui a Cagliari, per lunghi anni la Democrazia Cristiana – non sempre rappresentazione del meglio della società, e talvolta rappresentazione anzi del peggio – ha in Paolo De Magistris uno degli esponenti “progettuali”, che guardano in prospettiva, al divenire, restando però attenti al “come”. L’esperienza di burocrate, di uomo che conosce l’apparato, le norme e le procedure, è fattore che entra in rapporto necessariamente dialettico con l’applicazione, che è fatto di cultura più scoperto, al disegno di quel che la città dovrà essere: del suo divenire urbanistico, degli assetti più funzionali del sistema dei servizi, per esempio nei raccordi territoriali con altre amministrazioni e altri enti, ecc.

Il ripasso, pur in velocità e soltanto per stralci, di quel lungo racconto di se stesso – o meglio, di quella parte che dà conto dei suoi percorsi formativi – offerto, per il tramite di due giovani amici, al vasto pubblico potenziale, consente di ricostruire la vicenda umana di una personalità certamente fra le più eminenti della Sardegna (non soltanto politica) del Novecento. E’ testimonianza, ma – per quanto di umana moralità sottende alla specifica esperienza o da essa scaturisce – vale anche come modello.

Don Mondino, la casa, le ascendenze

«Chiamarsi De Magistris a Cagliari significa sicuramente un vantaggio ma anche un grande peso, perché c’è il confronto inevitabile con alcuni dei familiari che hanno conferito un certo valore a questo cognome. Per esempio, mio padre, cui la gente ha attribuito il titolo di “medico dei poveri”. Non solo era a buon prezzo negli onorari, ma era anche molto caritatevole. Moltissimi, tutt’oggi, continuano a ricordare che non solo li curava, ma li aiutava con le medicine, con le cose da mangiare se le diete erano speciali. Che avesse una difficoltà estrema nel farsi pagare e a valutare la sua prestazione lo confessava lui stesso. Poco tempo prima di morire, quando cioè aveva già sessant’anni di esercizio intenso, dieci-dodici ore al giorno, ci disse che ancora, al momento di chiedere l’onorario per una visita, avrebbe preferito sprofondare… Tanti rammentano di essersi sentiti richiedere, al termine di una visita, cinque lire, quando il consulto d’un medico costava cinquanta o cento lire. A uno domandò: “Tu cosa fai?” e alla sua risposta “Sono studente” ridusse ulteriormente la tariffa: “Allora due lire”…

«Noi, in quella casa (di via Lamarmora), attraverso successioni che collegano la famiglia di mio padre alla sua linea materna, di madre in madre cioè, ci siamo, diciamo, 250 anni. In origine pare fosse una delle tante case della famiglia Amat, nella quale peraltro sono confluiti diversi nuclei, quindi può darsi che l’origine sia davvero remota… Dagli Amat è andata a finire alla famiglia dei Nin di San Tommaso, di origine ebraica, ebrei provenzali, di Carcassona per l’esattezza. Una di queste Nin di San Tommaso si è sposata con un Roberti, il quale ha avuto un esercito di figlie, di cui una ha sposato mio nonno De Magistris. Per un’iscrizione, una pietra con stemma che abbiamo nello scantinato, ritengo fondatamente che la casa risalga al XVI secolo. E’ stata poi rimaneggiata dal Cima, all’epoca appunto del matrimonio Nin-Roberti. Anche questo è un fatto databile, nel 1836. Quindi la configurazione attuale è quella data dal Cima…

«Le memorie della famiglia paterna noi non le abbiamo tanto da papà quanto da mia madre. Era lei la depositaria dei ricordi aviti. Mio padre, non che non tenesse alla famiglia “storica”, ai ricordi, ma era un uomo che aveva un po’ tagliato.., lui era medico e non… archivista. La sua vita era la medicina ma devo aggiungere, trattandosi di lui, un accenno alla sua cultura. Era un uomo di grandi letture, scientifiche, teologiche, soprattutto di apologetica. In italiano, francese, inglese e tedesco. I libri più frequenti erano in tedesco… Ogni volta che aveva la possibilità di andare a Roma, faceva visite alla Herder, alla Desclée e comprava questi libri in francese, inglese e tedesco…

«Il soggetto delle conversazioni (con i miei fratelli) è il riandare indietro… Mio figlio conosce, ma appartiene a un mondo diverso. Invece uno dei figli di quello che è attualmente il primogenito, di Edoardo, Carlo, vive in pieno l’atmosfera… dei secoli… Anche i figli di Ignazio, soprattutto Gianni e Carlo, ci tengono. Chi era molto, molto De Magistris era il figlio di mia sorella, Francesco, purtroppo scomparso prematuramente. Quando scrissi un librettino proprio di ambiente familiare, mi disse: “Mi hai fatto male”. Era sensibilissimo. L’avevo fatto soffrire: perché gli avevo fatto rivivere un ambiente che lui si accorgeva essere perduto…

«Nel frattempo è morto Ignazio, e prima di lui Casimiro, per quanto mi riguarda è morta mia moglie, anche lei una De Magistris, mia sorella è “morta civile”. Siamo rimasti io ed Edoardo a riandare indietro con la memoria ai tempi perduti… Vorrei aggiungere un particolare: mio padre si è sposato che non era più giovanissimo, quindi il primo figlio gli è nato quando aveva trentasette anni, e l’ultimo, Luigi, quando ne aveva cinquantatré. Di modo che anche se siamo di memoria abbastanza precoce, i primi interessi che possono aver portato a chiacchierare con papà di queste cose di casa sono venuti fuori quando lui era già press’a poco sessantenne. Altro passo indietro: mio padre ha convissuto con suo nonno, il Roberti sindaco di Cagliari, che era nato nel 1809, che aveva conosciuto Napoleone, che era stato alla battaglia di Tripoli con Carlo X di Francia, con Carlo Alberto. Noi come memoria diretta di casa, senza mediazioni, andiamo alla Restaurazione…

«Avere oggi un’eredità nobiliare non ha sicuramente e non può avere nessuno dei sensi che può avere avuto prima. Intanto, se la nobiltà è il corrispettivo anche del potere feudale, e in questo del possesso fondiario, abbiamo la fortuna che da due generazioni non possediamo il becco di una lira. La casa dove abito, punto e basta. Quindi già questa è una profonda differenza. Non ha, per queste nostre famiglie, mai avuto neanche quel senso di casta separata che può aver avuto, e forse in qualche situazione ha ancora, non certo a Cagliari, mentre conserva aspetti che io giudico indubbiamente positivi, che sono una specie di sesto senso, un senso innato al possesso ed alla coltivazione di alcuni valori: la tradizione, un certo atteggiamento mentale che porta a non curarsi de minimis, il distacco, per esempio, dall’amore alla ricchezza…

«Una delle caratteristiche del padrone era la prodigalità. In un senso certamente errato, omnia habentes tamquam nihil possidentes. Ecco, noi per fortuna di questa mentalità abbiamo avuto solo l’aspetto positivo, cioè l’ “austera povertà” vissuta, grazie all’insegnamento di nostro padre, cioè un “vero valore”. Allora, che senso può avere adesso la nobiltà? Il senso dell’impegno a conservare un certo modo di concepire la vita, i rapporti umani e i valori intellettuali e morali. A parte la fallibilità e la peccabilità individuale, oltre che peccato contro la legge di Dio, certi comportamenti sono peccato anche contro la legge familiare, un tralignamento da uno stile. Per il resto non conta niente, anche se in realtà, in una fascia almeno della popolazione, la seduzione resta…

Le doppie elementari nel Castello che fu

«Dei vecchi abitanti castellani, e intendo dall’aristocratico a su bastasciu de sa prazzitta, che erano i due poli, praticamente non c’è più nessuno. Nessuno. Anche quella fascia di artigiani che era radicata e inserita nel tessuto sociale del quartiere non esiste più. Il rapporto, in origine, era di assoluta integrazione, di assoluta familiarità confidenziale. Per esempio era normale, e per noi non ha mai posto problemi di nessun genere, che il ciabattino, col quale ci si dava del tu, ci mandasse a lire le commissioni: “Bai compramì is sigarettas“, questa era ordinaria amministrazione. I nostri compagni di scuola: io ero compagno di un figlio dei marchesi Aymerich, ma ero anche compagno del figlio della carbonaia. Ma compagno-amico. Aggiungiamo il fatto poi del rapporto che passava con papà, per cui non abbiamo mai fatto differenze. Erano semmai gli altri ad avvertire, o immaginare, queste differenze. Quando è morto papà, insieme con migliaia di altre persone, è venuta una donnetta, tutt’ora in vita, ottuagenaria, con la quale eravamo in affettuosissima relazione, che ci ha detto: “Eh, nosus seus diversus“. Perché ha visto la morte di questo patriarca, che per noi era un fatto evidentemente doloroso, non accompagnato dagli attitirus, dai dismaius. Oggi di tutta questa popolazione che in gran parte, fra l’altro, aveva rapporti interfamiliari di diverse generazioni, perché erano figli della cuoca, del carrozziere, non c’è rimasto quasi nessuno. Altri e diversi sono gli abitanti dei sottani di Castello, i vecchi magazzeni un tempo popolati dai domestici che mettevano su famiglia e chiedevano la cortesia di poter andare ad abitarli…

«Io e tutti i miei fratelli abbiamo iniziato le scuole in privato, dalle suore del Conservatorio della Provvidenza, cui fra l’altro ci legava un ricordo famigliare, perché la trasformazione da collegio dei nobili a collegio delle orfanelle (infatti per noi è rimasto sempre Is orfanellas) è avvenuto quando era viceré mio trisnonno, il babbo del sindaco Roberti… Ci aveva fatto le scuole mio padre: quindi c’era questo legame. Io ci ho frequentato la prima, seconda e terza elementare. Luigi, che è il più piccolo, ha fatto in tempo a frequentarci il primo biennio. Ignazio viceversa ha fatto tutte le cinque classi, così come mia sorella. Nel 1934 avevano deciso di non prendere più maschi. I maschi eravamo noi di otto-nove anni. E allora sono passato alla scuola di Santa Caterina, dove ho frequentato le ultime due classi…

«Ricordo perfettamente le maestre, una… è viva, Maria Leo, la sorella del sindaco Pietro Leo, che è stata mia insegnante in prima elementare. Avevo come compagno Luigi Pintor, col quale sono stato insieme nel banco fino alla quinta ginnasio. Tanti altri, Guido Figus, che insegna architettura all’università, tanti.., tra l’altro mia moglie che, ricordo, mi aveva recato uno dei più grandi dispiaceri della mia vita. Avevo disegnato una di quelle navi che in genere disegnano i bambini, tutta occhi, saranno stati mille oblò in questa nave. Io, sicuro di aver prodotto un capolavoro, gliel’avevo mostrata, ma lei con un giudizio lapidario mi aveva “smontato”… Era mia cugina. Anche se, pur essendo cugini di primo grado, non è che avessimo molti rapporti. La conoscenza che poi ha portato addirittura al matrimonio è avvenuta dopo…

«Ho un ricordo straordinario di quei tre anni passati al Conservatorio della Provvidenza, perché abbiamo avuto sia questa signorina laica, che la suora insegnante, bravissima, una capacità didattica notevolissima, di cui mi sono reso conto andando poi in quarta alla scuola pubblica. Certamente favorito dal fatto che anche in casa avevamo un ambiente propizio: eravamo grandi lettori già da allora, leggevamo tutto; conversazioni con papà e mamma… Mamma era una donna che aveva fatto un corso di studi tutto sommato modesto, come era per le donne allora, che aveva però integrato con la lingua francese, con la pittura, il ricamo, la musica, e poi era una grande lettrice, con una enorme passione per la storia, che accompagnava con una memoria spaventosa, e quindi ha contribuito molto anche lei ad aprirci questi orizzonti…

«A Santa Caterina ho avuto due bravissimi insegnanti, uno in quarta – Luigi Pani – che successivamente dovette lasciare per problemi familiari, il quale mi aveva preso a benvolere e voleva assolutamente che io andassi a casa sua a fare i compiti la sera; in quinta poi ho avuto un insegnante che era un’istituzione. L’avevano già avuto tutti i miei fratelli più grandi, si chiamava maestro Vargiu. Religiosissimo, ci aveva insegnato il latino, le preghiere in latino, didatta sia per consuetudine che per lunghissima carriera e forse per preparazione. E arrivando in prima ginnasio noi eravamo enormemente avanti rispetto agli altri. Noi avevamo, per esempio, già fatto tutta l’analisi logica. Ecco, di questo insegnante ricordo un particolare: il 21 gennaio 1935 era caduta a Cagliari, dopo vent’anni, la neve. Mentre eravamo a scuola non ci aveva permesso di guardarla dalla finestra. E pensare che noi non avevamo mai visto la neve in vita nostra. Maestro Vargiu aveva come soprannome “piluca farsa” (parrucca falsa). Egli era anche l’operatore del cinema, nello scantinato della scuola, di cui a noi concedevano di visitare solo la parte destinata alla proiezione. Era invece top secret una parte in cui – secondo una diceria che le generazioni degli alunni si tramandavano – doveva esserci una balena imbalsamata, che però nessuno aveva mai visto. Maestro Vargiu governava le proiezioni: ed era un grande moralista. Quando in qualche pellicola c’erano scene che lui riteneva scabrose (per esempio un bacio tra marito e moglie), allora infilava un cartone davanti alla macchina. Con la conclusione scontata che tutti i bambini che avevano già visto il film (noi non andavamo al cinema), e sapevano benissimo che a quel punto c’era la scena osé, si scatenavano in abbondanti grida e fischi… Ricordo perfettamente il direttore didattico, il professor Efisio Floris…

Le incursioni in Castedd’e basciu, e il ginnasio

«Cagliari era essenzialmente Castello. Tra l’altro resisteva ancora, per lo meno a casa, la distinzione cosa de Castedd’e basciu, un riferimento a certe attitudini di vita soprattutto della borghesia. Era una riflessione di aristocratici riferita alla borghesia mercantile di via Roma. Però avevamo già dei motivi per uscire dal Castello, per esempio alcune tradizionali festività: la fiera di Bonaria, era una specie di kermesse che richiamava tutte queste famiglie, banchi di vendita, il thé. San Pietro dei pescatori, eravamo immancabili a questa festa. Sant’Efisio: la chiesa di Giorgino è della famiglia di mia madre, e noi andavamo alla vestizione di Sant’Efisio a Giorgino. I parenti, i fratelli di mia madre abitavano in piazza Martiri. Le commissioni: comprare i vestiti da Castangia o Ferrucci, la cancelleria da Dessì. Tra l’altro c’era tutta una graduazione: il permesso di allontanarci era in proporzione all’età. A sei anni non potevamo andare oltre sa prazzitta, a otto anni il limite era piazza Martiri, dove venivamo spediti a comprare la cosiddetta “merceria”. Credo che nessuna donna sia stata più attiva di mia madre, che dalla mattina presto alla notte lavorava a maglia, a ricamo, a rammendo, quindi era frequentissima l’occasione: “Bai and’è Lippi, e mi compras scatulas de cotton perlé“. C’erano queste occasioni di parentela, di esigenze di vita, di motivazioni anche religiose, festa di qui o di là. Io per esempio non l’ho mai conosciuta, ma la famiglia materna di mio padre, sempre per via di questi Nin di San Tommaso, andava alla festa di San Tommaso nella chiesa di Sant’Agostino, dove i frati poi offrivano la cioccolata. Pur essendo separati, eravamo anche integrati. E’ chiaro che la scuola l’avevamo a Castello, la parrocchia era lì, la passeggiata a Buoncammino, il Giardino pubblico, il Bastione… tutto era a un passo da casa…

«Quelle secolari diversità (degli abitanti delle “appendici”) erano evidenti anche per un bambino. Una ricamatrice straordinaria abitava in via San Giacomo, sa calara ‘e Bicchiri, che è quella che da San Cesello va a San Domenico. Io ricordo benissimo, in frequenti occasioni, questo andare da Maria Pitzalis, e sentirla parlare in un modo che non era il nostro. Non solo la pronuncia, ma le parole stesse, il lessico era diverso…

«Il ginnasio l’ho dovuto frequentare nelle scalette del Sepolcro: a giugno detti l’esame di ammissione nel vecchio San Giuseppe, e ricordo che avevo le febbri maltesi; a settembre la scuola si trasferì alla Marina: il preside era il professor Angelo Oliverio, noto come “conch’e boi“. I compagni del ginnasio provenivano da un’area geografica diversa, urbana. Di scuole medie allora ce n’erano due a Cagliari: il ginnasio “Siotto” ed il ginnasio “Dettori”, poi c’erano gli avviamenti e le scuole tecniche. Quindi tutta Cagliari veniva lì e avevamo compagni di San Benedetto, di Sant’Avendrace, di Bonaria. A dieci anni, e a nove Luigi, abbiamo cominciato a frequentare la Congregazione mariana. Quindi tutto un altro mondo, un altro genere di relazioni. Abbiamo fatto a tempo, seppure per poco, a conoscer la sede di via Caprera, prima di trasferirci nella sagrestia della chiesa di San Michele. Di qui era poi scesa in via Portoscalas. Quindi già un altro motivo, arrivare in via Caprera, lontano, attraversare il Corso… Poi sui tredici anni siamo diventati assidui della presidenza diocesana dell’Azione cattolica: allora addirittura siamo usciti da Cagliari, con le visite ai paesi, alle parrocchie… era il 1938…

L’obbligo tassativo della parlata sarda

«Papà, che essendo di famiglia piemontese col padre parlava in piemontese (tanto erano piemontesi!), non ci permetteva, anzi, lo dico più drasticamente, ci proibiva di parlar in italiano. Dovevamo parlare il sardo: un po’, forse, perché era la lingua di casta, ma poi perché mio padre conosceva alla perfezione il sardo, proprio profondamente, lessico compreso. Si infuriava per esempio quando sentiva le domestiche già italianizzanti. Era un uomo calmissimo, ma allora perdeva le staffe: “Si narara aicci!”… Non era un vezzo, ma proprio un modo di vivere. Peraltro condiviso da molte famiglie del centro cittadino, non nobili. La rottura è avvenuta con la borghesia mercantile, giustificata dal fatto che normalmente essa era di origine non cagliaritana…

«Io sono culturalmente sardo. Soffro dei limiti del sardismo, ma sono sardissimo… Sono incapace di rivolgere la parola a mio fratello o a mia sorella in italiano. Mi sembrerebbe di dire bugie, di fingere. Con mio figlio, che pure conosce il sardo, lo capisce perfettamente, che culturalmente è interessato, avendo passione per la linguistica comparata, no, e c’è una spiegazione. Siccome con mia moglie non potevamo conversare in sardo perché suo padre e sua madre parlavano tra di loro in italiano, e dunque lei conosceva alla perfezione il sardo ma non le era naturale parlarlo, ecco che nostro figlio, suo malgrado, ha dovuto – diciamo così – rompere la tradizione… Con i miei fratelli parlo in sardo, così coi miei cugini, con alcuni nipoti, con gli amici residui di infanzia, e aggiungo che certe cose le penso in sardo. Ho stampato recentemente certe rievocazioni, ricordi che stringono il cuore, di abitudini, feste, scritte in sardo perché pensate in sardo: sono pensieri, situazioni in cui è trascritta la vita…

Chierichetto in duomo e “fanciullo” dell’Azione cattolica

«Sono stato battezzato nella Cattedrale, probabilmente quando era già parroco il canonico Uras, che proveniva da Sant’Anna, un santo, semplice, un po’ contadinesco ma zelantissimo… Quella che doveva essere la mia madrina si era ammalata e allora mi portò al fonte una delle Amat, quella che ha compiuto cento anni lo scorso dicembre, e che poi è stata la mia insegnante di catechismo. Quindi noi abbiamo vissuto attivamente la vita parrocchiale, e nel 1930 ci siamo iscritti — io e Luigi al gruppo dei chierichetti. Prima c’erano dei ragazzini che aiutavano i sacristi, ma erano proprio degli aiutanti dei sacristi, “assoldati”. E si chiamavano, con un bellissimo nome di origine spagnola, sardizzato nella pronunzia, monesigliu, da monaguillo, monachino. E invece, proprio nel 1930, fu costituito il primo gruppo dei chierichetti: classica vestitina rossa, la mantelletta di velluto, le righe dorate… E contemporaneamente facevamo parte del gruppo dei “fanciulli cattolici”, tant’è che nel maggio 1931, in modo adeguato all’età – io avevo sei anni, Luigi cinque – siamo stati vittime anche noi delle prepotenze fasciste scatenate contro l’Azione cattolica, perché andavamo ogni settimana alla cosiddetta “adunanza”, e così anche quel giorno, mi pare un martedì, quando incontrammo, in sede, due questurini: “A casa, oggi niente lezione”…

«Le lezioni si tenevano nei locali costruiti, sopra il circolo San Saturnino, da monsignor Piovella come sede catechistica e di ritiri… con accesso dalla via Fossario, realizzati su quello che in antico era il carcere ecclesiastico. Allora i “fanciulli cattolici” erano giurisdizione del gruppo “donne”…

«Ricordo monsignor Piovella, giunto a Cagliari nel 1920: era una figura di supremazia assoluta, si imponeva anche per la sua mole esterna, solenne, ma soprattutto, naturalmente, per la pastoralità, per la bontà. Rispettatissimo anche dai non praticanti. A Cagliari… salvo la situazione del maggio 1931, quando la polizia dovette ubbidire a ordini superiori esterni, non c’è mai stata una vera e propria rottura, appunto per via del rispetto che anche le gerarchie fasciste nutrivano per l’arcivescovo e la sua autorevolezza morale. Infatti si svolse pacificamente a Cagliari nel 1932 il congresso della FUCI, con la presenza vigilissima della polizia ma senza alcun problema. L’unico episodio di qualche rilievo fu che sporcarono la porta dell’ingresso della Federazione, in via Università, con lo sterco scrivendoci “Non FUCI ma FECI”. Con un’eleganza tutta fascista…

«La Cattedrale era il nostro mondo, come ambiente sia fisico che umano. In Cattedrale ho ricevuto la prima comunione, poi la cresima. Sono stato cresimato nel 1931, il 6 gennaio, da monsignor Cogoni, consacrato vescovo due giorni prima…

Alla Congregazione mariana

«Non essendoci in Castello ancora un’associazione di Azione cattolica parrocchiale per i giovani, il nostro impegno in organizzazioni cattoliche è avvenuto nella Congregazione mariana. Dico nostro perché la mia vita è inseparabile da quella di mio fratello Luigi, tant’è che tutti ci credevano gemelli, nonostante la differenza fisica. Nel 1935, in quell’epoca e per molti anni ancora, l’iscrizione alla Congregazione comportava automaticamente l’iscrizione all’Azione cattolica. La vita associativa consisteva soprattutto nella cultura religiosa: allora c’era proprio la lezione regolare, settimanale, di catechismo, in termini però già un po’ più approfonditi, evoluti. Ricordo che usavamo un testo, pubblicato da Marietti, di un professore dell’università cattolica di Lovanio, monsignor Lauly, che sviluppava il catechismo romano ma ovviamente non a domanda e risposta, ma con delle vere e proprie lezioni, ed era diviso in cicli, durava quattro anni. La Congregazione era allora molto gerarchizzata: corso preparatorio, quadriennio ginnasiale, secondo quadriennio, comprendente la quinta ginnasio e le tre classi del liceo classico, infine il ciclo universitario. E io ho avuto dei maestri eccezionali, per esempio padre Bacigalupo, uomo straordinario di cultura, di spirito, col quale siamo rimasti poi, per lungo tempo, in contatto epistolare…

«Verso il 1939-40 i gesuiti avevano ottenuto la retrocessione di una parte del loro ex convento dell’ospedale militare, in via Portoscalas, e c’eravamo trasferiti lì, dove poi rimasero gli Artieri… Quando sono entrato io, “prefetto” era Agostino Cerioni, c’era Efisio Corrias, c’erano tanti che poi hanno fatto carriera politica o insegnanti, perché era in certo qual modo un’associazione di élite, non tanto di casta, ma di cultura. E aleggiava ancora la mitologia dei vecchi fondatori. Io ho fatto in tempo a conoscere Carlo Vassallo di Castiglione… Questo Vassallo io l’ho conosciuto liceale, poi s’era iscritto all’università, ma a vent’anni è morto di tisi. Era considerato un santino. Uno di quelli che ho avuto come direttore della Congregazione, padre Greppi, che poi è stato rettore del seminario regionale, ne ha scritto la biografia. In Congregazione avevano messo la sua immagine all’ingresso della sede…

«Si faceva, anche se io non vi ho mai partecipato direttamente, molta attività filodrammatica. Vi erano impegnati i fratelli Cerioni, Efisio Corrias, il futuro generale Costa, ecc. C’era una bella biblioteca, ricca era pure la sezione letteraria, c’era Verne anche se non Salgari, rigorosamente bandito, così come a casa. Io non ho mai letto un libro di Salgari. Chi prendeva in prestito un libro di lettura varia era però obbligato a prendere anche un testo di religione e al momento di restituirlo si veniva interrogati. Per me e per Luigi, che eravamo lettori accaniti e andavamo a prender un libro al giorno, voleva dire leggerne due al giorno, naturalmente a scapito delle letture scolastiche: vivevamo un po’ di rendita familiare, quindi senza eccessiva assiduità ai libri di scuola…

«C’era anche un’attività di svago: biliardo, ping-pong, calcio-balilla (venuto di moda allora), dama, scacchi, mentre erano bandite le carte… Io e Luigi frequentavamo le lezioni, assistevamo anche con abbastanza divertimento alla filodrammatica, soprattutto nel periodo delle prove. Non abbiamo perciò mai toccato un gioco. Ignoravamo cosa volesse dire giocare. Ci piaceva di più il crocchio, il chiacchierare…

«Io adesso non sarei in grado di dire che cosa di specifico devo al padre Bacigalupo o a Vittorio Berta. L’uomo sedimenta tutto. Ho “metabolizzato” l’esperienza dell’Azione cattolica, della FUCI, le altre… Nella scuola io sono stato, nel primo triennio del ginnasio, con Amicarelli. Legato ancora ai vecchi metodi didattici: picchiava di santa ragione! Però era un grande maestro, un grande pedagogo, come Pietro Melis peraltro. Col quale poi mi sono trovato – lui assessore, io direttore dell’Assessorato – legato con un’amicizia profondissima risalente alla mia prima adolescenza… Alla FUCI sono arrivato nel 1944. Ho dato l’esame di maturità classica nel giugno del 1944 e mi sono poi iscritto alla facoltà di Giurisprudenza…

Lo sfollamento, ricordi di un UNPA liceale, la maturità

«Sino al 28 febbraio 1943 ero in città. Ho preso in pieno i bombardamenti del 7, 17 e 26 febbraio. Appunto il 26 febbraio, mio fratello, che in quel momento era richiamato alle armi ma comunque era capo di gabinetto della Prefettura, si era reso conto che le cose stavano diventando difficili e ci aveva fatto partire. Abbiamo preso il diretto delle Reali, destinazione Nuoro. Dove andavamo senza sapere cosa avremmo trovato. La scelta di Nuoro era stata dettata dal fatto che con mio fratello (già capo di gabinetto del prefetto Orrù) vi erano pure stati, per ragioni d’ufficio o civile o militare, diversi parenti, e precisamente due zii materni, uno vice prefetto e uno richiamato alle armi. Quindi s’era detto: “Può darsi che lì, con tutti questi appoggi, riusciamo in qualche modo a sistemarci”. In realtà siamo arrivati, a mezzanotte, senza neppure sapere dove alloggiare. Meno male che, per la stessa ragione, emigrava a Nuoro una famiglia originaria di lì, benché residente a Cagliari. Si trattava di clienti di papà, che per la notte ci ospitarono in casa loro. Noi siamo partiti da Cagliari a mezzogiorno del 28. Quando eravamo a Decimo ci raggiunse la notizia che stavano bombardando la città e infatti il treno immediatamente successivo al nostro fu colpito. Qualcuno che ci aveva visto avviarci alla stazione si era convinto che fossimo rimasti anche noi vittime del bombardamento. E l’indomani a Nuoro ci raggiunse la notizia che eravamo morti…

«Io facevo parte degli UNPA del liceo “Dettori”, avevo l’elmetto, nell’illusione che si vincesse col gioco. Di norma “bruciavamo” – per tradizione di famiglia – le adunate del sabato fascista al campo della GIL… Il lunedì bisognava portare a scuola un libretto, di cui eravamo forniti, con timbro e firma del capo manipolo o capo legione, che attestava come il sabato avessimo partecipato all’adunata. Il nostro capo era un certo Orrù, che aveva una firma imitabilissima… C’era il problema del timbro. Allora la biblioteca della Congregazione aveva un timbro per marcare i libri e avevamo escogitato un sistema per cui, facendolo un po’ ruotare, le lettere scomparivano.., dunque timbro e firma ed ecco il libretto a posto. Salvo quando avevamo interesse a far vela, vela legalizzata. Perché allora ci presentavamo senza libretto e ci mandavano via di scuola.

«Questa allegra brigata era costituita da me, mio fratello Ignazio, l’altro fratello Luigi… ecco, quindi, io ho dato la maturità nel giugno del ’44. Allora c’era un unico scritto di italiano, e ricordo perfettamente che il tema fu questo: “Roma è stata liberata: dite le vostre impressioni quando avete appreso la notizia”. L’ingresso a Roma è stato il 4 giugno 1944, io diedi l’esame qualche giorno dopo… Avevo fatto un tema molto poco patriottardo e bellicista, così come avevo fatto qualche mese prima, in terza liceo, a Mogoro, con un tema assegnatoci dal professor Dessanay, che insegnava storia e filosofia ma che era stato incaricato anche della cattedra di lettere. E mi riferisco a mesi prima della caduta del fascismo. Io svolsi l’argomento in senso antifascista e, infatti, quando Dessanay, secondo abitudine, portò a scuola i compiti corretti, mi chiamò da parte dicendomi: “Hai fatto un bel tema, ma non farmi più scherzi del genere”. Non so come la cosa si riseppe ma Sanna-Randaccio, il vecchio deputato radicale e massone, volle leggere questo mio compito e mi regalò un pacchetto di “Macedonia”. Io allora fumavo e avere un pacchetto di sigarette che non solo si compravano sfuse ma addirittura si commerciavano al mercato nero, era considerato una gran fortuna…

Lezioni e conferenze della FUCI anni ’40

«Nel 1944 sono approdato alla FUCI trovando come assistente monsignor Melas, futuro vescovo di Nuoro… Monsignor Melas era un uomo eccezionale, in primo luogo per la bontà, e poi per la cura e la pazienza con cui ci seguiva. E anche per la generosità: erano tempi di fame nera e lui riusciva a portare via un po’ di pane dal seminario… Di notte, risalendo dalla cena, veniva con questo pane e ce Io dava. Quel pane rappresentava un tesoro, avevamo fame, fame, fame. La FUCI era in via Università, nel seminario, a palazzo Belgrano, la porticina che adesso è l’ingresso di servizio della biblioteca universitaria, e avevamo come sede l’ex cappella del Tridentino, che monsignor Piovella aveva trasferito da un’altra parte…

«L’attività della Federazione era essenzialmente culturale. Il gioco si può dire che non c’era, con qualche rara eccezione per gli scacchi. Seguivamo, secondo la logica del ciclo, i testi di teologia di monsignor Guano. Il sabato c’era il commento al Vangelo, fatto da noi, mentre la lezione ce la teneva l’assistente. Lui ci forniva i testi (storia della Chiesa, esegesi biblica, ecc.), ma il commento lo dovevamo fare noi. Una volta la settimana c’era il gruppo culturale, sui testi forniti dalla presidenza centrale, divisi per facoltà universitaria. Anche lì il testo era annuale, ogni anno c’era un argomento, e ancora i protagonisti eravamo noi, non l’assistente.

«Quando sono entrato io era presidente Ernesto Dessì, poi era diventato presidente Luigi mio fratello, e poi io, quando Luigi si fece seminarista… Intanto frequentavano ancora gli anziani, già laureati ma rimasti ancora alla FUCI (esisteva il Movimento laureati ma molti rimanevano fedeli alla FUCI): Enrico Marongiu, il chimico professor Achenza, il medico Enrico Papoff, Benedetto Porcella… e fra le donne Mariolina Maxia, Maria Grazia Pintor, Grazia Demelas… Ricordo moltissimi dei ragazzi di Iglesias e Oristano, quelli di Sassari che venivano a frequentare facoltà che non esistevano nella loro città: Lettere e filosofia, Matematica… ricordo i contatti con i fucini di Nuoro e di Sassari…

«Facevamo molta attività culturale per l’esterno, organizzavamo delle manifestazioni: ricordo conferenze di professor Belluigi, preside di Ingegneria, che parlò splendidamente sul tema “Determinismo, indeterminismo e libero arbitrio”; ricordo conferenze di Giusso, Lazzarini. Avevamo organizzato a tamburo battente tutta una serie di conferenze sulla Humani generis, quindi tutto il problema dell’evoluzionismo, del filogenismo, chiamando tutti i professori delle facoltà scientifiche e di Filosofia. Per la Settimana sociale riuscimmo a portare a Cagliari Fanfani, Dossetti, La Pira e Lazzati, nel 1947…

Repubblicano e democristiano

«Votai per la Costituente, non per il referendum, non avevo l’età [?]. Quindi non ebbi il problema di coscienza di scegliere fra repubblica e monarchia. Ma personalmente eravamo, io e i miei fratelli, il gruppo dei piccoli, tutti per la repubblica. Infatti Ignazio votò per la repubblica e anch’io, se avessi votato, avrei votato per la repubblica. Con grande scandalo di una certa cerchia di parenti, decisamente monarchici, che ci considerarono un po’ traditori…

«L’appartenenza alla Federazione universitaria cattolica favorì, a parte le scelte individuali, come fatto di consequenzialità culturale, il passaggio e l’impegno nella Democrazia cristiana. Ernesto Dessì ed io ci siamo susseguiti negli incarichi (fu lui prima alla FUCI e poi delegato dei gruppi giovanili, io presi il suo posto alla FUCI e poi lo presi fra i gruppi giovanili DC), e costituivamo il gruppo dei “rompiscatole”, ci vedevano un po’ così, perché appunto portatori di un’apertura politica maggiore di quella dei vecchi popolari, a cui però bisognava riconoscere il merito di aver mantenuto il filo della tradizione politica dei cattolici. Se non ci fossero stati i vecchi popolari non sarebbe nata la DC. Non parlo solo in campo nazionale, pensando ai De Gasperi, ai Tupini, ma anche localmente. La DC a Cagliari è rinata perché c’era Amicarelli…

«Nel giugno del 1943, durante un viaggio faticosissimo, dallo sfollamento da Lanusei, feci tappa a Dolianova, dove era riparata la famiglia Sanjust e quindi Amicarelli, che era marito di una Sanjust. Ho già ricordato che fu mio insegnante, io lo avevo conosciuto anche come presidente della giunta diocesana di AC. Capitato a Dolianova, mi chiamò, con fare molto segreto, in un angolo e mi fece vedere la circolare con cui De Gasperi gli inviava il primo materiale incaricandolo di provvedere alla ricostruzione del partito: le famose “linee ricostruttive”. Già era stato deciso il nome del partito. Quindi io ho preso i contatti iniziali prima del 25 luglio. Poi ci fu l’iscrizione formale. La mia prima tessera è del 1944. La DC è nata a Cagliari in un locale del palazzo Balletto… Nel marzo 1946, quando ci sono state le prime elezioni comunali, mi cercarono per la candidatura. Mi cercò proprio Amicarelli per dirmi che avevano pensato a me per le amministrative. Al telefono rispose Ignazio che disse: “No, Paolo non c’è. Mi candido io”. E in effetti fu candidato e fu anche eletto…

Bacareddiano, non soltanto guelfo

«E’ vero che c’era e che c’è un sottofondo guelfo. Una delle glorie del parentado sono certi anziani che erano ufficiali e che con l’entrata in Roma si sono dimessi; mio nonno ha lasciato questa sorta di testamento morale: “Morrò senza aver dato venti centesimi a un giornale non cattolico”. Questo era il clima… Io ho anche un ceppo demo-liberale da parte di mia madre. Il babbo e i fratelli di mia madre erano bacareddiani. Tanto il padre di mia madre quanto uno dei fratelli sono stati anche assessori con Bacaredda. Addirittura questo zio è stato pro-sindaco durante il periodo della malattia di Bacaredda e per un po’ di tempo dopo la sua morte. Ed erano dichiaratamente sostenitori del liberalesimo. Quindi il mito di Bacaredda in casa pesava. Però era schiacciante la prevalenza della parte cattolica: i miei nonni paterni, ma soprattutto il conte Sanjust, che era fratello di mia nonna e cugino in primo grado di mio nonno…

«Questa certa quale influenza del ramo materno è servita ad alimentare un po’ quella sorta di indipendenza di giudizio che ci ha portato spesso in posizione critica nei confronti dell’apparato ufficiale o anche dello schematismo dottrinario ufficiale della DC. Certamente non sui punti essenziali, che sono condivisi in pieno. Possiamo parlare semmai di uno “spiritello”, e lo vorrei esprimere con una frase detta a me, parlando di Ignazio, da Titino Melis, col quale i miei rapporti erano un po’ tempestosi al Consiglio comunale. Ma un giorno, chiacchierando, se ne uscì con una frase che riconosco veritiera: “Nonostante la militanza partitica, uno nella DC e uno nel PSd’Az., il fondamento comune è il liberalesimo, inteso come culto dei valori della libertà, il rispetto degli altri, la civiltà dei valori insomma”…

Giornalista ventenne

«Nel 1944 aveva ripreso le pubblicazioni il settimanale della Curia, La Sardegna Cattolica, con la direzione del canonico Lai Pedroni, dopo la parentesi di don Lepori. Lepori era stato nominato direttore proprio per attutire i possibili conflitti col regime. Il canonico Lai Pedroni era uomo di grandissima intelligenza e quindi aveva ridato a La Sardegna Cattolica un tono abbastanza vivace, con interessi alla politica, non interessi politici ma alla politica. Ho cominciato la mia carriera di giornalista proprio con il canonico Lai Pedroni in La Sardegna Cattolica, prima come correttore di bozze, e ho finito facendolo dalla prima parola all’ultima, quando l’ormai anziano direttore mi aveva detto. “Beh, adesso occupatene tu”. Purtroppo fu soppresso per favorire la nascita del Quotidiano Sardo. Può dirsi: lacrimae rerum… ».

Soltanto chi ama la scrittura, e ne esercita l’arte, può comprendere l’intima missione che ad essa si attribuisce, anche come traccia di un passaggio negletto, ignoto ai più, forse, ma degno di un riconoscimento quando che sia. Chi affida alla carta il suo segreto ha una percezione importante del tempo che tutti accoglie e dissolve e rigenera e una percezione non meno importante, e delicata, di quel che l’esprit de geometrie qualificherebbe piccolo e trascurabile, e invece l’esprit de finesse rivaluterebbe per i contenuti intrinseci. Come il messaggio inserito in una bottiglia dispersa nell’oceano, giungono a noi anni e decine d’anni dopo – e potrebbero essere secoli – le cronache dei fatti chiusi nelle pieghe dell’attenzione sociale, forse neppure mai colti nella loro significatività.

De Magistris confida anche qualche tratto di quelle sue giovanili esperienze giornalistiche e gli viene anche spontaneo marcare una differenza di sensibilità, e di cifra, fra i suoi “modi” e quelli invalsi in un certo giornalismo moderno, anche locale, meno propenso alla selettività, o meno prudente, o meno rispettoso delle altrui sensibilità…, che prende l’”altro” per farne spettacolo, e tutto ciò in nome di una supposta indipendenza da ogni potere condizionante…

«lo ho fatto il giornalista, e, quando ho smesso di farlo, ho collaborato, in certi momenti anche con una certa quale continuità. Ma forse per questo ho una mia visione del giornalismo che mi porta a contestarne un certo genere, ormai affermatosi per la maggiore. Non mi arrogo il diritto di insegnare niente, ma… Io credo che non sia giustificabile che riferire le notizie deva ubbidire soltanto a regole tese a mettere in risalto gli errori, le incapacità, il sospetto di interessi men che puliti, e che abbiano sempre e soltanto ragione “gli altri”. Dico di più: contesto il metodo di approvvigionamento del materiale. Non è possibile che si usi soltanto il canale del sotterfugio, dell’indiscrezione. Io credo che esistano regole che vanno rispettate anche se si sacrifica lo scoop…

«Quando la stampa mette in evidenza fatti reali adempie a un dovere di educazione. Io dico che non adempie a una funzione educativa quando per principio denigra, critica, censura, ridicolizza, mette alla berlina… Quello che io non concedo al giornalista è il preconcetto, la distorsione che riesce a cavare giudizi negativi sempre e comunque…».

Percorsi formativi di un uomo e di un cristiano

Biografare l’uomo pubblico, ho asserito all’inizio, è impresa relativamente agevole. L’intento di questo mio contributo è stato quello, però, non di assolvere a tale compito “agevole”, oltre che, nel caso specifico, “gradevole”, ma di fornire elementi di più mirata conoscenza dell’iter formativo, della personalità spirituale ed intellettuale di Paolo De Magistris. Facendo parlare lui stesso e semmai accompagnandone le confidenze con una nota – soltanto una nota – di forse necessaria esplicitazione di quanto è soltanto accennato, di inquadramento della sua testimonianza, per non dire di interpretazione dei suoi perché e dei suoi come. Che è quanto afferisce, evidentemente, al suo mondo più intimo, alla tavola dei suoi valori di coscienza, ai cardini orientativi della sua vita.

«Viviamo in un’epoca che ha ripudiato i valori, gli assoluti, confondendo la libertà con il relativismo e l’apertura intellettuale con il sincretismo, ma soprattutto, tendendo a far a meno di ingombranti vincoli, compresi quelli della tradizione, fino ad arrivare, come è stato detto, alla dissoluzione della ideologia. Vorrei dire che “ideologia” è una parola sfortunata: dal significato di valore intellettuale, di idea trascendente, è passata al significato spregiativo di idea preconcetta o di idea labile. E’ frutto, tutto questo, della “massificazione”, da un lato, e dell’indifferentismo, del materialismo pratico, quello di chi non vede oltre gli status symbol, delle mode, degli edonismi del consumismo, delle passionalità da strapazzo, dall’altro…».

Ad un aspetto cruciale dei suoi approdi – questo sul fronte magico dell’attività di ricerca e scrittura – ho già abbondantemente dedicato studio e relazioni, soprattutto (ma non solo) nel quaderno Cagliari Nostra 2, in cui ho, nell’anno 1995, riferito minutamente di una esperienza “intensiva” che con De Magistris ho condiviso, fra novembre 1994 e maggio 1995, all’interno delle comunità del polo cagliaritano di Mondo X Sardegna, ma aperte poi anche alla città, che in essa si è fatta coinvolgere volentieri.

Dovevo qui svolgere un excursus, necessariamente breve, più o meno sottotraccia, rivelatore dei passaggi principali e di snodo di quel percorso formativo, interiore, personale, e poi civile, nella galassia dell’associazionismo, completandolo semmai con il richiamo a talune riflessioni di consuntivo esistenziale affacciate dallo stesso protagonista nelle circostanze colloquiali di cui ho innanzi riferito.

Il funzionario regionale dell’Industria – per lunghi anni direttore dell’assessorato –, il responsabile amministrativo di comparti municipali e sindaco, anche, in stagioni diverse della vicenda politica del capoluogo: nei primissimi anni ’60, nell’era ancora centrista e moderata cioè dei Brotzu; a cavallo fra ’60 e ’70 (in tempo per ricevere a Cagliari il pontefice Paolo VI, così legato anche alla biografia culturale di De Magistris, per quell’antico ufficio dì assistente della FUCI ricoperto dall’allora giovane sacerdote bresciano, che fu in città nel 1928 e nel 1932, la seconda volta per la celebrazione del congresso nazionale dell’organizzazione universitaria); dal 1984 al 1990 infine – passando per una riconferma elettorale di grande risultato e significato – quando tutto il suo impegno è volto a un doppio obiettivo, traduzione esemplare dei caratteri dell’uomo e dell’amministratore: l’equilibrio del bilancio municipale e la prospettiva dell’autorità intercomunale in chiave di area metropolitana. Come a dire: ordine in casa e progettazione del nuovo. Perfetto bacareddiano.

Queste sono le linee di una ricerca biografica che dovrà compiersi, passando per altre rette o curve del suo impegno politico lato sensu: dalla militanza attiva, ancorché apparentemente defilata, nella Democrazia cristiana cagliaritana alla presidenza dell’ANCI regionale.

Così come occorreranno mente e mano speciali – di speciale educazione – per sondare e portare a pubblica conoscenza tratti qualificanti di quell’altra grande militanza ecclesiale (dai movimenti di Azione cattolica ai ministeri di ausilio liturgico e sacramentale) assolta in età adulta e matura.

Permane, intanto, di De Magistris, l’immagine di una persona fragile all’apparenza – soprattutto negli ultimi suoi dieci anni, quelli della malattia fronteggiata con assoluta maturità di carattere ed ammirevole sapientia cordis –, eppure granitica – autenticamente granitica – nelle ispirazioni e sedimentazioni valoriali della coscienza. Così egli mi appare ancora: immerso nella prassi, consapevolmente carico delle sue responsabilità civili e professionali, eppure tratto ad un’autentica ascesi, lungo un percorso tanto difficile, e doloroso, quanto coerente. Sono uno di quelli che ha avvertito in Paolo De Magistris semi e frutti veri di santità.

 

 

 

 

 

 

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    1 Comment to “A vent’anni dalla scomparsa di Paolo De Magistris, il sindaco antico con lo sguardo al futuro, di Gianfranco Murtas”

    1. By Franco Meloni, 5 aprile 2018 @ 21:04

      Un incontro casuale con don Paolo Demagistris, dal quale risulta la “laicità” dell’uomo cattolico praticante. Su Aladinews: http://www.aladinpensiero.it/?p=27140#more-27140