Nazione dei comunisti, nazione dei sardisti (1), di Mario Cubeddu

CONDAGHE 2.0. , interventi sul passato, il presente e il futuro della Sardegna. Documento n° 8. L uigi Pirastu (PCI)  scrive  che… si percepisce nelle sue parole (di Battista Puggioni, primo segretario generale del partito sardo nel secondo dopoguerra) un’indifferenza per tutto ciò che riguarda l’Italia e ancor di più un distacco sentimentale dagli italiani…….”.  Scrive Battista Puggioni: Che posso farci? E’ forse questa una colpa? E l’Italia, con la sua successione di capi, imperatori, principi, duci, re. Dittatori, demagoghi, da Cola di Rienzo a Crispi, a Mussolini, con la sua fatale assenza di spirito civico, col suo malsano machiavellismo, merita forse di essere amata?


Nel febbraio nel 1945, due mesi prima della liberazione di Milano e della fine della guerra, nella Sardegna liberata da un anno e mezzo e separata dall’8 settembre 1943 dalle vicende italiane, si sviluppa un’interessante discussione tra un comunista e un sardista.

Da una parte c’è Luigi Pirastu, figlio di un personaggio importante del fascismo sardo, il medico Virgilio Pirastu, che aveva accolto e presentato al pubblico ogliastrino Benito Mussolini durante il suo primo viaggio sardo nel giugno del 1923. I figli Luigi e Ignazio sarebbero diventati comunisti e avrebbero percorso nel Partito dei cursus honorum importanti. Dalla fine di dicembre del 1944  e sino ai primi di maggio del 1945 Luigi Pirastu  dirige l’Unione sarda, che sta per tornare di proprietà dei Sorcinelli, su incarico del Comitato provinciale di liberazione. Dall’altra parte c’è il primo direttore (segretario generale, diremmo oggi)  del Partito Sardo d’Azione del dopoguerra, l’avvocato sassarese Luigi Battista Puggioni.

Il primo era nato nel 1913 e aveva quindi poco più di trent’anni, il secondo aveva sessant’anni, era stato combattente nella Grande Guerra ed era stato tra i fondatori del Partito Sardo d’Azione.

La discussione tra i due ha un precedente drammatico e doloroso legato a un delitto che avviene a Mamoiada la vigilia di Natale del 1944. Il giovane sardista Peppino Contu,  figlio unico di un caduto della Grande Guerra e rappresentante del Partito Sardo d’azione nel sindacato nuorese dei braccianti agricoli, viene ucciso da un gruppo di avversari comunisti che erano stati sconfitti da lui durante le elezioni dei rappresentanti alla Camera del Lavoro.

Al Direttore del PSdA era spettato il difficile compito di commemorarlo e di cercare di dare un senso politico a ciò che era successo. Il tono era stato deciso  e prudente allo stesso tempo. Non si faceva riferimento alla caratterizzazione politica degli assassini, associandoli piuttosto alla delinquenza comune. C’era solo un riferimento ad “una corrente politica… che pone la violenza come dottrina e come norma pratica di condotta, che organizza le squadre di azione o di attivismo.”

Non si faceva il nome del partito, ma Luigi Pirastu aveva reagito male a una simile descrizione del modo di organizzarsi e di operare dei comunisti sardi. Su questo tema comunque tra i due prevaleva il fair play. Pirastu sottolineava una presunta  vicinanza tra i due partiti per quando riguardava “programmi che presentano molti punti di contatto”. In realtà il garante per i comunisti sembrava essere Emilio Lussu e l’esponente comunista richiamava in un certo modo all’ordine il dirigente sardista con una frase che non potrebbe essere più indicativa: “ Occorre però che il partito sardo segua il programma propugnato da un uomo che tutti i sardi stimano e amano, l’on. Emilio Lussu.”

Si può immaginare quanto questo potesse infastidire il Direttore di un movimento a cui veniva dettata la linea da un dirigente di un partito concorrente.

Ma c’è nella discussione un elemento che allora poteva apparire marginale, mentre oggi ci sembra quello più interessante. Luigi Pirastu accusa esplicitamente Puggioni di avere scarsa simpatia, scarsa passione per l’Italia, di non identificarsi con la storia, la cultura, lo “spirito” italiano.  Pirastu scrive  che… si percepisce nelle sue parole un’indifferenza per tutto ciò che riguarda l’Italia e ancor di più un distacco sentimentale dagli italiani… Lui invece pensa che se la Sardegna dovrà restare, come noi crediamo necessario, nel quadro dell’unità italiana, essa seguirà la sorte dell’Italia e il suo destino qualunque esso sia.

E’ la premessa per un’accusa non tanto velata di simpatie per il separatismo.

Ancora una volta i sardisti sono presi di mira con questa accusa di volersi separare dall’Italia che li aveva messi in imbarazzo nel 1922, usata strumentalmente da Mussolini, con la complicità di Paolo Orano, subito dopo la Marcia su Roma. Sin da allora l’allarme separatista è servito come pretesto per rendere più stringente il controllo dell’ordine pubblico e della polizia politica in Sardegna. Lo stesso argomento venne usato dai comandi militari dopo il 25 luglio 1943 per conservare intatte le strutture del regime fascista, a cominciare dall’OVRA. L’ultimo che ricordiamo fu un politico democristiano opportunamente dimenticato, Ciriaco De Mita, che accusò i sardisti di essere dei mezzo terroristi.

La reazione di Puggioni alle velate accuse di scarso patriottismo da parte del Pirastu nel 1945 è particolarmente interessante.  Mentre nel 1922 tutti i dirigenti sardisti si erano sentiti feriti dalla sola ipotesi di non amare abbastanza l’Italia e rispondevano con un richiamo appassionato alle migliaia di giovani sardi che avevano perduto la vita in guerra, ora la situazione sembra cambiata, dopo 20 anni di fascismo e dopo la “morte della patria”.  Scrive Battista Puggioni: Che posso farci? E’ forse questa una colpa? E l’Italia, con la sua successione di capi, imperatori, principi, duci, re. Dittatori, demagoghi, da Cola di Rienzo a Crispi, a Mussolini, con la sua fatale assenza di spirito civico, col suo malsano machiavellismo, merita forse di essere amata? Io ho sempre guardato all’Italia con spirito realistico, scevro da ogni retorica da storia patria e da manuale scolastico,  e mentre ho ammirato i suoi splendori umanistici e artistici, non ho mai sentito né stima né simpatia per la diseducazione civile e politica del suo popolo e per la  insufficienza dei suoi capi. Come sardo ho sempre ritenuto lo stato italiano responsabile di gran parte delle sventure e delle miserie della nostra povera isola, ed ho visto nella struttura di esso il maggior impedimento al nostro ingresso nel consorzio civile dei popoli liberi.

Una contrapposizione estremamente attuale che in quei giorni suscitava però reazioni molto diverse da quelle dettate dal disincanto nei confronti del mito italiano che conosciamo oggi. Lussu, ad esempio, considerava posizioni come quelle di Puggioni arretrare e reazionarie, espressione addirittura di uno spirito fascista che sarebbe stato elaborato e trasformato in una sorta di nazionalismo sardo. Puggioni invece ridimensionava il dovere di un nazionalismo italiano imposto con vari strumenti, politici, economici e culturali e apriva la strada al riconoscimento del valore autonomo della storia  e della cultura della Sardegna.

Quanto a Pirastu, egli si era formato, come alcuni dei giovani dirigenti comunisti del Partico Comunista Italiano del dopoguerra, nelle file della Gioventù Universitaria Fascista di Cagliari.  Quando lui scrive, sono già stati esclusi dal partito i dirigenti che avevano creato il Partito Comunista di Sardegna, che aveva tra i suoi programmi la formazione di una Repubblica sarda federata con le altre repubbliche che avrebbero dovuto nascere nelle regioni italiane.

 

Bigliografia. La polemica cui si fa riferimento appare in “Riscossa”; l’articolo di Luigi Pirastu Sardegna e Italia si trova nel n° 5 Anno II del 28 gennaio 1945, la risposta di Puggioni in Sardegna nella stessa rivista n° 7 del 12 febbraio 1945. Gli articoli sono stati raccolti e pubblicati in volume a cura di Manlio Brigaglia, EDES Editrice 1974. Sulla presenza degli intellettuali nel GUF di Cagliari vedi Francesco Spanu Satta Il Dio seduto, Chiarella Sassari 1978 p. 99. Nel libro si parla anche dell’uccisione di Peppino Contu, p. 292.


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    4 Comments to “Nazione dei comunisti, nazione dei sardisti (1), di Mario Cubeddu”

    1. By Mario Pudhu, 11 marzo 2018 @ 12:09

      Istimadu Luciano,
      no tenzo de fàghere “sfoghi personali” cun neune e no ndhe depimus tènnere ca sas chistiones de sos Sardos no sunt ‘personales’ (e no tenzo mancu sa presuntzione chi “sos órrios” mios lompant a chelu, e prus pagu si est unu ‘chelu’ de origras surdas o, ca so iscrindhe, de ogros serrados). Ma sa responsabbilidade de donzunu de nois comente la depimus cussiderare? Custa no est própiu personale puru cun totu sas cusseguéntzias e no solu colletiva? O custa est goi chentza èssere mai personale? E tandho mi permito de ispèndhere carchi peràula in custa sede e no in privadu comente podia fàghere, ca no sunt cosas tra amigos o tra nemigos (coment’e chi sas chistiones púbbricas colletivas siant privadas “tra amici”, o “nemici” e “avversari” in sa lógica de “vita mea mors tua”).
      Tocat chi sos Sardos imparemus totu sa responsabbilidade de su pagu chi dipendhet o depet dipèndhere de nois ca za semus sos Sardos puru umanidade, zente! E sos primos críticos de su chi faghimus depimus èssere nois etotu ca a su chi faghimus o depimus fàghere nois bi depimus pessare nois.
      Cumprendho e aprétzio chi tue puru ses unu istóricu. Ma sos istóricos puru za sunt pessones in carchi logu e carchi zente. O sunt cronistas néutros, indifferenti, de un’istória de parte? Sunt notàrios indifferenti chi rezistrant su chi lis colat in manos ma no sunt parte interessada coment’e chi pro su tantu chi sunt pessones no siant parte bia de una zente e de unu logu?
      Deo apo solu chircadu de ischire su chi sos istóricos (e ammento cun piaghere a Gerolamo Sotgiu) ant iscritu de s’istória chi prus nos pertocat (a prus de abbaidare su chi “acontesset” suta de sos ogros nostros, si ndhe zughimus).
      Ma si b’at de apretziare su métidu de istúdiu de s’istóricu b’at puru de allutai totu is origas pro su puntu de vista, sa “interpretazione” e s’iscopu a ue sos istóricos puru tirant, ca a carchi ‘logu’ petint fintzas si sunt cronistas neutros o notàrios. E che falant gai a fundhu istudiendhe chi ndhe bogant fintzas su… petróliu dae suta.
      Ma est mai possíbbile chi abbaidendhe cun solu duos ogros abbertos no bidant e no bidemus mancu su cadhu presu? O est chi no lu sunt o no lu semus chirchendhe?
      Ca s’istória de sos Sardos, de su tempus reghente suta de su domíniu piemontesu-italianu prus de àteros tempos passados, est gai ladina e crara chi pro no la bídere e cussiderare pro su chi est tocat no solu a èssere e andhare a ogros serrados, ma própiu èssere chentza ogros in nudha. O tènnere àteru pecu grave. E no chistionemus de sa geografia chi puru no l’at “ricostruita” carchi istóricu prus pretzisu e ne fata carchi geògrafu.
      Ca sa “interpretatzione” podet bortare a oscurazione (parente de oscurantismu) che a su chi at fatu e faghet totugantu s’aculturamentu chi nos at dadu a doses mannas mannas s’iscola italiana, monàrchica fascista e demogràtica, chi nos at fatu a italiani prima che l’Itàlia fosse e a ignorantes diplomados e laureados de s’istória e realtade nostra, e postu duas lentes pro bídere totu, solu e sempre tricolore.
      Ma sa responsabbilidade nostra abbarrat personale e colletiva puru totu intrea, si no semus marionetas/mascaredhas o zoghendhe a custu zogu! E, si in su contu tocat a pònnere sa responsabbilidade de is marradoris mortus de fàmini puru, meda de prus tocat a bi pònnere cussa de sos campiones de sa cultura e de sa política chi ant tentu e tenent totu àtera possibbilidade de ischire, de bídere e cumprèndhere, si custu est su presupostu de unu fàghere netzessàriu e dignu!
      Sa setzione sarda de su PCI sos annos agabbendhe sa 2ˆ gherra naraiat chi “la rivoluzione viene dall’Italia” e as a ischire menzus de a mie cantu sos campiones sardos fint contràrios fintzas a s’autonomia e peus puru a su “separatismo”.
      Duncas, su chi bisonzaiat a sos Sardos cheriat ispetadu de s’Itàlia, pedidu a s’Itàlia, cosa de “nazione fallita” comente naraiat un’àteru campione, custu de sardismu, chi puru, a diferéntzia de sos PiCIstas, riconnoschiat sos Sardos coment’e natzione, falliti però, coment’e una banca de liquidare ca tenet solu dépidos.
      Su PCI PiCIstas mancu cussu. Solu totu miséria millenària e… cosa de DNA, no de istória.
      De pagu apo intesu un’intervista a E. Berlinguer (depiat èssere de su períudu de su 2ˆ Piano di rinascita) e naraiat ca a sa Sardigna li serbiat s’azudu de s’Itàlia, ca no bi la podiat fàghere a sola a si mezorare.
      Pedire a s’Itàlia, duncas, ispetare abbaidendhe a manos de s’Itàlia e no bídere su chi s’Itàlia at fatu e fit faghindhe. Políticos pro pedire a s’Itàlia (B’at de crere cun sa garanzia solidarística issoro, faghindhe tabula rasa de sa realtade chi sa Sardigna no est ne in Itàlia e ne Itàlia).
      No ant lézidu e no lezent un’istória de domíniu e isfrutamentu chi nos at leadu su pane dae manos, su sàmbene dae sas venas e sa terra dae suta de pes, ma che cronistas o notàrios rezistrant chi alla Sardegna serve aiuto, e no chi sos Sardos tenimus bisonzu mannu, diritu e dovere de èssere meres de nois etotu e de su logu nostru pro detzídere su chi e candho e comente nos andhat bene. Custa detzisione est batizada incapacità. Sa capacità depet èssere cussa de propònnere/pedire.
      Coltivant su peus male chi si potat fàghere a unu pópulu in manos anzenas cumbinchíndhelu chi tenet bisonzu de s’isfrutadore chi ndh’est mere, chi no bi la podet fàghere si no cun s’azudu de chie lu dóminat, boghendhe fintzas in fartzu s’istória tzegos tzegos e faghíndheli fàghere totu s’allenamentu, abbitúdines irresponsàbbiles e cumportamentos de sa dipendhéntzia.
      Su PCI e PiCIstas ant interpretadu su raportu Sardigna/Itàlia che unu raportu sociale servo/padrone, cosa de sindhacalistas chi lotant preghendhe sos tirannos de “moderare sa tirannia” ma chi chentza padrone no tenent it’e fàghere, a su postu de bídere su raportu de sa Sardigna cun s’Itàlia pro su chi istoricamente e lapalissianamente est su raportu de una natzione colónia suta de un’istadu anzenu colonizadore, fintzas si s’Itàlia no at fatu sas gherras chi at fatu a sos Africanos pro ndh’èssere mere.
      Sa política de totu sos partidos italianos (e tocat ammarolla a bi pònnere fintzas cussa de su PSd’Az partidu sardu regionalista/rivendicazionista e no sa chi pertocat a unu pópulu àteru, distintu e atesu, pro s’istória generale chi tenimus) at coltivadu in totu sas maneras custu raportu servo/padrone a tirannia galoppante isperendhe, proponindhe e pedindhe sempre azudu, mezoru, rispetu, acordu ma cun nois, sempre nois, a pes in terra e cun ambas manos sicas cancaradas, disocupadas, o pistendhe abba, faghindhe bucos in s’abba lícuida, pro sas cosas e chistiones nostras, e totu su prus pro ndhe tènnere l’aiuto candho su muente est mortu de s’arrisu, de s’arrisu ma mortu, namus menzus sempre moribbundhu (comente oe certíficat fintzas su bilànciu de sa RAS cun sa metade solu pro una sanidade de disisperados).
      Tandho, si su PCI e sos PiCIstas sardos no sunt mai istados fascismu, in su coltivare sa dipendhéntzia de sa Sardigna dae s’Itàlia ant fatu sa matessi cosa: coltivadu sa dipendhéntzia cun totu sos corollàrios, cussos chi nos ‘piaghent’ ca no cherimus bídere mancu a ue semus andhendhe e cussos chi nos faghet abboghinare de sos dolores e prànghere e sighire a pedire azudu e pregare “procurade de moderare sa tirannia” chentza chèrrere fàghere sos contos seriamente mancu cun nois etotu e comente tocat cun s’Istadu/Itàlia.
      Tandho, istimadu Luciano, ogos apertos, beru? Ca za ndhe zughimus e totugantos ndhe ant zutu. Ma pro abbàidare, bídere e fàghere ite?

    2. By Mario Cubeddu, 11 marzo 2018 @ 10:47

      Non volevo andare a parare da nessuna parte, ma solo ricordare, come fa chi si occupa del passato, cose che sono avvenute. Oggi le vecchie passioni forse sono attutite, se non spente (la reazione di Mario Puddu farebbe pensare di no), a me interessa capire cosa ha significato la morte di Peppino Contu e soprattutto perchè essa è stata così facilmente dimenticata. Provare a capire come si è costruita l’egemonia del PCI e la sconfitta dei sardisti, che nel 1944 sembravano destinati ad essere ancora più decisivi che nel primo dopoguerra, credo che sia un tema storiografico interessante. Che molti giovani dirigenti fossero cresciuti nelle file del GUF è cosa notoria, può significare qualcosa e può non significare nulla, accennare all’ambiente sociale e familiare non vuol dire fare delle accuse. Quel che più detesto è comunque una storiografia reticente, credo in questo di essere tutto sommato abbastanza gramsciano.

    3. By Mario Pudhu, 10 marzo 2018 @ 08:23

      Is PICISTAS ant coltivau sa dipendhéntzia de sa Sardigna e de is Sardos cantu e peus de su fascismu, dh’ant fatu cun prus finesa e bonugoro… Ma sèmpere e solu iscallamentu in s’Itàlia pigau e idealizau a ogos serraos.
      Ma sa dipendhéntzia est giustítzia? Est demogratzia? Est amore? Est arrispetu? Sa dipendhéntzia est ingiustítzia, fascismu, ódiu, violéntzia e parassitismu.

      • By Anonimo, 10 marzo 2018 @ 19:35

        Cari Amici
        E’ difficile capire dove l’Autore dell’articolo e il Commentatore vogliano arrivare. Apprezzo entrambi, ma non mi pare che questo sia un modo corretto di fare storia e di lanciare accuse indiscriminate.
        Mario Cubeddu avrebbe fatto bene a scrivere da par suo un saggio documentato sulla vicenda di Peppino Contu, eventualmente con atti relativi a processi e a sentenze sui fatti. Con il rispetto che si deve senpre ai trapassati.
        Mario Puddu dovrebbe “ammentàresi” che la violenza verbale non paga e i sarcasmi “subra sa ‘dipendhenzia’ e su ‘fascismu’ sunu orrios chi no àrziana a chelu”. Mero sfogo personale, non un apporto critico ad un tema e a un dibattito complessi.
        Quanto al grande tema dell’indipendentismo/autonomismo/federalismo, spero che sia possibile, ma non in questa sede, un dibattito sereno e plurale, sempre nel solco di un profondo sentire che non posso definire in altro modo se non “sardista”, declinato magari in senso gramsciano.
        “Sardista”, dunque, anche chi, come me, si ritiene sempre onorato e fiero di aver militato nel Partito che fu di Luigi PIrastu, dove non ha mai incontrato gente “a ogos serraos” e tantomeno dei fascisti.
        Con l’amicizia di sempre.
        Luciano Carta