«Perché la grande isola è tuttora spopolata, incolta?» di Vincenzo Medde

 

 

 

Bene ha fatto Pietro Soddu, nell’articolo Lo spopolamento, la crisi della politica e il futuro della Sardegna pubblicato in questo sito, a collocare il problema dello spopolamento della Sardegna in una prospettiva storica addirittura millenaria. Per approfondire tale prospettiva credo che sarebbe utile riconsiderare gli scritti di Gavino Alivia (1886-1959) e Paola Maria Arcari (1907-1967). Il primo ha studiato la Sardegna da economista e demografo, collocando al centro delle proprie analisi il problema della popolazione in rapporto al territorio; la seconda è stata docente di Filosofia del diritto, di Dottrine politiche e Statistica e preside della Facoltà di Giurisprudenza a Cagliari.

«Perché la grande isola è tuttora spopolata, incolta?», si chiedeva già nel 1934 Gavino Alivia in occasione del 12. Congresso geografico italiano che si teneva appunto in Sardegna. Venti anni dopo riproponeva  la stessa domanda e rispondeva con questa sintesi: «Le cause di questo fenomeno sono essenzialmente storiche: l’isolamento della Sardegna dalle correnti migratorie, dalle invasioni, dagli scambi, la insicurezza del litorale e infine la malaria, che in una popolazione tanto rarefatta ha potuto fare strage».

 

Ma Alivia – in modo né scontato né banale – centrava la sua attenzione non sulle invasioni in quanto tali – non sempre e in ogni caso solo deprecabili –, ma sui loro limiti: le scorrerie che avevano tormentato la Sardegna non erano state invasioni di popoli, non avevano interessato l’intero territorio sardo, non avevano realizzato colonie di popolamento, non avevano promosso scambi, incroci e fusioni tra popoli diversi, non avevano innescato alcun incremento demografico in grado di accelerare ed ampliare «l’accrescimento naturale endogamico».

E lungi dall’apprezzare l’esito resistenziale e conservativo dei tratti identitari sardi, Alivia considerava «l’isolamento etnico» e l’arretramento dal mare e dalle pianure fattori negativi di lunga durata, che «hanno portato ad una stasi della popolazione indigena e forse ad una vera decadenza».

Anche Maria Paola Arcari ha sottolineato gli aspetti negativi dell’arretramento dei Sardi e del loro arroccarsi all’interno.

I Sardi, nel corso dei secoli, si erano allontanati dal mare e dalle pianure per vivere per lo più agglomerati e raramente in insediamenti sparsi. Solo più recentemente (Arcari scriveva nel 1953) e ancora lentamente poteva essere rilevata una tendenza verso il mare e la pianura: dal 1824 al 1921 la percentuale della popolazione costiera era passata dal 21,3 al 25,5, mentre la distribuzione per altitudine era passata da una media di 277 ad una di 266 e nel 1929 la media era pari a 254. Nello stesso periodo in cui l’altitudine media dei luoghi abitati in Sardegna passava da 277 m. a 254 quella dei luoghi abitati in Italia passava da 244 m. a 227. Dai dati del censimento del 1936 emergeva che la popolazione abitante in zone di pianura era pari al 35% nella Penisola e al 30% in Sardegna.

L’abbandono delle coste e delle terre più fertili della pianura aveva quindi causato nel corso dei secoli il calo consistente delle attività agricole e il conseguente e progressivo ripiegamento verso lo stato pastorale, sicché, durante la lunga dominazione aragonese la pastorizia era diventata dominante, per di più in un contesto d’uso collettivo delle terre che ostacolava l’impiego razionale e produttivo delle risorse. Inoltre, i vincoli e le interdipendenze tra feudalismo e pastorizia si erano rinsaldati nella durata del sostegno reciproco, sicché la Sardegna poteva dirsi una società feudale dal punto di vista politico e pastorale dal punto di vista economico.

 

Ho richiamato l’attenzione sugli scritti di Gavino Alivia e Paola Maria Arcari in due note:

Perché la Sardegna è rimasta indietro. L’analisi di Gavino Alivia

https://www.iconur.it/storia-degli-uomini/49-perche-la-sardegna-e-rimasta-indietro-l-analisi-di-gavino-alivia

 

Perché la Sardegna è rimasta indietro. L’analisi di Paola Maria Arcari

https://www.iconur.it/storia-degli-uomini/50-perche-la-sardegna-e-rimasta-indietro-l-analisi-di-paola-maria-arcari

 

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    2 Comments to “«Perché la grande isola è tuttora spopolata, incolta?» di Vincenzo Medde”

    1. By Mario Pudhu, 3 marzo 2018 @ 14:05

      No est chi custos “studiosi” ant fatu sos notàrios? O, si cherides, sos fotògrafos, o sos cronistas pagados a centímetru cuadru? (mancari menzus puru in ‘clima’ fascista ‘benefattore’ pro no nàrrere de sos campiones de àtera “legge del miliardo” o “dei miliardi”) O sa curpa la tenet totu su sintzu? O mancari su fundhu de su mare chi faghet sa Sardigna a ísula pro èssere isolados? E ite tiat èssere custu «arroccarsi dei Sardi all’interno»? (chiesisiat chi apat manizadu o manizet custu verbu). Poi, cun sa «prospettiva storica addirittura millenaria» che l’amus a finire chi chircamus ispiegatziones in s’eternidade de su destinu… o in sa mapa de su DNA.

    2. By attilio, 2 marzo 2018 @ 22:43

      Ognuno racconta quello che sa. Io so che mio nonno aveva 10 ettari di terreno in quattro posti diversi, che poi ha diviso in sette figli. Quasi la stessa cosa con l’altro nonno 6 ettqri diviso quattro figli. Provate a dividere il tutto in 43 nipoti e lo studio è finito. Decimoputzu 40 anni fa aveva depositi per tre miliardi in banca e non si vedeva un cartello vendesi. Ora tutto è in vendita ma nessuno compra, terreni irrigati dal Flumendosa ad un’euro a mq. Chi compr< 1000/2000 mt, quando l'atto notarile costa più del terreno. La Regione dovrebbe eliminare il notaio con un funzionario regionale al posto del notaio. Tranquilli che si mette in moto qualcosa in meglio.