Il Risorgimento, Asproni e il PRI: addio a Lello Puddu, con Mazzini nel cuore, di Gianfranco Murtas

 

Ormai alle soglie dei 90 anni e da tempo malato, se ne è andato Raffaello Puddu – Lello per tutti, da sempre –, esponente di primo piano del Partito Repubblicano Italiano: il partito di Giovanni Conti, di Oronzo Reale e Ugo La Malfa, di Giovanni Spadolini e Bruno Visentini. E’ stato un politico per molti versi anomalo,

fiero del suo essere minoranza, testimone di molti valori patriottici e democratici che sono stati l’anima del repubblicanesimo mazziniano e, in Sardegna, della solidarietà storica e ideale, sino alla fine degli anni ’60, fra repubblicanesimo e sardismo: il sardismo di Pietro Mastino e Luigi Oggiano, Giovanni Battista Melis, Giuseppe Puligheddu e Nino Ruju. Politico anomalo per l’insistito amore agli studi, alla storia risorgimentale e democratica come s’è via via sviluppata nell’antifascismo e nelle fatiche della costruzione della Repubblica insieme unitaria e delle autonomie territoriali.

Amò Giorgio Asproni, e fu fra i primi, in Sardegna, a rivelarne lo spessore civile e politico, il genio parlamentare, lo spirito autonomistico. Nel 1956 – egli ancora giovanissimo – ricordò Asproni sulla Nuova Sardegna: era il 1956 e si celebrava l’80° anniversario della scomparsa del grande democratico di Bitti.

Scrisse molto, Lello Puddu. Ed ecco, a ricordarlo, alcuni di questi suoi elaborati. Altri, speriamo, di poterli presentare nel prossimo futuro, anche e soprattutto per il loro merito culturale e di testimonianza ideale.

A seguire sono due suoi articoli usciti sul periodico nuorese Cronache provinciali (rispettivamente i nn. 2 e 3 del giugno e dell’agosto 1960), il primo sui sardi nel Risorgimento e il secondo sulla figura di Giorgio Asproni. Sarebbero poi venuti – a lumeggiare dettagliatamente autorevolezza e prestigio, e merito storico, dell’ex canonico – i Diari scoperti da Bruno Josto Anedda, e gli studi di Tito Orrù, Carlino Sole, Maria Corona Corrias e molti altri. Il contributo di Puddu così anticipatore si segnala per la correttezza interpretativa, pur ancora in mancanza della documentazione scoperta, presso la casa del conte Dolfin, alla fine di quel decennio.

In ultimo il testo dell’intervento svolto al convegno di studi tenuto il 30 marzo 1985, presso l’università di Sassari, in onore di Michele Saba, all’insegna di “Il Movimento Democratico e Repubblicano nella Sardegna contemporanea”.  Titolo: “Il PRI in Sardegna dal 1943 al 1968”. Gli atti sono in Archivio Trimestrale, luglio-settembre 1985. (gf.m.)

 

Il contributo dei sardi al Risorgimento

L’interesse pressoché unanime della stampa italiana verso i fatti che portarono a compimento l’Unità d’Italia è servito, se non ad altro, a sfatare alcuni luoghi comuni e a ricomporre nella giusta versione e nell’esatta interpretazione i luminosi avvenimenti dell’impresa garibaldina.

È ormai storicamente provato, infatti, che il governo piemontese non appoggiò coll’aiuto finanziario o di armi la spedizione in Sicilia, né (dopo che intravvide la facilità dell’assorbimento dell’Isola, e all’uopo inviò La Farina, più tardi espulso dal Generale) apprezzò il fermo desiderio della continuazione della lotta per Napoli e Roma che fatalmente avrebbe costituito la vittoria della rivoluzione repubblicana. Non sappiamo tuttavia se questo nuovo corso della storiografia italiana recherà il suo influsso alla documentazione che sarà allestita nella Mostra delle Regioni che aprirà le porte a Torino per celebrare il centenario dell’Unità d’Italia. Soprattutto per quanto riguarda il padiglione sardo non sappiamo su quali basi sarà fondata la documentazione del contributo dei Sardi al Risorgimento Italiano: il punto al quale è giunta la nostra conoscenza su Sardegna e Risorgimento ci fa ritenere che come al solito si parlerà di un’isola generosa, fedelmente legata ai destini del Regno cui essa aveva dato il nome. La verità è che la Sardegna diede il suo più importante contributo esprimendo il meglio di sé proprio tra le file di coloro che alla rivoluzione nazionale, riaffermante il principio di nazionalità, accostavano fermamente l’appagamento di alcuni postulati politici e sociali che costituiscono forse gli unici dati attraverso i quali è possibile definire il Risorgimento Italiano una delle più grandi rivoluzioni della democrazia europea. Solo così inteso il Risorgimento salva il suo carattere di eccezionalità per rappresentare, l’impegno reale del popolo italiano in una grande battaglia di liberazione umana.

Anche i Sardi non disertarono ed è giusto oggi ricordarne qualcuno anche per l’importanza della loro partecipazione. Il primo martire dell’unità fu proprio un sardo, il sassarese Efisio Tola, fatto fucilare a Chambery, ancora giovanetto, da un tribunale del Regno Sardo, e di cui «La Nuova Sardegna» ha pubblicato recentemente la cronaca del processo del quale Mazzini disse che rimane come onta incancellabile per il governo che lo permise.

Ma non fu il solo: quando gli eserciti abbassarono le armi i Sardi corsero numerosi a sostenere i disperati tentativi di Mazzini e Garibaldi: sulle mura del vascello per la Repubblica Romana del 1849 combatté da prode Salvatore Calvia di Mores, padre del poeta turritano Pompeo. Fra i Mille, i sardi che più si distinsero furono Tarantini di La Maddalena, i fratelli Mereu di Cagliari, il medico di Nulvi Giuliano Manca, Giacomo Leoni di Tempio che fu Colonnello Garibaldino, Proto Mele di Sassari che fu tra i trenta audaci che il 20 luglio 1860 decisero della battaglia di Milazzo e quindi di tutta la campagna, Francesco Pais nominato colonnello sul campo a Digione, e altri; altri ancora fra cui è giusto ricordare Giovanni Medda di Cagliari, Antonio Pittaluga di Sassari, Antonio Paolo Vincentelli di S. Teresa di Gallura, Vincenzo Brusco Onnis e Giorgio Asproni.

Pittaluga morì in Francia nel 1870 mentre andava all’assalto tranquillamente col sigaro in bocca, «a fuoco dentro», alla maniera dei Sardi. Il Vincentelli rese possibile la fuga di Garibaldi da Caprera per l’attuazione dello sfortunato tentativo di Aspromonte. Brusco-Onnis è notissimo per il famoso episodio di Talamone quando, avendo appreso che Garibaldi intendeva innalzare la bandiera del re di Sardegna, seguito da un gruppo di intransigenti, si allontanò dall’impresa. Ma ebbe tempo per ricomparire quando le contaminazioni coi moderati finirono.

Giorgio Asproni fu oltreché un grandissimo parlamentare, un formidabile uomo di azione. Fu uno degli organizzatori del tentativo di Pisacane (lo confermano alcune lettere del Mazzini a lui indirizzate), fu il reperitore delle armi per l’impresa dei Mille (lo provano molte sue lettere conservate al Museo del Risorgimento a Genova), fu consigliere della Dittatura di Garibaldi assieme a Crispi, Bertani e Cattaneo, sempre presente nei tentativi militari (Monterotondo, Mentana) e nel giornalismo e nell’azione politica.

La brevità di queste note ci impedisce di ricordare innumerevoli altri, noti ed ignoti, che resero possibile la presenza attiva dei Sardi nella gloriosa epopea del Risorgimento.

 

Giorgio Asproni deputato e uomo d’azione

Se vi fu un periodo in cui gli strati più intelligenti della cultura isolana si rivolsero allo studio della storia e dei problemi Sardi con contributi originali e seriamente impegnati nella ricerca delle nostre cose, esso fu senza dubbio quello che va dall’inizio del secolo allo scoppio della prima guerra mondiale. Tanto più interessante, questo sforzo culturale, quanto non mediato da schieramenti politici o ideologici e quindi non viziato da schemi preordinati che se sono utili sul piano metodologico portano a conclusioni che falsano la verità storica.

Il Risorgimento e le sue connessioni colla vita e gli uomini Sardi fu attentamente esaminato tanto che, se si potesse riportare alla luce quel materiale, molti luoghi comuni sarebbero demoliti e molte leggende ormai acquisite come Storia durerebbero lo spazio di un mattino. Anche fra gli uomini sardi più in vista del secolo scorso la ricerca raggiunse risultati soddisfacenti: il Siotto-Pintor e G.B. Tuveri, fra i politici, trovarono ad esempio largo posto. Ma un dimenticato, e di rilievo, vi fu: Giorgio Asproni. Fra i motivi alcuni certamente di carattere obbiettivo: l’esame del suo pensiero è riferibile soltanto a rari opuscoli e, poiché giornalista e parlamentare fu, a centinaia di articoli e a decine e decine di discorsi parlamentari. Partecipe attivo e fervente delle lotte politiche di circa 40 anni della seconda metà del secolo scorso si potrebbe dire che non ebbe tempo di sistemare organicamente il suo pensiero politico che è di estremo interesse specie nei suoi riferimenti alla questione Sarda. Nemmeno coloro che di lui si interessarono, riuscirono a centrare bene la personalità e l’importanza della sua figura. Ebbe molti denigratori soprattutto negli ambienti cattolici quando, come dice Mauro Macchi nell’«Annuario Storico Italiano» del 1872, «gettata la tunica talare, ridiventò cittadino».

Una polemica sulla dimensione dell’Asproni nel Risorgimento nacque proprio qualche giorno dopo la sua morte nella seduta parlamentare del 2 maggio 1876. Dopo che il presidente Biancheri ebbe annunziato la morte di Asproni e dopo che Pasquale Stanislao Mancini, coll’appoggio di Umana e Giuseppe Ferrari, elogiando l’opera oscura ma tenace, propose tre giorni di lutto ai banchi della Presidenza e delle tribune, la destra rappresentata da Mariotti, Bonfadini, Minghetti e Sella sferrò un violento attacco, se non contro la memoria dello scomparso, contro il presunto tentativo della Sinistra di speculare per motivi di partito sulla morte di Asproni. E qui si ebbe la reazione di Nicotera che fece quel giorno forse la più bella orazione che mai sia stata detta in ricordo di G. Asproni. La proposta Mancini fu approvata e il giorno dei suoi funerali tutti gli uomini più illustri della classe politica italiana tenevano i cordoni del carro funebre: Zanardelli, Nicotera, Tamaio, Chiesi, Siotto-Pintor, Grixoni, Maiorana, Mancini etc. etc. In quei giorni Nuoro decise di raccogliere fondi per l’erezione di un monumento ma bisognerà attendere il 20 settembre 1881 per vedere una modesta lapide murata nella sua casa, donata poi al Comune della città per fare posto al Ginnasio.

Luigi Falchi ebbe il merito di dare alla luce documenti e aspetti della vita di Asproni assolutamente inediti ma nei suoi articoli del 1924 in «Il Giornale d’Italia» ricopiati integralmente con qualche ampliamento per «Mediterranea» nel 1930 è apertamente denigratorio, e ciò stupisce in un uomo come Falchi, educato alla stessa scuola politica repubblicana alla quale Asproni appartenne. Viene fuori da quegli scritti una figura contraddittoria e di poco valore, senza alcun accenno al parlamentare difensore della sua terra, alla sua stupenda coerenza morale, all’impegno continuo nell’azione (quella vera) e nel pensiero politico. Nell’esaminare alcuni interventi parlamentari e la famosa polemica col La Marmora, Luigi Falchi pare di avere a che fare con un uomo di scarso coraggio. Accusa infondata! Se non bastasse il suo coraggio morale quello fisico è documentato dalle pistolettate che sparò all’indirizzo di Paulo Fambri sulle colline di Posillipo a Napoli. Il Fambri era allora direttore della «Stampa» di Torino e una polemica coll’Asproni direttore de «Il Popolo d’Italia» e consigliere comunale di Napoli, fu l’origine del duello. Verrebbe da dire: che prete!

Sulla sua particolare situazione di prete spretato infierì un sacerdote: don Filia, nel III volume di «Sardegna Cristiana» additandolo al pubblico disprezzo quale amico di Adriano Lemmi, gran maestro della Massoneria Italiana. Non esistono documenti sull’affiliazione dell’Asproni alla Massoneria ma alcuni suoi atteggiamenti affatto anticlericali quando fece parte della commissione incaricata di esaminare la condotta dei vescovi ribelli, di cui ha ben scritto V. Gorresio in «Risorgimento Scomunicato», fanno pensare ad un’altra accusa infondata.

Di Giorgio Asproni si interessarono, cercando di inquadrarlo giustamente per il suo contributo ai fatti del nostro Risorgimento e per rivalutare la sua opera di valoroso, formidabile difensore della sua terra: G.B. Tuveri, B. Motzo, S. Deledda, P. Manca e l’autore di queste note.

Bibliografia

Negli atti parlamentari sono conservati discorsi di ampio contenuto politico e di grande interesse per la Sardegna nella seguente misura:

5 nel 1849, 3 nel 1850, 17 dal ’50 al ’52, 17 dal ’52 al ’53, 12 dal ’53 al ’55, 18 dal ’55 al ’56, 23 nel 1857, 15 nel 1860; dopo la parentesi al seguito di Garibaldi: 6 nel 1865, 7 dal ’65 al ’67, 18 dal ’67 al ’69, 18 dal ’70 al ’73, 19 dal ’73 al ’76.

Luigi Falchi: G. A. Mediterranea anno IV.

Luigi Falchi: L’aspra polemica fra La Marmora e G.A. – Giornale d’Italia 29-5-1922, 4-6-1922.

Luigi Falchi: Il Popolo Sardo;

Dionigi Scano: G.A.

Anonimo: G.A. Lo smascheratore – Torino 1849.

Comin Jacopo: Il Parlamento: schizzi e profili.

B.R. Motzo: “Garibaldi al letto di morte di G.A.” - Mediterranea anno IV.

Cavour: Discorsi parlamentari.

Brofferio: Miei tempi.

Brofferio: Storia del Parlamento Subalpino.

Mazzini: Epistolario.

Cattaneo: Epistolario – III. volume – a cura di Rinaldo Caddeo.

S. Deledda: “Asproni e Brofferio” – Regione anno 11922.

S. Deledda: “Problemi sardi del Risorgimento visti da C. Cattaneo-Cattaneo e Aspron”i- Mediterranea anno V.

R. Savelli:” Il deputato Asproni” – Mediterranea anno I.

D. Filia: Sardegna Cristiana vol. III.

P. Nurra: “Lettere inedite di G. A.”-  La cultura moderna – 1927.

G. B. Tuveri: G. A. – «Avvenire di Sardegna» 1876-4-5.

G. B. Tuveri: Una visita di G. A. – «Stella di Sardegna» lI. 1876.

G. B. Tuveri: G. A.  - «Corriere di Sardegna» 5-5-1876 e 8-5-1876.

P.P. Siotto – Elias: Commemorazione in Nuoro – 1876.

P. De Murtas: Parole dette il 20 settembre 1881 in Nuoro inaugurando la lapide a G. Asproni.

S. Mele: G. A. deputato di Nuoro e difensore della Sardegna – 1876.

S. Paselia: Al deputato Asproni – 1849.

A. La Marmora: Riscontri al deputato Asproni – 1849.

S.A.F. di Siniscola: Epistola al deputato Asproni.

R. Puddu: “Ad ottant’anni dalla morte di G. A.” (La Nuova Sardegna, 2-4 ottobre 1956).

G. Asproni: Lezione prima e ultima a G. Pasella – 1849.

G. Asproni: Risposta ai riscontri del sen. La Marmora – 1849.

G. Asproni: Lettera ai suoi elettori della prov. di Nuoro 1867.

G. Asproni: Turbini ad elice – Torino.

G. Asproni: Inaugurando il monumento a C. Pisacane – 1864 – Napoli.

G. Asproni diresse e scrisse, oltre che per innumerevoli altri, per i seguenti giornali: «Il pensiero italiano» «Il Dovere» – «Il Popolo d’Italia» – «Il pungolo» – «L’Unità italiana» – L’emancipazione» – «Giornale delle Associazioni operaie».

 

Il Partito Repubblicano Italiano in Sardegna dal 1943 al 1968

Mi pare opportuno chiedere scusa a voi tutti per una serie di motivi. Il primo per aver commesso il peccato di superbia: parlare cioè in un consesso di così illustri specialisti della storia contemporanea della Sardegna, io che davvero specialista non sono. Il secondo per aver premesso al mio nome il titolo di professore – ma qui almeno la colpa non è mia – e professore non sono. Il terzo perché il titolo annunciato della mia comunicazione («Linee per una storia del PRI in Sardegna») è troppo presuntuoso e non corrisponde a ciò di cui vi parlerò. Vi confesso perciò di sentire un certo imbarazzo, considerato che la mia sarà una testimonianza, fondata su ricordi più che sulla ricerca, che partono da un giorno di maggio del 1946 quando il mio professore di storia dell’arte al Liceo Asproni, Giovanni Ciusa-Romagna, mi prese per mano e mi portò nella sezione repubblicana di Nuoro, della quale era segretario, e cominciò a spiegarmi l’origine di una toponomastica urbana che aveva addirittura resistito al fascismo e il senso della grande tradizione democratica e repubblicana di Nuoro – impersonata dai poeti popolari come Pasquale Dessanay e Salvatore Rubeddu – che con Gonario Deffenu, Salvatore Satta, Peppino Fantoni, Annico Meloni, Efisio Caria, Vindice Satta, Bustianu Dessanay e Gonario Pinna aveva richiamato le radici del repubblicanesimo di Giorgio Asproni confermando i versi del canonico Solinas: « bella Nugòro, terra galana de Logudoro, repubblicana».

All’indomani della caduta del fascismo Michele Saba si accinse a riorganizzare le strutture del Partito che avrebbe potuto contare su uomini di grande rilievo se le vicende della lotta contro la dittatura non avessero – come nel PRI in campo nazionale – creato larghi vuoti per la presenza di una nuova formazione politica che si poneva all’attenzione del paese come superamento dei partiti tradizionali; il Partito Italiano d’Azione.

Fu così che a Cagliari del gruppo che si riuniva intorno ai fratelli Mastio e a Cesarino Pintus rimanevano alcuni giovani guidati da Raffaello Meloni e Pietro Spano. Silvio Mastio era morto in Venezuela e Cesarino Pintus dopo il carcere sofferto per la sua attività in «Giustizia e Libertà», strettamente legato a Emilio Lussu, aderirà al Partito Sardo d’Azione e, dopo la scissione del ’48, al Partito Sardo d’Azione Socialista. Saba poteva contare su nuclei sparsi nelle zone minerarie guidati da Massimo Agus, ex-sindaco di Guspini e dal maremmano Giuseppe Galardi a Carbonia, mentre ad Oristano Agostino Senes rappresentava l’ultimo focolaio mazziniano. A Nuoro Francesco Burrai, ritornato dall’esilio francese dopo aver combattuto in Spagna nella guerra civile, ricostituiva la sezione «Carlo Cattaneo» con Gaetano Devilla, Giovanni Ciusa-Romagna e Michelino Muzzetto a quel tempo medico provinciale.

Ma è nella provincia di Sassari che il PRI ha le sue maggiori possibilità di creare un, sia pur modesto, tessuto organizzativo.

A parte il centro sassarese, particolarmente fiorente, attivi nuclei erano presenti ad Alghero (Balata, Oliva, Cecchini), a Sorso (Murineddu), a Portotorres (Paglietti, Canu e Mazzini Mariotti volontario garibaldino), ad Olbia (Achilie Bardanzellu, fratello di Battista, avvocato a Roma e attivo nella lotta clandestina), a La Maddalena (Giagnoni e Pipetto Scotto), a Calangianus, Chiaramonti, Ossi, Ozieri e in altri centri. Ma intanto, oltre la defezione di Pintus a Cagliari, quella di Gonario Pinna a Nuoro che passerà al P. Italiano d’Azione e poi ai sardisti, il Partito registrò la perdita dell’antico corrispondente della «Voce Repubblicana» Giuseppe Sotgiu, che sarà il fondatore del Partito Democratico del Lavoro nell’isola.

La ricostituzione di efficienti strutture si presentò difficile per la uscita di uomini così autorevoli ma altri elementi contribuirono a rendere davvero ardua la ripresa del Partito. Intanto il ritorno di Lussu dall’esilio, col suo fascino di eroe della lotta antifascista, polarizzò la attenzione intorno al Partito Sardo d’Azione e non consentì in Sardegna il grande dibattito con Ugo La Malfa che divideva allora gli azionisti in campo nazionale. Per questo, coloro che provenivano dalla amendoliana Unione Democratica Nazionale come Mario Berlinguer e Francesco CoccoOrtu (all’alba del fascismo vicini al giovane La Malfa) o aderirono al Partito Socialista o ricostituirono il Partito Liberale.

Il secondo motivo di debolezza nasceva dal fatto che il partito, in linea con le decisioni della Direzione Nazionale allora guidata da Giovanni Conti, rifiutò di aderire ai Comitati di Liberazione Nazionale anche in Sardegna risvegliando l’antico dilemma risorgimentale tra asceti e possibilisti che travagliò il movimento repubblicano, premiando – come dice Spadolini – una sorta di «non expedit» laico nei confronti della monarchia. Il rifiuto di quella che oggi chiameremmo la lottizzazione del potere fu – è vero – alla base del successo elettorale del giugno 1946 nelle roccaforti tradizionali ma non c’è dubbio che nelle zone nelle quali le strutture erano deboli, il possesso da parte dei partiti della cosidetta esarchia di tutti gli organi di stampa e delle istituzioni pubbliche annullò la presenza dei repubblicani nella Consulta Nazionale e soprattutto nella Consulta Regionale nominata dall’Alto Commissario Pinna, nonostante la battaglia di Pietro Mastino e Anselmo Contu per far posto a Michele Saba.

Il terzo ed ultimo motivo che impedì per oltre venti anni una qualche cittadinanza del PRI tra le forze politiche in Sardegna risiede nella mancata presenza della lista dell’Edera nelle elezioni per l’Assemblea Costituente nel giugno del 1946. Il gruppo sassarese, cui era stato assegnato il compito della raccolta delle firme, produsse uno sforzo enorme per accompagnare gli elettori dal notaio e solo la mancanza di pochissimi nomi non consentì di raggiungere il limite imposto dalla legge, mentre anche i grandi partiti di massa portavano in giro i notai nel domicilio degli elettori. Fu un grave atto di ingenuità, se si considera che nella lista del Collegio Unico Nazionale (allora presentata dai partiti e utilizzatrice dei resti di ogni singola circoscrizione) Michele Saba sarebbe stato collocato al quarto posto e quindi con l’assoluta certezza di riuscire deputato. Ma la mancata presentazione della lista in Sardegna indusse Saba a non accettare la candidatura nazionale e privò quindi il partito della sua rappresentanza parlamentare.

Senza quadri intermedi della generazione di mezzo, attratti dai partiti già installati, con un gruppo di giovani dai quali li dividevano non meno di venti anni, pari all’intermezzo fascista, gli attempati dirigenti del PRI Sardo rinunciarono di fatto ad ogni proposito di espansione autonoma collocandosi a fianco del Partito Sardo d’Azione che nel luglio del 1948 aveva sofferto la scissione di Emilio Lussu.

Con l’ingresso nel PRI dell’anima azionista di Ugo La Malfa, antagonista di Lussu negli straordinari congressi di Cosenza e di Roma, si era chiusa la lotta che aveva tormentato il partito d’azione, corrispettiva di analoga spaccatura della società nazionale e del patto costituzionale uscito dalla lotta antifascista.

La Malfa aveva rimproverato a Lussu, d’accordo con Togliatti, di aver riprodotto un’ennesima eresia socialista e di aver ridotto al lumicino la speranza laica di un condizionamento da sinistra dell’emergente forza cattolica. È lo stesso tema del Congresso Sardista di Cagliari del luglio ’48: da una parte il Fronte popolare di Togliatti e Nenni, dall’altra la DC di De Gasperi con La Malfa, Saragat ed Einaudi. La divisione nel paese fu ripetuta in Sardegna e i repubblicani sardi scelsero la via dell’alleanza con i sardisti di Mastino, Oggiano e Melis che eletto deputato nel 1948 entrerà più tardi nel gruppo parlamentare repubblicano. Le elezioni regionali del 1° Consiglio Regionale della Sardegna videro i repubblicani impegnati in modo non effimero. A parte il concorso propagandistico di molti parlamentari del PRI (Parri, Belloni, Conti), specie in provincia di Sassari i candidati nella lista comune combatterono con notevoli prospettive di successo e fu solo l’impreparazione e la grande debolezza organizzativa che impedì a Mario Azzena e Michelino Muzzetto, candidati sostenuti dal PRI, di entrare in Consiglio lasciando il posto a Casu e Stangoni più efficienti nel gioco delle preferenze.

L’esperienza elettorale fu comunque la conferma di una linea politica comune che legò repubblicani e sardisti fino alle elezioni del 1958, passate le quali, per il mancato accordo elettorale fra PRI, Radicali, Comunità e Sardisti, il rapporto interrotto riprese poi con maggiore spessore e continuità fino allo sbocco dell’alleanza elettorale nelle politiche del 1963.

In questo lungo periodo che va dal 1949 al 1963 il PRI Sardo fu presente di fatto col suo contributo alle fortune elettorali del P. Sardo d’Azione concorrendo alla formazione delle liste dei candidati nei comuni, nelle provincie e nel Consiglio Regionale interrompendo gli accordi elettorali solo nel ’53 e nel ’58 (elezioni politiche) quando raccolse poche migliaia di voti. L’alleanza, che fu essenzialmente politica e non riguardò mai distribuzione di posti di sotto-governo per quanto riguarda i repubblicani; non visse soltanto di fatti elettorali, ma creò rapporti più stretti nel settore sindacale (i sindacalisti sardisti facevano capo alla corrente repubblicana della UIL) e in quello degli organismi collaterali: furono creati almeno 50 circoli dell’ENDAS che erano altrettanti centri di resistenza per il Partito Sardo d’Azione, con qualche rara apparizione di repubblicani che esercitavano una funzione complementare nelle zone in cui i Sardisti erano deboli. A tutto questo bisogna aggiungere che l’azione parlamentare di Titino Melis e di Mastino e Oggiano trovava alla Camera l’appoggio di La Malfa e al Senato quella di Conti e Macrelli.

Non c’è dubbio che tale stato di cose ridusse a zero ogni tentativo o progetto di espansione delle forze repubblicane in Sardegna che, ove fosse stato perseguito, si poneva come fatto conflittuale nei confronti di forze similari che occupavano lo stesso spazio politico, cioè i sardisti. E infatti poche persone in quegli anni si presentarono a richiedere la tessera del Partito Repubblicano: anche se deboli, anche se territorialmente squilibrate le uniche strutture di partito nel quadro politico dell’alleanza erano quelle sardiste e lì confluivano le nuove leve della milizia di partito.

La cosa non è priva di significato se si pensa che nei giorni della scissione del ’68 il Movimento Giovanile Sardista non apparve come protagonista per il fatto che esso, nella maggior parte dei suoi iscritti, era già passato in blocco ai Partito Repubblicano nell’autunno del ’67. Si trattava di giovani che sostenevano nella lotta politica la visione politica di fondo impersonata da Ugo La Malfa: la svolta di centro-sinistra, la politica per il Mezzogiorno, la programmazione economica.

Tuttavia, per quei pochi mesi, diciamo, di libertà che il PRI ebbe in occasione delle elezioni politiche del 1958 emerse indistintamente una certa prospettiva di sviluppo autonomo che non ebbe un riscontro elettorale per la scarsità del tessuto organizzativo ma che era, per l’autorevolezza degli uomini portatori delle idee, capace d’invertire l’antica tendenza. Uomini che si chiamavano Salvatore Cambosu, Antonio Pigliaru, Michelangelo Pira, Giuseppe Melis-Bassu, combatterono per l’alleanza repubblicano-radicale una battaglia senza truppe servendo gli ideali della democrazia laica, dei quali nessuno può disconoscerne oggi la grande forza anticipatrice.

All’alleanza non arrise il successo che meritava anche per la diserzione sardista e del Movimento Olivettiano di Comunità che con circa 200.000 voti ottenne un solo deputato nel Collegio di Torino.

La Malfa invitò Melis ad accettare la proposta repubblicana di una presenza sardista con una scritta nel contrassegno elettorale, sottolineando che tale proposta era già accettata dal Partito Radicale, ma il Partito Sardo volle i «4 mori» a tutti i costi e solo Olivetti lo poteva consentire. Ricordo di aver partecipato alla riunione con Reale, La Malfa e Melis nella quale Reale confermò l’irremovibilità del Partito Repubblicano alla tesi olivettiana di comprendere tutti i contrassegni in quella che fu definita la pizza «quattro stagioni».

«Caro Melis – disse Reale – comprendo le tue ragioni: sono le stesse che noi abbiamo in Romagna e nel Lazio. Con la differenza che con l’Edera io garantisco l’elezione di almeno due deputati a quoziente pieno e l’utilizzo dei resti in sede nazionale. Né tu con i 4 mori, né Olivetti con la sua campana, potete darmi questa certezza».

La collaborazione sardista-repubblicana riprese – come ho detto – dopo qualche periodo di malumore, per divenire più intensa in occasione delle elezioni amministrative del 1960 e in quelle regionali del 1961 quando La Malfa si trasferì in Sardegna per molti giorni tenendo numerosissimi discorsi e contribuendo notevolmente al successo elettorale. Nel 1963, dopo una stretta colleganza in riferimento al progetto di gestione del piano di rinascita che il governo Fanfani voleva affidare alla Cassa del Mezzogiorno e il P.S.d’A., e il PRI alla Regione, l’alleanza ebbe lo sbocco elettorale con l’inclusione nella lista dell’Edera dei sardisti e la rielezione di Titino Melis alla Camera dei deputati.

Nel 1965 Ugo La Malfa assunse la segreteria nazionale del Partito. Da quel momento iniziò un processo di ammodernamento delle strutture interne, un ringiovanimento dei quadri dirigenti e l’adesione di vasti settori della cultura nazionale che ebbe il suo corrispettivo nella confluenza di centinaia di consiglieri comunali in tutta Italia. Le prime avvisaglie che il partito – sorretto dall’azione di La Malfa – iniziava a risalire la china attraverso una revisione critica e autocritica dell’esperienza di centro-sinistra, si ebbero con le elezioni regionali del ’66 in Sicilia: il PRI conquistò 4 seggi riprendendo il suo posto nell’Assemblea dalla quale era assente per qualche legislatura.

In Sardegna l’onda del recupero fu avvertita con l’adesione di alcuni consiglieri comunali e di molti giovani: si aprì la sezione a Sassari che fu intitolata a Michele Saba e quella di Cagliari divenne centro di azione politica e organizzativa consentendo una prima penetrazione in provincia. La Malfa si accorse del mutamento in occasione delle elezioni regionali del 1965 quando venne di fatto snobbato da alcuni esponenti sardisti fra i quali si insinuavano i temi indipendentisti o riformatori dello Statuto Speciale portati avanti da Michele Columbu e da Antonio Simon-Mossa, due personaggi di grande prestigio e valore che eserciteranno un notevole richiamo nella base sardista ma che furono estranei alla lunga comunanza di azione politica tra i due partiti, l’uno perché viveva a Milano, l’altro perché non militante del Partito Sardo.

La Malfa scrisse nel luglio del 1966 una lettera a Melis nella quale, con alcune considerazioni nei miei confronti per le quali serberò imperitura gratitudine e affetto, incitava alla ripresa del dialogo e della collaborazione che aveva dato buoni frutti. Ma il PRI ormai – allontanandosi dal P. Sardo sui temi dell’autonomismo e del separatismo cui Tirino Melis non dava risposte esaurienti per non essere costretto a polemizzare con i suoi stessi compagni di partito – era in condizioni di camminare da solo. Gigi Concas, Bruno Anedda, Marco Marini e molti giovani erano già nel partito quando esso accolse il Movimento autonomista uscito dalla scissione del ’68, della quale vi parleranno altri.

Dopo aver dimenticato per tanti anni il patriottismo delle bandiere e dei contrassegni i repubblicani riprendevano il loro posto autonomo fra le forze politiche riallacciandosi ad una antica tradizione. La rinascita del partito farà dire ad un esponente di primo piano del Partito Comunista, Andrea Raggio: il PRI in Sardegna è un partito inventato per fungere da ruota di scorta della DC. Ho dovuto pubblicamente replicargli che il diritto di cittadinanza della scuola democratica e repubblicana nasce dalle stesse radici della democrazia in Sardegna.

Lo scontro tra le forze progressiste e le forze moderate dalla rivoluzione antifeudale ad oggi costituisce il lungo dialogo della democrazia isolana. Da G. M. Angioy a Siotto Pintor a G. B. Tuveri, a Giorgio Asproni, a Giuseppe Giordano, a Vincenzo Brusco-Onnis, a Pietro Satta-Branca, a Gavino Soro-Pirino, a Enrico Berlinguer (il nonno), ad Attilio Deffenu, allo stesso Lussu, a Cesare Pintus, a Stefano e Michele Saba e a tanti altri che sono stati nominati nelle relazioni precedenti, senza dimenticare il giovane Gramsci, al di là delle differenze che la Storia può diminuire o addirittura cancellare, esiste il filo di continuità del medesimo impegno democratico e civile. E’ un filone fondamentale della nostra storia regionale, la Sardegna che tende a schiudersi all’ansia di rinnovamento civile e culturale della nuova società italiana ed europea, la Sardegna delle minoranze, del dissenso, dell’eresia, del dubbio, della protesta, qualche volta del sovversivismo e qualche volta del compromesso e della rinuncia se ciò può servire allo stesso ideale.

Rendere giustizia a questo versante della politica in Sardegna, determinarne il suo peso nella storia isolana, giustificarne e comprenderne i valori utopici o tutto ciò che va contemperato con le esigenze tumultuose della società moderna, significa anzitutto fare cultura. Di qui l’obbligo degli specialisti in materia a riscoprire i protagonisti del movimento democratico e repubblicano in generale, dell’opposizione laica nel processo di formazione unitaria e in particolare di quell’ala non possibilista, ascetica, fedele con aspetti domenicani all’insegnamento mazziniano, direi asproniana per quanto riguarda la Sardegna.

L’analisi che è stata oggi fatta su una porzione non secondaria della nostra storia regionale riscoprendo il filone di continuità della scuola politica democratica repubblicana avrebbe soddisfatto anzitutto Michele Saba che una giornata come questa aveva lungamente sognato.

In anni lontani, mi pare 1956, avevo richiamato sulle colonne della «Voce Repubblicana» la necessità di riscoprire il movimento repubblicano in Sardegna e l’obbligo di scriverne e studiarne la storia. Michele Saba in una nota della sua splendida e irripetuta rubrica della «Nuova» «Seguendo la Sardegna e i Sardi» ne aveva ripreso uomini e fatti definendola una pagina viva e rivolgendo un invito ai giovani di colmare presto una così grave lacuna. Io, certo, ringrazio tutti i relatori che con le loro importanti relazioni hanno reso ricco e fecondo questo incontro, Del Piano, Orrù, Atzeni, Brigaglia, Saba, tutti insomma. Ma consentitemi di rivolgere un affettuoso pensiero cli riconoscenza a due nostri giovani, intelligenti amici: Aldo Borghesi e Gianfranco Murtas. Essi hanno raccolto l’invito di tanti anni fa, non hanno trovato nessuno che avesse scritto una storia su cui studiare e l’hanno scritta loro. Hanno lavorato con passione e competenza, con serietà ed impegno riportando alla luce e all’attenzione degli specialisti, il ruolo non effimero del partito e degli uomini che si sono richiamati all’ispirazione politica mazziniana nella nostra isola.

Al di là degli aspetti rituali, l’impegno di questi giovani è il più grande onore che Saba possa ricevere in due giornate a lui dedicate, a quasi trent’anni dalla sua scomparsa.

 

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