Perché, tra le tante cause remote e vicine, i sardi insorti il 28 aprile 1794 decisero di imbarcare e di far partire tutti i piemontesi residenti in Sardegna? di Mario Cubeddu

CONDAGHE 2.0. Condaghe significa essenzialmente raccolta di documenti di vario genere. Con questo articolo vogliamo iniziare a ospitare degli interventi sul passato, il presente e il futuro della Sardegna. Il Condaghe è aperto ai contributi che vorranno essere forniti dai lettori e si ripromette di proporre un intervento diverso ogni settimana. Documento n° 1.

Perché i sardi insorti il 28 aprile 1794 decisero di imbarcare e di far partire tutti i piemontesi residenti in Sardegna? Il fatto che la decisione sia stata condivisa e praticata in tutta l’isola dimostra che non si trattò di razzismo, ma della reazione esasperata a parole, fatti, comportamenti giudicati negativi. Come dimostra questa storia che contiene elementi diventati quasi stereotipi del dominio coloniale (l’abuso, l’arbitrio, la tortura) da parte dei padroni della Sardegna di allora.

Per descrivere i fatti al centro della vicenda che raccontiamo, in Francia c’era un termine apposito, dragonnade, inventato dai protestanti francesi perseguitati da Luigi XIV. Indicava una forma di persecuzione esercitata per mezzo dell’obbligo di alloggio da offrire ai dragoni, i soldati di allora. E dragoni erano anche i soldati protagonisti di questa storia tutta sarda.                                                     Nel 1744 il giorno dell’Epifania, la festa dei Tre Re, cade di lunedì. A Villamassargia, dopo Capodanno, arriva il vero inverno, la mattina le pozze sulla strada per Siliqua sono coperte da uno strato di ghiaccio e i vecchi, guardando il cielo verso i monti, dicono che presto arriverà la neve. Da secoli Villamassargia è sottomessa a feudatari che si godono dalla Spagna le rendite del lavoro dei contadini, pastori, artigiani. Ancora è così, nonostante la corona di re di Sardegna sia passata dal re di Spagna al duca di Savoia. Da qualche anno, precisamente dal 1738, il paese ha un nuovo problema:  l’andare avanti e indietro delle guarnigioni di soldati posti a guardia del nuovo insediamento di Carloforte, creato per accogliere i profughi liguri di Tabarka. Il primo distaccamento di quaranta soldati arriva in paese la sera di sabato 4 gennaio e riparte il giorno dopo di mattina presto. Ad accoglierli trovano il maggiore di giustizia Antonio Litardu e il giurato Lussorio Pani. Al loro arrivo i militari si aspettano di essere sistemati nelle case del paese, di avere da bere, da mangiare e da dormire. E’ quanto prevede l’onere di essere dei vassalli non appartenenti alle classi privilegiate. Per la partenza la comunità, tramite i suoi ministri, deve fornire i mezzi di trasporto per arrivare alla tappa successiva di Portoscuso.  Come servitori del re, alle truppe spetta lo stesso trattamento riservato ai rappresentanti del feudatario e al Vescovo in occasione delle sue visite. Solo che quaranta soldati sono più ingombranti di un Ufficiale di Giustizia e di quattro canonici, tanto che l’alloggio militare delle truppe è la prima minaccia che incombe sulle comunità insubordinate, recalcitranti a pagare i tributi feudali. Il distaccamento arrivato la sera del sabato 4 gennaio 1744 riparte la mattina della domenica. Sembra che tutto sia andato bene e che i militari si siano accontentati dei sei carri e dei soli nove cavalli che si sono potuti recuperare, in luogo dei dieci richiesti. Solo dopo si viene a sapere che lungo il cammino si sono impossessati del cavallo di Marco Portas che se ne stava a pascolare in un chiuso. Al proprietario l’onere di recuperarlo dopo che è lasciato libero. Per la festa del Tre Re si può festeggiare in pace il giorno dei doni portati dai Re Magi a Gesù Bambino e dei dolci, noci e castagne, fichi secchi riservati ai piccoli abitanti del paese. Il 7 gennaio arriva il distaccamento che se ne torna a Cagliari dopo aver concluso il suo turno di guardia a Carloforte. E’ comandato da un savoiardo dall’aria arrogante. Si presenta al Ministro di giustizia e al Giurato, che si fanno avanti ad accoglierlo, come Monsieur Flequester. Antonio Litardu e Lussorio Pani devono occuparsi di soddisfare le solite richieste: trovare casa ai soldati e recuperare cinque carri e dieci cavalli. A cosa servano gli animali e i mezzi di trasporto è risaputo: i cavalli vengono montati da ufficiali e sergenti, i carri devono trasportare i bagagli dei soldati e quelli tra loro che per malattia non possono camminare. Ma anche gli uomini sani preferiscono farsi portare, piuttosto che andare a piedi su quelle strade sassose: gli ufficiali chiudono un occhio. Il paese dovrebbe ricevere un indennizzo per questo, ma molto spesso i soldati se ne vanno senza pagare.                                                                                Per l’ora di cena tutti i militari sono stati sistemati. Monsieur Flequester, ospitato in una delle migliori case del paese, quella del notabile Antioco Manca, ha mangiato e bevuto a volontà e si prepara a ritirarsi nella sua stanza quando, alle dieci di sera,  sopraggiunge un abitante del paese che ha delle lamentele da presentargli. Il contadino Antonio Fois ha offerto al soldato che gli è stato mandato in casa tutto ciò che quello aveva chiesto da mangiare e da bere. Al momento di andare a dormire costui però si lamenta del letto in cui gli è stato proposto di dormire, lo stesso in cui Fois passa la notte con la sua famiglia, visto che non ne possiede un altro. I documenti non dicono quanti componenti avesse questa famiglia, ci dicono invece che non solo il soldato si rifiuta di entrare nel letto del contadino, ma comincia ad alzare la voce e fare dispetti, sino ad esasperare gli abitanti della casa. Mentre il Fois finisce di esporre le sue proteste, il soldato in questione si presenta anche lui nella casa per lamentarsi a sua volta della sistemazione sgradita. Il Comandante, di fronte alle querele dei due, non ha dubbi sulla decisione da prendere: dà ragione al soldato e ordina che il contadino venga portato nella prigione del villaggio, in attesa di una punizione per aver osato protestare.                                                                                                                                         Il giorno dopo il distaccamento viene convocato all’alba per raggiungere Siliqua prima del buio. I soldati lasciano le case e, equipaggiati col fucile in spalla, si radunano nella piazza davanti alla casa di Antioco Manca. Quando Monsieur Flequester si affaccia all’uscio, comanda subito che gli venga portato il prigioniero. Anche alcuni abitanti del villaggio si presentano davanti alla casa. Uno di questi, Antioco Vacca, contadino, ignaro della sorte toccata al suo compaesano, si rivolge all’ufficiale per dire che il soldato ospitato lo ha tormentato tutta la notte per la qualità non gradita delle lenzuola del letto in cui gli è stato proposto di dormire. Prima che finisca di parlare, il prigioniero Antonio Fois raggiunge la piazza scortato da soldati. Come risposta ai due contadini insoddisfatti il Comandante ordina che venga portato lo strumento usato per torturare e costringere a parlare chi viene sottoposto a interrogatorio stringente. Si tratta di due anelli di ferro in cui vengomo inseriti i pollici del malcapitato. Provoca dolori lancinanti quando una vite stringe la morsa. Il comandante si vuole divertire: le dita dei due contadini vengono infilate in ciascuno dei due anelli e gli abitanti di Villamassargia e i soldati assistono alle urla e ai contorcimenti dei due disgraziati legati allo stesso strumento di tortura. Cessato il supplizio, Antioco Vacca viene rimandato a casa dolorante, mentre per Fois non è finita. Si ordina che venga spogliato e lasciato con il panno che gli copre il ventre, quindi gli vengono inferte cinquanta bastonate sulla schiena nuda. Alla fine viene lasciato in terra esanime. Accorre il chirurgo del paese, Antioco Concas, che ne aveva sentito le urla da una casa vicina. I compaesani lo soccorrono e lo portano a casa. Qui, perché si riprenda dallo spavento e dal dolore, il chirurgo provvede a salassarlo. La popolazione è paralizzata dall’orrore e dalla paura. Il distaccamento riparte, gli ufficiali e i sergenti a cavallo, i soldati sui carri. Anche stavolta lungo strada prelevano da un chiuso un cavallo che abbandonano poi a Siliqua. Il padrone ne segue le tracce e lo ritrova dopo due settimane. Qualche giorno dopo i due sindaci, Antonio Saruis e Ignazio Melis, si rivolgono al Vicerè per protestare. Affermano che molti abitanti stanno pensando di lasciare il paese a causa di una situazione che li sta portando alla rovina; protestano per i maltrattamenti che devono subire dai soldati, oltre alle spese che devono sostenere per fornire animali e uomini che guidino i carri. Senza il compenso dovuto per le giornate perdute da uomini e mezzi, tutto gratis. Il povero Antonio Fois non si riprende, è un uomo rovinato perché non riesce più a fare il lavoro nei campi necessario a mantenere la famiglia. Il Vicerè delega la questione alla Segreteria di Stato che dopo un’inchiesta approssimativa ordina a Monsieur Flequester di pagare quanto dovuto per i carri e i cavalli. Nessuna giustizia e  nessun indennizzo vengono riconosciuti ai vassalli torturati.

 

Archivio di Sato di Cagliari, Segreteria di Sato e di Guerra; Seconda serie, volume 1868, fascicolo 1.

 

 

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