Mario Melis, l’umanesimo e la democrazia nella vocazione nobile di una famiglia sarda del Novecentom di Gianfranco Murtas

Ci avviamo a chiudere il terzo lustro che segna una perdita, per me ancora dolorosa, patita nel mondo della politica: mi riferisco alla scomparsa di Mario Melis, già presidente della Regione sarda, già parlamentare nazionale e deputato europeo. E’ stato, Mario Melis, una personalità di prestigio che ho molto amato perché mi faceva ancora sentire interno a una resistente (nonostante tutto) trama di relazioni ideali fra i repubblicani, eredi della scuola di Mazzini e Cattaneo, di Asproni e Tuveri, ed i sardisti, discendenti essi pure da quella scuola originalmente rielaborata nel primo dopoguerra, e originalmente vissuta in tempi e contesti nuovi, nell’antifascismo di GL e nelle fatiche costruttive della repubblica, da uomini come Lussu e Bellieni, come Mastino e Contu e Soggiu, come Puggioni anche e taluni sardo-socialisti come Cesare Pintus e Gonario Pinna, rimasti orgogliosamente mazziniani e cattaneani, militanti dei valori universali che sono il midollo della vera arte politica. E come i Melis, come Titino in primo luogo e i fratelli – come Pietro e Pasquale – e le sorelle a scendere, nobili figure ciascuna portatrice di un talento speciale, morale e intellettuale, civile e sentimentale. Mario a chiudere, ultimo a resistere, dopo la caduta tristissima di Elena ed Ottavia, alle quali mi legò una fraternità pura e prolungata, al di là dello stacco generazionale.

Venendo in argomento, non posso evitare un passaggio (seppur rapido comunque non superficiale) autobiografico. Di formazione cattolico liberale – direi di derivazione manzoniana e novecentesco riferimento jemoliano – ebbi un approccio alla politica, il solo e intemerato nella generosità propria dell’adolescenza, volto alle minoranze ideali della storia patria, quella risorgimentale confermata dalla moralità dell’antifascismo democratico non di classe. Nel tempo ho avuto una militanza di partito piuttosto lunga, in due distinte e distanti tranche, una entusiastica ed un’altra più critica e matura, e il sardismo, nel mio bellissimo partito dell’Edera (il simbolo della Giovine Europa, 1834), lo trovai, quasi mezzo secolo fa, dentro e d’intorno, nella cultura e nel sentimento, anche nella conflittualità delle strette appartenenze.

Se la testimonianza personale, per marginale che sia, potesse valere come contributo di conoscenze ad una stagione della vita politica isolana, per tornare poi alla personalità ricca di Mario Melis, potrei azzardarla senza temere giudizi impietosi.

Nel gennaio 1971, quando mi iscrissi alla Federazione Giovanile Repubblicana dopo due anni di attenzione insistita alla predicazione di Ugo La Malfa, la sede cagliaritana di via Sonnino – le finestre sulla piazza Gramsci (così ribattezzata dalla giunta di Cesare Pintus, nel 1945, in superamento della denominazione che onorava invece Carlo Sanna, eroico generale ma anche presidente del tribunale speciale!) – era piena di foto dei risorgimentali stampate su tavolette di legno: l’intero pantheon democratico italiano e nel novero, naturalmente, i sardi come Giovanni Battista Tuveri e Vincenzo Brusco Onnis, celebrati anche al monumentale di Bonaria con le epigrafi nientemeno che di Giovanni Bovio (il quale avrebbe poi ancora replicato, nella nostra università, per Efisio Marini). Di formato gigante il volto pensoso di Giorgio Asproni, il più amato.

Alla raccolta e distribuzione per stanze di questa iconografia aveva provveduto Bruno Josto Anedda, già segretario regionale del PRI e, al momento, giornalista della RAI, nonché permanente collaboratore della facoltà di Scienze Politiche: Anedda, 34enne allora, era lo scopritore del diario politico di Giorgio Asproni e, incontrando la santa liberalità del conte Enrico Dolfin (pronipote del canonico e deputato) il quale custodiva quelle carte nella sua casa del continente, s’era dedicato pienamente negli ultimi dieci anni della sua intensa (e purtroppo breve) vita allo studio di quei manoscritti eccellenti. Associati a lui, in facoltà, docenti di spessore come Tito Orrù, Carlino Sole, Maria Corona Corrias. Da Asproni diarista avremmo conosciuto mille retroscena della storia risorgimentale, politica e parlamentare, dal 1855 al 1876, prima e dopo l’unità d’Italia. E in quella sede di partito, al centro di Cagliari, erano impegnati tutti – in primis i miei compagni della FGR – a correggere le prime bozze della biografia asproniana, destinata a far seguito a quell’altra, pure di Anedda e pubblicata anch’essa da Giuffrè per conto della facoltà di Scienze Politiche, di Vittorio Angius politico. Sarebbe venuta, l’uscita, però soltanto nel 1974, dopo la prematura morte del valoroso e sfortunato amico mio (cui ottenni di intitolare allora la sezione del partito in città).

Per uno studente che s’era accostato alla politica fascinato dalla sapienza dialettica, derivata dai giornali e dalla televisione, di un padre della patria come Ugo La Malfa – resistente antifascista, esordiente nelle galere del regime già nel 1928, venticinquenne – entrare nel mondo dei partiti facendo lo slalom fra le bozze asproniane, i quadri dei risorgimentali nazionali e sardi e le analisi economiche degli eredi del glorioso Partito d’Azione che puntavano sulla programmazione e la politica dei redditi, così come sul regionalismo partecipativo (in anni in cui il sistema regionale di statuto ordinario previsto dalla costituzione s’era appena attuato purtroppo anche con mille illusioni), significava essere gratificati dall’intelligenza dell’ambiente che ancor più sprizzava nella francescana sobrietà delle strutture ospitali.

Di più: con noi avevamo l’erma (in gesso pesante, di dimensioni una volta e mezza il naturale) di Giovanni Bovio, il leader del mazzinianesimo italiano dopo la morte dell’Apostolo, filosofo del diritto e drammaturgo, parlamentare e Grande Dignitario della Massoneria italiana, quella di Nathan, ed oratore allo scoprimento del monumento di Giordano Bruno a Campo dei Fiori, nella capitale. Quando la statuaria funzionava come materia di pedagogia civile degli italiani in cerca di consolidarne la coscienza nazionale – dell’Italia da vivere, secondo i democratici più che secondo i liberal-monarchici, come comunità delle comunità territoriali animate dallo stesso spirito progressista – dopo la scomparsa di Cavour e re Vittorio, di Mazzini e Garibaldi, i grandi che ormai da un secolo affacciano ancora, in questo 2017, a Cagliari, nel viale Trieste, da palazzo Picchi.

Quel nostro Bovio era il doppione dell’originale collocato nel 1905 nello square delle Reali, faccia alla stazione ferroviaria e spalle a Verdi, autore di entrambi i busti il giovane Pippo Boero, un cagliaritano di bell’avvenire, allievo a Roma nientemeno che di Ettore Ferrari. Qualche sconsiderato fascista – così sembra – abbatté, negli anni ’30 inoltrati, l’erma, visibile in alcune foto d’epoca: di quando – anni 1908, 1910, 1911 – i giovani del circolo “I martiri del libero pensiero, Giordano Bruno”, cui era iscritto anche Antonio Gramsci liceale, si riunivano per pubblici comizi: perché Bovio era il referente degli studenti impegnati di Cagliari, cercato e ascoltato, sodale intemerato contro le ottusità della polizia governativa crispina, dai giornali di Cagliari e Sassari onorato alla morte con molti articoli, perfino di apertura in prima pagina. Quell’opera monumentale all’aperto era in marmo e il doppione invece in gesso pesante: recuperato nel 1970 da Anedda e Luciano Marrazzi (come altre volte ho raccontato) in un magazzino del municipio, ed ottenuto per i repubblicani dalla colta disponibilità del sindaco De Magistris, era stato di proprietà della loggia massonica Sigismondo Arquer, nella via Baylle, prima di essere sequestrato dai questurini fascisti, nell’irruzione-saccheggio del novembre 1925. Pochi mesi dopo che anche Antonio Gramsci parlasse, purtroppo vanamente e in costanza di Aventino, in difesa della Massoneria a Montecitorio.

La grande storia, quella europea e quella italiana, e la storia regionale in quei libri in bozza, in quei quadretti e in quella statua nella sede di un partito che parlava di programmazione, politica dei redditi e regionalismo partecipativo, di modernità insomma, e riforma del sistema scolastico e di quello sanitario così come – auspice il ministro Reale, uomo del Partito d’Azione – del diritto di famiglia, con una sostanziale e definitiva parità fra i sessi (potestà condivisa fra coniugi e non soltanto maritale, regime patrimoniale in comunione, maggiore età a 18 anni, ecc). Era lì che, fra i repubblicani, incontravo il sardismo ideale, l’apostolato politico in pro dell’Isola, per le infrastrutture di comunicazione e per quelle produttive, per una diffusa migliore qualità di vita. E incontravo quel che rimaneva del sardismo in crisi, o in problematico riposizionamento dopo gli strappi recenti fra i Quattro Mori.

Quello era l’ambiente. Fra sezione di partito, circolo Endas – e si ricordi che l’Endas (l’Arci repubblicana a dirla in breve) era sorto in Sardegna, già dal 1964, con il determinante apporto del PSd’A (a Cagliari come a Nuoro e Sassari) – e segreteria Anedda quel PRI sembrava un distaccamento della facoltà di Lettere o di Scienze Politiche. Quando arrivai io si erano appena conclusi i… corsi di storia sarda cui avevano partecipato, come relatori in un ciclo di tredici step, uomini come Giovanni Lilliu e Lorenzo Del Piano, Leo Neppi Modona e Carlino Sole, come più vicini, per consolidate idealità, alla democrazia repubblicana e autonomistica Alberto Boscolo e Tito Orrù, forse il più caro di tutti. In quelle stanze di partito – strano ma vero – s’erano passati la consegna docente, per allargare e approfondire le conoscenze della militanza giovane ed adulta ma insieme contribuire alla preparazione dei prossimi candidati ai concorsi per la scuola, anche giuristi ed economisti come Marcello Capurso ed Italico Santoro, come Gerolamo Colavitti e Giovanni Satta… Le fronde del tempo nuovo – così nella dottrina dello Stato (e la riforma dell’ordinamento costituzionale) come nelle politiche modernizzatrici della programmazione economica – chiamavano a sé la linfa vitalizzante della storia secolare, ed i richiami di idealità testimoniali, del repubblicanesimo rivoluzionario e riformatore sette-ottocentesco così come del combattentismo e del sardismo del primo Novecento valevano a disegnare un filo rosso di coerenze patriottiche, popolari e democratiche. Evidenziando la sostanza culturale che ha distinto, nel pensiero politico moderno, l’area democratica da quella liberale e da quella socialista: cioè la centralità della libertà nell’istituzionale, o nel politico-istituzionale, prima ancora che nell’economico: suffragio universale, voto femminile, repubblica, autonomie territoriali federate…

Bisognerebbe a questo punto ancora precisare, associando le case agli uomini, ai loro percorsi o travagli civili: in quella loro nuova sede (sobria ma nuova) piena di riferimenti antichi i repubblicani cagliaritani stavano da un anno circa, per un altro anno erano stati prima in modestissimi locali situati verso le scalette fra il corso Vittorio Emanuele e la via Portoscalas; ma prima ancora, e per svariato tempo, essi erano stati accolti nella sede del Partito Sardo d’Azione! Così a Cagliari, nella via Roma, come a Nuoro, nella via Tola, come in altre città o cittadine dell’Isola. E già nel 1952, quand’era ministro del Commercio con l’estero nell’ultimo creativo governo De Gasperi – il VII –, Ugo La Malfa, venuto nell’Isola per interloquire e confrontarsi con gli (ostili perché protezionisti) imprenditori presso le tre Camere di commercio, poté incontrare la militanza repubblicana nelle sedi sardiste messe a disposizione dal direttore regionale Titino Melis… Quel Titino Melis che era stato anche lui, con La Malfa, a San Vittore, nel 1928… Fraternità di rapporti storici e attuali, umani prima che politici. (E politici, comunque, nel senso alto del termine. Bellieni aveva guardato a Salvemini ed a Zuccarini, nelle riviste Volontà e Critica Politica i sardisti avevano incontrato i democratici e i meridionalisti della penisola, e Lussu e Fancello/Cino d’Oristano e il grande Bellieni ancora cercavano e trovavano spazio fra le idealità rigerminate dopo la fine del macello bellico, intendendo dare un’anima progressista e ampiamente riformatrice al movimento dei combattenti attivo sul continente oltre che nell’Isola, anche attraverso il lancio di una formazione denominata Partito Italiano d’Azione).

Tutto diceva di questo rapporto nobile fra repubblicanesimo e sardismo (e spiace rilevare quanto i nazionalitari di oggi, i bilinguisti stretti evidentemente di radici estranee al primo sardismo e anche a quello di dopo, fattisi padroni di un partito senza più bussola orientatrice, non sappiano coltivare, anche criticamente s’intende! il senso di questa storia, tanto più oggi che tutto pare imbastardito dalle improprietà identitarie dei soggetti sulla scena – i qualunquisti di forza italia al pari dei sedicenti sovranisti parafascisti di contorno e dei leghisti volgarissimi, i chiacchieroni autoreferenziali ed improvvisati del grillismo ed i conformisti tristi e negativi del PD – e dal nullismo anche della classe dirigente sarda cui si vorrebbe affidare il governo della indipendenza! Senza che essa – la sedicente classe dirigente sarda – abbia neppure saputo stendere, per l’Isola, una decente legge elettorale, ed abbia anzi legiferato per la casta tanto da assicurare nel tempo trattamenti privilegiati e assurdi ai suoi esponenti caricando sulle casse pubbliche).

Nel primo antifascismo combattente degli anni ’20, in quello clandestino dei più maturi anni ’30 – in Giustizia e Libertà, nelle lettere scritte con l’inchiostro simpatico a protezione delle intelligenze carsiche, nel carcere di San Vittore o di Regina Coeli e Frosinone, nei pericoli della guerra di Spagna –, nei richiami del dovere patriottico così nella resistenza – si ricordi Armando Businco, si ricordi Pietro Borrotzu – come nel CLN e nelle nuove istituzioni, alla Consulta e al governo, con Mastino sottosegretario al Tesoro, alla Costituente con Lussu nella commissione dei 75 e Mastino nell’emiciclo, e dopo, con Luigi Oggiano, al Senato, e Titino Melis deputato dal 1948: tutto questo era un pensare in grande, alla Sardegna nel sistema geopolitico del secondo dopoguerra, in un contesto di faticose ricollocazioni, con la guerra fredda in partenza, con la battaglia per l’Alleanza atlantica che pure impegnava e divideva (così i sardisti – Gonario Pinna lasciò allora – come anche i repubblicani, tanto più quelli poco amanti della partnership con i democristiani, come Della Seta, che era stato anche gran maestro aggiunto ed onorario ad vitam dei giustinianei). Con la CECA, nel 1951, nasceva l’Europa comunitaria. L’Italia partecipava al sistema delle intese  politiche e militari internazionali, sicché la Sardegna con l’Italia, intima all’Italia pur con tutte le sue originalità di storia e cultura, entrava nei piani del futuro: negli anni ’50 i giovani sardisti furono fra i primi a partecipare ai circoli del Movimento Federalista Europeo, anch’esso di derivazione democratica, repubblicana e radicale, e dall’area sardista – si pensi soltanto a Michelangelo Pira – giunsero alla redazione de “Il Mondo” di Pannunzio articoli di lucidissima analisi dello stato isolano. Quando anche Adriano Olivetti era sentito come amico politico, coprotagonista di un condiviso progetto comunitario nazionale italiano, e Michele Columbu professore di lettere emigrato in Lombardia – e personalità d’eccellenza del PSd’A, accompagnato nella vita e nelle idealità da sua moglie Simonetta Giacobbe, finissima intellettuale anche lei – poteva firmare un numero unico dal titolo “Sardegna Italiana”).

Purtroppo le vicende interne al PSd’A, la conquista progressiva di quote direttive (e ovviamente di militanza) da parte di Antonio Simon Mossa e della sua parte nazionalitaria-indipendentista, in corsa fin dal 1965, e l’insoddisfazione di molti dirigenti per la marginalità cui ritenevano di essere costretti dal vertice del partito, avrebbero determinato fra il 1967 e il 1968 la rottura insanabile nella grande famiglia dei Quattro Mori. Quella dirigenza insoddisfatta e (giustamente, a mio avviso) preoccupata per l’accondiscendenza mostrata agli estremismi dottrinari, di taglio terzomondista ed estraneo ad ogni trend europeista secondo la linea dei trattati di Roma, dei seguaci di Simon Mossa – di lui che, paradossalmente, era nipote di una bellissima e autorevolissima figura di mazziniano incorrotto, mazziniano fin dalla sua prima età a Sassari, il professor Renzo Mossa – avrebbe forzato la mano candidandosi in proprio alle politiche del maggio 1968: lo fece proprio con la lista repubblicana, andata in gara dopo la denuncia di quell’alleanza con il Partito Sardo che nel 1963 aveva portato a Montecitorio giusto Titino Melis, promosso deputato allora con i resti elettorali del PRI, dunque con i voti dei repubblicani di Romagna e Lazio, Lombardia e Calabria, Piemonte e Puglia.

Furono espulsi dal PSd’A – e la cosa si comprende – quegli esponenti candidatisi con la lista “concorrente” e lo stesso sen. Mastino venne imprigionato in un limbo di surrealtà, per una tessera da lui non rinnovata, per una tessera – dissero gli altri – che non gli si poteva più consegnare. E anche il sen. Oggiano, sempre sodale con Mastino, si ritrasse amareggiato dalla militanza attiva.

Quei dissidenti espulsi costituirono un gruppo autonomo, nell’agora politica come al Consiglio regionale e nelle altre sedi di rappresentanza; dopo tre anni circa il movimento confluì poi fra i repubblicani di Asproni e Tuveri, di Asproni e Tuveri che erano anch’essi padri ispiratori del pensiero sardista. Intanto, federati al PRI, avevano eletto in Consiglio regionale Armando Corona – fra i leader della dissidenza –, destinato a progressioni rilevanti nelle responsabilità politiche ed istituzionali, mentre erano caduti Nino Ruju a Sassari (diretto avversario nel PSd’A di Simon Mossa) e Peppino Puligheddu (a Nuoro, lui che era il fiduciario plenipotenziario di Pietro Mastino).

I sardisti del PSd’A, per parte loro, continuarono la battaglia politica privati del collegamento nazionale. Io vissi quella stagione ancora da giovanissimo, nel PRI ad ingressi sardisti, allora non comprendendo appieno le sensibilità ferite e la generosità che, al di là del merito tutto politico, pur permaneva nei migliori: in Titino Melis il quale dopo l’anno di interregno (seguito alla cessazione del mandato parlamentare) si candidava per la prima volta, e veniva eletto, al Consiglio regionale, in suo fratello Mario e in Bruno Fadda, in esordio anche essi nella rappresentanza regionale, avvicendati a uomini come Anselmo Contu o Pietro Melis, che avevano servito la Regione fin dal 1949 e dopo la buriana s’erano ritratti, con tutto il loro personale prestigio e la buona coscienza, nei ranghi di retrovia.

Negli anni fra ’80 e ’90, montando il (degenere) fenomeno leghista nella politica nazionale e scadendo – nella mia visione delle cose – il sardismo a quello che non era mai stato e non avrebbe mai potuto (e dovuto) essere, movimento estremista e dogmatico nelle logiche del nazionalitarismo (sempre intimamente reazionario), mi impegnai intensamente a ristudiare la storia del PSd’A per dimostrare, carte alla mano, la certa e permanente coscienza del partito circa il bene della patria, cui esso contribuì, non senza pagare alti prezzi, a dare un assetto costituzionale-istituzionale dopo il ventennio e gli sconquassi della guerra fascista.

Se nelle trincee del Carso, come ricordava ad ogni congresso Titino Melis direttore regionale, era nato lo spirito del sardismo – e il Partito Sardo d’Azione poteva perciò considerarsi attore e patrono del compimento nazionale (per le terre di Trento e Trieste finalmente acquisite ai confini dell’Italia) – e se, per la militanza nelle file di Giustizia e Libertà e nelle coalizioni preparatorie della repubblica e della carta costituzionale, il Partito Sardo d’Azione poteva a ben diritto meritare il miglior riconoscimento patriottico, ogni nuovo congresso celebrato in limba e in odio al “sistema” italiano aveva ragione di apparirmi né più né meno che una bestemmia ideale e politica.

Di qui alcune migliaia di pagine di elaborazione dei percorsi storici del PSd’A, in quei sette od otto o nove libri, compreso quello riunitivo di tutti i discorsi parlamentari di Giovanni Battista Melis nella prima e nella quarta legislatura repubblicana, sempre all’insegna di una battaglia per “l’unità vera della patria” (parole sue a nome del Partito Sardo d’Azione).

Fu in quel contesto che, dopo vent’anni dacché gli scrissi la prima volta, potei riprendere i contatti con Mario Melis, il quale da poco aveva lasciato l’ufficio di presidente della Regione e svolgeva allora il mandato di europarlamentare. In lui, a parte la simpatia personale tutta spontanea, vedevo la statura dell’uomo di Stato. Avrebbe benissimo potuto fare il ministro della Repubblica, Mario Melis, forse più e meglio del suo fratello più grande, che era stato suo maestro.

Con lui volli una volta insistere sulle virtù familiari, sugli esempi da lui ricevuti da parte di Titino e di Pietro, i fratelli più grandi che gli avevano tracciato la strada.

Quello che segue è, appunto, la simulazione della intervista-conversazione che con lui ebbi per il libro Titino Melis, il PSd’A mazziniano / Fancello, Siglienti, i gielle (Cagliari, Eidos, 1992), ripresa in Titino, i Melis, la Sardegna (Sassari, Edes, 2004).

Debbo un’ultima puntualizzazione. Il senso di questa riproposizione è puramente morale, non politica. Perché ho pensato giusto onorare la memoria di Mario Melis. Confermare con il sentimento al suo nome e a quello di quanti della sua famiglia ho avuto modo di frequentare o variamente coinvolgere nelle mie attività di studio – Elena ed Ottavia, Pietro e Pasquale – integra la deferenza e l’ammirazione per la testimonianza di vita resa.

So bene che le circostanze della storia degli ultimi decenni non hanno trovato né nei sardisti né nei repubblicani – dico dei repubblicani sardi come di quelli del continente – capacità di lettura alta dei tempi nuovi, capacità di creare il nuovo, confermando lo spirito delle esperienze trascorse e la permanente nobiltà degli ideali, di una certa ispirazione valoriale e culturale. E’ ormai una partita perduta, a mio avviso. Io stesso non voto più da anni, la merce del mercato è tutta avariata, talvolta è marcia, impudente, anche la carta che avvolge il marcito. Il mio partito non c’è più – di fatto non c’è più, pur se rimane il suo fantasma in qualche sito internet e balla ancora come la coda d’un’anguilla ormai decapitata. Esso è dilaniato dal bipolarismo che ha diviso militanza e dirigenza fra sensibilità moderate e progressiste, obnubilando la lucidità di troppi che, nel molto altro, non hanno capito che una minoranza avrebbe potuto far politica anche fuori dagli schieramenti arlecchino e dalle rappresentanze elettorali. Come i radicali (quelli di Villabruna e Valiani e Pannunzio) e già gli “amici del Mondo” fecero fin dagli anni ’50.

Il Partito Sardo, per parte sua, è perso nel nulla di un indipendentismo chiacchierato e non argomentato, astratto e impossibile, ed è affidato per il più a uomini che ben poco sanno della storia profonda della loro comunità politica, delle fatiche di un ceto militante e dirigente che ha donato per lungo tempo il meglio di sé alla causa della democrazia antifascista e repubblicana nella prospettiva europea. Non saltando l’Italia, perché la Sardegna è italiana, come Bellieni ci insegnò. Non ieri, già nel 1920.

 

«Titino, un libro aperto e inesauribile. Pietro, il fascino dell’umanista e del riformatore»

Famiglia straordinaria questa dei Melis. Sia detto senza un grammo di incenso, anche se non è certo da nascondersi la cordiale simpatia che tutti – da Elena ed Ottavia, a Mario, agli altri, ciascuno col suo tono e il suo timbro – sanno strappare a chi, lontano per ascendenze, formazione ed esperienza di vita, alloro stesso ambito etico-politico si richiama, nel nome dell’universale Mazzini, del Mazzini di “Patria e Umanità”, e nel nome della Sardegna. Sia chiarito anche questo aspetto: nel nome della Sardegna e dell’ideale autonomistico variamente espresso dai repubblicani d’un tempo – quelli autentici, non quelli supposti e contraffatti di oggi, almeno nell’Isola – e dei sardisti d’un tempo – quelli autentici, non quelli dell’evanescente chiacchiera nazionalitaria di oggi… (chiacchiera in cui non hanno posto, naturalmente, la memoria e la sequela degli alti esempi, e fra essi quelli forniti da Titino e da Pietro Melis, figure rimosse completamente dalla riflessione, dal dibattito e dalla pubblicistica del PSd’ A degli anni ’80 e ’90).

Ci unisce l’alto ideale ispirato dall’Apostolo repubblicano, ci unisce il richiamo ai valori della scuola democratica risorgimentale – la stessa di Asproni e di Tuveri – su cui si sono innestate le elaborazioni del miglior meridionalismo, in cui ha trovato accoglienza il pur variegato e anche contraddittorio, non sempre lucido e coerente, ma sempre generoso e puro sardismo delle origini: quel sardismo nel quale comunque l’amor di patria – la Patria italiana – si è unito allo speciale amore per la “piccola patria” regionale, la cui causa è stata quella dell’assunzione, finalmente con parità di diritti e di doveri, eguale fra eguali, nel maggior ambito nazionale, democratico e repubblicano, senza enfasi nazionalitarie o nazionaliste.

Educato a quei princìpi fin dagli anni dell’associazione cagliaritana intitolata alla “Giovane Sardegna”, Giovanni Battista – Titino – Melis è stato, nel suo lungo corso di dirigente del PSd’ A, di legislatore nazionale e regionale – si noti: prima nazionale che regionale – un protagonista assoluto della causa sarda, della quale si diceva, in repubblica. La causa della redenzione sociale, dell’emancipazione dello stato materiale di vita delle masse povere, rurali ed urbane, costrette nell’abbandono e poi all’emigrazione, private d’altra prospettiva, di una speranza di promozione civile nella propria terra, di sviluppo nel quadro di un’economia più moderna ed avanzata.

Uomo di grandi intuizioni e sintesi politiche, Titino Melis, apostolo del sardismo e della causa sarda per mezzo secolo: trent’anni in democrazia, gli altri – due decenni di preparazione e di testimonianza morale – nel buio irrespirabile del fascismo.

Con lui Pietro Melis, più giovane di cinque anni, grande consulente e consigliere e grande fiduciario di Titino, così nel Partito come al “Solco” o nelle attività parlamentari. Pietro l’umanista, l’uomo di cultura ricco quanti pochi altri di una vita interiore, spirituale ed intellettuale in cui è germinata e da cui s’è alimentata una vocazione aperta, sensibile alle ragioni degli oppressi, ma senza propensione alcuna ai proclami solidaristici e invece concretista, rigorosamente salveminiano, attento ai dati reali di base dei problemi da affrontare, dei fenomeni sociali od economici bisognosi di una messa a punto, di un indirizzo da parte della politica.

Ho ricordi personali di Pietro, incontri nella sua abitazione cagliaritana e colloqui, gli ultimi, soltanto al telefono: e l’ultimo ricordo è di quel suo amaro, cupo desiderio di morte, una morte liberatrice, una morte che finalmente lo salvasse dalle ormai infinite, insopportabili sofferenze… Indimenticabile professore, carissimo professor Pietro Melis.

Parlare adesso di Titino e di Pietro Melis con Mario, il più giovane di casa, è ovviamente un parlare autobiografico, suo personale ma anche collettivo, di una famiglia e di una certa generazione, di un luogo politico: e tutto ciò rende estremamente fascinoso il ripasso.

Mario Melis – presidente della Regione per cinque anni, fra 1984 e 1989, già consigliere regionale e parlamentare della Repubblica, attualmente eurodeputato. Leader portatore di tutte le eredità possibili e immaginabili dei suoi fratelli, ma con una propria, peculiare cifra umana, intellettuale e politica che ben riflette, né lo potrebbe evitare, anche quello scarto di diciotto-tredici anni rispetto ai suoi maggiori.

* * *

«Non mi ha messo in imbarazzo il fatto che si dicesse, alla Camera: “è il fratello di Melis”… Naturalmente veniva fuori il paragone, sempre, soprattutto all’inizio della mia esperienza parlamentare, nel 1976, questo paragone fra me e Titino, risolto a suo favore, naturalmente, ed anch’io sono ovviamente d’accordo, perché sono sostenitore di questo suo valore assoluto e superiore. Ho conosciuto Ugo La Malfa, che era un vecchio e caro amico di Giovanni Battista Melis, sino a che le vie della politica non si sono separate. Erano stati vicini nel corso della prima legislatura, fra 1948 e 1953, è più ancora nella quarta, fra 1963 e 1968, quando militavano nello stesso gruppo parlamentare, quello dell’Edera.

«Io il deputato l’ho fatto nel gruppo della Sinistra indipendente, e cosi il senatore. Prima il senatore, fra il 1976 e 1979, e dei colleghi di gruppo sono stato il solo – insieme a Lelio Basso, altro grande amico di Titino fin dagli anni 1927-1928, quando entrambi, e con molti altri, fra cui La Malfa, furono arrestati per antifascismo a Milano -, sono stato il solo a votare contro il governo della “non sfiducia” guidato dall’onorevole Andreotti. Nenni, senatore a vita, anche lui negò il consenso al ministero che era un monocolore democristiano. Confesso che avvertii qualche imbarazzo, e comunque il peso enorme della mia decisione controcorrente, sarei stato additato come un presuntuoso, un Pierino… Ma l’insegnamento di Titino è stato anche questo: leali con la propria coscienza, non si può mancare neppure per ragioni di opportunità. Non ricevetti il ridicolo ma invece una certa simpatia… Quando, nel 1983, mi trasferii alla Camera, il nome di Melis tornò a circolare a Montecitorio, tanti anni dopo. Titino era ancora ricordato con molto rispetto non solo dai vecchi parlamentari, ma anche dal personale addetto all’aula, alle commissioni, agli uffici…».

Chiedo al presidente un ricordo, così, diciamo “riassuntivo” di Titino, Titino collega nella professione forense…

«Molte volte mi aveva chiesto di sostituirlo, perché investito di mandato parlamentare o di altri impegni politici: ne era costretto, lui che pure esercitava molto intensamente la professione e cercava di non dimenticare mai che la sua professione non era la politica. La politica era una scelta di vita, ma la professione era quella forense, e quando non era in grado di poter fare i processi per i quali aveva accettato l’incarico, mi pregava di sostituirlo. Perciò venivo a Cagliari per i processi, dalla Pretura alla Corte d’Assise… Era tale la reciproca stima e fiducia, che non mi lasciava mai un’istruzione, non mi diceva mai: “io interpreterei in questo modo la causa”. Spesso, poi, mi chiamava all’ultimo momento, ed ero dunque costretto a studiarmi in una notte le carte d’un processo magari complicato, e che lui s’era già annotato… I suoi appunti erano nel fascicolo, ma io neppure li guardavo, anche perché contenevano delle cifrature che erano illeggibili… Conosce la scrittura di Titino? Insieme abbiamo fatto pochissimi processi e per la verità abbiamo più contrastato che concordato, ma, ripeto, con reciproca deferenza, ciascuno dando la sua interpretazione della causa in totale autonomia, alla fine però convergendo, ma percorrendo itinerari diversi. E chiaro che non eravamo avversari; non abbiamo mai accettato cause da avversari, abbiamo accettato le poche cause che abbiamo fatto insieme da codifensori, seguendo ciascuno – come ho detto – una linea interpretativa autonoma».

Viene spontaneo ripensare alla Nuoro degli avvocati, a quella stagione nuorese che ha visto dominatori della scena sociale i “signori della parola’; oratori straordinari nelle Corti d’Assise e, se dato dalle circostanze, nella politica, cioè nelle piazze, ai congressi di partito, nelle aule della rappresentanza. È la Nuoro dei Ciriaco Offeddu, dei Pietro Mastino, dei Luigi Oggiano, dei Gonario Pinna… dei Titino Melis.

«L’ho trovato sempre “un libro aperto e inesauribile”, sempre pieno di idee, di intuizioni, di conoscenze e di valori, fertile dal punto di vista ideologico: erano le sue interpretazioni che mi esaltavano, mi arricchivano… Io ascoltavo i suoi comizi abbastanza di frequente, e naturalmente non tutti erano eccezionali, perché era un combattente che non fermava mai, anche quando era stanco, e allora l’eloquio ne risentiva, anche se il mestiere o l’arte lo aiutava a restare bene a galla. Ma poi veniva ripreso dal fuoco interiore e ripartiva con immagini che coinvolgevano, e anche quando non ti conquistavano però non ti lasciavano indifferente, suscitavano rispetto verso l’oratore. Per me era un’emozione starlo a sentire, come era un’emozione sempre nuova ascoltarlo come avvocato: era fascinoso, capace di sviluppare l’argomento ma trasfigurandolo da fatto puramente razionale a momento dello spirito, pur non abbandonando mai il rigore logico della premessa e dello svolgimento, fino alla conclusione, ma dandogli questa luce personale, creativa…».

Mario Melis lo dice senza perifrasi: Titino è stato il suo modello di vita, nelle circostanze più difficili della propria vicenda personale, e professionale e politica, ha sempre tenuto a mente il suo esempio. Ma dice di più, entrando in qualche particolare autobiografico.

«In lui sentivo il fascino dell’uomo votato a qualunque sacrificio, a qualunque sfida, per essere fedele e coerente con i propri ideali. Ed io, giovanissimo, ancora fresco di studi e di riti e figure del Risorgimento, ricordo di avergli anche scritto, una volta, una lettera in cui gli esprimevo la mia ammirazione. Avvenne quando lui ebbe un lutto terribile: gli morì un figlio, l’unico che aveva… Gli scrissi da Nuoro – lui stava ad Oristano – una lettera, appunto, in cui gli professavo la mia totale e incondizionata fede. Era un uomo che splendeva di luce propria, era capace di difendere questo fascino naturale, per cui, oserei dire, non si diventava suoi compagni di strada, ma suoi seguaci. Così io ho vissuto la persona di Titino almeno fino ai ventitré-venticinque anni, fino a che mi sono laureato ed ho fatto la guerra…

«Sono stato componente di un reparto inquadrato nelle truppe d’occupazione italiane in Slovenia. Eravamo immersi nelle battaglie che i partigiani scatenavano contro di noi, e tante volte mi sono chiesto: ma che senso ha la mia posizione, la mia presenza qui? Io sono consapevole che sto occupando la terra e la patria di altri che, ovviamente, hanno il diritto di difendersi e di combatterci… Le circostanze drammatiche, di scontro vita-morte, sono state infinite… Ebbene, io mi facevo di Titino un esempio ideale, ispiravo i miei comportamenti a quelli che ritenevo sarebbero stati i suoi in condizioni analoghe. Dico questo per dar l’idea di quale fosse la pregnanza del modello di vita Titino Melis per Mario Melis.

«Poi sono rientrato, caduto il fascismo. Titino era dirigente del Partito Sardo, un dirigente che non ho mai discusso, nel quale ho sempre creduto, con piena dedizione, che ho seguito ed a cui ho obbedito. Ho battagliato, per la sindacatura sardista di Oliena, per conquistare e puntellare, negli anni, una roccaforte di partito, per difenderla dallo smarrimento soprattutto all’indomani della scissione, non quella di Lussu – che nel Nuorese non ha avuto granché conseguenze – ma quella dei repubblicani, verso la fine degli anni ’60. Una scissione lacerante, perché uno dei più prestigiosi esponenti passati al PRI era Peppino Puligheddu, consigliere regionale in carica, ex assessore: e lui ora veniva ricandidato in quell’altra lista concorrente. Fui costretto a candidarmi al Consiglio regionale all’età di 49 anni, per contrastare l’emergenza. Così è cominciata la mia carriera politica, perché altrimenti.., io ero quello che combatteva in trincea, e si sentiva pienamente realizzato combattendo in trincea. La mia candidatura ha portato al successo il Partito Sardo, Puligheddu è caduto… Abbiamo avuto un periodo abbastanza lungo di polemica, almeno fino a una decina d’anni fa. Prima il suo sequestro – vicenda drammatica che mi ha visto umanamente vicino alla famiglia – poi la mia presidenza della Regione – quando da lui ho avuto frequentissimi riscontri di solidarietà e di apprezzamento – ecco, abbiamo ripreso una viva cordialità di rapporti. Ma tutto questo era per dire anche che la mia carriera politica, che ora m’ha portato al Parlamento cli Strasburgo, è cominciata da un atto d’obbedienza a Titino Melis che m’aveva comandato: candidati».

Chiedo al presidente di proseguire su questo filone del racconto biografico-autobiografico. Gli chiedo di raccontare l’episodio, come lui lo visse, dell’arresto di Titino, nell’aprile del 1928 con l’accusa di aver partecipato all’attentato antimonarchico alla Fiera di Milano, il 12 dello stesso mese, allorché una quindicina furono i morti e assai di più i feriti. E Mario Melis racconta.

«Avevo sei anni, qualcosa del genere, e vissi l’episodio con grande intensità, pur senza capirlo. Non avevo capito nulla di quello che era successo, tant’è che avevo passato quella giornata drammatica press’a poco come tutte le altre vissute da bambino, a Baunei. Ricordo che sapevo dell’arrivo annunciato di mia madre e mio padre. Eccoli, infatti, i miei genitori, giungere col pullman. E ricordo, con angoscia ancora oggi, l’espressione di chiusa e profonda tristezza, tragica direi, di mia madre, il suo pallore come non l’avevo mai visto né prima né l’avrei visto dopo. Rimasi violentemente impressionato. Lei non ricambiò con alcun gesto d’affetto il mio tentativo di salutarla, com’era spontaneo data la mia età e date anche le nostre abitudini familiari, ricche di effusioni, baci ed abbracci. Con le sorelle e con tutti, ci avviammo verso casa, distante un centinaio di metri dalla fermata del mezzo pubblico. Erano con noi degli amici e tutti ci incoraggiavano a non piangere: Titino – dicevano – sarebbe tornato presto, non era il caso di disperarsi. Io, in verità, non avevo alcuna voglia di piangere, perché non avevo nessuna ragione di piangere; non mi capacitavo di quel che stava succedendo. Ad impressionarmi, ripeto, era il viso di mia madre, che ricordo ancora adesso come fotografato, incancellabile nella mia memoria, come un messaggio di dolore sì dominato, controllato, però chiaramente devastante».

Il distacco, durato diverse settimane, poi il ritorno a casa. In quali circostanze?

«E’ un altro ricordo vivido nella mia memoria. La vita della mia famiglia era oppressa dalla detenzione di Titino a Milano. Ma ecco che, un certo giorno, facendo salti enormi per la strada, l’impiegato delle Poste, mi pare si chiamasse Pinuccio, ed era un ragazzo alto smilzo e simpatico, corre verso casa gridando: “finalmente, finalmente!”, un “finalmente” gioioso… Ci porta questo telegramma aperto, non l’aveva neppure chiuso, dopo averlo ricevuto in ufficio. Erano Titino e Flavio Batzella, suo compagno di studi all’Università, e collega come istitutore al “Longone” e poi collega sventurato di carcere, i quali ci mandavano questo messaggio, press’a poco: “Finalmente uscimmo a riveder le stelle…”.

«Tornò a casa. Lui per me era quel fratello mitico che per anni aveva vissuto a Milano, studente-lavoratore, e che tornava a Baunei periodicamente, per le vacanze estive. Tornava, il mito, ma io non avevo confidenza con lui… Ricordo un aeroplanino fissato ad una specie di perno, che girava sempre in tondo, era un biplano, il modello aereo del tempo, ed era uno spettacolo straordinario per la mia esperienza, ben più modesta, di giocattoli. Un meccanismo quasi magico, un movimento autonomo… Questo fu uno dei doni di questo fratello, maggiore di me di poco meno di vent’anni».

Milano, Titino Melis a Milano: un luogo e un’occasione straordinari, in quella città cosmopolita – pur in cattività fascista – per ripensare il suo sardismo…

«È possibile che l’ambiente milanese, proprio l’ambiente civile e culturale di Milano che era e che è una delle capitali dell’Europa – adesso magari un po’ di meno… – abbia spinto Titino a un approfondimento ulteriore di un pensatore come Carlo Cattaneo, caposcuola dei repubblicani federalisti. Ma nella preparazione filosofico-politica di Titino c’erano già Giovanni Battista Tuveri e Giorgio Asproni, così come c’era Attilio Deffenu, poco più grande di lui, come età, il nuorese Attilio Deffenu. La sua scelta di vita come sardista nasce e matura grazie a queste letture, e in lui non c’è mai stato attaccamento ai valori o pseudovalori del localismo, perché le fonti alle quali, giovanissimo, s’è abbeverato esprimono, al contrario, valori universali…

«Io stesso – per quel che ho imparato da Titino, e anche da Pietro e da tutti i grandi del sardismo – combatto il localismo così come combatto la retorica dell’omologazione dei filoni culturali che hanno originato l’Italia, filoni anche etnici… A metà degli anni ’80, ho sparato a zero sul discorso di Craxi neopresidente del Consiglio, che a me, indirettamente, s’era rivolto nella replica alla Camera in occasione della presentazione del suo governo: dice di aver sentito parlare, da qualcuno degli intervenuti, di popoli diversi… qui non esiste che un solo popolo, dice, quello italiano…

«Ma nell’insegnamento di Titino, così come in quello dei maggiori sardisti della prima ora – Bellieni, Puggioni, Oggiano, ecc. – non c’è ombra di localismo. Quando io, modestamente, mi batto per uno sviluppo delle potenzialità marittime dell’economia sarda, penso all’internazionalizzazione, non alla chiusura, della regione nei confronti dell’Italia, dell’Europa, del Mediterraneo, del mondo. D’altronde, il sardismo è nato federalista pensando agli Stati Uniti d’Europa, o no? In quelle prime elaborazioni teoriche c’era già la contestazione della forma “stato” così come era uscita dall’Ottocento, e si puntava, magari non con la nitidezza delle formulazioni successive, a un’Europa dei popoli».

Fra il 1928 e i primi anni ’40, quando viene richiamato sotto le armi, ormai quasi quarantenne, mentre l’Italia di Mussolini ha scelto la guerra, sono circa tre lustri di soccombenza alla dittatura. Lo stesso Titino ha riferito, ma come sempre con velocità estrema – in questo è stato identico a Ugo La Malfa, che pure non ha mai detto più di tanto dei suo attivismo antifascista – di contatti con GL, con Cesare Pintus e con Dino Giacobbe…

«Io so che, negli anni bui del fascismo, lui ebbe un rapporto abbastanza continuativo con Giustizia e Libertà. Riceveva corrispondenza, il suo “fermo posta”- colui che materialmente riceveva le lettere destinate a Titino, cui era imprudente farle avere direttamente – era certo Frongia, persona di fiducia, che era convinto si trattasse di corrispondenza sentimentale e perciò, a maggior ragione, secondo lui, clandestina e bisognosa cli copertura.

«Dopo la guerra, questo Frongia sarà accusato d’esser stato un agente dell’OVRA, ma non lo credo probabile. Quando si apre, a suo carico, un’istruttoria di carattere “antifascista”, lui difenderà il proprio comportamento chiamando a sua discolpa proprio Titino».

Segue l’esperienza bellica. Se ne accennava prima…

«Ad Oristano, dove svolge il servizio di richiamato, negli anni della seconda guerra mondiale, segue da presso l’avventura di Salvatore Mannironi e di Ennio Delogu – quest’ultimo sardista – arrestati a Cagliari nel gennaio del 1943 con l’accusa di intelligenza col nemico, e trattenuti in carcere diversi mesi. Li fa assistere. Ad Oristano ha contatti con Paolo Pili, il capo di quei sardisti che nel 1923 erano confluiti nel Partito Fascista e che però, successivamente, s’erano trovati emarginati anche nel fascismo. Pili era un vulcano di idee e di progetti, aveva anche proposto l’assalto alle prigioni cli Oristano per liberare Mannironi e Delogu… i quali dopo il 25 luglio furono trasferiti ad altre carceri, a campi di concentramento del continente.

«Quando, durante la guerra, Mussolini viene in Sardegna, i fascisti cercano di liberarsi di Titino, vogliono impedirgli – e si capisce perché – di partecipare alla sfilata delle truppe schierate… Allora si pensava che la guerra era già sostanzialmente perduta e che i soldati anglo-americani sarebbero sbarcati nell’Isola. Ma il generale – che lo stima – dice di no, Melis può e deve partecipare col suo plotone, lo schiererà poi come primo ufficiale del plotone. Di Melis rispondo io, dice il generale… Un’esperienza curiosa, ma la definirei soprattutto drammatica.

«C’è, di quel periodo, anche l’episodio del manrovescio dato a un militare tedesco entrato con tono di strafottenza, da padrone del villaggio, così che si crea una situazione minacciosa, che può precipitare per la reazione di quello. Tra il vedere e il non vedere, allora, Titino caccia fuori la pistola e il tedesco, preso alla sprovvista e colpito da tanta determinazione, ecco che si mette sull’attenti, perché bene o male Titino era un suo superiore…

«Di episodi ce ne sono tanti, però neppure noi della famiglia li conosciamo bene, lui è sempre stato molto parco di parole al riguardo. S’è parlato di un’azione di sminamento del ponte di Oristano, minato appunto dai tedeschi prima di passare la frontiera fra la Sardegna e la Corsica, e di altro ancora… Non era certo un narcisista, Titino, non ci raccontava mai di queste sue avventure. Aveva però piena coscienza del suo valore, della sua dignità, era gelosissimo del rispetto che gli si doveva. Era meglio non sfidarlo, la sua reazione era quella di uno che subisce un tradimento morale ed affettivo, esplodeva…».

Fra 1945 e 1948 – con punte di autentica guerra ideologica e lacerazione di coscienze nel 1946 e 1947 – Oliena, il paese natale di Titino Melis, è al centro del maggior conflitto, che investe l’intera Sardegna, fra il clero e il Partito Sardo d’Azione.

Come ha vissuto Titino questa pagina senz’altro oscura della storia recente dell’Isola? Io ho visto molte carte e ascoltato alcuni protagonisti, mi sono fatto una convinzione abbastanza chiara delle circostanze che determinarono incomprensioni, dispetti, ritorsioni. Come sempre nella storia, e anche nella vita personale degli uomini, le ragioni e i torti non stanno tutti da una parte. Epperò – è l’opinione d’un cattolico liberale – credo che il torto “politico”, l’input della disfida e l’errore fondamentale siano stati della Chiesa tutta presa dalle sue paure del mondo, bisognosa dei conforti pattizi, Chiesa proclamatasi da sé societas perfecta invece che, evangelicamente, “sale della terra” proposta e non imposizione d’un modello etico e spirituale e, se si vuole, anche civile.

Sollecito da Mario Melis una testimonianza, gli chiedo di lavorare con la memoria per situarsi, con la maggior fedeltà possibile, nel contesto emotivo, psicologico della famiglia negli anni del regno del canonico Bisi.

«Non solo Titino, tutti quanti noi – ad iniziare dai nostri genitori – abbiamo sofferto tanto l’episodio di Oliena quanto, in generale, tutta la vicenda dell’assedio del clero verso il Partito Sardo. L’attacco della Chiesa nasceva in un contesto di anticomunismo: Pio XII pensava con terrore all’eventualità che in Italia si potesse ripetere l’esperienza spagnola e perciò indusse l’episcopato ed il clero – diverse decine di migliaia di sacerdoti, per non dire delle centinaia di migliaia di religiosi e di religiose – a fare barriera, con la predicazione e l’organizzazione parrocchiale, degli istituti e dei giornali, contro il pericolo rosso. In questo contesto tutto si radicalizzava. Da una parte c’era chi ubbidiva al papa e alla gerarchia, dalla parte opposta c’erano tutti gli altri, i comunisti ma anche tutti gli altri, omologati ai comunisti.

«I sardisti, che in larghissima prevalenza erano cattolici apostolici romani, credenti e praticanti, assidui alla messa ed ai sacramenti, furono fra quelli presi di mira perché accusati di troppi distinguo rispetto alle disposizioni clericali che, alla fine, puntavano a rafforzare le posizioni della Democrazia Cristiana. E fra i sardisti cattolici c’eravamo pure noi. Noi avevamo una sorella suora, anche nostro padre era praticante, e gli altri. Nostro padre è morto di ritorno da una funzione celebrata al Rosario da prete Serra, era il mese mariano, e avrebbe dovuto prendere a casa mia madre per accompagnarla in cattedrale, a Nuoro. Consideri che nostro padre era un uomo d’azione, coraggiosissimo, pluridecorato al valore in guerra, e cioè non era uno spirito astratto che solo nella preghiera trovava la sua forza: no, dico questo per sottolineare quanto la sua fede fosse, dunque, radicata nel suo animo. Anche Pasquale, anche le sorelle, tutte, erano e sono praticanti. Eppure tutti quanti, per un disegno che alla fine era politico e non religioso, ci siamo trovati quasi scomunicati, comunque condannati dalla Chiesa. A mia sorella suora fu impedito di votare per Titino, per il fratello, alle elezioni del 1946 e del 1948. Ne subì un trauma fortissimo, violento, tremendo. Fu costretta ad obbedire alla prepotenza dei suoi superiori. Ammirava la dirittura morale del fratello, ma non poteva votarlo. Le altre donne di casa, da mia madre alle mie sorelle Cicita, Elena ed Ottavia, hanno sempre agito secondo coscienza, anzi, secondo retta coscienza. Da donne di fede veramente, e perciò interiormente liberissime. Pietro ha scritto cose pesanti sul clero, sembrava di rileggere Sigismondo Arquer quattrocento anni dopo!».

Pietro Melis, appunto. Che cosa ha rappresentato per lei – domando al presidente – questo secondo fratello, questo intellettuale finissimo più grande d’oltre dieci anni?

«Pietro è stato un altro mito per me: perché con Titino condivideva questo ruolo del “fratello lontano”, che studiava – e intanto lavorava, anche lui, per mantenersi agli studi e non pesare sulla famiglia – lontano da casa, che era ancora a Baunei, e poi dal 1931-1932 a Nuoro, dove già viveva Titino, avvocato nello studio di Mastino e Sebastiano Puligheddu. Ma, soprattutto, Pietro era il fratello che meritava una considerazione speciale per via della sua cultura veramente straordinaria. S’era laureato a ventuno anni con il massimo dei voti, con la lode, con la pubblicazione della tesi… quindi c’era questa atmosfera, diciamo così, attorno a lui, quella del fratello intelligentissimo e colto.

«Lui era portato anche alla battuta scherzosa, intendiamoci, non è che fosse un professore noioso, anzi… Aveva un grande senso dell’umorismo, conosceva mille barzellette, mille aneddoti che sapeva rendere con divertente efficacia… Io ho vissuto per qualche anno a casa di Pietro, e la sua vera docenza era in quell’ accompagnarmi per le strade di Cagliari antica, la Cagliari medievale, o secentesca, o piemontese, erano escursioni vivaci fra vicoli e case e palazzi, era capacissimo – un maestro anche in questo – di uscire dal libresco e di raccontarti la storia vissuta, gli episodi cruciali della vicenda storica con la tridimensionalità ambientale, temporale e umana… Sapevi tutto della torre di San Pancrazio, oppure di Brancaleone Doria e così via.

«Pietro era colui che, insieme a Titino, ha maggiormente collaborato con nostro padre nel formare questa famiglia Melis, il nostro carattere, la nostra personalità spirituale e culturale, e anche professionale: chi nell’avvocatura, chi nell’insegnamento o nell’amministrazione. Sì, Pietro ci ha aiutati tutti nei nostri studi: l’ha fatto con Pasquale, con Cicita, con Elena, con Ottavia, con me. Io sono stato suo allievo, in terza liceale, a Cagliari, alla “Dante”, ed ho vissuto con lui. Che professore illuminato era, e quanto era severo, quanto esigeva, ma pure quanto ti dava! Studiare con lui era altamente produttivo, non c’erano angoli che potessero considerarsi inesplorati dalla sua indagine, e dalla nostra».

Mi azzardo a chiedere un confronto fra i due, fra Titino e Pietro. E la risposta viene immediata, ma non improvvisata.

«Loro due, Titino e Pietro, sono stati complementari l’uno dell’altro. Erano diversi: quanto era intuitivo e incandescente il primo, altrettanto era razionale, lucido, ma coinvolgente il secondo. Pietro finiva col trascinarti perché non lasciava spazi, non c’era la soluzione di continuità nel suo ragionamento. Non c’era – è vero – quella intuizione impetuosa, travolgente di Titino, ma c’era invece un procedere sempre ricco di forza intellettuale e, al tempo stesso, di grande fascino espositivo, perché era un uomo molto elegante, aveva una ricchezza di vocabolario notevolissima, che gli consentiva di trasmettere con precisione il suo messaggio, per cui era difficile non coglierlo in tutta la pienezza. E poi l’uomo, prima di parlare, studiava, si preparava, non facendosi riferire dai suoi collaboratori, ma studiandosi le cose alla fonte: e poiché aveva grande cultura umanistica e una non meno grande versatilità intellettuale datagli anche dal continuo allenamento, riusciva sempre a raggiungere il suo obiettivo.

«C’è soltanto un’altra persona che io ho conosciuto che, pur diversissima da Pietro, pure gli somigliava straordinariamente per certi aspetti: rigore logico, lucidità espositiva, capacità di coinvolgimento. Era Piero Soggiu. Glielo dicevo: tu rassomigli alla piastra elettrica della tua cucina, sei grigio, freddo e respingente all’apparenza, poi uno ci mette la mano e ce la lascia attaccata perché, in realtà, sei incandescente; non è vero che sei distaccato, invece sei dentro le cose con tutta la forza della tua anima, nonostante i tuoi… occhi freddi d’acciaio.

«Pietro Melis, ecco, era più arioso di Piero Soggiu, ma nella sostanza umana, intellettuale, i due si somigliavano moltissimo… Ma, dicevo.., il confronto era fra Titino e Pietro: e mi sarebbe difficile affermare una mia preferenza, indicare colui al quale mi sentivo più vicino, quello del quale subivo il maggior fascino. Potrei accennare a una cifra interiore, a un dato del carattere che li distingueva nettamente, e di cui altri ha parlato qualche volta: l’intemperanza di Titino e l’autocontrollo di Pietro. Si, Titino era un intemperante, un impaziente, uno che voleva tutto e subito, ma aveva anche un animo così aperto e così comprensivo che, dopo uno sfogo quasi collerico – la parola è eccessiva, ma dà l’idea – era il più caro ed il più solidale degli amici. Non occorreva neppure che ti chiedesse scusa, il suo comportamento era mirato a restituirti quel rispetto che magari poteva aver mortificato… Pietro, al contrario, era molto più severo con se stesso, difficilmente si lasciava andare, ma quando scattava non tornava più indietro, era un passare senza pentimenti sul suo contraddittore con tutto il peso della sua severità etica ed intellettuale».

Viene abbastanza spontaneo domandarsi se, al pari di Pietro, Titino sarebbe stato un buon amministratore, un buon capo in un settore particolare della pubblica amministrazione. Pongo il quesito al mio interlocutore che, anche per l’esperienza maturata – come politico puro e come amministratore, sia a livello di Municipio che a livello, e massimo, regionale – può parlare con sicura cognizione di causa.

«Non so se Titino sarebbe stato un buon amministratore, me lo chiedo se sarebbe stato un buon amministratore, almeno quanto fu un buon politico. Certo ebbe mille e una possibilità di entrare nel governo regionale… Una volta chiamò me e Bruno Fadda, andammo a mangiare in un ristorante della Marina, pose il problema: la scelta doveva ricadere fra me e Fadda, lui si autoescluse. E quindi decidemmo io e Fadda, nel senso che decise Bruno Fadda… Debbo dare atto a Bruno Fadda che fu nei miei confronti estremamente corretto e franco, ed infatti, nonostante le divergenze politiche successive, i miei rapporti con lui sono tuttora estremamente cordiali, improntati a simpatica cordialità.

«Dicevo, non so se Titino sarebbe stato un buon amministratore, sindaco in un comune, assessore o presidente in una provincia o alla stessa Regione… Lui era uno che aveva illuminazioni politiche, una visione strategica… Pietro – che pure aveva anche lui queste doti, queste virtù, era portato naturalmente al fare amministrativo, sapeva inquadrare la riflessione politica nell’arte, chiamiamola così, delle realtà possibili, la riconduceva dentro i temi dell’amministrazione: quando l’amministrazione è politica, quando la politica è amministrazione. La politica è la guida, e l’amministrazione lo strumento; la politica ti dà il senso dell’impegno, definisce l’obiettivo, mentre l’amministrazione si propone come lo strumento fedele attuativo. Direi che, in questo, Pietro ha avuto una completezza mirabile.

«Pietro Melis è stato il solo amministratore di un certo livello, nella storia d’Italia, che abbia negato il gradimento al direttore generale di una grande multinazionale, era la “Pertusola”, la società del gruppo Rothschild che aveva la concessione di importanti miniere nell’Isola, il quale direttore aveva sfidato i minatori in agitazione sindacale, senza mai aprire una trattativa con loro. Fallita la mediazione – perché non c’erano i margini di buona volontà nel padronato, che ricordava i tempi di Buggerru, ma mezzo secolo non era passato invano – lui formalizzò il “non gradimento”, né il Ministero degli esteri poté opporsi a tanta determinazione. La classe operaia rappresentava un valore, un’esperienza umana e di lavoro quasi senza pari in Sardegna, e l’assessore sardista – come uomo di pensiero e come uomo di governo – ebbe il coraggio di portare alle estreme conseguenze le premesse etiche dalle quali muoveva il suo impegno pubblico».

Chi studia la storia recente della Sardegna, la storia del regime autonomistico, e soprattutto la storia economica, quella delle opzioni strategiche della Regione, trova in Pietro Melis – anche quando non ne condivida in toto le scelte – un protagonista assoluto, di prima grandezza. Un concretista salveminiano: questa mi pare la definizione più calzante. Ricordo un discorso, straordinariamente bello, tenuto in Consiglio regionale nel 1966, riguardava la politica contestativa verso il governo. E osservo che quel governo era appoggiato, a Roma, da Titino Melis. Ma la politica gioca anche questi scherzi, ricama queste apparenti contraddizioni.

«Pietro Melis assessore all’Industria è colui che fa ottenere all’Amministrazione regionale sarda il “Mercurio d’oro”, premio alla fantasia imprenditoriale, alla creatività strategica, alla capacità realizzativa, alla concretezza nell’attivare posti di lavoro, nel conquistare quote di mercato con intraprese industriali nuove.

«Le sue iniziative? Avviò il processo, certo lungo e anche, inevitabilmente, contraddittorio, di industrializzazione di un’economia fino ad allora, fino agli anni fra ’50 e ’60, puramente agricolo-pastorale, ma con un’agricoltura produttivamente arcaica e una pastorizia nomade… Progettò la dimensione industriale, un tessuto di aziende medie e piccole diffuse sul territorio: a Villacidro, a Bitti, a Macomer, a Siniscola… bisognava rendere più dinamica e più fervida e ricca la gamma delle professionalità presenti in Sardegna, ed alimentare quindi le fonti di reddito, del prodotto interno lordo.

«Non è che fosse per la politica cosiddetta dei poli, non la si può liquidare così la sua visione dello sviluppo industriale isolano. La “Solis”, la “Marfili”…erano idee che, allora, trent’anni fa, rappresentavano la volontà di portare lo sviluppo, la mentalità moderna industriale, la possibilità di lavoro e di reddito produttivo e non assistito, anche nelle aree interne, nella aree dell’emarginazione».

Sono gli anni – osservo – in cui, nel settore energetico, domina, da monopolista, la S.E.S., la Società elettrica sarda, nemica numero uno, forse, da sempre, almeno dagli anni ’40, dei sardisti. Ricordo un bellissimo articolo, mi pare dal 1946, di Bartolomeo Sotgiu, sul “Solco”…

«A Pietro Melis assessore regionale si deve la realizzazione della supercentrale di Carbonia, mentre è merito di Piero Soggiu la centrale di Porto Vesme e così la creazione dell’Ente sardo di elettricità. La supercentrale di Carbonia passa, con Pietro Melis, da una produzione di 400 milioni di kilowattore a una produzione di 4 miliardi e quattrocento milioni di kilowattore, tanto che la Sardegna prende ad esportare energia nel continente attraverso un elettrodotto Sardegna-Corsica-Toscana. La dotazione energetica era preliminare a qualsiasi piano di sviluppo industriale dell’Isola.

«Ricorderei anche, come lei accennava, che Pietro Melis è colui che ha sfidato la Società elettrica sarda, che faceva capo all’onnipotente Edison – allora più importante anche della FIAT dal punto di vista finanziario -, ha sfidato lo strapotere monopolistico privato che naturalmente portava l’energia solo là dove c’erano margini notevoli di guadagno, dove c’era una grande utenza, mentre restavano al palo parti non trascurabili di territorio e di popolazione…

«Questa avventura dell’Ente sardo di elettricità bisognerebbe raccontarla nel dettaglio un giorno. Purtroppo quando nacque l’ENEL, cioè quando si nazionalizzò, nel 1962, l’industria elettrica, Ugo La Malfa, che era ministro del Bilancio, convinse – o impose, per meglio dire, a noi sardisti – di rinunciare ad impugnare la legge istitutiva davanti alla Corte Costituzionale, come poi invece avrebbe fatto la Valle d’Aosta e credo pure il Trentino Alto-Adige, con successo. La Malfa, nostro amico e alleato, sosteneva che il rischio vero era che saltasse la legge di pubblicizzazione, assolutamente necessaria anche in vista dell’inizio dell’esperienza di centro-sinistra, e che si finisse per rendere quindi un servizio all’ Edison e ai padroni. Dunque non abbiamo potuto, come sardi, godere di una politica delle tariffe differenziate, come pure sarebbe stato corretto ed equo… Chissà, se le cose fossero andate come il PSd’A aveva pensato, oggi noi avremmo avuto, con la gestione nostra delle fonti energetiche, il gas metano prodotto dalle centrali del carbone, cioè avremmo alimentato le nostre centrali termoelettriche con gas di carbone, che è un gas ecologico, ed avremmo avuto il metano come gas di sintesi, molto più potente del gas naturale e molto più a buon mercato…».

Faccio presente al presidente Melis tutto il rammarico per la caduta verticale di valore e d’immagine dei sardismo. Sono anche convinto che l’assunzione di responsabilità governativa, negli anni ’60, da parte di Titino Melis – si profilò allora l’ipotesi di un sottosegretariato – avrebbe forse fatto diverso il PSd’A rispetto a quello che è diventato oggi. Mario Melis ha piena coscienza della crisi ideale e ideologica dell’attuale Partito Sardo, dice d’essere impegnato al rilancio…. Poi ritorna a Pietro, ed è come sottolineare una latitudine sconosciuta al PSd’A di oggi, verboso e inconcludente.

«Pietro era un umanista, sapeva cogliere i grandi fenomeni storici, il senso dei movimenti sociali, il bisogno dei popoli di respirare il proprio tempo, con tutte le implicazioni che ciò comporta…

«Egli associava la propria sensibilità politica, acutissima, come ho detto, al gusto del ricercatore, al rigore dello studioso. Le circostanze – soprattutto il suo impegno di pubblico amministratore e di legislatore regionale per molti anni – gli hanno impedito di sviluppare il suo naturale talento di ricercatore e di studioso. Era un uomo di grande vigore, determinazione, forza. Poi aveva questa capacità straordinaria di solidarietà umana, era circondato perciò lui stesso di enorme stima, di affetto personale, da ambienti e individui diversissimi…».

Insomma, sardismo ecumenico, almeno sotto l’aspetto morale, quello del tandem Titino-Pietro Melis. Una ecumenicità di cui si sente la necessità e anche l’urgenza, perché fondata su quei valori etici senza i quali non ci sarebbe e non c’è democrazia.

 

 

 

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