Quei “dialoghi con i lettori” di Fabio Maria Crivelli direttore de L’Unione Sarda dal 1954 al 1976 (e dal 1986 al 1988), di Gianfranco Murtas

Chi abbia conosciuto e frequentato Fabio Maria Crivelli, e ne abbia seguito l’attività professionale alla testa de L’Unione Sarda lungo un quarto di secolo – dagli anni ’50 inoltrati alla metà ed oltre degli anni ’70 –, sa bene quanto fosse radicato in lui il sano piacere del conversare con i lettori, fosse pure un conversare per lettera (inoltrata in redazione) e piombo tipografico (in risposta). Potrei anche ricordare che quando, nell’autunno 1976,  fu costretto dall’avv. Salvadori del Prato (per conto dell’ing. Rovelli, patron del gruppo industriale SIR-Rumianca e azionista anche del giornale) alle dimissioni, per colpa di una schiena troppo dritta – e la sua era anche alta alta, professionale e civile – la negoziazione che egli seppe porre (e imporre) sul tavolo comprese due punti: oltre all’indicazione di Gianni Filippini, allora vice direttore, alla sua successione, un contratto di collaborazione alla terza pagina con una rubrica fissa domenicale da chiamarsi “Agenda aperta”. Tramite questa egli avrebbe appunto proseguito il dialogo con i lettori. In cambio, avrebbe… tolto il disturbo, ed avrebbe ottenuto dai colleghi della redazione la rinuncia a proseguire nell’agitazione che, per protesta contro le indebite interferenze della proprietà, metteva in forse, ormai da settimane, l’uscita del quotidiano.  Questo fu quel che accadde, e non deve esser preso con meraviglia.

Il direttore Crivelli era un romano (da bambino ancora alle elementari si trasferì con la sua famiglia nella capitale), ma un romano-capitolino di radici istriane mai rimosse (e anzi sempre più, con l’andare dell’età, richiamate nel sentimento) e fronde sarde in progressiva implementazione (non soltanto per figli e nipoti in discendenza, ma anche per relazioni umane e conoscenze di luoghi e letture). I due terzi della sua vita, comunque, li visse da noi per scelta più che per opportunità, e fu sardo con noi e come noi – giusto come Gigi Riva e gli altri campioni! –, con un senso di partecipazione alle cose regionali, dentro le maggiori coordinate italiane, assolutamente pieno, saviamente critico e sempre positivo. Iniziai a fargli festa quando pareggiò i tempi sommati delle residenze di Capodistria e Roma (quartiere Trieste, era amico di Gassman) e quelli sardi. Passarono in fretta le ventiquattro ore, e la residenza isolana vinse perciò per il supplemento d’un giorno: «da oggi sei sardo anche matematicamente!» gli dissi, e chiamai molti amici per festeggiarlo anch’essi… Egli ci gratificò dicendoci di sé, del passato giornalistico (che però presto avrebbe avuto un bis, per la imprevista chiamata, da parte di Grauso, alla direzione de L’Unione), delle sue vicende di vita, della guerra e della prigionia vissuta quando di anni ne aveva soltanto 22-24… Sicché convocai altri che pure essi storie di prigionia ne avevano avute, su un fronte o sull’altro, e il reciproco raccontarsi – l’uno di esperienza comunista, un altro fervente mazziniano, un altro ancora liberal-monarchico, e uno o due di trascorso repubblichino… – fu una goduria per la platea più giovane.

Raccontava di sé – e poi avrebbe pubblicato anni rubati, un gioiello della nostra letteratura memorialistica, inserendo in esso anche un magnifico capitolo dedicato al fante Costantino Murru, «il soldato che non volle tornare» – e non gli era consueto. Ma lo fece con spontaneità. Le condizioni dell’ambiente gli parvero ottimali. Si sentiva molto… Voltaire, anziano spinto ai consuntivi e non di meno, però, spinto alla socializzazione per nuove prospettive, dopo quei nove anni (postlicenziamento) trascorsi da Cincinnato ai piedi della pineta di Sinnai.

Ma cosa voleva dire tutto questo? Voleva dire che noi attorno a lui, volendogli bene, abbracciavamo con il dinamismo del condiviso oggi il suo ieri di bambino istriano, e quello romano dell’adolescente e del giovane chiamato alla guerra combattuta e imprigionata infine nei campi polacchi e tedeschi, gomito a gomito per venti mesi con la fame, l’umiliazione e la morte. Le identità si sommano nella persona, anzi si integrano, s’impastano come per miracolo e, derubricandosi o relativizzandosi, rimandano ogni proprietà differenziatrice etnica e culturale ai più elevati valori etico-civili. (Nell’ultimo o penultimo numero di Sardinia-post-Magazine è uscita, a firma di Giovanni Maria Bellu, una bellissima intervista a Maria Giacobbe sulla questione dell’identità: un capolavoro di lucido anticonformismo).

Fabio Maria Crivelli era amato e ammirato anche per questo: portava le sue complessità nell’ordinario quotidiano della sua vita e, dunque, del suo mestiere. Senza ombra di retorica. Curioso della vita, lettore e ascoltatore, ricettivo senza smanie. Pur analista attento ai movimenti palesi o nascosti della politica internazionale (l’aveva già fatto, come specifico professionale, a Il Giornale d’Italia) e nazionale, non collocava in una nicchia l’autorevolezza del suo giudizio ed il carisma della sua direzione, senatorizzando se stesso, ma indirizzava ed alimentava, a Terrapieno, gli spazi della cronaca, dell’ordinario quotidiano della gente, valendosi del meglio delle firme presenti sulla scena: e chi vada a studiare, ripassando la foliazione de L’Unione Sarda pagina per pagina, e per anni e anni a partire da quel 1° gennaio 1954 che aveva segnato l’inizio della sua avventura giornalistica isolana, troverà le tracce certe di un disegno espansivo del giornale che andava per inoltri territoriali – provincia dopo provincia, oltre lo stretto cagliaritano – e, appunto, per set di cronaca (e di cronache) in mix crescente con gli speciali, con le inchieste prolungate tante volte in molte puntate.

Il giornale doveva raccontare la realtà com’era e insieme però raccogliere dai territori le evidenze dei ritardi o delle inadempienze pubbliche, per opportuni richiami alle amministrazioni, doveva dar voce anche alle esperienze minime vissute nei centri rurali dell’interno oltreché nella grande città. D’altra parte numerose segnalazioni di problemi insoluti, e anche di virtù meritevoli di ribalta, giungevano al giornale con il francobollo, sovente con difficoltà… decifratoria, accolte sempre con rispetto. Esse potevano essere spunti per un articolo da commissionare poi al corrispondente locale o da affidare, con missione speciale, ad un redattore-inviato. Altre volte erano quelle lettere stesse ad essere l’articolo, perché prive di condizionamenti troppo personalistici e con un respiro invece d’interesse generale.

Sicché sempre, direi, Crivelli dette spazio alla rubrica delle lettere (mobile nella foliazione, ma per lungo tempo, in specie negli anni iniziali di direzione, in seconda pagina), non di rado facendo seguire alcune righe, in rigoroso corsivo, di risposta. Ma capitò anche, e in più occasioni, che egli sentisse la necessità di strutturare… rubricisticamente, nel giornale, il suo personale dialogo con i lettori, organizzando proprio uno spazio ad hoc, con cadenza settimanale.

Galateo d’un direttore

Quando potrò, con maggiore organicità, dar conto della direzione Crivelli a L’Unione Sarda, o almeno nel suo primo decennio o quindicennio, mi sarà meglio dato di dimostrare come, in quanto alla presenza in prima persona, a firma piena o nella riduzione della sigla puntata – «f.m.c.» –, del direttore responsabile, si vissero al giornale, fra anni ’50 e anni ’60 soprattutto, stagioni molto diverse: capitò che per lunghi mesi, perfino per un anno intero, il direttore non firmasse alcun editoriale, alcuna spalla, alcun corsivo, e neppure alcuna recensione teatrale (come pure qualche volta gli capitò, per la competenza e soprattutto il grande amore che egli aveva per il palcoscenico). E capitò, al contrario, che per lunghi mesi e un anno intero, egli firmasse tutti i santi giorni, combinando una rubrica (“I fatti del giorno”) impaginata per il più come minieditoriale.

Ho sempre interpretato questa variazione d’intensità della sua presenza visibile sul foglio come il desiderio di combattere una certa noia che lo prendeva quando si trovava costretto, dal ritmo delle cose, a replicare, appunto, sempre le stesse cose. Ma non solo: credo vi fosse in questo anche un qualche gusto alla sperimentazione, certo misurata, cauta, ma significativa e verificabile. La (relativa) grande quantità di inserti o di speciali, con un risvolto di qualità grafica non da poco – mi riferisco ancora agli anni ’50 e ai primi del decennio successivo (quando le risorse della tipografia erano obiettivamente limitate) – , rispondeva a questa stessa esigenza da lui avvertita e condivisa con i collaboratori – allora Franco Porru alla vice direzione (e alla contemporanea responsabilità de L’Informatore del lunedì), Angelo De Murtas, Vittorino Fiori, Antonio Cardia, all’inizio ancora Antonio Ballero Pes (classe 1905!), ecc. E in quell’ “ecc.” si nascondevano i nomi in crescendo di partecipazione di giovani come Gianni Filippini, Antonio Castangia (in arrivo da Sassari) e Franco Brozzu allo sport, poi anche Alberto Aime e, in apprendistato a L’Informatore del lunedì, Tarquinio Sini e Giorgio Melis, colonne sempre Mario Pintor, part time alla segreteria di redazione, e Tatano Ponti… Alziator dette una mano importante con i suoi lavori fra storia, memorialistica e letteratura, così anche Marcello Serra, e Francesco Masala e Mario Ciusa Romagna e Nicola Valle e Giuseppe Della Maria – gli umanisti del club della terza pagina – , ma così anche gli sportivi, si pensi a Mario Mossa Pirisino, un piede alla Regione e uno al giornale da dov’era partito: dacché il Cagliari salì in A (a conclusione del campionato 1963-64) partirono gli inserti di quattro pagine il giovedì, e replicati la domenica…

Dunque i lettori. Congedandosi da loro, il 31 dicembre 1976, Crivelli non accennò, signorilmente, al “dietro le quinte”, ai contrasti avuti con la proprietà petrolchimica, neppure accennò alle pragmatiche negoziazioni che condusse per superare la crisi col minor danno per tutti. Ma oltre ai rituali dell’apparenza, dettati dall’educazione e dal galateo, conta la sostanza. Che c’è tutta nelle righe di chiusura di quell’editoriale, intanto quando si riferisce alla prossima sua rubrica settimanale: «Ho accettato volentieri l’invito non perché consideri quello dello scrivere articoli un hobby obbligatorio per il giornalista in pensione, ma perché ciò mi consente di affrontare il più doloroso dei distacchi, quello dai lettori, con la consolazione di sapere che il mio lungo dialogo con loro si interrompe solo parzialmente. Meglio, potrà continuare in altre forme, probabilmente più serene perché sottratte all’imperio dell’urgenza quotidiana e della necessità di afferrare al volo il significato di sfuggenti e contraddittorie realtà continuamente proposte dalla cronaca.

«A tutti i lettori, comunque, in questo momento va il ringraziamento più fervido: abbia ognuno di loro letto quanto ho scritto in questi anni approvando, disapprovando, contestando, non importa. Ogni mattina acquistando questo giornale ogni lettore mi ha dato la più concreta adesione che possa attendersi un giornalista nella sua vita, l’unica consolatoria certezza: quella di non aver lavorato per nulla, quella di aver detto ogni mattina qualcosa a qualcuno».

Per nove anni e qualche mese la rubrica “Agenda aperta” supplì effettivamente, assorbì il distacco, felicemente ancora combinandosi a saltuari altri articoli in terza pagina e, dopo la seconda direzione di circa due anni – fra il 1986 e il 1988 – soprattutto in prima, come fondista, attento al costume non soltanto alla politica.

Dialogando con i lettori nel 1957

Dal 3 novembre 1957 al 23 marzo dell’anno successivo, in una rubrica dal titolo “Colloqui domenicali”, Crivelli intrattenne un personale dialogo con i lettori. Furono 21 appuntamenti, di norma a pagina 7 della foliazione, fra gli spazi delle cronache provinciali e quelli dello sport, più spesso in un menabò che combinava anche le inchieste (“La laurea serve a qualcosa?”, “Continentali in Sardegna”) o le rubriche (“Il parere del medico”, “La foto della settimana”). Replicò l’esperienza alcuni anni dopo, fra il 23 febbraio ed il 21 giugno 1964. Titolo della nuova rubrica, stavolta fissa a pagina 2: “Omnibus”; 16 furono gli appuntamenti.

Così presentò la prima volta, il 3 novembre 1957, il suo spazio “riservato”.

«Da quando, diversi mesi or sono, abbiamo aperto le nostre colonne alla collaborazione dei lettori pubblicando in forma più ampia e continua le proposte, le segnalazioni, i pareri, gli sfoghi dei nostri lettori, la posta che giornalmente giunge in redazione è andata continuamente e progressivamente aumentando. “Parlando i lettori” è così divenuta una delle nostre rubriche più seguite ed in essa, quotidianamente, ospitiamo gran parte delle lettere che ci giungono; ne restano escluse solo quelle che trattano problemi troppo personali o, peggio ancora, riversano sotto il velo dell’anonimato accuse ed ingiurie che in un dibattito civile e corretto – qual è lo scopo essenziale di quella rubrica – non possono trovar posto.

«Esiste tuttavia un altro genere di lettere: sono quelle che più che esporre problemi o deficienze o tramutarsi in legittimi sfoghi od esporre particolari opinioni tendono a sottoporre alla nostra attenzione determinate questioni spesso di carattere generale e sollecitano il nostro parere o il nostro consiglio, o comunque si prestano, per ragioni di curiosità o di umano interesse, ad una nostra risposta o ad un nostro commento. Sono lettere che la segreteria raccoglie in una cartella a parte e che richiedono da parte nostra una più particolare attenzione.

«Abbiamo ora deciso aprire anche a questa corrispondenza una parte del giornale e vi dedichiamo, da oggi, questa nuova rubrica che apparirà ogni domenica. Continueremo invece a pubblicare negli altri giorni “Parlano i lettori”. Riteniamo che così il dialogo fra chi compila il giornale e chi lo legge potrà continuare in forma sempre più ampia e più interessante ed assolvere sempre meglio a quella che è una delle funzioni più utili ed insostituibili di un giornale indipendente e a larga diffusione come il nostro».

Altri lettori, altri argomenti, un altro anno: il 1964

Il 23 febbraio 1964, in “Omnibus”, sotto il titoletto “Parliamo ancora”:

«I lettori italiani scrivono molto. Nell’alta percentuale nazionale, se si facesse una statistica, penso che i sardi occuperebbero una buona posizione. Il gusto della protesta, della discussione, dello sfogo ha ancora solide radici nella nostra isola: ed è un buon sintomo, a mio parere, è indice di vitalità, di ottimismo, di anticonformismo. In un’epoca e in un mondo in cui la fretta, l’egoismo, l’automatismo e molti altri ismi si accoppiano al dilagare della televisione, del turismo di massa e del juke-box, in un’epoca in cui i salotti cedono il posto a cantine o a terrazze aperte alla frenesia del twist e i caffè delle antiche tradizioni conservano solo il raggelato ricordo delle generazioni che vi hanno disseminato sbadigli lunghi, talvolta, come un’intera vita, in quest’epoca in cui il cinema e la letteratura per darne un significato devono volgersi ai fenomeni dell’alienazione o dell’incomunicabilità, il lettore che trova ancora il tempo e la voglia di prendere busta, foglio, penna e calamaio, di mettersi al tavolino e di scrivere al suo giornale, rappresenta qualcosa di vivo, di originale, di consolante.

«I sardi hanno ancora il tempo e la voglia di farlo. Anche quando la politica li delude o li disgusta, anche quando si sentono avviliti, disperati, stanchi, non si chiudono nell’indifferenza muta e inerte. Una volta avrebbero sfogato i loro malumori, discusso le loro idee, manifestato la loro disapprovazione in qualche riunione di amici dopo cena, nella sosta in piazza, al caffè, all’osteria. Oggi le occasioni di incontri collettivi, le soste in pubblico, sono sempre più rare. I rumori della televisione e della radio riempiono le nostre serate e ci trasformano in branchi di muti assonnati, inchiodati a quelle poltrone che un giorno forse i nostri figli ritroveranno in una soffitta e che gli riporteranno il ricordo crudele di questi nostri anni idioti sprecati a rovinarci gli occhi e il fegato in un insensato silenzio. Forse guardando certe consunte poltrone ricorderanno gli anni della loro lontana infanzia senza neanche sospettare la tristezza che sonnecchiava su quei cuscini, la tristezza di tante parole non dette, la malinconia di tanti discorsi mancati, l’assurda dissipazione di tanti anni di silenzio offerti alla moda insensata di uno scipito spettacolo in scatola.

«Il lettore che scrive al giornale è un po’ il correttivo di tutto ciò. E’ uno che sfugge al silenzio e all’inerzia del tempo tentando un dialogo con qualcuno, è uno che ha bisogno di gridare qualcosa, di sentirsi vivo e presente in un’umanità fatta di anonimi.

«Perciò ogni lettera che giunge sul nostro tavolo, anche se protesta, anche se polemizza, anche se insulta, merita la nostra attenzione. In un mondo che è tanto pieno di rumori da ridurci piano piano ad individui senza voce, scoprire ogni giorno che c’è ancora gente che ha voglia di parlare e magari di discutere è qualcosa di consolante, di rassicurante. Forse non siamo ancor tutti dei robot; siamo stanchi e frastornati ma se abbiamo ancora la capacità di scambiarci opinioni il nostro destino di esseri pensanti, se pur condizionato dai tempi, non è irrimediabilmente fallito».

Fotokit di un professionista colto e partecipe

Nella coerenza della sensibilità motivante e della riflessione di fondo, v’è anche differenza fra un testo e l’altro, quello del 1957 e quello del 1964. Non soltanto nella scena sociale generale nella quale si cala, quotidianamente, il giornale o si situino le due esperienze ai poli opposti, sul piano temporale, del cosiddetto “miracolo” italiano. Ma anche nella vita privata di chi scrive. Nel primo caso, Crivelli è un giovane giornalista di 36 anni, a Cagliari da tre anni e qualche mese, con una redazione ancora ridotta all’osso e affaticata attorno ad un prodotto artigianale, o di artigianato intellettuale, di qualità migliorabile e migliorata – “migliorevole” direbbero i francesi, meglio intercettando la musicalità dello sforzo; nel secondo caso il direttore è ormai cagliaritano fatto, piuttosto esperto delle coordinate isolane, giunto a maturità anche in casa, con altri due figli, cagliaritani anche per l’anagrafe, venuti a completare la squadra dei cinque. I Sorcinelli, nel ricambio quasi generazionale – dopo Nando, Guido e Baccio – stanno per affidare la presidenza dell’editrice del giornale a Roberto, il “liberal” che nel giugno 1946 aveva coinvolto Giuseppe Susini nel rilancio de L’Unione Sarda (e nell’invenzione de L’Informatore del lunedì), dopo l’infausto fiancheggiamento al fascismo e il triennio di commissariamento CLN. Tutto diverso anche il quadro generale. In Sardegna il piano di Rinascita ormai avviato come tentativo programmatorio per l’industrializzazione e insieme il riequilibrio (invero  impossibile) territoriale, nel Paese il centro-sinistra riformatore di Aldo Moro e Pietro Nenni, e, a far pendant, la crescita elettorale liberale a sostegno del pregiudizio antisocialista… Nell’ordinario quotidiano della gente, la trasformazione progressiva e forse inconscia, sotto il martello pubblicitario, del cittadino… nel consumatore, l’espansione continua dei servizi elettrici e telefonici, la modernizzazione elettroservice delle nostre case, tra frigoriferi e cucine, lavatrici ed anche televisori in accoppiata e perfino superamento degli apparecchi radio, la diffusione insomma degli acquisti di massa, utilitarie comprese, e anche delle gite domenicali fuoricittà.

Una curiosità: proprio fra 1964 e 1965 sarà l’ancor giovane Gianni Filippini a tenere un rubrica settimanale sui programmi della televisione italiana, come più tardi, da collaboratore, farà lo stesso Crivelli; erano state molto più modeste, per debolezza dell’offerta, nel decennio precedente, le recensioni tv di Peppino Fiori: dalla fine del 1961 il secondo canale avrebbe introdotto novità importanti, perfino lanciando la Sardegna, attraverso l’etere, nella conoscenza generale del continente (s’era iniziato con la sceneggiatura de Il disertore di Giuseppe Dessì – titolo televisivo La trincea –, e neppure due anni dopo era stato lo stesso scrittore a realizzare dei lunghi filmati sulla Sardegna attuale/antica destinati al pubblico della penisola: in chiave di unità nazionale e forse anche di preludio al richiamo turistico).

Statistiche d’un dialogo aperto

Dunque il dialogo direttore/lettori. Ho abbozzato una statistica, tanto per dare l’idea, anche attraverso i numeri, di queste due esperienze, di cinque mesi la prima, di quattro la seconda.

Precedute ciascuna da un titoletto, sono 86 le lettere ricevute e/o pubblicate ed altrettante, ovviamente, le risposte del direttore: tante nella prima tornata 1957/58, e 61 in quella della primavera 1964.

Ampio, evidentemente, lo spettro dei temi trattati. Se potessero valere i titoletti a raccontarlo tutto, questo spettro, varrebbe la pena di elencarli in rapida successione. Eccoli infatti nella prima lenzuolata: Come si diventa giornalisti, Matrimonio all’asta, Padre Zappata stile sovietico, Noia in TV, Acquarelli e pregiudizi, Misteri dell’ora, I telefoni e la fantascienza, Una cagna tra le stelle, L’ultimo compito, Volare col satellite, Una moglie in pericolo, Attore o legionario, Autoritario e bello, Sciopero e cortesia, Smania di pubblicità, L’albergo del Poetto, Le lunghe vacanze, Le piccole Bovary, I giuristi della danza, Con la partecipazione straordinaria, Perché le maestre non stanno a casa, Le sedute di Montecitorio, Definizione di scrittore “classico”, I prezzi del vino, Poesia dialettale e in lingua, Ingrid e Roberto, Lauree scientifiche, Voci maligne?, La visita del presidente, Quel che vogliamo dai fotodilettanti, Uno che sa l’arte del navigatore, Chi paga i miliardi spesi da Lauro?, L’amico degli animali e i nostri deputati, “Perle” giornalistiche, Ombre e luci della loquacità americana, Zucche vicine e bombe lontane, Troppo Lauro, poco Lauro, Rimedi postumi, Illusioni infrante, Varietà di gusti, Le aiuole del Municipio, Lascia o raddoppia, Aspirante attrice, Maturi e calvi, Letture serie, Non è uno sciopero, Opinioni sul carcere, La vita del pastore, Dei delitti e delle pene, Senza illusioni, Il caso Callas, L’opinione pubblica, L’assistenza in Italia, Lettera di una madre, L’Italia calcistica, Un caso disperato, L’opinione di un medico, Una ragazza intelligente, La madre contrabbandiera, Le vacanze negli uffici, San Tomaso e la boxe, Una visita all’Ausonia, Concerti alla televisione, Quando la lettera tradisce lo spirito, Contraddizioni a Sant’Antioco, La sciagura di Monaco, Non è assurdo il Carnevale, Ancora su Piolanas, Il fisco e un pensionato, Edy Campagnoli vestita da castellana, Perché lo sdegno?, Opinioni su Lauro, La fine del mondo?, Il prezzo dei biglietti, La denuncia dei redditi, I nostri parlamentari, Nord e sud, Parità fra i sessi, Crisi del cinema, L’indipendenza de “L’Unione Sarda”, Il turismo e la Fiera, L’Unione in Olanda, L’annuncio di Monaco, Lacune dello Scià, Divi e comizi, Studenti e voti bassi.

Dal 30 marzo riprende, anche la domenica, la rubrica ordinaria “Parlano i lettori”. Questi i primi argomenti: Cagliari città atomica, Mutui agli agricoltori, Opinioni su Carbonia.

Così invece sei anni dopo, nell’ “Omnibus”:

Il lusso dei poveri, La cucina di Marx, I sorrisi di Jaqueline, Dal miracolo all’austerità, Le amare classifiche, Centodue candeline, I cantieri della miseria, A cavallo della tigre, Niente austerità a Montecitorio, Il peccato di Mina, Per uscire dal turbine, Democrazia in anticamera, Le droghe nazionali, Il castigo di Arpagone, Giustizia senza ombre, Chi sbaglia paga (ma in che modo?), Primavera viene dopo, Nel regno dei burosauri, La Pasqua lontana, Che cos’è la libertà?, Rita Pavone e la nemesi, Il cadavere nell’armadio, Quell’uomo in frac, Telefoni bianchi e occhiali neri, I poveri non sono belli, C’era una volta, La lenta giustizia, Destriero inglorioso, Le catene invisibili, L’inconscio camerata, Vietato ai minori, Gli assenti alle nozze, Dalla pianta del silenzio,        Per la cruna dell’ago, Quando il cuore ringiovanisce, Alla ricerca del tempo perduto, Veleni in libertà, Nell’anticamera del cielo, Aritmetica elettorale, La forza dell’abitudine, Capirsi è difficile, Nefaste illusioni, Messaggi anonimi, Quando eravamo tutti poveri, Pane amaro, Cambierà la musica?, Risposte brevi, La scelta della ragione, Il papa universale, De Pretis e Fanfani, Salviamo le trecce, Dibattito su un grande papa (Si crede o non si crede, Cattolico e universale, E’ già santo, Papa Giovanni e gli altri), Imputati assenti, Il grande fumatore, Liberalismo e liberismo, L’eterna illusione, Benessere e felicità, In serie A.

Il bello di questa esperienza giornalistica è che la cultura e la professionalità del direttore si combinano al meglio, nella resa, alla sua umanità. Veramente meriterebbe una raccolta anche di queste pagine, da parte del giornale che purtroppo di tanto direttore ha rimosso tutta la memoria (ed è chiaro esempio di questo mesto declino il riferimento entrato nella vita civile proprio dei direttori, se siamo passati dal liberalismo avanzato e repubblicano di Fabio Maria Crivelli, perfettamente strutturale nel disegno dello stato democratico filtrato da tante sofferte stagioni storiche della nazione, al vacuo berlusconismo, al nulla ideale cioè, di alcuni dei responsabili o gerenti recenti).

Potrei proporre qui diverse esemplificazioni. Mi limiterò, anche per la brevità, alla risposta fornita ad una lettrice che lamentava lo spazio televisivo riservato ad un’artista brava-bravissima come Mina Mazzini nota, però – l’anno è il 1964 –, anche per una… scandalosa maternità venuta dal suo amore per un uomo già sposato. «Temo proprio che scrivendo a me, col sottinteso proposito di sollecitarmi ad unire la mia indignazione alla sua, la “lettrice indignata” (di Nuoro) abbia scelto la persona sbagliata – scrive Crivelli. L’autrice della lettera – penso – deve essere o molto giovane o molto anziana. Nel primo caso non ha forse ancora avuto il tempo e l’occasione per meditare su questa frase che duemila anni or sono Gesù Cristo rivolse ad un gruppo di lapidatori indignati: “Scagli la prima pietra chi è senza peccato”. Nel secondo caso ella ha avuto invece dal tempo il triste privilegio di potersene dimenticare.

«Io purtroppo sono nell’età di mezzo: in quell’età in cui davanti al monito evangelico che risuona alto ed insistente non si ha più, per sottrarvisi, la crudeltà dell’innocenza, e non si ha ancora la possibilità di usare come alibi la debolezza dell’udito o la perdita della memoria. Inoltre io non possiedo quello scudo, così comodo, dell’ipocrisia che permette a molti miei coetanei di girare perennemente armati di sassi, le mani ben nascoste dietro la schiena, in attesa che Gesù volti un momento lo sguardo. Sono quindi del tutto inerme: impossibilitato, proprio impossibilitato, a lanciare non dico pietre, ma neanche il più minuscolo, il più impalpabile, il più inoffensivo dei sassolini».

A dir di indipendenza di un giornale… indipendente

L’antefatto è nella condanna in primo grado che venne, su querela di parte per diffamazione, al vescovo di Prato, don Pietro Fiordelli, che in un’omelia – nel 1956 – aveva definito «pubblici peccatori e concubini» i giovani coniugi Bellandi-Nunziati perché sposatisi in municipio (dunque con il rito civile) invece che in parrocchia. A tanto s’era accompagnata anche una lettera del presule al parroco Danilo Aiazzi, il cui testo fu letto in chiesa e pubblicato sul giornale diocesano. Basta cliccare in google e tutto ci rimbalza impressionandoci nel presente: «Oggi, 12 agosto, due suoi parrocchiani celebrano le nozze in Comune rifiutando il matrimonio religioso. Questo gesto di aperto, sprezzante ripudio della religione è motivo di immenso dolore per i sacerdoti e per i fedeli. Il matrimonio cosiddetto civile per due battezzati assolutamente non è matrimonio, ma soltanto l’inizio di uno scandaloso concubinato. [...] Pertanto lei, signor Prevosto, alla luce della morale cristiana e delle leggi della Chiesa, classificherà i due tra i pubblici concubini e, a norma dei canoni 855 e 2357 del Codice di Diritto Canonico, considererà a tutti gli effetti il signor Bellandi Mauro come pubblico peccatore e la signorina Nunziati Loriana come pubblica peccatrice. Saranno loro negati i sacramenti, non sarà benedetta la loro casa, sarà loro negato il funerale religioso. [...] Infine, poiché risulta all’autorità ecclesiastica che i genitori hanno gravemente mancato ai propri doveri di genitori cristiani, permettendo questo passo immensamente peccaminoso e scandaloso, la Signoria Vostra, in occasione della Pasqua, negherà l’acqua santa alla famiglia Bellandi e ai genitori della Nunziati Loriana. La presente sia letta ai fedeli».

Diciamolo pure: una schifezza, giudizio d’oggi e giudizio di ieri.

Al commento, peraltro educato e moderato, de L’Unione Sarda, su una linea di difesa della onorabilità della scelta laica dei due giovani coniugi (bersagliati in seguito anche nelle loro attività commerciali), s’era opposto qualche lettore del giornale, ritenendo che in tale giudizio potesse riconoscersi una evasione dall’impegno di indipendenza assunto dal quotidiano. Dando così motivo al direttore Crivelli di esprimersi, oltreché sul fatto pratese, anche su tale questione. Ecco la sua risposta al lettore:

«Ma sul serio c’è ancora qualcuno propenso a concedere al giornale indipendente il diritto di cronaca e non anche quello d’opinione? L’equivoco deriva da questo: che per molti l’indipendenza dovrebbe risolversi di necessità nell’atrofizzazione del senso critico, nell’ambiguità degli atteggiamenti e insomma nelle sfocatura delle idee, da tenersi sempre entro contorni imprecisi perché non abbiano a offendere, una volta proposte in tutta la loro chiarezza, chi ritenga di doverne dissentire. Ebbene no: giornale indipendente non significa giornale invertebrato. E un conto è l’informazione, dove in effetti si manifesta l’indipendenza del giornale, e altro conto il diritto del giornalista libero di esprimere senza vincoli di sorta le proprie opinioni su un determinato argomento.

«Noi de “L’Unione Sarda” facciamo un giornale indipendente da partiti e da organizzazioni parapolitiche: un giornale che, per la sua efficienza editoriale, per la diffusione raggiunta in tutta l’Isola e quindi per il crescente consenso dei suoi lettori, può permettersi di vivere di vita propria, fuori da particolari sfere d’influenza. Le trenta lire delle decine di migliaia di lettori ed i proventi della pubblicità commerciale costituiscono il solo finanziamento de “L’Unione Sarda”. Del resto, in molte occasioni, lontane e recenti, abbiamo dimostrato d’essere al servizio esclusivo di chi ci legge e non d’altri.

«Veniamo allora al punto: l’informazione ed il commento.

«Sul piano del notiziario, anche nel caso del Vescovo di Prato, siamo stati larghissimi, riportando le note de “L’Osservatore Romano” e dei quotidiani dell’Azione Cattolica, le allocuzioni vescovili, i discorsi degli esponenti democristiani, i comunicati delle agenzie cattoliche, i commenti della radio vaticana, i provvedimenti della Santa Sede, in poche parole tutte le testimonianze della cattiva accoglienza riservata dalle sfere clericali alla sentenza di Firenze. Avessimo omesso anche una sola riga di tutto ciò, l’addebito del lettore oristanese avrebbe potuto avere qualche fondamento. Ma, ripetiamo, il nostro giornale, proprio perché indipendente, non aveva motivo alcuno per alterare la cronaca dei fatti.

«Adempiuto in questo modo al dovere fondamentale dell’obbiettività e della completezza dell’informazione, noi abbiamo espresso senza veli in un articolo di fondo il nostro punto di vista. Nello stesso giorno altrettanto facevano, e tutti su identica linea, “La Stampa, “Il Resto del Carlino”, “La Nazione”, “Il Messaggero”, “Il Tempo”, tanto per citare alcuni dei grandi giornali italiani. Segno questo dell’esigenza comune di porre un freno ad esasperazioni pregiudizievoli agli stessi interessi che da parte del clero e delle organizzazioni cattoliche si mirava a patrocinare.

«Volevamo noi vincolare i lettori al nostro punto di vista? E’ un potere che in ogni caso non abbiamo, ognuno l’intende. A parte il fatto che dell’ipotesi contraria è prova l’ospitalità concessa, nella rubrica delle lettere e fuori, a personalità politiche ed a lettori d’avviso opposto al nostro.

«Per concludere: ci si chieda d’esser esaurienti nell’informazione e non di rinunciare al diritto di critica, che è uno dei fondamentali diritti e doveri del giornalista libero».

L’Unione Sarda da qualche anno ha lanciato la sua “biblioteca dell’identità”, ricomprendendo in essa i testi di numerosi intellettuali isolani. Ha anche pubblicato una serie di testi firmati dai propri redattori, magari poi premiati in qualche occasione propiziata dallo stesso giornale. Per onorare Salvatore Cambosu ha confezionato una bella ancorché smilza antologia di articoli – ché Cambosu, lungo un trentennio, aveva offerto al quotidiano almeno cinquecento volte i suoi racconti e le sue riflessioni, ora nell’ “angolo letterario” ora perfino negli spazi degli editoriali (segnatamente sulla scuola) – che nelle biblioteche private ha impreziosito lo scaffale riservato agli autori sardi. Perché mai non si pensa di pubblicare un volume antologico degli scritti di Fabio Maria Crivelli? Magari proprio questi, direttamente rivolti ai lettori del quotidiano.

 

 

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