La Catalogna e noi, di Vito Biolchini

L’EDITORIALE DELLE DOMENICA,  della  FONDAZIONE.

Sardigna non est Italia, ma neanche Catalogna. E l’autodeterminazione non è un biglietto alla lotteria delle elezioni regionali.

Si scrive Catalogna ma è ovvio che noi leggiamo Sardegna. Quanto sta  avvenendo in queste settimane a Barcellona influenzerà il movimento indipendentista sardo? E in che modo i fatti catalani modificheranno la percezione che l’Italia ha della realtà politica isolana?Non c’è il rischio che la Catalogna non diventi per noi sardi, nel bene o nel male, indipendentisti o meno, un fantasma?

Forse per evitare di rendere la situazione più complicata, bisognerebbe a questo punto prendere la giusta distanza da quello che sta avvenendo dall’altra parte del mare. Se “Sardinia no est Italia” non è neanche Catalogna. Può essere simile la pulsione all’autogoverno, ma questa è radicata nelle due realtà in maniera completamente diversa, così come sono troppe le differenze storiche, economiche, culturali, di rapporti politici con lo stato centrale (peraltro, organizzato in maniera completamente differente). Per la piega che stanno prendendo gli eventi, il modello catalano rischia quindi per i sardi di essere fuorviante, tranne che per alcuni elementi che però attengono ad ogni dinamica politica ma che è bene evidenziare.

Il primo. I gruppi indipendentisti sardi si sono recati in massa con le loro rappresentanze a Barcellona. Tutti divisi, dopo aver visto le classi dirigenti catalane all’opera hanno poi fatto a gara a predicare l’unità che in questi anni nell’isola hanno praticato né poco né punto. Dalle elezioni regionali del 1999 in poi, alla proliferazione di sigle non ha fatto seguito infatti un reale radicamento nelle amministrazioni locali sarde. È vero, i temi dell’indipendenza e dell’autogoverno oggi sono di patrimonio pubblico ma dal punto di vista elettorale il movimento (che pure ha avuto e continua ad avere nei nostri media una grande visibilità) soffre di un evidente nanismo, pure in un’epoca di stravolgimenti politici e di grandi exploit di nuove formazioni, segno che l’elettorato è pronto a compiere scelte coraggiose. Che però in Sardegna non ci sono.

Come mai? Perché questa presenza così evidente nei mass media e nell’opinione pubblica non si traduce in consenso? E inoltre, perché il movimento sardo si presenta diviso e non unito? Abbozzo due risposte.

La prima: al pari dei partiti italiani, anche quelli dell’autodeterminazione soffrono di leaderismo. Da anni sono in circolazione troppe prime donne. Vecchi e nuovi capi non puntano così a far crescere le loro formazioni, ma giocano in prima persona la battaglia della visibilità. La ricaduta di questo atteggiamento è dolorosa: ego ben strutturati si muovono all’interno di organizzazioni spesso fragilissime, destinate a fallire al primo appuntamento elettorale utile. E il clima non favorisce il confronto, perché così che ogni differenza politica si tramuta subito in questione personale.

Di che unità parlano dunque i tanti leader del movimento dell’autodeterminazione? Qual è concretamente l’unità che vogliono realizzare?

Sfoltire l’offerta elettorale è ormai necessario per dare agli elettori un messaggio chiaro e comprensibile, anche perché l’idea che la presenza sulla scena politica sarda di più formazioni che si richiamano all’indipendenza possa essere funzionale alla crescita del movimento dell’autodeterminazione lascia ormai il tempo che trova.

Il movimento invece non è ancora riuscito a trovare una sua strada originale, e oscilla tra l’adesione ai poli italiani e il movimentismo che si traduce in mera testimonianza. C’è spazio per un nuovo polo che sappia in maniera originale confrontarsi con gli altri schieramenti ed essere attrattore di consenso e non semplicemente portatore d’acqua?

Io penso di sì. A due condizioni: che si realizzi un’ampia convergenza di intenti (l’unità può essere raggiunta in tanti modi) e che da Barcellona, insieme alla lezione dell’unità, si impari anche quella della lungimiranza e della pazienza. Oggi la Catalogna raccoglie i frutti di un impegno pluridecennale. Tutto il contrario di quello che avviene in Sardegna. Da noi l’autodeterminazione sembra essere un biglietto per la lotteria da giocare ad ogni scadenza elettorale regionale, in prossimità della quale si risvegliano istinti politici che poi si sopiscono subito dopo la solita batosta. Entusiasmi che si tramutano in frustrazione: e ogni volta si riparte sempre da zero.

Modesta proposta: perché i nostri leader, così ossessionati dalle elezioni regionali, non mettono lo stesso impegno in quelle amministrative? Perché anche nell’ultima tornata nei maggiori centri gli indipendentisti non hanno presentato liste o hanno ottenuto risultati insignificanti? La Regione può essere conquistata solo partendo da un progetto a lunga scadenza (10-15 anni) che passi prima per il governo delle amministrazioni locali, attraverso il radicamento nel territorio che metta il movimento a confronto con i problemi concreti delle persone. Problemi da cui anche gli indipendentisti sardi (fatte ovviamente le debite distinzioni, ma l’impressione che tutti non vadano oltre delle mere enunciazioni di principio) sembrano essere lontani anni luce.

Ripeto: com’è pensabile di governare una regione senza prima governare i piccoli centri e le città? Ecco perché anche alle prossime regionali (ormai mancano appena 500 giorni) non è quanto meno azzardato immaginare che un polo dell’autodeterminazione possa vincere le elezioni: perché è totalmente privo di quella classe politica (che ormai si può formare solo nei comuni) che serve a dare credibilità e competenza a qualunque progetto di cambiamento. La Catalogna insegna che servono tempi lunghi, da noi invece l’autodeterminazione sta diventando un terno al lotto per diventare (nel migliore dei casi) consigliere regionale. Poi fra una elezione e l’altra, tutto tace.

Le convulse ore catalane insegnano anche molto altro ma confermano secondo me soprattutto la brillante intuizione gramsciana secondo cui la storia non è un fenomeno naturale. Oggi invece in Sardegna si fa largo questa idea che, naturalmente, le nazioni senza stato un giorno avranno la loro indipendenza, perché questo è scritto nel Libro della Storia. Il Libro della Storia non esiste: esistiamo noi, con le nostre aspirazioni, il nostro lavoro, le nostre difficoltà, i nostri insuccessi. La convinzione che la Sardegna un giorno diventerà per forza indipendente è un’idea che danneggia l’indipendentismo e lo appiattisce su un risultato ultimo che mortifica quelli intermedi, cioè la necessaria trasformazione (oggi, adesso, subito) della nostra isola.

Quest’idea deterministica della storia porta a dimenticare che la politica è ragionamento, pazienza, lavoro duro, e trasforma i nostri leader indipendentisti in predicatori. Ma la Sardegna ha bisogno di politica, non di profeti.

E tanto più si avvicinano le elezioni regionali, quanto toni dei leader dell’autodeterminazione diventano apocalittici (nel senso etimologico del termine, cioè “contenenti rivelazioni relative ai destini ultimi dell’umanità e del mondo”). Non so se tutto ciò possa servire realmente alla causa dell’indipendentismo, ma temo che non serve per nulla a quella della Sardegna.

Un’ultima domanda: in che modo la vicenda catalana modificherà la percezione che l’Italia ha della realtà politica isolana e soprattutto del mondo indipendentista? Io temo che, a seconda della piega che prenderanno i fatti catalani, bisognerà prepararsi al peggio. Per questo motivo trovo assolutamente condivisibile la proposta di Mauro Pili di lavorare a livello parlamentare per una proposta di legge costituzionale che in futuro possa dare ai sardi la piena legittimità ad esprimersi. Questo non significa (come hanno equivocato i nostri giornali) che nel giro di poco tempo i sardi saranno chiamati a votare per l’indipendenza: no, significa che è necessario iniziare a pensare ad una strada condivisa per evitare da una parte la confusione catalana, dall’altra la tentazione degli apparati dello stato di isolare in vario modo il movimento sardo per l’autodeterminazione.

Questa legge è necessaria, e a fare pressione presso le forze politiche italiane perché venga messa in cantiere dovrebbero essere quelle forze indipendentiste che alle prossime regionali si alleeranno con il centrodestra o con il centrosinistra. Potrebbe essere un punto centrale del loro accordo elettorale. Per evitare che la Catalogna diventi un fantasma agitato in maniera strumentale e pericolosa da uno stato debolissimo e impaurito da ogni stravolgimento del quadro istituzionale quale è oggi l’Italia.

 

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