Catalogna, la Consulta sospende la legge di “scissione”. E la Procura di Madrid ordina il sequestro delle urne

Dopo l’annullamento del referendum per l’indipendenza dalla Spagna, un altro provvedimento contro il governo catalano. Anche Nadal contro la separazione: “Il paese resti unito”. La repubblica, 12 settembre 2017

Una brusca frenata per gli indipendentisti catalani. La Corte Costituzionale spagnola ha sospeso la legge per la scissione promulgata dal Parlamento della Catalogna e approvata mercoledì scorso. Il documento era stato creato per dare vita a un nuovo ordinamento giuridico per il territorio catalano, in caso della vittoria del “si” al referendum previsto per il  primo ottobre. Una decisione che arriva dopo la bocciatura della convocazione del referendum da parte della Consulta, nonostante l’iniziale approvazione.

E, per sottolineare la decisione, la procura di Madrid ha ordinato alla polizia catalana di sequestrare ogni materiale destinato a essere usato per il referendum, perfino le urne per depositare le schede con le quali i cittadini avrebbero espresso la loro preferenza. Ogni unità ha ricevuto in mattinata un avviso che impone di vigilare e di agire contro autorità e singoli “per evitare che si commettano reati”. A rischio di chiusura perfino il sito che si occupa di propagandare la separazione, mentre i media spagnoli sono stati invitati a non pubblicizzare le iniziative dei separatisti.

Il problema fondamentale di quest’ordinanza è che la polizia catalana dipende direttamente dal governo separatista e quindi, teoricamente, si troverà nella posizione di agire contro il suo diretto responsabile. Jordi Turull, Il portavoce del governo di Barcellona, durante un’intervista ha risposto brevemente: “La priorità della polizia è la lotta al terrorismo”.

In opposizione alla decisione della Corte Costituzionale spagnola è intervenuto il presidente del governo regionale catalano Carles Puigdemont che ha dichiarato che, nonostante gli ordini di Madrid, lui porterà ugualmente avanti il nuovo ordinamento. Puigdemont e gli altri membri del suo governo sono accusati dalla Procura di disobbedienza e prevaricazione, anche se l’uomo ha sottolineato che per lui “organizzare un referendum non è reato” e che ritiene che la polizia debba “garantire la sicurezza della gente e non fare politica”.

Sulla vicenda si pronuncia anche Rafa Nadal con un appello attraverso un’intervista al quotidiano El mundo: “Non concepisco una Spagna senza Catalogna. Bisogna fare uno sforzo per arrivare a un’intesa perché siamo più forti uniti che divisi”

 

 

Madrid minaccia la Catalogna: “Pronti a togliervi l’autonomia”, di Francesco Olivo

L’ira del governo contro la scelta di indire il referendum. Indagati i leader secessionisti

 

Su finestre e balconi delle abitazioni di Barcellona si moltiplicano le bandiere del «Sì» al referendum anche se la Corte costituzionale di Madrid ha già decretato che è illegale

 

la stampa  09/09/2017

L’antipasto della vendetta di Madrid è già un piatto pesante. Il comandante dei Mossos d’Esquadra ha ricevuto l’ordine di reprimere qualunque preparativo del referendum indetto per il primo ottobre e considerato illegale dalla Spagna.

Trapero, il poliziotto simbolo delle indagini degli attentati di agosto e orgoglio del governo di Barcellona si trova in una situazione molto difficile: a quali ordini disobbedire? A quelli del suo esecutivo o a quelli della legge dello Stato? Il dilemma del comandante è solo uno dei mille risvolti, spesso drammatici, che in queste ore si vivono a Barcellona.

Il governo spagnolo continua sulla propria linea: il referendum non si farà. Le sentenze della Corte costituzionale che cancellano le leggi catalane, ieri sono state pubblicate sulla gazzetta ufficiale e sono quindi esecutive: da questo momento chi trasgredisce è fuori dalla legge. La magistratura si è già mossa, ormai non si contano più indagini e denunce. I politici che firmano atti illegali sono avvisati, i sindaci che vogliano cedere locali comunali per la votazione anche (Barcellona è orientata a negarli). Ma anche i volontari che si sono proposti per aiutare la causa (a ieri erano più di 24.000) rischiano: «Non li avvertiremo uno per uno, ma sanno in cosa incorrono», dice il governo spagnolo. A Barcellona la domanda è ricorrente: «Il presidente della Generalitat andrà in galera?». A leggere le accuse mosse dalla procura non si può escludere: Carles Puigdemont, tra le varie cose, è indagato per malversazione fondi pubblici, per aver utilizzato, secondo la tesi, soldi dello Stato per organizzare il referendum (per esempio con spot televisivi e siti internet dedicati alla consultazione). Ma la foto del «president» in carcere sarebbe in fondo una mossa che Madrid farebbe meglio a evitare.

Il capo del governo spagnolo Mariano Rajoy, fedele allo stile della casa, non alza la temperatura, almeno a parole, insiste, «il referendum non si farà», ma non calca la mano. Ma intorno a lui i toni sono altissimi: «Colpo di Stato», «dittatura», «la Catalogna è fuori dallo Stato di diritto», si sente ripetere da ministri ed esponenti del Partito Popolare.

La minaccia

Il governo ha in mano, e non da oggi, una carta: la sospensione dell’autonomia regionale, prevista dalla Costituzione, che toglierebbe ogni potere alla Generalitat. Ma l’articolo in questione, il 155, non è mai stato utilizzato e, oltre a difficoltà tecniche di applicazione, avrebbe il risultato di eccitare animi già abbastanza scalmanati.

A Madrid ci sono da mesi forti pressioni per il ricorso alla misura estrema alle quali Rajoy non ha voluto cedere. Per la prima volta, però, ieri un suo ministro ha alluso alla sospensione dell’autonomia: «Utilizzeremo tutti gli strumenti necessari» ha detto il portavoce dell’esecutivo Méndez de Vigo. Altra allusione interessante del ministro: «Speriamo non si arrivi alla violenza». Il processo «sovranista» catalano finora non ha vissuto alcun momento violento (da qui le distinzioni con gli anni terribili dei Paesi Baschi), ma la situazione precipita di ora in ora e il governo sente di doversi appellare «al buon senso e alla prudenza della società catalana, perché ogni governo è preoccupato dalla violenza».

Nell’aria c’è molta attesa. Il calendario, e non è certo casuale, dice che dopodomani c’è la Diada, la festa catalana che dal 2012 viene celebrata con manifestazioni oceaniche piene di bandiere repubblicane. Nell’ora dei muscoli, un’occasione da non perdere.

 

 

Il parlamento catalano vota la legge del referendum indipendentista, di Francesco Olivo

Scontro durissimo con Madrid. Il governo Rajoy: la consultazione del primo ottobre è illegale.

la stampa  06/09/2017

Dopo anni di annunci, arriva l’ora dei passi ufficiale. I partiti indipendesti catalani hanno presentato nel parlamento di Barcellona la legge che istituisce il referendum per la secessione dalla Spagna, fissato per il prossimo primo ottobre. Un atto considerato illegittimo dal governo spagnolo. La norma che regola la consultazione è stata depositata alla Camera autonoma e verrà firmato da tutto il governo della Generalitat. Il Rubicone quindi viene varcato, da adesso in poi lo scontro sale di livello. L’esecutivo di Mariano Rajoy, infatti, è intenzionato a non consentire in nessun caso la votazione sull’indipendenza di uno dei territori più importanti di Spagna, «la costituzione lo vieta»,si ripete da anni a Madrid, ma sul come impedire la celebrazione del referendum non c’è chiarezza. Ma il governo catalano, in mano a una coalizione indipendentista che ha la maggioranza dei seggi (ma non quella dei voti) va avanti, dice di aver già acquistato le urne e insiste: se vincerà il sì (non è previsto il quorum) la Catalogna si muoverà da subito come una repubblica indipendente.

Sono ore in cui prevale la tattica parlamentare, i catalani procedono con colpi a sorpresa senza rivelare le prossime mosse, né il momento esatto in cui la Camera approverà la legge del referendum e quella che disciplina il futuro della regione in caso di vittoria del sì (la cosiddetta «legge di rottura»). L’obiettivo è sfuggire alla certa risposta di Madrid: il Tribunale costituzionale bloccherà immediatamente ogni norma che preveda quel «diritto all’autodeterminazione», reclamato dai catalani. I partiti spagnoli, con l’eccezione di Podemos, si schierano accanto al governo Rajoy, ma i socialisti reclamano una risposta che non sia soltanto repressiva, ma anche politica.

Appuntamento decisivo, nella marcia di avvicinamento al primo ottobre, sarà la manifestazione dell’11 settembre a Barcellona, la prova di forza dell’indipendentismo ormai da 5 anni, che quest’anno assume una valenza molto più centrale.

Intanto la corte dei conti spagnola ha chiesto 5 milioni di euro all’ex presidente della Generalitat Artur Mas e ad altri politici catalani, per pagare le spese di della consultazione informale del 9 novembre 2014, un voto non vincolante, ma giudicato comunque illegale dal tribunale costituzionale. «E’ un salto di qualità nella repressione spagnola», ha dichiarato il presidente catalano Carles Puigdemont.

 

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