Don Efisio Spettu, in un’intervista del 1973 la riflessione critica sul passaggio dalla Chiesa della (tranquilla) consuetudine a quella della (faticosa) ricerca, di Gianfranco Murtas

Alcune osservazioni di don Efisio Spettu, al tempo giovane prete, sulla Chiesa postconciliare in Sardegna, sono qui riprese e spiegate con le testimonianze di Anna Maria Sedda, Pierpaolo Loi, Tito Aresu, Ettore Cannavera, Osvaldo Pisu, Dionisio Pinna e Dino Pinna.

 

Ho bisogno di inquadrare la personalità forte e amica di don Efisio Spettu, ora che siamo già al quarto anniversario della sua dolorosa, dolorosissima, amarissima scomparsa, nel tempo e nell’ambiente in cui egli maturò formazione e primi cimenti, realizzando se stesso in una continua evoluzione che poi era un continuo ritornare alla fonte ispirativa della sua vita: il vangelo di Gesù di Nazaret. (Fu questo, l’impellente ripasso gesuano da anteporre a quello cristico, uno degli ultimi argomenti di conversazione con lui, in tempi complicati per Efisio stesso e anche per me).

Arriverò all’ultima sua stagione, mi soffermerò soprattutto sul tempo del suo esordio ministeriale a Cagliari, fra il seminario e la scuola, e l’UNITALSI poi, e le altre incombenze, ma intanto lo debbo vedere giovane o giovanissimo, attento e partecipe, sul grande scenario della sua diocesi in una fase importante di trasformazioni, quella di preparazione al Concilio e poi di elaborazione e applicazione dei suoi deliberati, di più, del suo spirito…

Debbo collocare il primissimo tragitto di vita di questo presbitero tanto universalmente amato e compagno, nella Chiesa italiana ancora, e per l’ultimo funesto stadio, assoggettata al fascismo: nell’anno stesso in cui egli veniva al mondo uscivano le leggi razziali e l’imbroglio di Monaco anticipava la guerra; il fonte battesimale di San Giorgio martire, a Quartucciu, era quietamente amministrato da don Emilio Secci e parevano piuttosto floride le associazioni d’intorno, dall’Unione Uomini al Gruppo Donne, alle Gioventù Maschile e Femminile rispettivamente intitolate ai Santi Giorgio e Agnese, alle conferenze vincenziane di dame e damine.

Scene di un paese rurale e timorato di Dio, di lavoratori, ai margini della città capoluogo: la formazione catechistica in parrocchia, l’inserimento all’interno del cosiddetto “piccolo clero”, mentre nel mondo aveva preso ad infuriare la guerra, le famiglie erano private dei loro uomini e Cagliari più di tutte veniva colpita e dissanguata e faticava poi nella sua ripresa dal biblico esodo del cosiddetto sfollamento. Desolante fisarmonica, ultimo dono della dittatura. Poi, per Efisio, il seminario diocesano – ferito anch’esso dalle bombe –, a Castello, a pochi anni dalla fine di quell’emergenza infausta, la sottana nera e la disciplina, lo studio e la camerata. In parrocchia don Secci era stato avvicendato (fin dal 1944) da don Giovanni Tronci, canonico della primaziale, e dal 1954 il giovanissimo don Guido Palmas si sarebbe associato, compiendo le sue prime magnifiche esperienze (proseguite a Sant’Elia e a Sinnai, e poi in missione in Brasile, e dopo nuovamente in Sardegna, anche a Quartucciu nel novero delle sedi replicate).

Era cambiato il vescovo, nel 1949, in diocesi. Iniziava una nuova fase storica in Italia ed in Sardegna esordivano le istituzioni dell’autonomia speciale. Per la Chiesa cagliaritana cominciava un’epoca di velocità impensate, di recuperi larghi, un’epoca che sarebbe durata vent’anni. Dopo la ancor più lunga età segnata dallo stile pastorale di monsignor Ernesto Maria Piovella e segnata in ultimo dai disastri, materiali e morali, della guerra fascista, il bacolo diocesano era toccato ad un presule, come monsignor Paolo Botto, dal piglio decisionista e autoritario, dall’indole progettuale, uomo capace di ogni personale sacrificio nella tensione di conquista, o riconquista, guelfa della società («vi desidero felici e vi benedico»). Era stato il fascismo a farsi puntello – e pur quanto contraddittorio anche nell’esercizio oltre che, clamorosamente, nelle premesse ideali (la storia era cominciata con il sacrificio di don Giovanni Minzoni) – della Chiesa cattolica in quel tempo quasi remoto; già lo era, lo sarebbe stato, nei primi tre, quasi quattro decenni del tempo repubblicano, la Democrazia Cristiana in un quadro divenuto fortunatamente pluralista e di marcata dialettica sociale.

Quel che la guerra aveva significato dipingendo di tormentato autunno l’episcopato dell’oblato di Rho ormai invecchiato e malato – missionario in Sardegna dal 1907 –, sarebbe stato invece il Concilio Ecumenico, al quale era stato chiamato a partecipare, a condizionare con pene crescenti, o almeno con insistite apprensioni di adattamento, l’ultima stagione del governo religioso dell’arcivescovo di radici liguri e nascita cilena, venuto a Cagliari in quel 1949 (preceduto dall’incredibile e malinconica staffetta dei vicari capitolari: il can. Ligas morì nel corso del suo mandato, lasciando il testimone al collega Lai Pedroni). Sarebbe stato, il Concilio, una forzatura delle coordinate che avevano fino ad allora incorniciato il sentire e lo stesso profilo ecclesiastico del presule, pragmatico sì, ma non svincolato dalle antiche certezze della societas perfecta, della primazia delle ragioni della Chiesa rispetto a quelle di qualsiasi amministrazione civile titolare di potestà normative e del pubblico portafoglio. Come nella traduzione statuale, così nella gamma dei corpi intermedi, tanto più nel sistema delle autonomie territoriali, dalla Regione alla Provincia al Comune. Con il gusto dell’iperbole, taluno avrebbe detto che in quelle pubbliche stanze comandava l’arcivescovo di Cagliari.

La Chiesa cagliaritana di monsignor Paolo Botto

Operò su questo piano, o anche su questo piano, monsignor Botto, per raggiungere i suoi obiettivi pastorali, fra docenza apodittica (e talvolta forse con eccessiva pertinacia devozionale) ed organizzazione, sforzandosi di valorizzare le utilità potenziali presenti in diocesi, magari cominciando dalla stampa di curia: nel 1949 egli trovò la redazione de Il Quotidiano Sardo già trasferita da Oristano al capoluogo e nel 1950 poté affidarne la guida a una personalità d’eccellenza come indubbiamente era monsignor Giuseppe Lepori, portatore di sensibilità ed asset culturali ed ecclesiologici assai simili ai suoi. Molto si impegnò poi, nella campagna di conquista cattolica della città e della provincia, in una faticosa espansione della rete dei siti religiosi, chiese ed oratori, tanto nei nuovi quartieri del capoluogo che ripartiva, dopo le devastazioni della guerra, in un nuovo disegno urbanistico, quanto nei centri dell’hinterland e del basso e medio Campidano, meglio articolando sul territorio le storiche vicarie foranee di Parteolla e Trexenta, Sarrabus e Gerrei…

Non minore impulso dette, l’arcivescovo, all’associazionismo e tanto più all’Azione Cattolica, in un tempo di disciplinato allineamento di questa alle direttive episcopali e dei vertici nazionali. Di più, potrebbe dirsi che l’associazionismo affollato dell’A.C. (19.700 iscritti nel 1951-52, 27.700 dieci anni dopo) doveva costituire, nei piani del presule, anche il bacino elettorale e, allo stesso tempo, la riserva dei quadri in rinnovamento della Democrazia Cristiana (specialmente nella fase dell’egemonia dorotea). Analogo, seppure orientato a fasce sociali parzialmente diverse e per una più scoperta concorrenza con le sinistre, il discorso relativo alle ACLI.

Le attività formative dell’Azione Cattolica e delle stesse ACLI, la frequenza degli incontri e dei convegni associativi, la pratica, per quando possibile, di combinazioni collaborative con gruppi e circoli delle altre diocesi isolane, e soprattutto con quelli della provincia ecclesiastica (Iglesias, Lanusei e Nuoro) e con Ales-Villacidro costituivano l’investimento più importante delle risorse sociali della Chiesa cagliaritana a marca Botto. Nel novero diverse edizioni della “settimana sociale”, le iniziative a latere della Congregazione Mariana (416 iscritti nel 1951-52, 470 dieci anni dopo), dei Maestri e Laureati cattolici, dei Cooperatori salesiani, delle Pie unioni (pastori, braccianti, pescatori, ecc.), i rilanci delle società mutualistiche, delle confraternite e dei terz’ordini, ecc. Negli anni del suo governo pastorale la Chiesa locale sviluppò una presenza sulla scena pubblica (eminentemente assistenziale) di prim’ordine: vennero le sezioni ONARMO, ODA (e POA) con il tanto di preventori, centri oftalmici, colonie rurali e marine, il Centro Italiano Femminile, la scuola per Assistenti sociali…

Tutto era poi organizzazione di massa, le grandi processioni – dalle stazioni quaresimali al Corpus Domini – e i raduni di piazza – basterebbe pensare all’8 Dicembre –, le missioni popolari e la Visitatio Mariae, tutto era “grande” perché la forma e l’afflusso misuravano la solennità dell’occasione e materializzavano la funzione autenticamente pedagogica, per via di suggestione, o elaborazione della suggestione, dell’evento.

A monte d’ogni cosa, ovviamente, l’inquadramento sia dottrinale/culturale sia disciplinare del clero diocesano e le intese crescenti con gli ordini religiosi pressoché tutti in rispolvero, fra anni ‘50 e primi ’60, dai gesuiti agli scolopi (rientrati in diocesi dopo lunga assenza), dai francescani tripartiti (osservanti, conventuali e cappuccini) ai vincenziani, dai paolotti ai salesiani, dai domenicani ai saveriani ed orionini, ecc. La metà delle nuove parrocchie create a Cagliari nel periodo furono affidate proprio al clero regolare: Medaglia Miracolosa ai vincenziani, San Paolo ai salesiani, San Francesco d’Assisi ai minori conventuali (titolari storici altresì dell’Annunziata), Santo Nome di Maria e Madonna della Salute, così come San Bartolomeo, agli immacolatini, Nostra Signora del Carmine ai carmelitani; saldo il presidio mercedario a Bonaria, ai cappuccini – custodi del santuario di Sant’Ignazio nella chiesa antichissima di Sant’Antonio da Padova – continuava ad essere assegnata la parrocchia ospedaliera del San Giovanni di Dio.

Gli incontri mensili del clero, secondo le formule standardizzate del tempo (parzialmente sopravvissute nel dopo Concilio), e la visita pastorale piuttosto… invasiva, per l’interesse effettivo che l’arcivescovo nutriva per la varietà e complessità sociale, non soltanto religiosa, e tutta in fermento, della diocesi, – tre furono le visite cui egli dette corso, la terza purtroppo incompleta – costituivano elementi irrinunciabili per strutturare il sistema centralizzato, dirigistico, e, insieme, “a maglie”. Onde favorire l’azione docente ritenuta apicale nello spianamento missionario in terra fidelium e in partibus infidelium (con i cappellani di fabbrica, metti alla Manifattura tabacchi), ecco poi l’intensa pressione per la copertura delle “caselle” scolastiche, molto contando sulla catechizzazione di bambini e adolescenti nelle aule della scuola pubblica e sempre contando anche sulla convergenza, ideale ed operativa, di assessori municipali o regionali così come di onorevoli ministri dello Scudo crociato o di dirigenti dalla burocrazia di settore. Idem per l’assistenza da garantire – ora con il clero secolare o quello regolare, ora con il servizio delle religiose – ai luoghi di comunità, dagli ospedali alle carceri, alle caserme d’ogni arma: tutto questo e molto altro, naturalmente, costituiva – aveva costituito ed ancora avrebbe costituito – il carico impattante, pervasivo, della pastorale del presule.

In questo contesto era assolutamente centrale il processo formativo dei seminaristi e dei chierici. Garantivano, storicamente, per questi ultimi, i padri gesuiti al Regionale di Cuglieri, occorreva modernizzare ma nel solco della tradizione il seminario diocesano (a presidenza di don Giovanni Cogoni, futuro vescovo di Iglesias, con don Pier Giuliano Tiddia direttore spirituale) che copriva i cinque anni del ginnasio (in essi il triennio delle medie). Già dai primi anni della sua presenza a Cagliari monsignor Botto mise in agenda la questione seminario.

Magna gloria domus istius novissimae…

La statistica dell’anno scolastico 1954-55 dava 185 gli iscritti al quinquennio, 69 erano quelli del primo anno che avviava la naturale scrematura. Cagliari poi poteva contare su 48 suoi chierici a Cuglieri, 23 al liceo – fra essi, in prima, Efisio Spettu (che in terza sarebbe stato prefetto dei più giovani liceisti) –, 7 al corso filosofico, 17 a teologia, oltre a un prete al quinto anno di specializzazione.

In quello stesso 1955, fidando sui positivi rapporti intrattenuti – grazie anche ai molti buoni uffici dei parlamentari del Biancofiore sardo, in primis Antonio Maxia – con l’on. Antonio Segni, presidente del Consiglio e già a lungo ministro della Pubblica Istruzione, il presule riuscì a vendere allo Stato (per il servizio universitario e bibliotecario) lo storico palazzo del Tridentino: integrando in vari modi, fra cui è rimasta nella memoria collettiva la campagna di “un mattone per il seminario”, impiegò quei fondi per la costruzione, sul versante di mezzogiorno del colle di San Michele, di uno stabilimento imponente. Furono sette e mezzo gli ettari acquistati, fin dal 1954, venditori i fratelli Portoghese. Tutto era campagna là attorno, sul versante pirrese. Trentatré gli operai al lavoro, agli ordini dell’ingegnere Pellegrino Bettolo e degli impresari Fadda e Boero; avrebbero assommato ad oltre 14mila i metri quadrati dei pavimenti interni, a quasi 5mila quelli degli esterni (esclusi i terrazzi), a più di 10mila i metri cubi di scavo, a 335mila i kilogrammi di ferro impiegato per pilastri e solai…

Dal 1956 al 1960, da aprile ad aprile, fra la posa della prima pietra da parte del cardinale Valerio Valeri e l’inaugurazione da parte del cardinale Alfredo Ottaviani, segretario del Sant’Officio (la sola congregazione romana la cui prefettura era riservata al pontefice), il cantiere di San Michele – costretti i seminaristi negli spazi stretti di Dolianova, di fianco a San Pantaleo – fu come la rappresentazione materiale di quel che l’arcivescovo realizzava in progress in città e in diocesi. Lavorava sulle coscienze l’arcivescovo, sui costumi, secondo i codici della tradizione ma non ignorando le novità. Cambiava anche la società, e molto, con un passo certamente più rapido di quello della Chiesa.

Manca forse, al momento, uno studio accurato sul parallelo fra i due cantieri, quello civico-sociale e quello religioso, insomma fra le dinamiche civili e quelle strettamente diocesane negli anni del lungo episcopato di Paolo Botto che coincidono per il grosso con lo slancio di ricostruzione morale e materiale del dopo guerra ed il successivo più marcato sviluppo, in logica programmatoria, derivato anche dalla legislazione straordinaria detta della Rinascita affermatasi negli anni ‘60. Tutto ciò passando per la riforma agraria, i primi (e pur problematici ed illusori per la mancata verticalizzazione) insediamenti dell’industria di base, l’esordio della ricettività turistica costiera tanto nel nord isolano (Gallura e Costa Smeralda, Alghero) quanto nel meridione (Santa Margherita, Villasimius), in compensazione della crescente crisi mineraria e della vera e propria emorragia di forza-lavoro giovane lungo i canali dell’emigrazione nazionale e internazionale. Se mancano le mirate analisi dei supporti statistici sono note, comunque, le linee di tendenza che definiscono il nuovo quadro: polarizzazione demografica in capo a Cagliari, innalzamento progressivo dei livelli di scolarizzazione, abbattimento del peso dell’agricoltura tanto nelle unità locali (produttive) quanto nella occupazione, conversione dei modelli di consumo e del costume (in chiave di secolarizzazione modernista), in rapporto ad accresciuti standard di vita.

Il tradizionale massivo contributo dei centri rurali ai dati della popolazione dei seminari verrà lentamente diminuendo proprio in considerazione di questo mutato quadro demografico di base. Ne faranno fede – ma non soltanto a Cagliari – dapprima le immatricolazioni ai corsi del seminario arcivescovile, poi quelle registrate al Regionale, giusto in coincidenza con la stagione conciliare e nel decennio a seguire.  Erano complessivamente 228 gli iscritti al seminario diocesano di Cagliari nel 1962 (166 al primo triennio) e 37 a Cuglieri (fra filosofi e teologi) oltreché 2 alle università romane; scendevano a 205 nel 1967 (118 al primo triennio) ed a 36 fra Cuglieri e Roma; ed a 126 nel 1971 (67 nel primo triennio) ed appena a 21 al quinquennio di teologia, quando da Cuglieri il Regionale sbaraccava per radicarsi, con infinite difficoltà logistiche ed organizzative, a Cagliari. Per non dire del dopo: 64 gli iscritti al diocesano (di cui 22 soltanto alle medie) e 16 al Regionale nell’anno scolastico 1973-74. In dieci-undici anni un abbattimento – autentico crollo – del 70 per cento e più.

I numeri generati negli anni in cui alla grande semina corrispondeva anche il grande raccolto, avevano favorito per alcuni decenni la provvisione delle parrocchie e dei più vari uffici del sistema diocesano e curiale; la debolezza del ricambio adesso registrata avrebbe nel tempo caricato di fissità il quadro clericale, indebolito anche da crescenti abbandoni del ministero o da scelte di rinuncia al servizio propriamente parrocchiale.

Nel 1967 – per prendere una data di confronto – i sacerdoti diocesani sotto i 35 anni erano 66, e 16 erano gli ultrasettantacinquenni; mezzo secolo dopo (statistica del 2013, con qualche minima approssimazione), i numeri saranno rispettivamente 20 e 57. Non meno impietose le statistiche del clero regolare, e per numero globale e per classi anagrafiche. In più, bisognerà dire per i giovani, salirà l’inquietante quota dei preti suggestionati dalle “anticaglie” – come dice Alberto Melloni – liturgiche e paraliturgiche, confuse con i rimandi alla/dalla tradizione: tradizione che invece sarà, nel vero, patrimonio del Concilio (perché esso recupererà i duemila anni che riportano alle fonti, fino al Vecchio testamento, e non si fermerà a San Pio V, al suo catechismo tridentino ed alla gloria di Lepanto).

Ordini minori, il presbiterato

Per Efisio Spettu giovane giusto ventenne era appena iniziato l’anno destinato, nell’ordinamento degli studi, al corso filosofico – collegamento fra il triennio liceale e il quadriennio di teologia – quando giunse, anche a Cuglieri la notizia della morte di Pio XII e della elezione di Giovanni XXIII. Giunse altresì, appena tre mesi dopo, la notizia dell’annuncio, avvenuto nella sala capitolare di San Paolo fuori le mura, del Concilio ecumenico, oltreché del Sinodo romano e dell’aggiornamento del codex. Fra l’autunno 1958 ed i primi mesi dell’anno successivo l’incertezza mista ad un rattenuto entusiasmo fu il sentimento prevalente sulla scena ecclesiale d’ogni dove, e Cuglieri non fece eccezione.

Avrebbe preso gli ordini minori tutti in quella lunga stagione di preparazione del Concilio, don Efisio 21-24enne; nella sua scalata al sacerdozio si sarebbe nutrito, oltreché del paniere immancabile – studi e preghiera, comunità e sacramenti, e anche tanto sanissimo sport – di un entusiasmo liberatosi, con misura e progressione, man mano che quell’imprevisto annuncio pontificio riusciva a trasformarsi in adempimenti canonici e che gli stessi vescovi  lealmente indirizzavano ai loro diocesani esortazioni alla partecipazione, al momento, è ovvio, soltanto con l’aggiornamento informativo e la cura della preghiera.

Gli ordini minori: la prima sacra tonsura sabato 19 dicembre 1959, dall’arcivescovo nella cappella del nuovo seminario diocesano (non ancora inaugurato); l’Ostiariato e Lettorato il 27 maggio 1961, sabato delle Quattro Tempora di Pentecoste, e l’Esorcistato e Accolitato il 22 dicembre dello stesso anno, sabato delle Quattro Tempora d’Avvento, rispettivamente ancora da monsignor Botto e da monsignor Giovanni Pirastru, vescovo di Iglesias, entrambe le volte nella cappella del Regionale; il suddiaconato domenica 2 dicembre 1962, da monsignor Pio Kerketta S.J., arcivescovo di Ranchi (India), e il diaconato il successivo 22 dicembre, sabato delle Quattro Tempora dell’Avvento, da monsignor Paolo Carta, arcivescovo di Sassari, ancora nella cappella del seminario cuglieritano.

Credo che per capire la personalità di Efisio Spettu nella sua spiccata spiritualità e nella sua propensione ecumenica – si pensi soltanto alle sue puntate giovanili a Taizé –, non possa mancarsi di considerare questi passaggi della sua biografia. E di più: non possa non considerarsi che la sua ordinazione presbiterale sarà, il 29 giugno 1963, la prima fra quelle celebrate in diocesi sotto il nuovo pontificato di papa Montini, asceso al soglio di Pietro appena una settimana prima (il 21 giugno). Insomma il sacerdozio di don Efisio si sarebbe alimentato della ispirazione che non soltanto Giovanni XXIII ma anche Paolo VI offrivano alla loro Chiesa in un’epoca storica di cui erano fra i fondatori.

Credo anche sarebbe da considerare, su un altro piano, la fecondità della relazione umana che dal potenziale dei tempi di studio e di ricezione degli ordini minori fino alla conquista del presbiterato si sarebbe sviluppata negli anni avvenire, nell’esercizio del ministero, nella raccolta, nella condivisione, nello scambio anche delle esperienze particolari e personali dell’uno e dell’altro dei suoi compagni di corso e, appunto, di scalettamento: mi riferisco alla comunità morale, o chiamala ideale o virtuale, certo virtuosa, costruita con uomini come Pietro Aresu, Bruno Porcu, Luciano Vacca, Pietro Villasanta, fondendo la spiritualità defoucauldiana dell’uno e l’inclinazione al servizio ai malati dell’altro, la pratica di parrocchia dell’altro ancora. Nel conto metterei anche l’esplosione emotiva, tutta passata poi per una rielaborazione profonda e pacata, della vicenda di vita breve, quasi flash, di don Aldo Piga.

La stagione conciliare

Torno al Concilio e al magistero giovanneo e paolino. A scorrere le annate del Bollettino Diocesano, che dal 1958 – affiancandosi al settimanale (nuovo anch’esso) Orientamenti – aveva preso il posto del glorioso ma stanco (dopo mezzo secolo dall’esordio del 1909) Monitore Ufficiale dell’Episcopato Sardo (MUES), si avrebbe la prova provata dell’impegno intenso e inarrestabile di monsignor Paolo Botto perché il progetto conciliare si materializzasse nei documenti che peraltro egli, al pari di tutti, non poteva immaginare quanto dirompenti (e abbondanti) sarebbero stati, non concludendosi quella stagione d’incontro, dibattito e decisione coinvolgente direttamente tremila Padri, con la sessione giovannea: il passaggio della tiara (poi donata alle opere di Madre Teresa) da Roncalli – il papa della Mater et Magistra e della Pacem in terris – a papa Montini avrebbe infatti significato nuovi e necessari inoltri, nuove e necessarie espansioni nel confronto delle linee dottrinali e pastorali presenti nell’episcopato mondiale, ma bisognerebbe dire nelle Chiese locali dei cinque continenti, delle terre povere e di missione e di quelle ricche e miscredenti.

Con le manifestazioni od iniziative che, nel consueto o nell’eccezionale, cercavano di vivacizzare la vita ecclesiale diocesana dopo quell’imprevisto e rivoluzionario annuncio di San Paolo fuori le mura, dovevano porsi le ripetute sollecitazioni di responsabilità verso l’evento epocale ormai alle viste o appena cominciato. Sì, il calendario parlava da solo: giornata universitaria e giornata vocazionale, giornata missionaria e giornata dei malati o mariana-sacerdotale, settimana “pro unitate Ecclesiae” e mese del Sacro Cuore, stazioni quaresimali e megaliturgie pasquali, massive sessioni di prime comunioni e cresime e concorsi catechistici, esercizi spirituali dell’intero corpo clericale urbano e foraneo e convegni tematici ad iniziare da un “La parrocchia comunità di fede, di preghiera, di carità e di opere”, e magari anche, nel novero e frammiste, la missione popolare predicata dai padri della Pro Civitate Christiana di Assisi, la venuta a Cagliari della pellegrina Madonna di Fatima e la consacrazione a Lei della città, il nuovo seminario ed il viaggio romano per omaggiare Giovanni XXIII (memore cantore della Cagliai del 1921!), le lezioni di monsignor Bonfiglioli ancora arcivescovo di Siracusa e la riapertura finalmente del santuario trecentesco di Bonaria… Esso però andava progressivamente integrandosi con le consapevolezze di un’assemblea ecumenica che avrebbe costituito essa stessa e di per sé un “segno dei tempi”, profezia per il mondo.

La preghiera, d’altra parte, non è mai, nella concezione cristiana, una deviazione disumanata ma piuttosto un riordino, molte volte perfino analitico, di istanze che vanno verso l’alto ma muovono da una personale, ancorché imperfetta, assunzione di responsabilità. In questo senso si muoveva l’appello del 24 aprile 1961 di monsignor Paolo Botto ai suoi diocesani, così quello del 10 luglio 1962, così ancora l’omelia nel pontificale alla partenza dell’arcivescovo per Roma il 7 ottobre dello stesso anno, ed anche la lettera da Roma (con rinnovate istruzioni operative) inviata, a lavori iniziati, il 4 novembre successivo. Cagliari partecipava al Concilio, simbolicamente, attraverso la penna d’oro donata al suo presule per la firma degli atti conciliari. Avrebbe scritto e raccomandato ancora e ancora, l’arcivescovo impegnato nelle sessioni in San Pietro fino al dicembre 1965. «Abituati ad essere colpiti ed attratti dal rumore e dal colore dei fatti eccezionali è possibile che anche dinnanzi alla grande impresa del Concilio ci fermiamo con senso di curiosità più che di responsabilità: come semplici spettatori anziché con la coscienza di dover dare il nostro contributo per l’esito felice di questo straordinario avvenimento… E’ compito di ciascuno di noi non già attendere che il Concilio si faccia, ma cooperare a fare il Concilio…», così alla vigilia della prima sessione a presidenza Montini, il 19 settembre 1963.

Vennero dunque nel mezzo del ventennio bottiano sia il pontificato giovanneo che la celebrazione conciliare e né l’uno né l’altra poterono mancare di avere ricadute importanti sull’intero corpo ecclesiale locale, clericale innanzitutto, sotto una molteplicità di aspetti: tutti quanti furono impegnati a rielaborazioni, direi addirittura a revisioni e reimpostazioni coinvolgenti le aree vaste da cui traevano ragione la liturgia e la stessa organizzazione canonica diocesana, tendendo entrambe ad una recuperata dimensione partecipativa o collegiale. Si spostò l’asse dottrinale – e fu la vera rivoluzione conciliare (che pur una certa ermeneutica avrebbe teso a ridimensionare collocandola nel range del permanente riformismo della Chiesa) – dalla dimensione ecclesiocentrica a quella cristocentrica. La stessa pratica virtuosa dell’Ottavario per l’unità della Chiesa si convertì in una petizione di autoresponsabilità, puntando sulla categoria della “insistenza” della Chiesa nella Verità, non più su quella dell’ “assorbenza” in esclusiva, e lasciando spazio, in quella Verità, alle altre ricerche, in logica di rispetto ecumenico. Ciò che neppure la celebre dichiarazione Dominus Iesus del 2000 (sulla unicità e universalità salvifica di Cristo e della Chiesa) avrebbe rettificato e tanto meno smentito. Oggi siamo arrivati alla rivalutazione cattolica di Lutero: alla vigilia del Concilio – anno 1962 –  la curia Cagliari godeva di una apposita commissione “di vigilanza contro la propaganda protestante” presieduta dallo stesso arcivescovo, così come di una commissione “contro il modernismo” (quel modernismo infilzato come eresia ed addossato come colpa massima, nell’immediato e in prospettiva, nel cruento e nell’incruento, a tanti imputati illustri, dal grande Ernesto Buonaiuti al nostro indimenticato e sapiente professor Bacchisio Raimondo Motzo! mentre sospetti inquisitoriali avrebbero inseguito per anni la credibilità di don Virgilio Angioni, oggi venerabile, e di don Giuseppe Lai Pedroni… come anche, in una Roma lontana, quel pretino bergamasco di nome Angelo Giuseppe Roncalli).

Partecipò al Concilio, monsignor Paolo Botto, pur non essendone un protagonista quanto poterono, più di lui (nella modestia delle evidenze), altri vescovi sardi: nessun intervento orale in aula, un intervento scritto nella fase antepreparatoria (“Consilia et vota”, 1959), tre sottoscrizioni di interventi di altri Padri in Concilio. Egli fu membro della commissione sui Religiosi e di quella “De Seminariis et Studiis”. Approvò e firmò tutti i documenti conciliari, costituzioni, decreti e dichiarazioni (cf. Tonino Cabizzosu, I vescovi sardi al Concilio Vaticano II, Protagonisti, vol. II, Cagliari, 2014). Molto fece pregare in diocesi, si pensi all’iniziativa della “lampada del Concilio” accesa in ogni chiesa presso l’altare più prezioso. Molte volte – l’ho detto – parlò e scrisse per la cooperazione popolare, nelle comunità parrocchiali, alla fatica dei Padri riuniti in basilica.

Fu leale con il Concilio, monsignor Botto, impegnò tutto se stesso – seppure forse non pienamente condivideva (dato l’iato derivante dalla sua formazione) tutte le novità – per la graduale realizzazione dei suoi deliberati, non soltanto liturgici, non soltanto canonici, ma anche ed essenzialmente ecclesiologici, all’interno di una visione della dottrina riscoperta finalmente come sale della terra, non come dogma militare, finalmente più attenta alla fecondità della pedagogia e della testimonianza, che non all’utile immediato (e strumentale) delle intese di potere.

La difficoltà ch’egli visse, provenendo da una scuola – quella stessa di pressoché l’intero episcopato italiano, così diverso da quello mobile ed avanzato della Francia e della Middle Europa, Germania in testa – che all’inizio poco aveva sperato di ricevere in novità rivoluzionaria dall’assemblea dei Padri, fu quella di essere garante e guida del processo riformatore in diocesi. Eppure, per fortuna e sua fortuna, ad eccezione di pochi, i preti cagliaritani – sia quelli secolari che quelli religiosi – mostrarono una diffusa propensione a gustare e condividere nel profondo quelle novità precisate nei documenti conciliari, nelle costituzioni, nei decreti e nelle dichiarazioni. Non fu facile, intendiamoci, e va ripetuto. La formazione cuglieritana, pur virtuosa sotto tanti profili, segnava tutti con un imprinting che riportava all’individualismo e all’autosufficienza, tanto più nei domini parrocchiali. La formazione clericale portava a considerare la funzione del parroco non in termini di accompagnamento di una comunità, quale titolare di carisma fra titolari di carisma, ma piuttosto come di vassalli del feudatario-vescovo, padroni o registi delle dinamiche d’ogni natura nella giurisdizione assegnata. Un funzionario del sacro, avrebbe detto papa Bergoglio. Tutto ciò, ovviamente, a prescindere dall’esemplarità o santità di vita dei singoli.

Ebbe il tempo di prepararsi al processo evolutivo, il clero cagliaritano: seguì attentamente ogni passaggio dei dibattiti nell’aula di San Pietro, si tenne aggiornato da giornali e riviste di stampa laica e non soltanto religiosa; l’arcivescovo favorì, tanto più al termine della quarta ed ultima sessione, ripetute occasioni formative di “riorientamento”… Con le commissioni ostili al protestantesimo ed al modernismo, certamente cadde il cattivo pensiero sugli ebrei risollevato ad ogni sacra liturgia del Venerdì santo, pure essa riformata… L’introduzione dell’Antico testamento nella liturgia ordinaria diceva essa stessa di ecumenismo. E in parrocchia un certo coprotagonismo conquistato dai laici nelle liturgie poteva esprimersi anche, come in logica di naturale espansione, nelle prime timide sperimentazioni di coinvolgimento nei nuovi organi consultivi (consigli pastorali e gli altri in prospettiva).

Sulla corriera del Vangelo

Eccolo qui il nostro don Efisio Spettu, quartucciaio classe 1938. Egli visse nella sua formazione l’intero travaglio della Chiesa locale nei suoi processi riformatori, restando sullo sfondo – fonte di imprinting – l’ecclesiologia che fu quella della romanità nella prima fase, quella conciliare nella parte finale. Era entrato nel palazzo austero del Tridentino – camerate e ambienti di studio, cappella (quella voluta da monsignor Serci Serra ed oggi scrigno preziosissimo del materiale raro della Biblioteca universitaria) ed aule di lezione – che il nuovo arcivescovo era appena arrivato a Cagliari. Quello stesso arcivescovo lo avrebbe ordinato presbitero nella solennità dei SS. Pietro e Paolo del 1963 dopo aver conseguito la licenza in teologia a Cuglieri. Fu nella chiesa del suo battesimo, nel suo paese d’origine.

Oltreché dell’insegnamento nelle scuole pubbliche (sarebbe venuta prima la Manno, successivamente il Dettori), venne quasi immediatamente incaricato – il provvedimento portava la data del 1° ottobre 1963 –  dell’ufficio di direttore spirituale dei ragazzi del seminario diocesano (suoi colleghi don Dino Pittau e don Nino Onnis), così per sette anni; in aggiunta, dal 1967, ebbe l’incarico di assistente ecclesiastico dell’UNITALSI Sardegna. Tre dunque, per lui presbitero quasi debuttante, i campi di missione e di ministero, dunque di attuazione e/o verifica dello spirito conciliare nella realtà concreta della società e della Chiesa: fra i giovanissimi seminaristi, fra i loro coetanei studenti della scuola pubblica, nel servizio ai malati.

Per un anno, intendendo approfondire e specializzarsi nella pastorale sanitaria, si sarebbe trasferito a Roma, quando in diocesi, partito monsignor Botto (per l’insuperata sofferenza di un infarto disonesto), già era arrivato, ancora giovane d’età e portatore di esperienze rilevanti nella diplomazia internazionale, il cardinale Sebastiano Baggio. Richiamato d’urgenza a Cagliari per collaborare, insieme con altri preti provenienti dalle diverse diocesi isolane, con don Ottorino Pietro Alberti, il nuovo rettore del Regionale appena trasferitosi da Cuglieri al capoluogo, nell’impianto complicatissimo, non soltanto alloggiativo, qui avrebbe lavorato per altri sette anni.

Si sarebbe segnalato, don Efisio Spettu, per il suo vitalismo spirituale, per l’empatia naturale, per la ruvidezza salutare talvolta (tanto dolce quanto ruvido, tanto ruvido quanto dolce, un’umanità completa), per la concretezza dell’esperienza che sviluppava per sé e proponeva agli altri, per l’ansia ecumenica intelligente e colta, per la sintesi efficace che sapeva realizzare, nella teoria così come nella pratica, fra la critica e la comunionalità. Sarebbe stata la sua cifra sempre. Anche negli anni devastanti dell’episcopato Mani – devastanti per tanti aspetti del governo pastorale, in primis nelle questioni del seminario regionale del quale lui era stato nominato nel 1992 rettore – il dovere gioioso della comunionalità restò prioritario e assoluto. Furono pusillanimi i vescovi della Conferenza Episcopale Sarda che non difesero quanto avrebbero dovuto – dovuto! – don Spettu nell’esercizio del suo difficile e defatigante ufficio, eppure essi tutti ebbero da lui elementi circostanziati perché l’interesse del Regionale, e in ultima istanza della Chiesa sarda, fosse protetto dagli attentati che non smisero mai, allora.

Sarebbe stato lo stesso Spettu della sua giovinezza quello dei girotondi contro l’insaziabile malgoverno di Berlusconi degli anni a noi relativamente più prossimi, sarebbe stato lo stesso Spettu della sua giovinezza quello ancora e sempre impegnato nell’accompagnamento dei pellegrinaggi a Lourdes e nella direzione spirituale delle anime più inquiete. Il popolo o la comunità, che pur tanto contarono nella sua visione ecclesiale, non eccelsero o non schizzarono mai come categorie assolute privando della propria irriducibile identità i singoli partecipanti…

La sensibilità sociale e quella ecclesiale avrebbero viaggiato di concerto sempre in lui, l’una avrebbe alimentato l’altra… Chierico o presbitero, giovane o anziano, sarebbe stato sempre, don Efisio, un credente vigile, operaio della vigna fra i filari e insieme presso le siepi di confine, per l’accoglienza di nuove maestranze, nei rinforzi della squadra, e sentinella per la protezione del lavoro svolto con tanta fatica.

Nella simulazione d’intervista, a Roselle 181°, uscita sul sito di Enrico Lobina il 5 gennaio 2016, qualcuno lo ricorderà, trattai anche di questa vicenda con il sostituto della Segreteria di Stato Angelo Becciu, ricordando altresì, nel gran ripasso, quel certo volantinaggio che aveva visto Becciu stesso, proprio insieme con don Efisio e quanti altri, studenti e professori, preti e laici, impegnati, nella stagione pasquale del 1972, a favore di un avanzato impegno ecclesiale nella politica della casa a Cagliari.

Riprendo il passo: «E a proposito di riabilitazioni, non necessariamente tutte clamorose… c’è anche la tua, don Angelo! Ricordi quando con gli altri colleghi del seminario regionale andasti anche tu in giro per le chiese di Cagliari a distribuire i volantini che sollecitavano un impegno diretto della diocesi al fianco del movimento che nei quartieri di Sant’Elia e del CEP, di San Michele e di Is Mirrionis o Sant’Avendrace invocava l’applicazione delle leggi 167 e 865 o di quelle regionali per urbanizzare le aree e dare un’abitazione a chi viveva ancora nel cartone? “Sì, ricordo perfettamente – risponde lui –, tempi d’impegno religioso-politico, come avevamo scritto nel volantino, ma non eravamo catto-comunisti, eravamo giovani, eravamo idealisti ma non illusi, credevamo, come crediamo oggi, che il vangelo non fosse soltanto un libro. Il nostro documento uscì dopo la pasqua 1972, era datato 23 aprile, lo titolammo Per una Chiesa al centro dei conflitti del nostro tempo. Lettera aperta al Vescovo e a tutti i fratelli nella fede della Chiesa di Cagliari, ed era firmato da uomini come don Efisio Spettu e don Pasqualino Ricciu, don Follesa, don Atzei allora giovanissimo, professor Salvatore Loi il cristologo, giovanissimo anche lui e geniale, fra i miei compagni c’erano Tonino Cabizzosu e Franco Matta, Franco Crabu e Franco Loi, Pietro Borrotzu di Nuoro, c’erano altri preti alti come montagne spirituali come don Nino Onnis e don Giovanni Cara, che è ormai da una vita intera Piccolo Fratello in Brasile, firmò anche un padre gesuita, il professor Luigi Oitana, indimenticabile… Eravamo 47 studenti, con noi erano 8 preti, compreso il rettore del seminario… Ci fu una tempesta in diocesi, i monsignori nostri fecero scudo al cardinale Baggio, allora arcivescovo, intervenne anche l’ex sindaco Paolo De Magistris, ci bollò di brutto il giornale della diocesi appena passato alla direzione di don Piero Monni, fummo accusati di demagogia…».

1973, a colloquio con “Rinascita Sarda”

L’estate del 1973 – per chi l’ha vissuta o la ricorda – fu quella tremenda che, sulla scena internazionale, ci portò il colpo di stato di Pinochet in Cile: vittima, con il presidente Salvador Allende, socialista e massone, la democrazia di una nazione che sembrava, rispetto al Brasile e all’Argentina, all’Uruguay e a diversi altri paesi latino-americani, immune da tentazioni golpiste; ci portò anche nuove e violente repressioni dei moti studenteschi da parte dei generali e colonnelli greci, padroni ad Atene ormai da sei anni. Presto si sarebbe rinnovata la guerra fra arabi ed israeliani e con tutto il resto ne sarebbe derivata una immensa crisi petrolifera incidente in profondità anche sul costume di vita nostro italiano. Sul piano nostro italiano ci portò invece, iniziando da agosto, l’epidemia colerica che coinvolse gran parte della penisola e anche la Sardegna ne fu presa. Facemmo le file per la vaccinazione.

Novità importanti anche nella Chiesa sarda e cagliaritana in specie. Questa, che nel 1970 aveva ricevuto la visita di Paolo VI nell’occasione del 300° anniversario dell’arrivo della miracolosa cassa bonarina, sembrava aver conosciuto con la presidenza del cardinale Sebastiano Baggio una stagione (nel solito chiaroscuro che è il dato permanente della storia umana) comunque di avanzamento anche nella interlocuzione sociale – si pensi anche ai maggiori rapporti con il sistema dell’emigrazione, si pensi alle nuove attenzioni al mondo delle campagne reso minoritario dalle infinite illusioni industriali. Aveva riorganizzato, il cardinale, con maggiori autonomie (e però anche con il rinforzo della collegialità) l’assetto parrocchiale urbano e rivisto il sistema degli organi collaborativi come i consigli presbiterali e pastorali, aveva inaugurato nuove parrocchie – da San Gregorio Magno al Beato Massimiliano Kolbe –, aveva lanciato l’Istituto di Scienze Religiose e rivalorizzato la cultura musicale sacra (in coraggiosa controtendenza rispetto ad invalse mode non selezionate), aveva dato alle stampe il Bollettino Ecclesiastico Regionale – organo necessario di informazione della CES, aveva assicurato la sua presenza ai pellegrinaggi degli ammalati. Viveva altri passaggi, adesso, la Chiesa cagliaritana.

Trasferito alla Curia romana, il cardinale aveva salutato a Pasqua; il 17 giugno di quel 1973 era arrivato dalla Sicilia ed aveva preso possesso del suo seggio monsignor Giuseppe Bonfiglioli, che già dalla Pentecoste aveva indirizzato ai cagliaritani la sua prima lettera pastorale e s’era presentato con cordialità: il Vangelo in una mano, il Concilio nell’altra. Questo il suo programma. Ed intanto un altro provvedimento papale stava per giungere: il 2 agosto Paolo VI firmava la promozione episcopale di don Ottorino Pietro Alberti, destinandolo alle Chiese unite di Spoleto e Norcia. Don Ottorino doveva lasciare il rettorato del Regionale che con tanta fatica e molte validissime collaborazioni era riuscito a sistemare in città dopo l’abbandono di Cuglieri. Don Efisio era in quel team delle validissime collaborazioni.

Quando egli concede la sua intervista ad Aldo Accardo per il numero doppio post-ferragostano (il 15-16 del 25 agosto 1973) di Rinascita Sarda – titolo su molte righe “Il dubbio dell’anima. A colloquio con Don Spettu” – le novità sono dunque molte, e sono novità del momento e novità che incideranno nelle prospettive: all’interno del Regionale, nella diocesi, nelle attività libere e in quelle istituzionali.

Riporto il sommario e la nota introduttiva: «Abbiamo intervistato un giovane sacerdote sui problemi della Chiesa sarda e delle lotte per rinnovare la società isolana.

«Don Efisio Spettu è un sacerdote di 32 anni. E’ stato ordinato prete circa dieci anni fa e, attualmente, alterna l’insegnamento della religione al liceo Dettori di Cagliari coll’impegno di assistente e di guida di un folto gruppo di seminaristi.

«Si occupa ormai da moltissimi anni del mondo giovanile, cercando sempre il massimo dell’apertura e dell’impegno nei confronti dei problemi concreti del mondo del lavoro e della scuola. E’ stato uno dei fondatori del gruppo studentesco cattolico del “Movimento Studenti”, che pur all’interno delle strutture dell’Azione Cattolica, se ne distaccava per mentalità e per qualità dei problemi affrontati. Il gruppo, che fu spesso avversato dai cattolici e dai sacerdoti più conservatori, assunse ripetutamente prese di posizione democratiche e progressiste sui problemi, allora emergenti, della contestazione studentesca giovanile.

«Con la fine dell’esperienza di quel gruppo, Don Spettu si è particolarmente dedicato ai problemi dell’insegnamento della religione nella scuola e alla formazione dei giovani seminaristi».

Riprendendo alcune osservazioni critiche del cardinale arcivescovo di Torino ad una tornata recente della CEI circa l’attuazione conciliare in Italia, Accardo chiede quale sia, nel concreto, la situazione nell’Isola:

«Io credo – risponde don Spettu – che, in Sardegna, dopo il Concilio, vi siano state molte spinte nuove. E’ vero, piuttosto, che queste hanno camminato spesso molto lentamente: a causa di un certo carattere monolitico della Chiesa sarda e di numerosi residui di tradizionalismo e di conservatorismo.

«In gran parte, le spinte nuove sono dovute a quei giovani che, interpretando i segni dei tempi, hanno cercato di scoprire e di praticare un tipo di cattolicesimo nuovo e diverso da quello tradizionale. Gli orientamenti del Concilio sono avanzati, in Sardegna, anche grazie all’opera di numerosi sacerdoti, che compiono scelte nuove, impensabili dieci anni or sono: molti preti si recano a lavorare nelle fabbriche o a prestare la propria opera presso la gente e i quartieri emarginati. E’ in questo modo che entra all’interno delle strutture della Chiesa un mondo nuovo, reale e concreto. Anche gruppi di chierici hanno preso posizioni pubbliche molto significative, a proposito della situazione della Chiesa locale. La grande parte di questi giovani richiede una presenza più forte e coraggiosa della Chiesa locale a fianco dei poveri e degli sfruttati.

«Non bisogna credere che la gerarchia si collochi al di fuori di questa ondata di rinnovamento: proprio a Cagliari abbiamo avuto illuminati esempi di apertura e di impegno, a tutti i livelli.

«Direi, comunque, che il fenomeno innovatore più largamente diffuso è costituito dalla scelta di quei giovani (sia laici che preti) di vivere, veramente, nel mondo, per essere a fianco e lottare con quelli che soffrono e vengono sfruttati. Il punto di riferimento di tutti questi è costituito, soprattutto, dall’opera del Cardinale Pellegrino e dalla sua interpretazione, profondamente radicata nei travagli del nostro tempo, delle indicazioni del Vaticano II.

«La prospettiva in cui operano questi giovani è quella di una grande opera di rinnovamento ecclesiale, pastorale, morale, sociale, per la effettiva liberazione dell’uomo».

Domanda. Molti vescovi paiono privilegiare ancora la battaglia “moralista” su quella per la giustizia. E’ percezione corretta? anche nell’Isola o a Cagliari è così?

«I problemi più scottanti del mondo moderno non sono sempre stati avvertiti, a Cagliari, in modo omogeneo. Da una parte ci siamo trovati di fronte a gruppi fondamentalmente di élite, i quali sono in gran parte legati ai problemi del terzo mondo e ai temi del sottosviluppo: io non sottovaluto questo tipo di esperienze, ma credo che, a Cagliari (non so altrove), siano spesso state praticate in modo molto simile alla elemosina. Reputo molto più valide ed importanti (anche nei confronti dei problemi del terzo mondo) le esperienze di quei gruppi che hanno avvertito e recepito le tensioni sociali che affliggono la nostra società. In questo settore, i temi più sentiti sono stati quelli dell’analfabetismo, della promozione culturale e sociale, della casa, della scuola e, principalmente, del mondo del lavoro. Io considero particolarmente importante, per esempio, l’intervento di alcuni chierici e sacerdoti a fianco dei minatori, in occasione degli scioperi contro il tentativo di chiudere le miniere. E’ chiaro che, assieme a questi problemi di carattere sociale, esiste anche un dibattito teorico: questo è fondamentalmente incentrato sui temi della costruzione di una Chiesa che, priva di mezzi e di protezioni politiche, sia libera di lottare, senza compromissioni, per la effettiva liberazione dell’uomo. Si tratta di un profondo intreccio di problemi teologici, sociali e morali, che vengono affrontati sulla scia delle indicazioni del Vaticano II.

«In questo quadro, credo di poter affermare che abbia fatto grossi passi in avanti il tema del “dialogo”. Direi, anzi, che si era realizzata (o meglio si sta concretamente realizzando) una fase nuova di questo importante fenomeno del mondo moderno. Prima il “dialogo” era concepito come scontro-incontro attorno a problemi e a temi di carattere specificamente culturale ideologico: ora esiste un incontro concreto, fatto di azione e di lavoro, sul terreno della liberazione spirituale e materiale dell’uomo».

Domanda. Quale giudizio può darsi sullo “spontaneismo” cattolico, tanto più su quello sardo?

«Credo che il pullulare di gruppi cattolici del “dissenso” sia stato, per così dire, un fatto normale. Penso che sia dipeso, in modo particolare, dalla frantumazione delle grandi associazioni, troppo spesso anonime e spersonalizzanti. Ma non solo: coll’emergere di temi e problemi sempre più difficili e scottanti, queste associazioni rivelavano la loro incapacità, non solo nel risolvere, ma nello stesso affrontare le “novità” del mondo moderno. E’ in questo quadro che noi dobbiamo collocare un pullulare “spontaneo” di gruppi. Molti nacquero legati a tematiche e a dissensi locali; altri si svilupparono attorno a precise discussioni su temi ecclesiali o sociali; alcuni furono motivo di provocazione e di stimolo; numerosi procedettero sul terreno dell’impegno sociale e materiale nei confronti degli oppressi e degli sfruttati. Il fallimento di molti di questi è dovuto a due fattori. In primo luogo al distacco e alla contestazione fine a se stessa nei confronti della gerarchia e delle strutture della Chiesa; in secondo luogo, al rinchiudersi all’interno di sterili discussioni, lontani da ogni intervento nella realtà concreta. Tutti i gruppi che hanno voluto procedere su quelle due strade hanno fatto la fine della mosca che pretende di tirare l’aratro.

«Procedono, invece, quei gruppi, in gran parte di giovani, che, in un vero atteggiamento di fede, di apertura, di rispetto e di dialogo, si impegnano nella costruzione di una Chiesa nuova (la Chiesa attenta ai segni dei tempi, di cui parlava Giovanni XXIII) all’interno di una società nuova».

Queste le riflessioni offerte al giornale comunista. Mai semplicista o populista chiacchierone e d’assalto, sempre uomo di analisi e di comunione, don Spettu, che pure è parte di un movimento intimamente ed espressamente riformatore, non concede nulla a chi voglia abbattere, con la crosta, anche la casa. Ma la crosta va tolta, lo sa, ed egli non si nega alla picozza. Della casa riscoperta nella essenzialità dei suoi muri e dei suoi spazi bisogna però godere, con mente lucida e senza diaframmi, senza fanatismo esclusivista, ogni virtù: soprattutto la sapienza delle sue fondazioni, la robustezza bimillenaria, la funzionalità sperimentata, l’ideale riparo cioè che sa donare, per il recupero delle energie, ad ogni viaggiatore stanco; una casa di mura e di spazi testimone degli incontri fra le vite ed i valori, che raccoglie e rimbalza le storie, perché l’una alimenti l’altra in un gran gioco poliglotta, interculturale ed interconfessionale. Il vantaggio del cristianesimo si dice sia tutto qui, lo chiamano universalismo.

Don Spettu giovane prete 32enne guarda il mondo che gli è attorno e nel quale si muove con la sua bussola evangelica e spende i suoi talenti, capace di relazioni e di avanzamenti. Gli amici suoi di quella stagione lo ricordano com’era, come sarebbe stato sempre…

 

Anna Maria Sedda: … nell’ecumenismo libero e liberante

Nel 1973 ho conseguito la maturità classica al liceo Dettori, dove don Spettu era insegnante di religione. Ho avuto modo in quegli anni di recepire e di fare mio questo messaggio: l’intervista infatti è una perfetta sintesi del suo pensiero.
L’ azione pastorale di don Efisio è stata fortemente collegata al Concilio Vaticano II, partendo da qui ha cercato di realizzare questo nuovo spirito ecclesiale in vari modi e in varie realtà.

In particolare egli ha tramesso soprattutto ai giovani l’entusiasmo per un cammino comune finalizzato alla attualizzazione sogno conciliare: «la costruzione di una chiesa libera priva di mezzi e protezioni politiche, libera di lottare per la effettiva liberazione dell’uomo».

A don Spettu è legata l’esperienza di Taizé, che ha permesso di vivere a me e a tanti giovani, negli anni dal 1971 in poi, lo spirito di questa Comunità interconfessionale, fondata negli anni ‘40 da Frère Roger Schulz con lo specifico di realizzare nella vita comunitaria la vocazione ecumenica. Per noi è stata una indimenticabile esperienza di fraternità, di fede e di preghiera libera e liberante, fondamentale per riscoprire l’essenza del messaggio evangelico.

Abbandonando, infatti, «sterili discussioni» ci siamo resi disponibili a «un vero atteggiamento di fede, di apertura e di dialogo per impegnarci a costruire una Chiesa Nuova attenta ai segni dei tempi all’interno di una società nuova».
Oggi Papa Francesco continua a trasmettere lo stesso messaggio, indicandoci i  percorsi per concretizzare il sogno.

Pierpaolo Loi: … anzitempo con le bretelle dei barellieri

Mi ritrovo pienamente nell’analisi che fece allora don Efisio Spettu della realtà emergente nella Chiesa sarda del dopo Concilio. Ero uno di quei studenti di teologia, di cui parlava Efisio, autori di un breve testo che prendeva posizione sulla situazione degli abitanti dei quartieri popolari di Cagliari: Per una Chiesa al centro dei conflitti del nostro tempo. Lettera aperta al vescovo e a tutti i fratelli nella fede della Chiesa di Cagliari. Vi si affermava con una citazione da Camminare insieme di Card. Michele Pellegrino, che «Vicino ai più poveri il Cristiano si sente impegnato a denunciare profeticamente le ingiustizie di una società che, mentre consente a minoranze privilegiate l’uso e l’abuso del potere ed una grande massa di beni economici e culturali, impedisce a molti dei suoi membri – in certi paesi la grande maggioranza – di realizzare le condizioni indispensabili a una esistenza degna dell’uomo». Il nostro testo fu apostrofato come «foglietto anomalo». Firmarono la nostra lettera anche alcuni sacerdoti, tra cui don Spettu. Con lui si associarono anche don Cara Giovanni, don Onnis Antonio, don Follesa Carlo, don Pasquale Ricciu e alcuni professori della Facoltà: prof. Atzei Giancarlo, prof. Loi Salvatore, prof. Oitana Luigi S. J.; sottoscrissero il testo anche alcune studentesse della Facoltà teologica.

Erano anni di grandi novità. Il Seminario Maggiore da Cuglieri venne trasferito a Cagliari e l’educazione dei seminaristi, che si preparavano per il presbiterato, fu affidato a sacerdoti secolari delle diverse diocesi, mentre la preparazione negli studi continuava a essere in mano ai gesuiti della Facoltà teologica della Sardegna coadiuvati da sacerdoti, tra i quali ricordo con molto affetto prof. Salvatore Loi, il cui corso di  Cristologia mi appassionò profondamente.

Don Spettu fu per diversi anni l’animatore del gruppo di Cagliari. A guidare come Rettore il nuovo seminario regionale fu preposto Monsignor Alberti, studioso molto noto. Alla fine del mio primo anno di teologia avrei dovuto lasciare il seminario secondo il perentorio giudizio del rettore, causa il mio atteggiamento ribelle e scanzonato nel vestire. Efisio s’impose perché io potessi continuare. L’anno accademico successivo (1972/73) fui eletto, per altro, rappresentante degli studenti del 2° anno al Consiglio di Facoltà. In realtà, fin dagli anni del ginnasio, ebbi sempre un atteggiamento improntato alla ricerca di una profonda spiritualità e alla dedizione allo studio. Lo studio della teologia fu per me un impegno inderogabile; non mi accontentavo dei manuali, mi piaceva approfondire le questioni. Gli studi si differenziavano in un biennio filosofico e in un triennio teologico.  Nel corso di pedagogia mi tuffai nella lettura di don Lorenzo Milani, in particolare della Lettera a una professoressa, e della Pedagogia degli oppressi del brasiliano Paolo Freire. Uno dei libri fondamentali che lessi fu Teologia della liberazione di Gustavo Gutierrez, pubblicato in Italia dall’editrice Queriniana nel 1972, che non era previsto nei programmi di studio. Venimmo a conoscenza della storia e delle lotte che le comunità di base (Cebs) della Chiesa latinoamericana portavano avanti, a partire dalla lettura popolare della bibbia, in situazioni di vera e propria persecuzione e di martirio, viste le diverse dittature sanguinarie che si imposero in quegli anni nell’America centrale e meridionale: nel Cile col rovesciamento del governo di Salvator Allende da parte del generale Pinochet; in Argentina, con il dramma dei desaparecídos.

Nell’ottobre del 1974 partecipai al 1° Convegno regionale dei cristiani per il socialismo, che si svolse a Cagliari, le cui conclusioni furono affidate a G. B. Franzoni, ex abate di San Paolo a Roma.

Fu anche il tempo del passaggio per la diocesi di Cagliari dalla guida del Cardinal Baggio a quella di Monsignor Bonfiglioli, salutata da molti preti con simpatia perché il Cardinale, pur avendo introdotto un clima di libertà e di novità, aveva altri impegni che lo portavano spesso fuori.

Dopo un primo anno (1971/72), in cui tutti i teologi furono alloggiati alla buona nei locali del seminario minore, i diversi gruppi diocesani vennero dislocati in appartamenti nella città, mentre noi del gruppo di Cagliari occupammo le camerette situate all’ultimo piano e nell’attico del seminario minore. Per la prima volta vivevamo da adulti, con un’autonomia piena, anche dal punto di vista di gestione della vita quotidiana. Adibimmo uno spazio a cappella, molto semplice con un Cristo crocifisso in lamiera, opera del nostro compagno Franco Crabu, appassionato di arti visive; fu luogo di lunghe ore di preghiera e di celebrazioni dell’eucaristia. Pur nelle posizioni differenti che ciascuno di noi maturava sulla Chiesa, da quelle più tradizionaliste a quelle più vicine alle comunità di base e al dissenso, grazie alla mediazione di Efisio si riusciva a rispettare le persone e le scelte di ognuno.

Anche in città, finito il monolitismo dell’Azione cattolica, si diffondevano i movimenti ecclesiali quali “Comunione e liberazione”, il movimento dei “Focolari”, i “Cursillos de cristianidad”, le comunità “neocatecumenali”, i “pentecostali”. I riferimenti più importanti per la nostra formazione, tuttavia, furono gli incontri – i ritiri spirituali – al monastero di San Pietro di Sorres e presso i Piccoli fratelli del Vangelo che si ispiravano a Charles de Foucauld. L’incontro con fratel Gerardo Faber, prima minatore a Bindua, poi operaio a Ottana, lasciò in me una traccia profonda e il mondo dei poveri e la classe operaia entrarono a far parte del mio bagaglio personale. Un’esperienza importante mi avvicinò alle problematiche del mondo del lavoro, della classe operaia: un campo scuola nell’agosto del 1972 a Orgosolo con don Andrea Portas, allora prete operaio al porto di Cagliari.

Nel settembre del 1973 ebbi l’opportunità di incontrare anche Carlo Carretto a Spello. Sempre atteso a Cagliari e ascoltato con grande interesse, inoltre, fu fratel Arturo Paoli, uno dei fondatori della prima fraternità dei Piccoli fratelli in Italia (a Bindua) quando rientrava dall’America Latina. I libri di Carlo Carretto e di Arturo segnarono anch’essi la mia formazione personale.

Don Efisio, oltre che responsabile in Seminario, era professore di religione al liceo Dettori e animatore dei viaggi dell’Unitalsi a Lourdes; inoltre celebrava la messa ogni settimana dagli hanseniani nell’ospedale Is Mirrionis. L’attenzione agli ammalati e alle persone con disabilità, spesso lasciate ai margini, relegate nell’alveo familiare, caratterizzò tramite Efisio la nostra formazione. Efisio mi portò a Lourdes che ancora non avevo l’età anagrafica per fare il barelliere, ma le bretelle mi furono consegnate ugualmente. La nascita a Sestu di una comunità di vita e cooperativa mista per volontà di Dionisio Pinna e della moglie Franca Cocci, provenienti dall’esperienza vissuta a Capodarco, segnò una svolta nella pratica di integrazione dei portatori di handicap (allora così chiamati) e fu per me un punto di riferimento importante.

La messa nel seminario, una volta alla settimana frequentata anche da persone esterne, divenne momento singolare di apertura e d’incontro, anche con le donne, studentesse, insegnanti, infermiere e dottoresse.

Educare alla libertà e al rispetto delle diverse posizioni è una sfida sempre delicata che, talvolta, può portare a risvolti indesiderati, tuttavia resta la via privilegiata per far maturare le coscienze. Don Efisio fu sempre fedele a questo assunto.

In quegli anni si respirava un’aria nuova, ci si sentiva davvero dentro una primavera della Chiesa, introdotta dal Concilio Vaticano II: lo Spirito soffiava e bussava alle porte. Don Spettu con don Ettore Cannavera organizzarono il primo viaggio a Taizé, comunità ecumenica fondata da Frère Roger Schultz a pochi chilometri dall’Abbazia di Cluny, in Francia. Fu un viaggio memorabile che ci portò a vivere il triduo pasquale del 1974 in un’atmosfera di profonda gioia e di speranza al motto di “Lotta e contemplazione”. La sensibilità ecumenica e la spiritualità ispirata alla comunità di Taizé si diffuse negli anni successivi coinvolgendo molti giovani. Con Efisio partecipai, in seguito, ad alcune sessioni estive del SAE (Segretariato attività ecumeniche) che si svolgevano a La Mendola, in Trentino.

Altro viaggio che segnò la mia formazione fu il pellegrinaggio in Terra Santa che alcuni di noi studenti della facoltà teologica, insieme a molti preti, poterono fare grazie all’impegno di Efisio. Ci accompagnò il professore di Sacra Scrittura padre E. Wernest, che ci guidò alla conoscenza dei luoghi fondamentali della Bibbia.

 

Tito Aresu: … alla scuola di un anticipatore

«Vassene il tempo e l’uom non se n’avvede». Per tanto tempo ho dato ragione alle parole del sommo poeta nel IV cap. del Purgatorio, ma negli anni della maturità le ho trovate superate. Ora che mi viene chiesto di riflettere su un articolo scritto più di 40 anni fa, mi trovo a pensare che allora mi affacciavo nel mondo degli adulti ed ora mi avvicino alla vecchiaia. Ripenso quindi ai molti che in quel momento furono esempi e maestri per la mia formazione e, come Virgilio fu per Dante, sicuramente posso indicare in Efisio Spettu quello che è stato il mio maestro di vita. Credo che poco interessi la mia esperienza e sia più utile invece raccontare quanto alcune generazioni di giovani sardi e più generazioni di sacerdoti, che hanno retto pastoralmente la Chiesa sarda, hanno vissuto in quegli anni.

Siamo nel momento storico in cui nella Chiesa sarda si vivono, con qualche lentezza, i cambiamenti imposti dal Concilio Vaticano II e la difficoltà maggiore sta proprio nella formazione del clero sardo che ha avuto il suo centro a Cuglieri. La ricerca di adeguare la formazione alle nuove spinte culturali portò all’abbandono delle vecchie modalità per iniziare un cammino che sicuramente sembrava molto avventuroso. Si lasciavano le certezze offerte dai Gesuiti a favore di una formazione guidata dal clero secolare. Efisio Spettu viene chiamato a collaborare in questa esperienza. Sarebbe curioso conoscere i motivi che avevano portato i Vescovi sardi a proporgli questo incarico. Di sicuro “il cursus” era quello giusto: agli anni trascorsi nel Seminario Arcivescovile di Cagliari si univa l’eccellente lavoro fatto con gli studenti del Liceo classico Dettori di Cagliari. A mio parere, inoltre, è importante ricordare gli anni di studio fatti a Roma: importanti per le conoscenze e le competenze acquisite, grazie alle esperienze fatte in quel periodo. Voglio quindi evidenziare che la sua figura, per lungo tempo, può essere considerata profetica all’interno della Chiesa sarda.  Vorrei, a questo proposito, descrivere brevemente cosa in quel momento poteva percepire un giovane come me che, all’interno del Seminario di Cagliari, studiava per prepararsi al sacerdozio. Efisio Spettu rappresentava un collegamento con la “Chiesa Universale”, quella meno conosciuta ai più, ma che stava premendo per inserirsi appieno nella vita quotidiana dei suoi fedeli. La Chiesa che deve preoccuparsi della formazione, non solo catechistica; del lavoro, non solo annunciato ma difeso nel periodo delle difficoltà economiche; deve preoccuparsi del mondo giovanile, non solo a parole ma inserendosi nelle sue problematiche; del mondo della malattia, non solo col facile pietismo ma con la reale inclusione nel mondo “normale”.

Efisio Spettu era pienamente coinvolto in queste realtà e si impegnava perché in esse si percepisse la presenza della Chiesa in tutte le sue anime. Diventava importante allora non rivolgersi solo al mondo cattolico, anzi. In quegli anni diventa importante, sempre sulla spinta del Concilio, l’incontro con il mondo delle altre confessioni cristiane rappresentato soprattutto dall’esperienza di Taizé, piccolo centro della Francia in cui si viveva da decenni un’esperienza veramente ecumenica. Già in passato Efisio era stato “toccato” dall’esperienza di un religioso francese, l’Abbé Pierre, fondatore delle comunità Emmaus. Noi giovani, seminaristi o studenti del Dettori, siamo stati coinvolti in quelle problematiche frequentando l’UNITALSI e vivendo la nascita della Comunità di Sestu che, sull’esempio della comunità di Capodarco, aveva portato un gruppo di persone a vivere “completamente” l’esperienza di condivisione della vita e del lavoro. Anche questo diventava evento profetico per una società che si apriva a problematiche a lungo nascoste. Non più la commiserazione o il pietismo verso il malato, ma la collaborazione per raggiungere obiettivi più ampi di quelli che malati da soli o sani da soli non avrebbero raggiunto. Ho citato Taizé e credo sia giusto dire che, in quegli anni, molti giovani cagliaritani e non pochi chierici del Seminario Regionale Sardo hanno avuto modo, grazie a don Efisio, di conoscere e vivere realmente esperienze di interconfessionalità nella celebrazione della Settimana Santa. Il ricordo di chi vi ha partecipato è ancora vivo, per il senso di avventura che si respirava, per i sacrifici dovuti alla convivenza di migliaia di persone accolte in “un accampamento” che nasceva dal nulla e con pochi servizi a disposizione. Ma tutti poi partecipavano alle ore di prove dei canti e alle celebrazioni liturgiche cui mai avrebbero partecipato in Sardegna. Certo per alcuni è solo un ricordo sbiadito, ma conosco tanti “diversamente giovani” che ancora sono in contatto con quella realtà e vivono l’esperienza di fede cadenzata dagli insegnamenti ricevuti in quel periodo.

Credo sia corretto dire, visto che io non ho poi fatto la scelta di diventare prete, che Efisio Spettu rappresentasse il punto di riferimento anche per i suoi confratelli. Ho assistito a dialoghi con sacerdoti, che oggi definirei tradizionalisti, che lo cercavano per un confronto sulle tematiche “imbarazzanti” che si presentavano in quel periodo. La sua difesa nei confronti dei confratelli, che decidevano di lasciare la vita consacrata per il matrimonio, è stata feroce. Andando a difendere posizioni di chi inizialmente era costretto a “scappare” per l’ostracismo che si attuava nei suoi confronti. L’amicizia con questi ex è stata la caratteristica che si è poi manifestata pienamente nell’esperienza della comunità di San Rocco. Ma questa è un’altra storia…..

 

Ettore Cannavera: … fuori dagli schemi, sempre concreto

I primi anni ‘70 li ho trascorsi a Roma (1970-1974) inviato dal Cardinale Sebastiano Baggio per approfondire gli studi di pedagogia e psicologia nell’Ateneo Salesiano, ora Università Pontificia Salesiana (UPS) e nell’Università Statale di Roma nell’allora Facoltà di pedagogia. Ho sempre comunque seguito, con grande attenzione, l’evolversi della chiesa cagliaritana con brevi periodi trascorsi a Cagliari ed in particolare in contatto con Don Efisio Spettu.

Per me, “novello sacerdote” (ordinato nel luglio 1968), Efisio era stato un punto di riferimento già durante gli studi nella facoltà teologica di Cuglieri (Nuoro). Egli rappresentava il sacerdote fuori dagli schemi tradizionali, operanti come parroci.  Punto di riferimento per tante battaglie sorte in conseguenza al Concilio Vaticano II, ancora da attuare pienamente.

Quando veniva a Roma (dove io studiavo) per accompagnare gli ammalati, collaboravo con lui nell’accoglienza. I viaggi a Lourdes ed in particolare un viaggio in Israele molto avventuroso con un gruppo di giovani cagliaritani. Tutto questo mi faceva conoscere sempre più un Efisio pienamente evangelico, ispirato dall’allora Cardinale Pellegrino di Torino, per una chiesa a fianco ai poveri e agli sfruttati.

Le battaglie di quegli anni fatte per il riconoscimento sociale del quartiere di Sant’Elia (Cagliari) con Don Armando Mura e Don Vasco Paradisi mi segnarono; venne già da lì, a me giovane sacerdote,  l’ispirazione di impegnare il ministero non come parroco, occupandomi cioè di “tutta” la comunità cristiana, ma piuttosto di orientarlo – come una scelta “preferenziale” – verso gli adolescenti prima e gli adulti poi, sottoposti a provvedimenti dell’Autorità Giudiziaria.

Con Efisio mi confrontai, dopo la breve esperienza nella parrocchia di Santa Margherita di Pula, sulla decisione di dedicarmi totalmente a questo impegno sociale. Con il suo sostegno (nei momenti conflittuali con il vescovo di quegli anni) feci la scelta di avviare una comunità  in Via Tevere a Cagliari. Fu la prima esperienza di accoglienza a sostegno dei minori sottoposti a misure penali.

Con Efisio partecipai ai viaggi da lui organizzati in Israele e a Taizé (Comunità Ecumenica Francese) per il concilio dei giovani del 1974 con gli studenti del Liceo Dettori dove lui insegnava. Successivamente parteciparono (1980) anche i ragazzi che accoglievo nella comunità di Via Tevere a Cagliari, affidatimi dal Tribunale per i minorenni di Cagliari.

Efisio mi inseriva in quelle dinamiche post-conciliari che furono di grande impegno nel sociale. Attenzione nei confronti degli sfruttati e oppressi, una chiesa sempre più attenta, come lui ci insegnava, a quelle categorie ben delineate nel vangelo di Matteo (capitolo 25) in cui riconoscere il volto del Cristo.

Questa maturazione sfociava a metà degli anni ‘70 nell’esperienza come Vice Parroco a Sarroch con Don Mariolino Secci e Pierpaolo Loi. Manifestavamo con e per gli operai della raffineria di Moratti, per un riconoscimento dignitoso di chi lavorava dentro, contro l’inquinamento imperante anche sul paese di Sarroch e su tutto il territorio circostante.

Per me, Efisio fu un vero modello e testimone nell’impegno sociale ed ecclesiale sempre a fianco degli emarginati, degli sfruttati troppo spesso privati della dignità.

 

Osvaldo Pisu: … naturaliter comunitario, ma antiretorico

In questa Intervista del 1973 ad Efisio, da dieci anni prete, trovo le fondamenta culturali sociali e religiose delle scelte che poi hanno retto la costruzione della sua vita da prete per cinquanta anni.

Una visione di Chiesa quale emergeva dal Concilio Vaticano II per lui era “Chiesa di tutti” i battezzati, poi di preti e vescovi al loro servizio. Traduzioni concrete di queste fondamenta? Aprire il seminario, da rettore, alla messa con i coetanei laici, uomini e donne, studenti e operai; invitare i seminaristi a partecipare ai pellegrinaggi a Lourdes (o Taizé) facendo i turni da barellieri come tutti i laici; riconoscere il diritto di parola nell’omelia a tutti, coordinati dal presbitero. Ha preso sul serio la pari dignità dei laici, generata dal battesimo, tanto da mettersi in ascolto riconoscente dei giovani laici che porgevano l’omelia alla messa di Natale.

Nel suo mondo c’era “posto per tutti” perché «Dio vuole salvi tutti gli uomini» (Bibbia) e aggiungeva «quando Dio dice tutti, non sono tanti o troppi, sono tutti». Anche per la persona di Berlusconi c’è un posto in paradiso, ma non per il suo progetto politico di leggi ad personam in questa terra; e in Italia c’è posto per tutti i modelli di famiglia, inclusi quelli non cristiani, e perciò i credenti non possono imporre, ma solo testimoniare il proprio modo di amarsi (accesi dibattiti sulla legge del divorzio).

Ma queste scelte non erano sporadiche prese di posizione, erano decisioni vitali. «Vivere in comunità?». «Sì, mi ci gioco la vita»: lo diceva e l’ha fatto. Vivere con altri, un professore universitario, un operaio, un infermiere (preti) con laici single o sposati. Una decina di persone, diverse, unite appassionatamente. Altro che solitudine del prete, o, si potrebbe aggiungere oggi, immaturità e pedofilia!

Nell’intervista del ’73 egli riscontrava, nella Chiesa, delle spinte unilaterali “anti-ecclesiali” e poi per tutta la sua vita non ha mai digerito le élites di protesta infinita e sterile: egli preferiva denunciare la ricchezza di un certo clero urbano, a differenza di quello di periferia (Goni e dintorni). Così pure non apprezzava “comunità di base” senza o contro la gerarchia, e invece da un lato abitava e ascoltava i laici, e dall’altro andava annualmente a colazione dal papa con i seminaristi più grandi. Similmente non amava il “terzomondismo” di ricche elemosine, ma andava a trovare i missionari lontani, preti o laici, e poi condivideva i progetti e discuteva qui motivazioni e finalità, con un sostegno profondo fino alla tasca. Anche io ero invitato a confrontarmi in comunità a San Rocco, ad ogni rientro annuale, nei sette anni di volontariato in Kenya.

Denunciava come pericolose certe spinte che si diffondono recentemente tra i cristiani, inclusi i preti, come la ricerca di cerimonialismi, pizzi e merletti, omelie altezzose o incomprensibili, altari spalle al popolo: per lui erano muri che chiudevano alla gente, contrari all’incarnazione di Cristo. I dibattiti accesi su queste posizioni non gli toglievano la disponibilità a cambiare registro nella preghiera degli uni per gli altri, nella telefonata di buon compleanno, nel bicchierino insieme, la partita di calcio con i preti coraggio ed emarginati, la visita in carcere a preti condannati. Una decina di preti-sposati (oltre a tanti laici divorziati) ha ritessuto trame vitali con la Chiesa grazie alla accoglienza a San Rocco, fatta di ascolto rispettoso, di ironia e pazienza insieme. Vicino a Efisio, Salvatore Loi, Andrea Portas e altri, stavamo bene, sia i preti serenamente celibi che quelli felicemente sposati. La mia vita è stata bella anche grazie a loro.

 

Dionisio Pinna: … alleato nell’ortodossia della rivoluzione

Durante i funerali qualcuno mi chiedeva che tipo di rapporto don Spettu aveva mantenuto con la Comunità di Sestu, dopo i primi anni in cui la sua presenza era stata più assidua. In quell’occasione mi ero limitato a rispondere «lo consideravamo un amico».

Ci voleva bene e riteneva che il nostro modello fosse naturaliter cristiano. Tutte le volte che ci incontravamo voleva sapere di noi, di come andavano le cose. Ascoltava e, nell’ascolto, non faceva mai mancare il suo sereno e pacato giudizio.

Qualche giorno prima di morire, sfuggendo al controllo di un’infermiera, andai a trovarlo in ospedale. Parlammo a lungo di tante cose. Ma lui voleva sapere di come le cose andassero in Comunità, del lavoro soprattutto. Chiedeva delle persone che aveva conosciuto e delle nuove che sapeva erano state accolte. Nessun accenno alla sua malattia. Lo lasciai con la promessa che sarei tornato con Franca, che desiderava rivedere.

Lungo la strada del ritorno, riflettendo, mi appariva sempre più chiaro il perché non avesse mai smesso di essere un nostro alleato.

Ci aveva sostenuto, forte della sua fede, perché in noi non fosse venuta meno la spinta ideale che ci aveva portato a credere in un progetto di vita comune, da molti osteggiato perché ritenuto non ortodosso.

 

Dino Pinna: … con gli Olata, Salvatore Vargiu e i comunitari di Sestu

Con don Efisio Spettu sono stato pienamente nella fraternità dei quartucciai e nella fraternità di chi ha scelto come linea-guida della propria vita di condividere gioie e dolori con gli emarginati. Una parola che si usava molto, un tempo, oggi non più: emarginati. Gli esclusi, i sopportati, non i graditi o gli attesi o i cercati. Emarginati che s’impegnavano a costruirsi la loro vita da soggetti attivi, da protagonisti, non da oggetti da collocare, da parte di qualche buon cuore, qui o là. E quando dico questo, mi riferisco ad esempio, per restare al concreto, al fattore rivoluzionario che noi, a Quartucciu, a Cagliari naturalmente e in tutto l’hinterland e nella provincia coglievamo nella primissima esperienza della Comunità di Sestu, con Franca e Dionisio e gli altri con loro su un piano di parità, di reciproca integrazione. La rivoluzione fatta senza proclami. Era, quella, la rivoluzione che rovesciava il concetto stesso dell’handicap come era tradizionalmente inteso. Non si evidenziava quel che mancava, l’impedimento cioè, si valorizzava piuttosto quel che si aveva: il braccio, l’abilità del braccio, l’abilità della mano che poteva produrre disegni, pitture, sbalzi e ceselli… Dei nostri, con il gruppo pioniere di Sestu – il gruppo che voleva vivere del proprio lavoro, non di elemosine o di pensioni di invalidità – c’era Salvatore Vargiu, quartucciaio. Salvatore era il nostro gigante buono, una sommatoria di talenti straordinari: talenti di mente e di cuore, ma talenti anche d’arte, nel disegno come nel testo teatrale. Lo avrebbe dimostrato alla grande, lo ha dimostrato alla grande ormai da più di mezzo secolo!

Partecipammo anche noi, attraverso Salvatore Vargiu, alla rivoluzione silenziosa, alla rivoluzione dei fatti portata in Sardegna dalla Comunità di Sestu. E don Efisio Spettu, quartucciaio come Salvatore e come mio fratello Giorgio e come me, quartucciaio come i nostri amici più cari, lo sentivamo vicinissimo sempre. Ci conoscevamo da bambini o ragazzi – di qualcuno dei nostri lui era coetaneo, verso altri lo scarto di età era comunque modesto –, venivamo da due bixinaus diversi, per qualche tempo perfino rivali, per come possono essere le rivalità fra ragazzini… Ma tutti avevamo festeggiato la sua ordinazione sacerdotale nel 1963, eravamo contenti di averlo con noi a tutte le processioni patronali, alle grandi feste della pasqua e del natale. Il natale, per la verità, lui lo passava, almeno per la messa, con la Comunità di Sestu che aveva messo “le tende”, organizzandosi come cooperativa di lavoro, nel 1972.

Ripenso a questo: alla creatività dei poveri o di chi, portando una disabilità, aveva però anche le sue abilità, e dovevano essere valorizzate queste abilità. Era entrato nella nostra mente un nuovo alfabeto, nella nostra sensibilità era entrata un’altra bussola. Sestu ci ha educati… Don Efisio Spettu, che per ragioni di cultura e anche di spiritualità, non solo condivideva istintivamente l’esperienza materiale che si sviluppava davanti a lui, ma anche la elaborava evangelicamente, ci arricchì da allora…

L’intervista al giornale comunista è del 1973, la comunità di lavoro sestese era in piedi già da un anno, l’idea di dar vita agli Olata è forse del 1974-75. Sono anni, quelli, in cui tutti quanti vivevamo uno sforzo di progettualità che doveva portarci avanti, doveva realizzarci meglio come uomini e donne, come cristiani, come cittadini.

Io frequentavo la “scuola popolare” cosiddetta, cioè il corso delle 150 ore concesse ai lavoratori per la conquista della licenza media. A casa di Annettina, in una traversa della via Nazionale, ci riunivamo per studiare e discutere; anche quella che sarebbe stata mia moglie, Rosalba, era lì, ma come docente.

Finendo il corso scolastico ci eravamo posti il problema di creare un “qualcosa” che potesse consentirci di restare in rapporto fra noi. Quel “qualcosa” sarebbe stato il teatro sardo, sarebbe stato il gruppo degli Olata, e don Efisio sarebbe stato un amico per noi sempre, dalla prim’ora.

Da qualche tempo diversi di noi avevano anche preso la buona consuetudine di riunirsi a casa di don Gianni Paderi: capitava il venerdì, si leggeva il vangelo della domenica successiva, lo si commentava sempre con uno sforzo di attualizzazione. Salvatore Vargiu era con noi, naturalmente, c’era anche suor Francesca, c’era mio fratello Giorgio, c’era la mia Rosalba… Proposi di far un salto creativo: mio fratello aveva letto, durante un ricovero ospedaliero, Is campanas de Santu Sadurru, di Antonio Garau. Ma potevamo fare di più, potevamo produrre noi stessi, in futuro, non soltanto la recitazione ma anche il testo. Fu Salvatore Vargiu il nostro campione. Suo il testo, che fu un testo d’avanguardia: M’anti promitiu unu postu, originale perché finalmente era il povero, il poveraccio ad aver capito i come e i perché della sua emarginazione “dolce”, dato che chi lo ghettizzava era il paternalismo dei buoni… Era il povero, adesso, che ridicolizzava i ricchi che erano prigionieri della loro “roba”, delle loro categorie mentali che irreggimentavano le gerarchie sociali, i ricchi in alto, i poveri in basso. In più, nel copione teatrale di Vargiu, entravano i valori che più amavamo tutti quanti noi, entrava l’amore alla natura, l’amore alla musica, alla chitarra, al canto…

Portammo le nostre rappresentazioni nella comunità di San Rocco, ancora negli anni ’70 e dopo. Ricordo Efisio operaio lui stesso a portare i tavoli da Sestu per costruire il palcoscenico nella chiesetta di San Rocco che da poco tempo era abitata dalla comunità di Efisio stesso, Salvatore Loi, Andrea Portas – mi limito a citare loro tre, ma erano dieci, dieci grandi persone, i laici in prevalenza… Nel tempo ci sarebbero state sempre queste conferme, ognuno di noi era coerente con se stesso o si sforzava di esserlo, coerente con i propri principi, don Efisio coerente con i voti del suo sacerdozio, Franca e Dionisio (e nei loro nomi riassumerei quelli di tutti i comunitari cooperatori di Sestu) coerenti ai loro programmi vissuti all’inizio a Capodarco, Salvatore Vargiu e noi degli Olata… Siamo invecchiati in questa fedeltà, qualcuno lo abbiamo perso. Efisio lo abbiamo perso, anche Rosalba l’abbiamo persa.

Dal 2000 io vado a Lourdes con l’UNITALSI, con me è venuta per tanti anni Rosalba, Efisio era la nostra guida. Ipotizzava, lui, di poter venire anche nel 2013, quando se ne parlava l’anno precedente, nel momento nel quale cioè compivamo il nostro pellegrinaggio in Terra Santa. Era ottobre, lui volle andare, non ce la fece a salire per l’intero il Monte Sinai. Parlava di una carrozzina anche per sé, come aiuto per andare avanti. A Lourdes nel luglio 2013, nei giorni in cui lui moriva all’Oncologico di Cagliari… molti dei suoi amici più cari erano con i malati a Lourdes. Il suo trionfo è stato allora: la sua persona era nel pensiero e nella preghiera dei pellegrini, direi che nella grotta il suo nome è stato portato dagli ammalati dei quali da sempre si era preso cura, è stato portato dai suoi amici e deposto come una grande corona di fiori ai piedi della Vergine. Il meglio della sua persona era entrato nei sentimenti più intimi di noi tutti. Ancora credo che egli sia vivo attraverso noi che restiamo qui, ed oggi gli rendiamo testimonianza: se siamo appena appena migliori di come eravamo un tempo lo dobbiamo a lui, guida e accompagnatore, compagno di vita.

I concetti espressi nell’intervista del 1973 egli li avrebbe potuti ripetere, nella sostanza, ancora nel 1990, nel 2000, ancora nel drammatico 2013. Vero è che forse negli ultimi anni sono mancati, rispetto al 1973, quei gruppi dello spontaneismo contestatore cattolico, soprattutto giovanile. Oggi abbiamo, in quanto a movimento giovanile trasversale laico e cattolico, il volontariato, meno ideologico e più pratico. Mi verrebbe qui di pensare al rapporto di Efisio Spettu con le comunità di padre Morittu, vicino di casa nella via San Mauro…

 

 

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