Migranti, il nodo è la Libia L’ora di cambiare politiche, di Franco Venturini

Le preoccupazioni sono più che giustificate dall’importanza della minaccia, ma serve, da parte degli attori politici e sociali, una chiarezza che oggi manca.

Molta attenzione è stata data nei giorni scorsi alla svolta anti-migranti del Movimento 5Stelle, pochissima ne viene invece concessa in queste ore alla decisione di Bruxelles di aprire una procedura di infrazione contro i Paesi est-europei che rifiutano di accogliere le loro «quote» di migranti. Eppure si tratta di due facce della stessa medaglia. Nella dimensione nazionale prevalgono le competizioni politico-elettorali, si va a caccia di consenso, e quando manca una forma di tutela sociale le migrazioni finiscono per produrre un effetto destabilizzante nei confronti dei governi e dei partiti che li sostengono. Nella dimensione europea la partita si radicalizza, e la destabilizzazione diventa rischio di frantumazione. La Polonia, la Repubblica Ceca e l’Ungheria (appoggiate dalla Slovacchia) che la commissione di Bruxelles ha ora spinto sul banco degli imputati, difendono a spada tratta il diritto di tutelare la loro identità etnica e religiosa, rivendicano un nazionalismo che nel dopoguerra ha dovuto restare sotterraneo fino al crollo dell’Unione Sovietica, esibiscono un consenso anti-immigrati che nel tempo può portare alla rottura con Bruxelles.

Basterà la prossima Europa a «velocità diverse» a scongiurare un maxi-Brexit orientale con il distacco di tutto il Gruppo di Visegrad? Del resto, non è forse l’Europa odierna già divisa in tre, il centro-nord attorno alla Germania protetta dalla chiusura della rotta balcanica e dall’accordo con la Turchia, l’est arroccato nel suo rifiuto, il sud greco e italiano inevitabilmente aperto sui flussi mediterranei?

Soltanto così, soltanto unendo impatto nazionale e impatto europeo diventa possibile misurare la vera dimensione del fenomeno migratorio, che non è soltanto umanitaria. E soltanto così, in una condizione da «prima linea» come quella italiana, ci si rende conto di quanto arretrato e strumentale sia il nostro dibattito interno su un tema che in prospettiva, per chi non abbia la possibilità di chiudere la porta, può arrivare a minacciare la democrazia attraverso destabilizzazioni politiche successive. Le preoccupazioni e anche le polemiche sono più che giustificate dall’importanza della minaccia, ma serve, da parte degli attori politici e sociali, una chiarezza che oggi manca.

Tralasciamo in questa sede l’azione delle Ong (che comunque va regolamentata) . Le domande fondamentali, allora, sono due. Dovremmo limitarci a respingere l’avvicinamento dei migranti alle nostre coste revocando ogni azione di soccorso in mare? Oppure sarebbe il caso di occupare militarmente le coste libiche, per impedire le partenze? Si deve dire senza equivoci che queste sono vie non percorribili, nel primo caso perché nessuna formazione politica è pronta a suggerire annegamenti di massa, nel secondo perché riusciremmo ad unire tutti i libici contro di noi e il presidio costiero diventerebbe una guerra senza fine. Perché questi elementari elementi di valutazione non vengono forniti all’opinione pubblica se non molto timidamente, e calcolandone l’impatto elettorale? Perché non viene fatta luce sulle ambiguità propagandistiche che ci assediano più dei migranti, perché nel dibattito politico mancano invece le proposte percorribili ?

Si direbbe che l’Italia, affacciata sul mare e sull’Africa com’è, vulnerabile ai flussi migratori come nessun altro in Europa, fatichi a comprendere di avere a che fare con un interesse nazionale primario, che può diventare rapidamente una emergenza nazionale primaria. E il ritardo non è soltanto nostro, è anche europeo. Il progetto delle «quote» che quelli di Visegrad rifiutano doveva aiutare l’Italia e la Grecia ridistribuendo 160.000 rifugiati: l’operazione è andata in porto per 18.418 persone, e anche Paesi che hanno sottoscritto lo schema, come la Francia, hanno fatto poco. Peraltro la delibera «quote» scade fra tre mesi, bisognerà allargarla agli africani e agli asiatici oggi non compresi, e Roma, Berlino, Stoccolma e Bruxelles guardano con favore al taglio dei fondi europei per i Paesi inadempienti. Ma tutti sanno che non saranno le «quote» a risolvere il problema mentre l’Europa ha bisogno di unità e di rilancio. Più promettente può essere la revisione del Protocollo di Dublino (i migranti restano dove sbarcano) , ma il Gruppo di Visegrad si oppone di nuovo e la discussione langue, mentre il 90 per cento dei migranti arrivati in Italia resta in Italia a causa della semi-chiusura dei confini settentrionali.

E allora eccolo, il cuore del problema: la Libia, dalle cui coste proviene oltre l’ottanta per cento dei migranti che sbarcano in Italia. Una Libia in guerra civile strisciante ma permanente, dove prevalgono inimicizie antiche e profonde, dove è illusorio pensare a un governo unitario con una forza armata nazionale. L’Italia ha inseguito molto (troppo) a lungo questo miraggio patrocinato dall’Onu, ma non è di sicuro l’unica responsabile del fallimento cui oggi assistiamo e di recente la sua azione è diventata più pragmatica: si tenta di sviluppare il dialogo con Haftar (Bengasi) accanto all’eccessivo legame con Serraj (Tripoli), il Viminale tenta di patrocinare una ardua intesa tra le tribù del Fezzan (sud) per sbarrare le vie migratorie che salgono dal Sahel, i fondi elargiti dalla Ue (troppo pochi) vengono usati nella speranza di poter riprodurre in Africa accordi di contenimento come quello tra Europa e Turchia.

Nessuno ha la bacchetta magica. Nessuno può impedire all’Africa di raddoppiare la sua popolazione entro il 2050, nessuno può garantire che la guardia costiera libica (foraggiata dall’Italia) non abbia pesanti compromissioni finanziarie con il traffico dei nuovi negrieri, nessuno ha sin qui ottenuto che sorgano in territorio africano o altrove strutture da affidare a operatori umanitari per l’identificazione dei rifugiati da distribuire poi in Europa (in tal caso le Marine europee potrebbero intercettare i migranti nel Mediterraneo e indirizzarli verso tali strutture) . Quest’ultima è forse l’ipotesi più valida di cui disponiamo. Ma servono tanti soldi, che si devono trovare e che comunque non garantiscono l’ospitalità del Paese beneficiario. E poi, davvero i migranti economici vanno respinti a differenza dei rifugiati?

L’Italia è, quasi, in campagna elettorale. L’auspicio è che su un tema per noi decisivo si apra un dibattito serio tra i partiti, nessuno escluso, e tra gli elettori. Diversamente da quanto è accaduto sin qui.

la stampa 16 giugno 2017

 

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