LE NOSTRE IDEE E IL NOSTRO LAVORO NATURALE, dell’associazione “A sa manera nostra”.

Siamo un gruppo organizzato nel promuovere un’agricoltura biologica slegata ed indipendente dalla grande industria alimentare.

Piuttosto che inserirci nel mercato competitivo della grande filiera agroalimentare produttrice di nocività e di sfruttamento, abbiamo scelto di mobilitarci e di lavorare per un’economia locale e solidale nel rispetto della comunità e dell’ambiente.

In poche parole, promuoviamo un’auto-organizzazione di cittadini e lavoratori della campagna per il diritto alla produzione, controllo e gestione di un cibo sano, in un’ottica di sostenibilità ambientale e sociale prioritaria rispetto a qualsiasi interesse commerciale.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Il nostro progetto nasce dall’incontro di giovani e meno giovani accomunati da una voglia di rivalsa da una condizione di precarietà economica ed esistenziale forzata: condizione che, spogliandoci dell’identità lavorativa e sociale, ci ha privato e ci priva di una stabilità non solo economica ma anche territoriale, stravolgendo il nostro modo di pensare, vedere il futuro e  fare le nostre scelte; condizione che immobilizza e disorienta di fronte a un mercato del lavoro saturo di domanda, in cui le competenze individuali, intellettuali e fisiche vengono di continuo deprezzate, provocando delusione e demotivazione nelle persone con difficoltà socio-economiche.

Troppo spesso ormai la paura condiziona le nostre vite: si è pronti ad emigrare, diventando eserciti di riserva che abbassano il costo del lavoro anche nei paesi del nord; si è pronti all’iperflessibilità lavorativa, ossia alla totale acquiescenza ed obbedienza a qualsiasi condizione lavorativa, disciplinati dalla paura della perdita del lavoro.

Malati dalla sindrome del lavoro precario, accecati da un senso di enorme insicurezza per noi stessi e per la società, ci pieghiamo a modelli competitivi sempre più spietati, che mietono quei valori umani basati sulla solidarietà e sulla condivisione, senza i quali l’umanità è destinata ad estinguersi.

Preso atto della situazione, noi non accettiamo che la crisi diventi il nostro modus vivendi, e la rifiutiamo come evento reale, riconoscendo in essa una mera condizione individuale di una paura collettiva.

Le risorse di cui disponiamo sono sufficienti per affrontare la situazione e rigettare la crisi al mittente.

In questa società non sono i disoccupati, i giovani precari, i licenziati, i cassa integrati, gli immigrati, gli sfrattati, i dottorati di ricerca, gli insegnanti precari della buona scuola ad aver fallito, ciò che ha fallito è la loro ideologia del lavoro, voluta dall’egemonia culturale attuale che ha messo in crisi la loro scala dei valori. Quella stessa ideologia che nel secolo scorso spinse allo svuotamento ed abbandono delle campagne da parte dei contadini, i quali, una volta sradicati, si persero nella città spinti dall’idea di potersi valorizzare con il lavoro salariale, recepito come una virtù, un bene, un riscatto, un’elevazione dal loro stato di bifolchi e villani.

I contadini delle metropoli, senza più alcuna relazione con le loro vecchie credenze e ormai lontani dalla scala di valori tradizionali, abbracciano adesso una nuova morale che trae soddisfazione dall’onestà di aver “compiuto il proprio dovere”’. Ed è in una vita totalizzata dal lavoro che si scopre che esso è anche libertà, la libertà più essenziale, ma in realtà l’unica libertà concessa è quella di consumare.

Cosi l’ideologia dei consumi nasce e cresce nel vuoto della cultura e dei valori contadini, ormai distrutti dalla violenta omologazione dell’industrializzazione.

In questi decenni di enormi mutamenti e incertezza, in cui la velocità di propagazione delle crisi finanziarie diventa superiore a quella del tracollo del ’29, in un’Europa dominata da una pace sempre più feroce, in cui gli ultimi atti terroristici ci riportano all’orrore quotidiano che si vive nelle citta come Kabul, a Bagdad, a Damasco, a Gaza, fa da padrona come unica risorsa politica ed economica la paura, che nell’epoca di precarietà politica e sociale in cui viviamo si può considerare come condizione psicologica stabile dell’economia contemporanea.

Detto ciò, la precarietà del posto di lavoro, il declino dei valori e delle promesse della società del benessere non devono significare per forza una perdita, ma un’opportunità al cambiamento.

Perciò abbiamo deciso di spezzare lo stato di attesa e ansia per le nostre difficoltà lavorative.

Invece di metterci in fila indiana per un qualsiasi lavoro salariale, abbiamo preferito metterci in cerchio al fine di auto-organizzarci per i nostri bisogni e per la realizzazione di noi stessi per una vita migliore nel territorio e per il territorio.

Abbiamo iniziato valorizzando quelle risorse che il capitalismo ha lasciato all’abbandono e all’incuria, cominciando a lavorare e trasformare piccoli pezzi di terra: da non luoghi, seminati di discariche abusive e sterpaglie aride , in luoghi di vita, di orti fertili per la creazione di risorse non solo economiche ma soprattutto umane.

Il nostro ritorno alla terra vuole essere anche creazione di nuove socialità sane, capaci di migliorarci e farci crescere insieme.

Oggi la postmodernità ha sacralizzato l’individualità come valore assoluto, ragion per cui caratteristiche come egoismo e avidità sono ritenute dal senso comune come innate della natura umana, credenza utile a legittimare la competitività economica come fondamento del nostro sistema politico-economico .

Sebbene le verifiche empiriche degli studi sugli ecosistemi e sull’intelligenza vegetale confermerebbero la tesi che nei sistemi viventi la cooperazione sinergica sia fondamentale alla vita e al maggiore in confronto ai rapporti competitivi, la scienza si guarda bene dal dedicarsi a questo ambito di ricerca, poichè esprimere ipotesi sulla sinergia naturale vorrebbe dire ammettere che le nostre istituzioni economiche basate sulla competitività sono intrinsecamente patologiche e incompatibili con la natura umana e il nostro benessere.

Avendo come maestra la pratica dell’agricoltura naturale, vogliamo elevarci dalla povertà morale nello spirito del bene comune, accomunati dal lavoro alla terra e da pratiche di solidarietà e di auto-aiuto reciproco.

Come negli ecosistemi naturali un elevato livello di biodiversità è indice di forza e resilienza agli stress ambientali, nel nostro gruppo la forza vuole essere la valorizzazione della nostra eterogeneità e diversità nel modo di pensare ed essere umani unici.

Non vogliamo approcciarci alla terra con un’idea bucolica e romantica dell’agricoltura, ma con la consapevolezza della gratificazione delle nostre fatiche individuali e collettive.

Vogliamo crescere collettivamente imparando a stare nel conflitto senza negare l’altro, come necessità dell’interazione egualitaria orientata alla creazione di un avvenire insieme, in cui non si accetta di trasformare l’altro ma per l’altro si accetta la possibilità di diventare persone completamente differenti da come eravamo originariamente.

Vogliamo innescare quei processi di socializzazione alla base di una comunità terapeutica, dove il gruppo si responsabilizza dei problemi dell’individuo, e a sua volta l’individuo, attraverso un processo collettivo ed individuale, impara a responsabilizzarsi del gruppo.

Vogliamo che il dinamismo interazionale del nostro gruppo permetta di configurare un lavoro che sia flessibile in base alle diversità e alle difficoltà dei singoli, e che permetta quindi l’integrazione e accettazione di chi è abile in maniera diversa, o di chi comunica in modo non convenzionale.

Solo attraverso un’equa distribuzione delle risorse e quindi anche la facilitazione dell’accesso alla terra diventa possibile mettere in atto quei cambiamenti che permettono di risuonare nel territorio e di sradicare quei meccanismi alla base della precarietà lavorativa, della stigmatizzazione, dell’esclusione sociale, e di tutte quelle sofferenze umane intrinseche nel mondo del non-lavoro.

La realtà della disoccupazione di massa non è più confinata alle persone devianti, ai socialmente inabili o agli immigrati, ma colpisce sempre più giovani in maniera indiscriminata, entrando prepotentemente come problema tangibile in tutte le famiglie.

L’agricoltura naturale non è la soluzione immediata ai problemi individuali e politici, ma rappresenta un primo passo verso un processo di cittadinanza attiva, attraverso la quale si può acquisire un approccio olistico ai problemi sociali e ambientali presenti in un territorio.

La nostra scelta riguardo al metodo di coltivazione nasce da un approccio etico e di profondo rispetto della terra come organismo complesso.

L’agricoltura convenzionale, interessata a produrre reddito più che cibo, è diventata tra le attività più nocive nel pianeta.

La pratica dell’agricoltura naturale, oltre a rifiutare l’utilizzo di concimi  chimici, diserbanti, pesticidi, erbicidi e fungicidi che contaminano i prodotti alimentari e l’ambiente, scardina il concetto di “monocoltura” dalla mente: la natura infatti non è considerata una risorsa economica da razionalizzare e sfruttare, ma un bene da salvaguardare, dove le componenti naturali di un territorio e i campi coltivati costituiscono un insieme ecologico unitario, che contribuisce alla soddisfazione alimentare e alla cultura legata ai saperi e alla storia dell’identità locale.

Il nostro lavoro è orientato ad un’agricoltura locale che ha bisogno di sostegno e di energie per lasciare segni permanenti nel e per il territorio.

Esso è anche un lavoro culturale dinamico e aperto a chi vive nel territorio, che vuole ribaltare il significato culturale del gesto agricolo, tradizionalmente associato alla violenza dell’essere umano sulla natura al fine di piegarla al suo mero interesse.

I nostri campi vengono trasformati in luoghi in cui la natura convive con l’essere umano, con le sue espressioni spontanee, grazie ad una perenne ricerca e studio che si connubi con le tradizioni e con i vecchi saperi contadini.

Vogliamo usufruire delle recenti conoscenze scientifiche della microbiologia del suolo e degli ecosistemi naturali senza applicare il sapere in modo nozionistico e acritico, lasciando anche che sia il tempo e il luogo a trascinarci verso una comprensione profonda e un’atavica sensibilità per la natura e il suo territorio.

Tali aspirazioni, per essere concretizzate, non possono sorreggersi sulle logiche del mercato globalizzato e sul valore commerciale dei nostri prodotti, ma sulle energie e forze umane all’interno del territorio, così come su quel valore aggiunto intrinseco che non può essere convertito in valore monetario.

La nostra forza lavoro non si mobilita per una ricchezza individuale ma per una ricchezza permanente nel territorio, la cui sussistenza dipenderà dalla capacità di chi lo vive di poterlo avvalorare.

Vogliamo che il cittadino urbano diventi parte attiva nel processo decisionale del lavoro in campagna, dove non sia solamente consumatore, ma prenda consapevolezza al diritto al controllo alla gestione delle risorse per un cibo sano, nutriente e culturalmente appropriato alle esigenze di se stessi e della propria società.

Non si sa come siamo arrivati a un momento nella storia dove la terra perde d’importanza, diventando distante e a volte sporca; eppure è in essa che l’uomo, seppur cittadino, fonda il suo lavoro e ne basa la sua esistenza.

Tutte le ricchezze della nazione, anche quelle irrisorie e speculative, derivano dalla terra, e perciò, se vogliamo immaginare un’alternativa, essa deve partire da un modo diverso di guardare la campagna.

Per concludere, come dice Jean Giono, “Gli uomini potrebbero essere altrettanto efficaci in altri campi oltre alla distruzione”. Questo è e sarà “A sa manera nostra”.

 

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