Sei anni fa, un convegno sul Concilio Plenario Sardo. Quella giusta battuta di padre Raimondo Turtas e molto altro…, di Gianfranco Murtas

Qualche tempo fa – forse all’inizio del pontificato di papa Benedetto XVI – il dibattito teologico ed ecclesiologico si sforzò di attualizzare la dottrina antica per spiegare che, nella visione cattolica, la Chiesa era – è – una comunione universale che si articola nei territori, per popoli diversi e tutti carismatici, non una molteplicità di comunioni territoriali fra loro federate in una dimensione universale. Per questo, il titolo che padre Raimondo Turtas SJ  – caposcuola degli storici sardi che hanno speso la loro vita, di lato al ministero sacramentale, nella docenza e nella ricerca sulle bimillenarie vicende ecclesiastiche od ecclesiali – scelse per il suo maggiore e più compiuto studio è stato Storia della Chiesa in Sardegna dalle origini al Duemila (così nel 1999, per la romana Città Nuova editrice) e non “Storia della Chiesa sarda…”. E però, piegato ai sentimenti del cuore, con altrettanta legittimità semantica, la dedica del libro – elemento paratestuale che sembra mettere la fatica intellettuale dell’autore nel grembo morale di un qualcuno – la volse “Alla Chiesa sarda”, con una specifica ed antiretorica, quasi sbrigativa, motivazione: “un augurio di buon viaggio per il Terzo Millennio”.

Ho citato molte, molte volte, nei miei scritti intorno a questioni di religione sospese fra storia e presente, il padre Turtas, uomo vigoroso, barbaricino bittese degno di quell’Asproni al quale ha indirizzato tanta parte dei suoi studi, delle sue lezioni, delle sue energie e intelligenze decrittive e compilative (un Fondo Asproni è in Facoltà teologica a direzione gesuitica, a Cagliari), e anche tante battaglie di cultura alta non di retroguardia (come quelle sulla lingua sarda nella liturgia oltre che nella paraliturgia: si ricordi soprattutto, combinato con Bachisio Bandinu e Antonio Pinna, Lingua sarda e liturgia, pubblicato nel 2008 dalla selargina Domus de Janas, ma si ricordi anche, tutto suo, Pregare in sardo. Scritti su Chiesa e Lingua in Sardegna, a cura di Giovanni Lupinu, uscito già nel 2006 per i tipi della nostra CUEC). Lo considero un maestro non soltanto per la dottrina, la profondità delle conoscenze, l’ampio raggio tematico di cui s’è mostrato esperto, ma anche per il tanto di specifico della sua personalità che ha immesso nei suoi lavori passati all’editore. In questo momento mi viene alla mente, più di tutti, quel suo prezioso ed agile I Gesuiti in Sardegna. 450 anni di storia (1559-2009), affidato per la stampa ancora alla CUEC nel 2010. E’ la sua indipendenza di giudizio e la “parresia” evangelica praticata che mi hanno sempre colpito e affascinato di lui. In questo senso gli colloco accanto l’amico Tonino Cabizzosu, che ama come me, umanamente, i profeti contro i dogmatici ultramontani, il canonico Tommaso Muzzetto l’antitemporalista, ed anche il vescovo Giovanni Maria Montixi l’antifallibilista.

C’è poi la figura di Sigismondo Arquer, al quale padre Turtas ha dedicato il saggio introduttivo – invero, con le sue cento pagine (che non sono soltanto un indice numerico o di quantità, ma un segno anticipatore o allusivo di profondità) – di quella Sardiniae Brevis Historia et Descriptio, di recente ristampata a cura di Maria Teresa Laneri: saggio che rimanda dritto dritto al grande teologo e giurista cagliaritano al quale l’Inquisizione spagnola del Cinquecento riservò il rogo degli eretici o presunti tali. Personalità, l’Arquer, a cui Salvatore Loi – altro grande amico e maestro dotto ed esemplare – ha pure lui dedicato scavi e attraversamenti morali, filosofici e letterari, studi di storia complessa, insomma, che non a caso sono richiamati, in gustose note dialettiche, diciamole critiche (nel senso migliore della parola), dallo stesso Turtas.

E peraltro, ben a ragione, a lui, a Raimondo Turtas padre gesuita e uomo di studi, hanno offerto i loro saggi, come per saldare un debito di gratitudine, una trentina – non quattro o cinque – autori, laici e religiosi, antichisti e medievisti, modernisti d’ogni corrente e declinazione in un corposissimo volume della serie “studi in onore” pubblicato nel 2012 dalla AMD Edizioni: Historica et Philologica, il quale s’apre con una scheda dei titoli (sono ben 132) esitati dal Nostro fin dal 1971.

Quella volta di Cresia

Ho fatto questo lungo cappello soltanto per testimoniare il rispetto e, direi, la devozione che ho per la persona ed i lavori del professore – professore per lunghi anni all’università di Sassari – che incontrai la prima volta – dico personalmente, nelle altre occasioni ognuno si perdeva nei conversari particolari dentro le nuvole dei propri, magari nei gruppi asproniani di Cagliari e Nuoro – soltanto sei anni fa, giusto in questa data oggi anniversaria, all’Ostello della gioventù di Cagliari. La associazione Cresia – della quale non facevo parte ma che molto ho stimato e con la quale molto ho anche collaborato – aveva preso l’iniziativa di fare il punto, a dieci anni dalla firma degli Atti, sul Concilio Plenario Sardo e la sua attuazione.

Furono allora coinvolte diverse associazioni, dall’Azione Cattolica diocesana al MEIC, alle ACLI perché tutte partecipassero con autonomi contributi. Qualcuno si sfilò all’ultimo momento. Intervennero più di cento persone, in prima fila l’arcivescovo Pier Giuliano Tiddia (con il dott. Paolo Fadda, nella foto di copertina di questo articolo) , emerito di Oristano e già segretario generale del Concilio, presente l’indimenticato don Efisio Spettu, ex rettore del seminario regionale, presenti diversi presbiteri ed effettivi dell’associazionismo, presenti giornalisti, docenti, credenti e forse anche non credenti ma interessati alla questione religiosa. Presente padre Turtas.

Mi fu dato l’incarico della relazione di base, fra i primi a prendere la parola, con Bachisio Bandinu, don Mario Ledda e don Antonio Pinna, eccellenza della Chiesa oristanese offerta alla Chiesa sarda. Parlò monsignor Tiddia, rispondendo alle domande di Paolo Fadda, parlarono in molti, anche Efisio Spettu – bisognerebbe sbobinare il suo intervento (l’audiovideo è nel sito di Fondazione Sardinia) – e il dibattito durò almeno tre ore. Intervenne, con bonarietà polemica, anche padre Turtas, appunto, e fece presente come, nel decreto di promulgazione firmato dai dieci arcivescovi e vescovi residenziali e dai tre emeriti, fossero impegnati alla “osservanza” delle norme conciliari, entrate in vigore dal 2 dicembre 2001 e definite “Diritto particolare e piano pastorale delle Diocesi”, “i Sacerdoti diocesani, i Religiosi e i Fedeli laici”. Nessuna menzione dei vescovi scriventi, i primi che, nel concreto, avrebbero dovuto applicarsi all’attuazione conciliare e invece si sono trovati a sabotare il Concilio.

Lo fece, il sabotaggio, l’arcivescovo di Oristano don Ignazio Sanna schiacciando le farfalle, non le zanzare. Censurò cioè l’innocente locandina informativa che era stata inviata al giornale L’Arborense, concordando con il direttore (laico!) del tempo di cestinare l’invio email ricevuto dall’associazione Cresia. Non piaceva uno dei relatori ed organizzatori, si riteneva, quella, una iniziativa ostile all’intoccabile ordinario di Cagliari: più realisti del re, o più papalini del papa, attribuivano intenzioni malvage o almeno maliziose ad una manifestazione di cultura ed impegno ecclesiale che vedeva fra i suoi protagonisti l’arcivescovo segretario generale del Concilio, predecessore di don Sanna e già presidente della stessa Conferenza Episcopale Sarda.

Diverso, onestamente, ma minoritario l’atteggiamento di altri, in specie del futuro vescovo di Lanusei don Antonello Mura, allora presbitero (e direttore del periodico Dialogo) ancora incardinato nella diocesi di Alghero-Bosa.

Il paragrafo 11 sub. 3 del capitolo relativo alla Conferenza Episcopale Sarda recita: “La Conferenza episcopale, secondo le esigenze che si affacceranno via via lungo il tempo, traccerà dei piani pastorali – o almeno degli orientamenti – al fine di offrire alcune linee unitarie per l’evangelizzazione dell’Isola; ogni dieci anni convocherà un’assemblea ecclesiale regionale” (cf. La Chiesa di Dio in Sardegna all’inizio del terzo millennio. Atti del Concilio Plenario Sardo 2000-2001, 2001, Zonza Editrice).

La prima occasione perfetta sarebbe stata quella del 2011, per la ricognizione a tappeto e con sintesi finali dello stato attuativo del Concilio. Ma il Concilio era stato messo in non cale dall’allora arcivescovo di Cagliari e presidente della CES, don Giuseppe Mani, ed alla sua volontà, o alle sue (ignote) argomentazioni, si erano uniformati i vescovi della Conferenza. Tutti? Non si sa perché, a dispetto di quanto stabilito nello stesso capitolo regolamentativo delle attività della CES, di verbali relativi agli anni della presidenza Mani non ne sono stati diffusi (e non saprei se mai siano stati redatti). Eppure scrive in proposito il Concilio (pag. 19): “I Vescovi, in vista delle riunioni della Conferenza, nello spirito di comunione e partecipazione ecclesiale, trovino i modi opportuni di coinvolgere le rispettive Chiese locali nella consultazione sui temi che dovranno trattare. Anche circa le conclusioni delle riunioni la Conferenza episcopale dia comunicazione adeguata, secondo criteri ispirati dalla prudenza e insieme dall’esigenza di rendere il popolo di Dio parte attiva nella vita ecclesiale”. E allora?

Si potrebbe aggiungere che nel corso del primo decennio del nuovo secolo circa la metà degli ordinari residenziali già firmatari degli Atti erano andati in quiescenza, avvicendati da nuovi meno sensibili al lavoro fatto e, paradossalmente per un vescovo, piuttosto indifferenti al principio cardine della “continuità istituzionale”. A voler dire di fondamentali.  Meno arroganti e superficiali forse, questi, di chi asseriva non essere significativo l’evento che pur tanto aveva impegnato – e sia pure con limiti importanti non negabili – le risorse migliori, o alcune delle risorse migliori della Chiesa e della società isolana lungo gli anni ’90, ma comunque neghittosi e disertori. Sta di fatto che – come temeva e concludeva padre Turtas – i vescovi per primi non avevano impegnato, e continuavano a non impegnare se stessi. Essi, quasi tutti, non hanno impegnato se stessi.

Questo vorrei qui rilevare, un’altra volta ancora, consentendo con il suo giudizio, che è giudizio di un competente e di un protagonista, oggi alle prese con le nuove fatiche della seconda edizione della sua Storia della Chiesa in Sardegna...

Le coordinate nei segni dei tempi

Aggiungo e concludo, con qualche linea anche di autocritica. Perché so non bastare l’analisi e la considerazione del respiro degli Atti – larga parte dei quali si deve al genio ecclesiale di padre Sebastiano Mosso SJ, preside per lunghi anni della Facoltà teologica della Sardegna e prematuramente scomparso. In quella analisi, tanto più nel sito della associazione Cresia, io stesso mi impegnai lungamente tempo addietro, e poi anche in altre circostanze. Perché il rischio poteva essere – e io non lo colsi appieno allora e in più occasioni – in un cedimento alla visione di una “Chiesa sarda” invece che di una “Chiesa in Sardegna”, figure di classificazione alle quali mi riferivo in apertura di queste rapide ricostruzioni di memoria e riflessioni.

Perché sono le coordinate generali dei “segni tempi” che debbono poter accogliere una Chiesa attiva – la nostra –, come lievito nella pasta, all’interno della società sarda e italiana e continentale e più ancora. Più ancora che nella disciplina delle feste liturgiche o della stampa diocesana, delle commissione catechetiche e delle unità pastorali, l’ecclesiologia entra in questo, come entra il nostro giudizio sulla teologia popolare e di liberazione, sulla tradizione nel recupero delle fonti e sulle anticaglie riesumate dalla stagione di Pio V fattosi lefebvriano, sul martirio di San Romero d’America e il pontificato rovinoso di un santo (non meno vero e già canonizzato) come Karol Wojtyla, sulle contraddizioni algide della curia romana in rapporto a uomini della profezia ed a università sparse nel vasto mondo schiacciate dall’Opus Dei, perfino sui perché dell’estraneità di papa Ratzinger agli appelli alla verità di questo o quel pezzo di pianeta, anche nostri riguardo ai fatti cagliaritani del 2010 (mi riferisco alle prepotenze volgarissime contro don Mario Cugusi), ecc.

Potremmo dire la messa in sardo, non soltanto il rosario e la via crucis, ma se non ci prudesse la coscienza davanti a una beatificazione di Pio IX che ghigliottinò fino al 1868 – quando nascevano, in Sardegna, i nostri nonni – e davanti ad un parallelo e contestuale (paganissimo) rifiuto dei funerali religiosi a Welby costretto a trent’anni di sla, a che servirebbe la buona conquista? Come sono orientati i nostri sensori morali, intellettuali, ecclesiali? Ecco riproporsi la questione “Chiesa in Sardegna”, in sintonia con i tempi alimentati dalle Fonti di sempre, più che “Chiesa sarda” a rischio di convenzionale autoreferenzialità.

 

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