Nelle parole lo stile d’un uomo. Quella lettera di scuse, a firma di Michele Columbu, del maggio 1946, di Gianfranco Murtas

 

 

So bene di non avere titolo alcuno per intervenire sulle dimissioni di Giovanni Columbu dalla presidenza del Partito Sardo d’Azione, né in generale sulle vicende interne di una forza politica che ho amato molto quando aveva altra carne e altro sangue e che, fin dal 1921, aveva intessuto un rapporto di fratellanza con i repubblicani. La ripeto, questa precisazione, per scrupolo o dovere di chiarezza. Ma pure la richiamo, e sia pure in rapidissima rassegna di scene, soltanto recuperando ricordi di militanza o di studio, senza documenti da consultare, a mo’ di premessa di questa mia riflessione scritta che mira ad onorare la memoria del professor Michele Columbu, personalità d’eccellenza scomparsa ora sono quasi cinque anni, dalla quale pur mi sentivo, nel passaggio del tempo, distante: chiarisco, tanto distante politicamente quanto prossimo sul piano morale e direi anche affettivo. Un po’ come mi è occorso di sentirmi per lungo tempo verso la personalità esplosiva di Emilio Lussu e la sua icona sospesa fra i molti riferimenti ideali ed ideologici, ora sul fronte del federalismo ora su quello del socialismo, nei ponti storici fra sardismo, gielle ed azionismo…

Così, cogliendo l’occasione dalla cronaca politica che investe oggi il figlio regista di gran talento, e per la felice combinazione di aver rinvenuto, proprio in questi giorni, una lettera del professore datata 1946, mi pare giusto impostare queste righe per dare onore ancora a Michele Columbu, rivendicando, con la civiltà delle relazioni fra le persone, tutta la nobiltà della storia trascorsa e delle correnti ideali che animarono anche e soprattutto le minoranze della democrazia. E che in lui ebbero un generoso compartecipe fin da giovanissimo, barbaricino di Ollolai, compagno per una vita d’una donna – Simonetta Giacobbe – raffinata nei gradi intellettuali come nel largo ed intenso sentire democratico, insieme con lei emigrato per lunghi anni nel nord Italia, fra aule scolastiche, case editrici e circoli delle fratellanze Quattro Mori di Lombardia ed altrove. Fino alle intese con Adriano Olivetti e alla direzione di “Sardegna Italiana”, numero unico di supporto alla serie del “Solco” rilanciato per la campagna elettorale – ahimè di molte illusioni – del 1958. Fino al ritorno in Sardegna, alla effervescente e testimoniale e combattiva sindacatura del paese nativo, alla militanza nel movimento cooperativo pastorale, agli studi negli uffici della Programmazione regionale, alle più avanzate attività di dirigente del Partito Sardo.

Perché – sia detto en passant, ma sia detto perché venga considerato – se oggi chiedessimo non soltanto ad un giovane liceale, ma anche ad un universitario o giovane laureato di rappresentare almeno le coordinate della dialettica politica sarda e italiana dell’Otto-Novecento, comprese quelle del secondo dopoguerra fino ai più prossimi anni ’60 e ’70… sono sicuro non avremmo risposta adeguata, reputandosi dai nostri infelicissimi giovani essere politica il tanto che, nell’epoca in cui gli opinionisti hanno sostituito gli analisti, vien discettato, naturalmente sempre nella sovrapposizione delle voci, nei vari talk televisivi da questo o quello. Mentre noi, forse passati, forse morituri per la biologia e anche drammaticamente per le idealità, sappiamo altro, perché abbiamo conosciuto la stagione dei De Gasperi e Nenni, dei Moro e Fanfani, dei Saragat e Croce, degli Omodeo e La Malfa, dei Togliatti e Malagodi, dei Berlinguer e Spadolini o Cossiga, dei Cocco Ortu e Laconi, dei Corrias e Melis, quando sulla scena mondiale agivano i De Gaulle e Adenauer, i Brandt e Schmidt e Khol, i Macmillan e Wilson, Thatcher perfino, gli Eisenhower e Kennedy, i cattivi capi sovietici e Gorbaciov, i leader cinesi e la Ghandi…

Un ripasso della storia ideale

Nell’Italia drammaticamente ancora divisa fra nord e sud e reduce dai massacri della grande guerra, preda del dolore dei lutti e dei tormenti della smobilitazione, mentre s’alzavano umori e malumori che avrebbero portato alle violenze e alla affermazione della dittatura, montò il sentimento regionale – avvenne anche ed essenzialmente da noi (si ricordino le parole di Gobetti) – che voleva affermare una soggettività territoriale nell’assunzione delle delibere della politica generale. Nel nostro caso: non soltanto entro i confini delle due province, ma in un disegno più largo che avrebbe poggiato sul “rinnovamento” delle intese azioniste dei movimenti di prevalente radice meridionale e rurale: i sardi con i molisani, con i lucani, con gli irpini… I periodici “Volontà” – fra i suoi scrittori Cino d’Oristano e Bellieni e Lussu, con Parri e Torraca – e “La critica politica” di Zuccarini, il teorico federalista del PRI, furono i maggiori contenitori delle analisi e delle proposte nuove, e del dibattito… che doveva delineare la nuova Italia, se non ancora repubblicana, se non ancora agganciata alla prospettiva europea, certamente in superamento delle barriere notabilari dell’era giolittiana.

Nasceva, quel sentimento, secondo le parole ogni volta ripetute con passione da Giovanni Battista Melis, dal dolore della prova tragica delle trincee che furono almeno soddisfazione per gli irredenti finalmente redenti, per gli italiani emancipati dall’impero austro-ungarico e dalle forche che avevano stretto a morte Cesare Battisti e Nazario Sauro dopo Gugliemo Oberdan sempre celebrato a Cagliari… Non fu mai, quella realtà nazionale, estranea alla coscienza e alla responsabilità politica del movimento autonomista in boccio o appena sbocciato, e presto attivo con le sue camicie grigie alleate nella medesima impresa, a Cagliari, delle squadre Mazzini e Pisacane.

Nel 1921, alle prime politiche cui parteciparono i Quattro Mori, fu candidato ed ebbe ottimo piazzamento (secondo dei non eletti) il repubblicano oristanese Agostino Senes, nel futuro ventennio bersaglio ripetuto degli occhiuti questurini. Nel 1924 il quotidiano “Sardegna” fu condiretto dal sardista (di radice mazziniana) Raffaele Angius e dal repubblicano Silvio Mastio, e nello stesso anno Cesare Pintus – corrispondente da Cagliari della “Voce Repubblicana” – pubblicò sulla prima pagina del quotidiano del PRI una lunga intervista ad Emilio Lussu candidato del PSd’A e votato anche dai repubblicani. Nel 1925 fu nella sede del sardista “Il Solco” che Pintus e Mastio commemorarono per l’ultima volta, dato l’incalzare dei provvedimenti prefettizi e di polizia, Giuseppe Mazzini. Nel 1929 Emilio Lussu, cofondatore del movimento Giustizia e Libertà, fu riconosciuto come naturale esponente della corrente democratico-repubblicana vocata a combinarsi con quella socialista-liberale di Rosselli e quella liberale (albertiniana) di Tarchiani. Fra 1930 e 1931, interni o sodali di GL, il repubblicano Michele Saba e il sardista Anselmo Contu (e quant’altri con loro) varcarono insieme il cancello di Regina Coeli a dominio fascista, così come era appena capitato a Fancello e Pintus militanti di GL nell’orgoglio delle rispettive radici… Nel 1944 e 1945, nel mazzo virtuoso di repubblicanesimo, azionismo e sardismo, i sardo-azionisti Lussu, Fancello, Siglienti e i sardisti doc Mastino e Puggioni furono chiamati (questi ultimi i soli di rappresentanza politica regionale) alla Consulta Nazionale, e Mastino ad un importante sottosegretariato – quello al Tesoro con delega ai danni di guerra – nei governi Parri e De Gasperi. Votarono per i sardisti i repubblicani sardi alla Costituente eletta nel 1946, votarono per i sardisti i repubblicani sardi alle prime regionali, nel 1949, quando scesero nell’Isola i maggiori dirigenti del PRI, fra essi nientemeno che Ferruccio Parri, per sostenere le liste Quattro Mori in cui erano compresi diversi prestigiosi esponenti del puro filone mazziniano sassarese e cagliaritano, da Chiarini a Muzzetto, da Floris a Spano ad Azzena stesso. Proseguì l’alleanza ideale e sentimentale, morale e politica fra repubblicani e sardisti alle amministrative ed alle regionali, turno dopo turno, nel 1952, nel 1953, nel 1956, nel 1957, nel 1960, nel 1961, e dopo ancora, nel 1964 e nel 1965.

Furono Giovanni Battista Melis (Titino) e Pietro Melis ad accompagnare, nel febbraio 1952, il ministro del commercio con l’estero Ugo La Malfa nel polo minerario di Carbonia e fra le Camere di commercio isolane nell’incontro-scontro con l’imprenditoria locale, nonché ad offrirgli le stanze delle proprie sedi per incontrare i militanti dell’Edera (l’Edera della Giovine Europa mazziniana, 1834) associata ai Quattro Mori. Fu aperto ai governi De Gasperi, compresenti i ministri repubblicani, Giovanni Battista Melis deputato eletto nel 1948, e si concluse quel torno temporale con la adesione sardista alla riforma elettorale maggioritaria votata nel 1953 e passando anche per la scelta atlantica che pur tanta sofferenza e perfino dilacerazione aveva prodotto all’interno delle varie formazioni (fra i repubblicani non meno che fra i sardisti, si pensi qui a Gonario Pinna).

Fra 1962 e 1963, essendo ministro del bilancio e della programmazione economica (allora esordiente come politica di priorità e compatibilità sulla scena nazionale) Ugo La Malfa – antico compagno di prigionia antifascista, a San Vittore, nel 1928 di Titino Melis – la prossimità fraterna, storica e ideale, dei partiti discendenti entrambi dalle tavole democratiche (mazziniano-cattaneane, asproniano-tuveriane) risorgimentali, maturò in un rapporto politico e parlamentare di livello assolutamente superiore. Si trattò allora di combinare al meglio l’esordiente politica di programmazione nazionale a quella, pure essa al debutto, della Rinascita, ben sapendo che la gestione della prima e della seconda non poteva restare pienamente nelle mani registiche né dei repubblicani né dei sardisti, minoranze estreme, gli uni e gli altri, e in Italia e in Sardegna. Giovanni Battista Melis fu rieletto alla Camera dei deputati grazie ai voti dei repubblicani mazziniani del Lazio e della Romagna rifluiti nel collegio unico nazionale. E fu bene. La statura dell’uomo e la pregnanza dei suoi discorsi sono ben documentati, mi pare, dalla raccolta dei testi che potei offrire molti anni fa (nel 1993) con il volume di quasi 800 pagine dal titolo “Con cuore di sardo e d’italiano” e certamente ben integrabile dagli altri che a lui stesso dedicai o di lui curai, in primis quello delle allora inedite memorie autobiografiche “Storia del cavaliere senza macchia e senza paura” (1996).

La promozione del sardismo ad un ruolo nazionale, di fianco ai repubblicani nel presidio dell’area della democrazia riformatrice e di sinistra (nell’aclassismo repubblicano e nell’interclassismo sardista), avrebbe potuto avere, alla fine degli anni ’60 e successivi, importanti sviluppi. L’affermazione progressiva dell’istanza nazionalitario-indipendentista di vago fermento terzomondista sostenuta da Antonio Simon Mossa (personalità eclettica e geniale) e radicatasi e diffusasi nel PSd’A ancor più all’indomani della scomparsa dei grandi della stagione storica – Bellieni (elettore repubblicano a Napoli) e Contu, dopo Lussu il magno nel 1975, Titino Melis nel 1976 – davvero mutarono carne e sangue al partito dei Quattro Mori.

Io vissi abbastanza da vicino, con l’amico Fernando Pilia, le vicende del PSd’A  negli anni 1971-1974, quelle che segnarono anche il passaggio della segreteria politica da Giovanni Battista Melis, già malato, a Michele Columbu (deputato eletto nelle liste PCI nel 1972), le schermaglie dialettiche, ma espressive di approcci ed analisi diversi (e naturalmente tutti degni di considerazione), fra la nuova dirigenza e uomini come Mario Melis (senatore-deputato anche lui eletto dal consenso comunista) e Bruno Fadda, entrambi inizialmente e insieme consiglieri regionali…

Gli smarrimenti sardisti

Lo sviluppo del sardismo degli anni ’70 e primi ’80 basato su slogan ad implementazione massimalista, nel recupero e rilancio di istanze anche motivate (ma, a mio avviso, non sufficientemente argomentate e comunque non sterilizzate dallo strumentalismo che le corrompeva inguaribilmente) sul bilinguismo o sull’affrancamento da vincoli militari, ecc., ebbe – a mio personalissimo parere – due fenomeni a corredo: l’associazione nell’elettorato e nella militanza e addirittura nella dirigenza di elementi estranei alla cultura ideale del PSd’A storico, ex di ogni altra esperienza qualunquista e democristiana, extraparlamentare e sindacale, e la chiamata (rivelatasi impari) alle complessità del governo regionale. Nonostante la dignità politica e la capacità direttiva del presidente Mario Melis, dal cospicuo gruppo consiliare e dagli assessori sardisti non venne alcuno slancio e legislativo e amministrativo per un più elevando standing del benessere e del benavere della Sardegna intesa come comunità morale e come sistema socio-economico. Di più, a pensare adesso ai fantasmi della “casta” di cui tanto si discorre in ordine a vitalizi e privilegi d’ogni tipo: i sardisti di nuovo conio furono omologhi in tutto il peggio che la tradizione partitocratica degenerativa delle istituzioni, comprese quelle autonomistiche, presentava ipocritamente al periodico giudizio elettorale.

Consumatasi (o spentasi), tristemente, la stagione del protagonismo sardista, negli anni fra ’90 e primi 2000, il Partito Sardo d’Azione ormai completamente estraneo alla storia del suo primo onoratissimo mezzo secolo – speso, lo ripeto, nei cimenti avversari della dittatura incipiente e nell’opposizione clandestina in patria ed in quella combattente fuori (valgano i nomi di Dino Giacobbe e Giuseppe Zuddas), nelle fatiche della ricostruzione democratica e finalmente repubblicana dell’Italia costituzionale e ad avvio autonomistico, nelle tensioni progettuali del governo regionale per due interi decenni – è parso in questa nuova fase essere divenuto altra cosa senza mai avere avuto il coraggio di confessarlo neppure a se stesso. E senza porsi il problema della continuità ideale pur nella novità dello scenario. E potrebbe anche capirsene la ragione, se per naturale processo anagrafico i vecchi sono andati scomparendo e i nuovi, pur declamando pompose soggettività estreme e chiuse, sono apparsi, nei fondamentali prepolitici – ecco il punto – , modernamente (?) omologhi alla vasta platea confusa nella propria deideologizzazione. Tanto da arrivare, con la più screditata delle sue segreterie politiche degli ultimi decenni, a far alleanza con la destra, l’inimica di sempre con il suo nulla valoriale, ed incapace di un qualsiasi realistico progetto tale da tener testa a una composita sinistra così spesso in ritardo nella conquista delle sue giuste convinzioni.

Perfino gli schemi di riforma dello statuto regionale, che nella gerarchia delle fonti è una legge di rango costituzionale, non li si sono saputi inquadrare in una riforma complessiva dello Stato così come era stato nelle intuizioni dei sardisti attivi (e invero troppo fiduciosi) nelle alleanze azioniste dei primi anni ’20. Come se fosse realistico risolvere tutto in una vertenza come di sindacato, fra Regione ed organi di governo e parlamentari nazionali e non osare invece a “pensare in grande”, meglio integrandosi nella rete delle autonomie territoriali ed allignando nella relazione Regioni-Stato-UE gli snodi della promozione economica e delle politiche sociali. Ma naturalmente – altro presupposto – nulla avendo, nel proprio, da farsi perdonare, il che – data l’amarissima esperienza degli ultimi quindici/vent’anni – non è dato riscontrabile neppure nel più elementare buon governo e nella qualità della legislazione autonomistica (si ripensi soltanto al pasticcio assoluto della legge elettorale ed ai ricambi periodici dei consiglieri ricorrenti e controricorrenti alla giustizia amministrativa!).

Dei Columbu senior ed junior

Io credo – ma qui mi esprimo con riserva e rispetto, soltanto autorizzato dall’amore alla bandiera comune – che il sardismo di cui Giovanni Columbu avrebbe dovuto essere il leader ideale, non abbia avuto, di fatto, niente neppure di somigliante, in quanto a tensione morale, civica e politica a quello che fu il sardismo delle radici storiche e delle prove migliori, sempre combattute, fino a tutti gli anni ’60 e ‘70. Altri uomini (e donne), certamente altri problemi… ma non è stata, e non è, nei problemi la differenza più rilevante. Passato il sardismo nei canali della omologazione per aver molto recitato – come oggi i grillini, come appena ieri i forzisti e sodali leghisti e neofascisti – le formule magiche e i dogmi indiscutibili ed essersi perdonato da sé fra gli specchi della autoreferenzialità, cos’altro avrebbe potuto fare Columbu per affermare, evidentemente nelle mediazioni della sua cultura, sensibilità ed esperienza umana e professionale, quei valori ricevuti in dono da una educazione domestica di rara finezza, sostanza e signorilità nella fabbrica delle permanenti affezioni territoriali – quelle proprie dei Columbu barbaricini – combinate ai sogni dell’universalismo vissuto come una religione dai Giacobbe?

Di sé ci raccontò, Michele Columbu giusto ennuagenario, in quella memorabile e affollata serata nel teatro di Sant’Eulalia – era il 2004 –, propiziata dall’uscita del libro “Titino, i Melis, la Sardegna” in cui potei ricapitolare gli svolgimenti di molte vite d’oro spese per la democrazia. E specialmente toccanti furono i riferimenti alle tempeste pubbliche e private del conflitto mondiale e dell’immediato secondo dopoguerra.

A Michele Columbu, allora 32enne, fu dato, dal partito, la responsabilità di un numero unico stampato a Nuoro alla vigilia delle elezioni per l’Assemblea Costituente e del referendum istituzionale. Testata: “Il Sardo sbendato”. Quattro pagine. Titolo a tutta pagina in prima: “La madre triste e sola chiama a raccolta i suoi figli in quest’ora decisiva. Per riscattare le umiliazioni del passato, per la conquista dell’avvenire, Sardi: Forza Paris!”. E sotto, di lato al fondino (“Al lettore”) un invito gentile e imperativo: “Votate per il Partito Sardo, Votate per la Repubblica”.

Chi conosce il quadro generale nel quale si svolse quella campagna elettorale, tanto più in Sardegna e nel Nuorese, sa bene delle esorbitanze clericali tutte contro legge, che avevano quale principale bersaglio il Partito Sardo d’Azione, accusato di lussismo, di azionismo, di laicismo, di propensioni anticoncordatarie e divorziste… Scatenato il clero, sotto il basso episcopato Beccaro, scatenato l’associazionismo militante e confraternale, scatenati ovviamente i candidati del Biancofiore democristiano in cerca di rastrellare i voti rurali sottraendoli ai Partito Sardo… Sono noti i nomi del canonico Bisi, parroco di Oliena e degli altri suoi colleghi che negavano i sacramenti a chi votava sardista (come agli altri elettori del socialcomunismo) e negavano i funerali religiosi a chi osava accompagnare il feretro con una bandiera di partito… Negli anni della grande guerra, non soltanto negli anni e nei decenni della temperie risorgimentale e post, si impediva al tricolore italiano di entrare nelle chiese… Del 1946 Marianna Bussalai avrebbe scritto in molte pagine indirizzate a Pietro Mastino, all’indomani del voto (ho pubblicato quella lettera in “La bandiera, lo scudo e l’aspersorio. Dalla parte dei quattro mori”, infra “Questione sarda e dintorni. Liber amicorum per Gianfranco Contu”, a cura di Alberto Contu).

Per questa ragione ne “Il Sardo sbendato” si insisteva sul tema, intanto pubblicando, ancora in prima pagina, una “Lettera aperta all’episcopato sardo”, a firma di “Un cattolico sardista”: testo che meriterebbe una ripresa integrale ed un appropriato commento di contestualizzazione. Ma anche dando spazio ad articoli e corsivi che sul contenzioso sardisti/democristiani puntavano con maggiore o minore spirito polemico: “I Democristiani contro i cristiani”, “Candidati alla ribalta”, “Tristezza di sardo”, “Il carro di Tespi”, “Iettatori”, “Coerenza”, “Colpi di spalla”, “Soda caustica”… perfino gli “Avvisi economici”, tradotti in battute giocose, infilzavano simpaticamente (?) gli avversari. (Ma nel novero non mancano neppure, e meriterebbero speciale considerazione, i riferimenti di fraternità italiana che dalla Barbagia sardista volgono verso gli irredenti di Trieste, Zara, Pola, Ragusa e Capodistria…).

Al candidato democristiano Francesco Murgia (che sarà eletto deputato costituente con quasi 14mila preferenze personali) ed a suo fratello medico vennero riservate varie attenzioni, ovviamente critiche e… giustamente ostili. Così nelle ironiche ricostruzioni dialogiche de “Il carro di Tespi”, nelle battute di “Colpi di spalla” o in quelle di “Candidati alla ribalta”, ecc.

La cosa creò qualche imbarazzo a Columbu direttore di quel numero unico, evidentemente per qualche rimbrotto a lui giunto dalla controparte, o forse soltanto per il diapason della sua educazione e forse ipersensibilità. E ne fece egli stesso immediata autocritica indirizzando al direttore dell’ “Unione Sarda” una breve lettera di “precisazione”. Essa uscì sul giornale del 31 maggio, vale a dire nell’antivigilia del voto referendario e politico-costituzionale. Eccone il testo:

“Signor Direttore, Le sarò grato se vorrà pubblicare nel suo pregiato giornale la seguente precisazione.

“A cura della Sezione di Nuoro del Partito Sardo d’Azione è uscito in questi giorni un numero unico dal titolo “Il Sardo sbendato” che porta il mio nome come Direttore responsabile.

“Nell’assumere tale onere avevo posto come condizione che il giornale non dovesse contenere attacchi contro il candidato democristiano avv. Francesco Murgia o componenti la famiglia da me non condivisi.

“Si convenne pertanto che i punti relativi al predetto candidato e ad un suo fratello sarebbero stati eliminati ed infatti furono sostituiti nelle bozze.

“Non mi fu possibile seguire il lavoro sino all’ultimo e le parti con mio vivo disappunto non furono sostituite per un malinteso fra gli altri collaboratori.

“La ringrazio dell’ospitalità, Michele Columbu”.

Se ne potrebbe dire, in tempi barbari come i presenti, in cui l’insulto fa parte del vocabolario ordinario dei protagonisti, abili o mignon in apprendistato, sulla scena. E che nulla ha a che vedere con la nettezza e franchezza anche del giudizio politico.

Ma, ed è questa la riflessione che mi viene più facile e spontanea, è forse nel nesso fra educazione personale e qualità della proposta politica il centro della questione. I tempi liquidi di oggi, in cui si sono sciolti gli iscritti – non i credenti – ai diversi partiti politici (in progressiva decozione) travolti insieme da Tangentopoli e dagli opportunismi del maggioritario, dopo il crollo del comunismo, hanno abbassato, con il livello della decenza dialettica, soprattutto quello del pensiero politico nella maturazione o evoluzione storica delle premesse filosofiche e culturali che avevano resistito ad ogni buriana della storia. Ne pago anche io, bruciante, il prezzo morale. E so che Asproni – con il suo Mazzini, il suo Cattaneo, il suo Garibaldi – è rimasto nel cuore politico di pochi, troppo pochi, nonostante la dedica a lui di sa die de sa Sardigna. Così direi delle bandiere dei Quattro Mori al vento, per la storia di ideali e di fatiche che rappresentavano, non per la commedia comiziata d’un quarto d’ora.

Frontiere

P.S. Ho accennato più sopra alla sensibilità nazionale italiana del sardismo repubblicano, quello cioè databile agli anni della ricostruzione dello stato democratico, dopo il ventennio di dittatura e dopo la tragedia della guerra. Ne riporto una prova traendola proprio da “Il Sardo sbendato” a direzione Columbu, 1946. Ecco il testo del trafiletto redazionale apparso sotto il titolo “Frontiere”:

“Noi non crediamo in frontiere strategiche. Il confine più sicuro di una nazione è quello dove fa argine alla furia dell’invasore, non già una linea di cresta o un fiume, ma il cuore pulsante di tutti i suoi figli.

“Oggi, come 31 anni or sono, il cuore di tutti gli italiani batte e sanguina di là di Trieste, di Zara, di Pola, di Ragusa e di Capodistria, dovunque un borgo italiano fa argine alla marea slava.

“Per le nazioni, come per gli individui, il problema dell’integrità fisica ha valore assorbente.

“Se il corpo della nazione italiana sarà mutilato, i problemi morali, sociali ed economici del nostro popolo passeranno in secondo piano nel nostro spirito: crederemo ancora che ci sia un solo modo di essere italiani: essere irredentisti. E saremo maturi per una nuova dittatura.

“Chi attenta alla integrità della nazione italiana, chi all’intorno gli è complice, mira a soffocare, nel nascere, la democrazia italiana”.

 

 

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