Usa, due mesi di Trump: i dolori del giovane Donald, di Vittorio Zucconi

Seconda sberla sul blocco dell’immigrazione, che si aggiunge a quelle sulle accuse ad Obama per le intercettazioni e alla tempesta di sbruffonate dei primi giorni alla Casa Bianca

 

Alla vigilia del secondo “complemese” di una presidenza che sembra già lunga anni, Donald Trump riceve un’altra sberla da un giudice federale che ordina il blocco anche della seconda versione “annacquata” (parole di Trump) del blocco all’immigrazione.

Nella stessa giornata di mercoledì, due parlamentari della Commissione intelligence della Camera, uno dei quali il fedelissimo repubblicano Nunes, trumpista della prima ora, dichiarano insieme, davanti alle telecamere, di non avere trovato alcuna prova della sensazionale, infamante accusa di intercettazioni contro la Trump Tower lanciata in un demenziale tweet contro Obama. Il suo ministro dellaGiustizia Sessions, altro fedelissimo, ha risposto con un faticoso, ma netto “no” alla stessa domanda sull’accusa – gravissima e infondata – al predecessore. Mentre la annunciatissima, sbanderiatissima, attesissima Controriforma della Sanità, la Obamacare, si dibatte e boccheggia come un tonno intrappolato nella tonnara.Talmente tossica, con la prospettiva di 24 milioni di americani scaricati dalle Assicurazioni in cambio di miliardi regalati in tasse ai più ricchi, da essere respinta, come la “figlia del peccato” nei romanzi ottecenteschi, sia da Trump che la scarica sul presidente della Camera Ryan sia da Ryan che la scarica su Trump. In Parlamento la chiamano la “Trumpcare”. Alla Casa Bianca, la chiamano “Ryancare”.

Il saldo di questi primni 60 giorni, partiti con una tempesta di firme e di decreti e raffiche di tweet all’alba nella solitudine del suo castello di Mar-a-Lago è zero. Parole, aria fritta, sbruffonate. Del Muro, altissimo, bellissimo, pagatissimo (dai messicani) non si parla più. Il bando anti arabi, reso già ridicolo dall’esclusione di Paesi come l’Egitto e l’Arabia Saudita troppo importanti per essere irritati, conitnua a essere sforacchiato da tutti i tribunali che l’hanno esaminato. Prima o poi, troverà forse un giudice che lo approverà, ma lo shopping per imbroccare un magistrato benevolo non sta facendo apparire l’America “debole” come ha detto in un comizio ieri sera nel Tennessee, fa apparire lui debole. E il tarlo delle inchieste sulla “Russian Connection”, sui fili che conducono la sua campagna elettorale agli hhacker russi, al nuovo Kgb e agli olgarchi di Mosca, continua a rosicchiare.

Il gioco di estrarre dal cilindro conigli e lustrini per distrarre il pubblico e i “falsi media”, come sa fare da abile prestigiatore, comincia a stancare e se non fosse per la solidità della Borsa e dell’economia ereditata dal predecessore che continua a produrre 200mila nuovi posti al mese, questi primi 60 giorni sarebbero stati tempo perduto e occupato a cercare gag teatrali per incantare i serpenti.

Sarebbe tutto comprensibile, normale, per un signore ultrasettantenne che approda al lavoro più difficile del mondo senza nessuna esperienza di governo o di vita politica, senza concetto della “complicazione” di problemi giganteschi come la sanità, la fiscalità, il bilancio. Quella “finanziaria” che tra poco dovrà presentare al Congresso e non potrà essere compressa nei 140 caratteri di tweet.

Un uomo più maturo, cosa molto diversa dall’essere anziano, un presidente circondato da consiglieri e non da loschi cortigiani, Rasputin che vivono per assecondare le sue tendenze più adolescenziali e narcisistiche, studierebbe, rifletterebbe, imparerebbe. Capirebbe di avere davanti a sè non un’ora di trasmissione televisiva da portare al successo,

ma 300 giorni di governo che non può continuare a vivere come una campagna elettorale di opposizione o come un reality da pay tv. Anche l’ennesima sberla presa sul blocco all’immigrazione dimostra che Trump non ha ancora capito che il Presidente è lui.

La repubblica, 16 marzo 2017

 

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