Ricordo di Nereide Rudas, di Antonello Angioni

Il direttore dell’Istituto Gramsci, l’avvocato Antonello Angioni,  ha commemorato ieri sera la prof.sa Nereide Rudas presso  la sede dell’Istituto in via Emilia in Cagliari. Pubblichiamo il testo del suo discorso.


Preliminarmente vorrei ringraziare tutti voi per l’affetto che,  partecipando a questa iniziativa, manifestate nei confronti di Nereide Rudas. La vostra presenza mi sarà di grande aiuto, non essendo semplice, a pochi giorni dalla improvvisa morte, trovare le parole giuste per ricordare una persona tanto cara. Anche perché alle vicende pubbliche, in gran parte conosciute,  inevitabilmente, si sovrappongono i ricordi personali che, in qualche misura, riflettono le opinioni, i sentimenti e persino le emozioni di chi vi parla.

Parto da alcuni dati biografici che, nella loro essenzialità, possono risultare utili ad un miglior inquadramento della personalità della prof.ssa Rudas. Era nata il 20 settembre 1925 a Macomer, importante centro situato alle pendici della catena del Marghine. In quel periodo la famiglia di Nereide stava a Cagliari (e precisamente abitava in uno dei palazzi liberty che affacciano sulla via Roma) ma la madre, Emma Salmòn, essendo di Macomer, si trasferì nella sua terra per partorire. Il padre Pietro, ingegnere, era invece originario di Laerru, piccolo villaggio dell’Anglona ad economia agro-pastorale. A quattro anni Nereide resta orfana di padre e si trasferisce con la madre a Macomer dove convive con i nonni materni (Gustavo Salmòn e Nereide Tibi), una coppia di origini ebraiche che abitava in una villa signorile con ampio giardino.

A 17 anni si iscrive nella Facoltà di Medicina di Bologna (su cento iscritti – come ha appena ricordato l’assessore Frau – le donne erano solo tre). A 19 si sposa con Carlo Marongiu, un giovane medico cagliaritano, diventa presto madre e frequenta l’Università occupandosi anche del suo bambino, Piero. Deve quindi affrontare tutti i problemi legati ad una vedovanza precoce e, dopo aver ultimato gli studi nel nostro Ateneo, consegue la laurea in Medicina. Si dedica subito alla ricerca e intraprende la carriera universitaria. Dapprima libera docente in psichiatria, insegna all’Università di Roma e poi in quella di Cagliari.

Negli anni ’60 del Novecento fonda e dirige col prof. Raffaele Camba la “Rivista sarda di criminologia” che ha offerto un importante contributo alla conoscenza ed alla comprensione del fenomeno del banditismo in quegli anni drammatici. Sua la relazione scientifica (scritta in collaborazione con Pippo Puggioni), su “Caratteristiche, tendenze e dinamiche dei fenomeni di criminalità in Sardegna”, che ritroviamo negli “Atti della Commissione parlamentare d’inchiesta sui fenomeni di criminalità in Sardegna” (la c.d. “Commissione Medici”, dal nome del suo presidente, che ultimò i lavori nel 1972 e di cui era vicepresidente il sardo Ignazio Pirastu).

Dal 1978  è stata titolare della cattedra di Clinica Psichiatrica dell’Università di Cagliari e direttrice dell’Istituto e della Scuola di specializzazione in Psichiatria. Alle sue lezioni si sono formate intere generazioni di medici e professionisti. Il prof. Bernardo Carpiniello, uno dei suoi allievi, nella pagina web dell’Università di Cagliari ha evidenziato che era un vero maestro, perché era capace di insegnare cosa fosse un uomo nella sua complessità e – come amava dire – nella sua irripetibile unicità. Nereide sosteneva che ogni malato è un universo a sé e che dobbiamo capirne la storia per poterlo aiutare.

«Ci ha insegnato - ha detto il prof. Carpiniello nel suo intervento - che l’uomo non è riducibile alla sola dimensione biologica, né tanto meno alla sua dimensione psicologica e sociale. Ci ha insegnato a guardare oltre, a ricostruire per quanto possibile i percorsi individuali, spesso misteriosi  e  sempre difficilmente decifrabili, che portano alla sofferenza della mente, forse la peggiore che possa capitare nella vita di un uomo. Ma soprattutto ci ha insegnato a rispettare la dignità di ogni uomo, in particolare quando la malattia mentale ne fa l’ultimo fra gli ultimi».

Come psichiatra ha mostrato sempre una grande umanità, chinandosi sull’oggetto della propria osservazione di medico con la delicatezza e l’amore propri di chi conosce la complessa patologia psichiatrica di cui si nutrono certi eventi. Con lei l’oggetto dell’indagine diventa persona, e quindi  soggetto di diritti, grazie alla sua particolare capacità di penetrare i labirinti del cuore e dell’anima. Non è un caso dunque che Nereide Rudas ha dedicato alle donne tanta parte della sua lunga attività scientifica e culturale.

Per restare sulle tematiche sociali, ricordo che Nereide, oltre che di criminalità, ha scritto molto anche su emigrazione, depressione dell’anziano  e sulle conseguenze che la  perdita del lavoro provoca sulla psiche. Profonda conoscitrice della sua  disciplina, nel 1987 fonda a Milano la Società Italiana di Psichiatria Forense e conduce ricerche sul campo incentrate sui principali aspetti della condizione umana nella società contemporanea. Sempre nel 1987, dopo la scissione della psichiatria dalla neurologia, fonda e inaugura la prima Clinica Psichiatrica in Sardegna e, fino al 2000, è l’unica donna a ricoprire in Italia questo incarico.

Una vita – la sua – spesa tra studi e ricerche, conferenze e scritti, passione e cultura. Una vita a contatto col disagio mentale e caratterizzata da una lunga e intensa attività professionale. Con i pazienti stabiliva un rapporto quasi sentimentale che spesso andava oltre la malattia e scendeva nel particolare intimo, negli specifici motivi della sofferenza. Il suo operato, nell’ambito della psichiatria, era riconosciuto dalla comunità scientifica internazionale. Con lo stesso rigore con cui studiava la disciplina della quale era specialista e con la stessa passione che guidava il suo piacere per la scoperta, studiava le dinamiche complesse della società.

La sua ampia produzione scientifica comprende circa 400 pubblicazioni: ricerche, monografie, saggi e articoli sulle principali aree della psicopatologia e della psichiatria. Nereide Rudas ha collaborato a numerose riviste (italiane e straniere) ed ha organizzato e presieduto importanti congressi nazionali e internazionali. Ha rappresentato gli psichiatri italiani a Lisbona, Mosca, Manila e Pechino e i colleghi europei al 9° Congresso Mondiale di Psichiatria svolto nel 1993 a Rio de Janeiro. E’ stata anche insignita di un’alta onorificenza scientifica da parte dell’Academy of Psychiatry and the Law degli Stati Uniti d’America. Infine è stata presidente nazionale della Società Italiana di Psichiatria Forense.

Dal suo angolo di osservazione, e dunque in chiave psicanalitica, ha avuto modo di approfondire il caso delle “False carte d’Arborea”, argomento assai caro anche a Renzo Laconi che aveva interpretato i falsi come espressione di un’esigenza rivendicativa e autonomista e quindi come tentativo di far emergere un’identità ed una peculiarità della cultura sarda da valorizzare a tutti i costi, anche falsificando la verità storica (al riguardo si veda il libro postumo di Laconi, “La Sardegna di ieri e di oggi”, curato nel 1988 da Umberto Cardia).

Nereide aveva studiato la vicenda delle carte d’Arborea con grande attenzione evidenziando come anche il falso potesse assumere il valore di testimonianza e sostenendo che quelle carte, proprio per la loro falsità, svelassero il desiderio di una “identità ancora incompiuta”, non pervenuta  ad un livello maturo di consapevolezza. Riemerge così il dilemma delle “origini” che costituisce un nodo, in gran parte irrisolto, della storiografia sarda.

Di questo “giallo” Nereide si era occupata, una prima volta, in un ampio saggio dal titolo “Identificazione e identità nella genealogia individuale e collettiva: il caso delle Carte d’Arborea”, pubblicato nel 1983 in uno dei tre volumi (curati da Luisa D’Arienzo in memoria di Alberto Boscolo) dal titolo Sardegna, Mediterraneo e Atlantico tra Medioevo ed Età Moderna”. Ritorna sul tema nel 1997 con due lavori. Il primo è un contributo, molto denso, dal titolo “Le Carte d’Arborea come romanzo delle origini”, che troviamo nel libro “Le Carte d’Arborea. Falsi e falsari nella Sardegna del XIX secolo”, a cura di Luciano Marroccu. Il secondo è il libro “L’Isola dei coralli”, che considero un vero capolavoro: non a caso ha ottenuto la medaglia d’oro dalla Presidenza della Repubblica. L’opera, pubblicata dall’editore Carocci, è stata riedita nel 2003 per la collana “La Biblioteca della Nuova Sardegna”.

In pratica le carte d’Arborea, sia pure nella loro “falsità”, testimoniavano l’esigenza, largamente diffusa nella cultura sarda della metà dell’Ottocento, di dare un filo di continuità e di “specialità” alla vicenda storica del popolo sardo per individuarne i tratti specifici e differenziali della sua formazione nel tempo. Quella stessa esigenza, del resto, porterà  al graduale emergere dei fondamenti storico-politici ed istituzionali della “questione sarda”.

Dunque, attraverso le “false” carte d’Arborea, si cercava di dare alla Sardegna un’individualità storica e politica ed una dignità culturale proprie, profondamente radicate nella specificità etnica e nell’aspirazione all’autogoverno che – nel corso dei secoli – si è tradotta in istituzioni di autonomia, rivendicazioni di libertà e tenaci lotte di resistenza. Vi era dunque il tentativo – difficile, complesso e al tempo stesso ineludibile – di restituire al popolo, che di questa plurisecolare vicenda era stato il vero protagonista, la propria titolarità.

Accanto agli strumenti della professione psichiatrica in lei hanno operato  anche quelli della creatività letteraria al punto che, quando si leggono i suoi lavori, non si sa se a parlare sia la neuropsichiatra, la psichiatra forense, la psicopatologa o la narratrice. E’ certo che siamo in presenza di una scrittura fine, ricca di preziose metafore, dove l’asciutta concretezza del medico e la lirica del poeta si fondono in un percorso nel quale il silenzio spesso assume contenuti e toni più vibranti della parola. Amava scrivere, Nereide. Ha scritto numerosi saggi di grande importanza letteraria e scientifica che testimoniano la sua visione globale del mestiere di psichiatra, il suo impegno civile, il suo lucido stare al mondo, dimostrando sempre un’inesauribile vena d’interessi.

Era affascinata dalla creatività dei sardi, tema scarsamente trattato e sul quale spesso proponeva delle riflessioni per cercare di individuarne le radici profonde: «una creatività – diceva – insolita, per certi versi inattesa, quasi misteriosa». Si domandava «come mai un gruppo umano così poco numeroso, così isolato e così disperso sul proprio territorio, avesse potuto esprimere tanti talenti creativi nei diversi campi del pensiero e dell’arte». La Sardegna – aggiungeva – «non si è limitata, infatti, ad essere patria di un’unica grande personalità creativa. Il “miracolo” si è ripetuto e la sua ripetitività, con il manifestarsi di numerose e riconosciute personalità creative, spinge a ricercare la radice del fenomeno in altri ordini di spiegazioni».

In particolare esaminò il romanzo sardo nell’ottica psicodinamica per affermare che lo stesso mostrava «una struttura identitaria ed una weltanshauung diverse da quelle emergenti dal romanzo italiano». Infatti «il romanzo sardo, pur collocandosi all’interno dell’universo linguistico e culturale italiano, se ne discosta per molti aspetti. Leggendo le opere di Grazia Deledda, di Salvatore Satta, di Emilio Lussu e, a ben guardare, dello stesso Antonio Gramsci, cogliamo subito una specificità e una diversità»… «Orfani o figli di una “nazione mancata” - diceva Nereide - i personaggi della narrativa sarda avanzano nudi e dolenti alla perenne ricerca della propria nascita, delle proprie origini, della propria identità».

Ho fatto cenno, prima, al libro “L’Isola dei coralli”. «La memoria di noi sardi – ha scritto Nereide Rudas – è come una preziosa pianta di corallo, che anziché ergersi e dilatarsi nell’aria si è inabissata nel nostro mare interno. Invece di espandersi e svilupparsi nel di-fuori, si è sommersa ed estesa nel di-dentro: ed è diventata tenace e labirintica». La bella metafora, impreziosita da un ricordo dantesco – come ha osservato lo studioso Leonardo Sole – «ci induce a pensare che proprio da essa sia scaturita non solo la scintilla del titolo del libro, ma la stessa volontà di andar cercando per i labirinti dell’anima quella razionalità scientifica che rende credibile, perché conoscibile, anche il dolore di esistere».

Non vi è dubbio che la memoria costituisca uno degli elementi fondamentali dell’identità sarda, come di ogni identità. Una identità, la nostra, che è forte di fatto, ma ancora debole nella coscienza degli uomini e nell’esperienza delle cose. Nereide Rudas diceva che i sardi sono un popolo «con un forte senso di appartenenza e amanti della libertà». Partendo dalla sua esperienza di grande psichiatra, ha anche indagato i segni di questa identità nell’opera letteraria di alcuni tra i più famosi scrittori sardi: Grazia Deledda e Salvatore Satta (autori di veri e propri “romanzi delle origini”), Giuseppe Dessì (di cui analizza “Il disertore” come il “romanzo del segreto”) ed infine Emilio Lussu del libro “Il Cinghiale del diavolo” che Nereide legge come il magico rapporto tra il Noi-cacciatori ed il cinghiale: un racconto ricco di simboli di morte e di rinascita che permeano tutta la cultura sarda.

Lo stesso metodo di analisi applica ad altri due oggetti fortemente segnati dall’identità sarda. Il primo è la famosa scultura che rappresenta “la madre dell’ucciso” di Francesco Ciusa, un’artista al quale la famiglia Rudas era fortemente legata: ricordo che nel salotto della casa cagliaritana  di Nereide ci sono alcune belle sculture donate da Ciusa. La seconda è quella che Nereide, prima di altri, a proposito di una lettera di Gramsci alla cognata Tania, chiama “la duplice condanna” di Gramsci. E’ questa una tematica viva e pulsante che ritroviamo in diversi scritti recenti che hanno riacceso il dibattito sul grande sardo (penso, anche ma non solo, ai lavori di Luciano Canfora e Franco Lo Piparo).

E qui veniamo a Gramsci ed all’Istituto allo stesso dedicato e di cui Nereide è stata, nel 1990, tra i fondatori insieme a Umberto Cardia, Giovanni Maria Cherchi, Giovanni Licheri, Eugenio Orrù, Giuseppe Podda, Antonio Sassu, Bruno Terlizzo e a chi vi parla. L’Istituto nasce allo scopo di promuovere ed organizzare lo studio, la ricerca e la divulgazione nei vari campi del sapere con particolare riguardo per il pensiero e l’opera di Antonio Gramsci. Da allora si è fatta tanta strada: in oltre 25 anni sono stati organizzati tantissimi convegni e pubblicati quasi 20 libri.

Ed è proprio in occasione della costituzione dell’Istituto che conobbi di persona Nereide Rudas. Mi colpì subito il suo portamento signorile, l’eleganza sobria, il tratto gentile. Mi colpì anche il suo volto luminoso, contrassegnato dagli occhi chiari e profondi (occhi indagatori, abituati a non fermarsi alla superficie), ed il linguaggio, preciso e rifinito come un gioiello in filigrana. Ma sopratutto fui attratto dalla sua intelligenza e dalla sua vasta cultura. Di lei mi aveva parlato a lungo Umberto Cardia. Da allora ho avuto il privilegio di poterla frequentare, anche in privato, e di tessere una trama di amicizia che mi ha legato durevolmente a lei: mi considero una persona davvero fortunata.

Nereide era una profonda conoscitrice di Gramsci ed è questa la ragione per la quale le venne richiesto di presiedere l’Istituto intitolato al grande pensatore sardo. Ora, non vi è dubbio che gli scritti di Gramsci sono stati studiati da una vasta e prestigiosa letteratura che ne ha indagato soprattutto il versante politico e storico. «Tuttavia – osservava Nereide – la sua vita emblematica e la sua straordinaria opera rivelano una ricchezza e una problematicità che restano per certi versi inesplorate. La sua biografia, che emerge specie dalle lettere, disegna una grandiosa testimonianza umana, culturale ed etica, capace di commuovere ed insieme di sollecitare cognitivamente antichi e nuovi lettori». Aggiungeva che «ogni studioso, nel leggere Gramsci, è portato a riflettere con autenticità, al meglio delle sue risorse intellettuali ma anche delle proprie capacità critiche e di trasparenza etica. E’ lo stesso Gramsci che impone questo stile di lettura».

Con questo spirito, ad esempio, Nereide compie l’analisi strutturale di una lettera di Gramsci, colta come documento biografico significativo della sua personalità. Si tratta di uno scritto particolarmente importante e, per certi versi, emblematico: è la lettera, cui facevo cenno prima, datata 27 febbraio 1933, indirizzata da Gramsci, detenuto nel carcere di Turi, alla cognata Tania. La lettera si incentra sull’asserzione che egli, «in tutti questi anni», vale a dire durante la carcerazione, ha «sempre pensato a certi fatti (nel caso specifico alla serie di fatti che possono simbolicamente riassumersi nella famosa lettera di cui mi parlò il Giudice Istruttore di Milano e sulla quale anche recentemente ti intrattenni)». Quindi Gramsci apporta nuovi elementi, di riflessione e di giudizio, che consentono di lumeggiare, e meglio collocare nell’ambito politico, il contenuto della «serie di fatti». Il riferimento è alla lettera di Ruggero Grieco segnalata dal Giudice Istruttore Macis che aveva, in qualche misura, allertato Gramsci.

Nella lettera a Tania, Gramsci sostiene di essere stato condannato, oltre che dal Tribunale fascista «esterno», da un altro Tribunale, non ufficiale, «più ampio» e «interno», con un verdetto più tormentoso e tormentante. Chi erano allora i “condannatori” di Gramsci, già vittima e ostaggio dei fascisti? Gramsci individua nel proprio ambiente politico, allargato sino al contesto familiare (il riferimento è persino alla moglie Julca), la struttura di un “Tribunale” che lo ha realmente condannato con un inappellabile verdetto politico. Egli sembra perciò denunciare la propria condizione dolorosissima di duplice carcerazione: quella “esterna”, dettata dal fascismo, e l’altra “interna”, quasi segreta e comunque non ben identificabile e quindi più inquietante, dettata dalla logica e dalla struttura, nazionale e soprattutto internazionale (mi riferisco a Stalin), del movimento a cui apparteneva.

«Chi mi ha condannato – scrive Gramsci – è un organismo molto più vasto, di cui il Tribunale Speciale non è stato che l’indicazione esterna e materiale di chi ha compilato l’atto legale di condanna». Ed «è questo secondo Tribunale - sostiene Nereide Rudas - che ha emesso il verdetto più duro e che è avvertito più minacciante e punitivo, in quanto non solo coinvolgente e conglobante, nella propria entità, un numero indefinito e indefinibile di possibili nemici, ma più invasivo e pervasivo nella sfera interpersonale e personale più stretta». Questo scriveva Nereide Rudas nel 1987, esattamente trent’anni fa (l’articolo è apparso, nel 1991, sulla rivista “Minerva Psichiatrica” e riproposto, nel 1994, in occasione della pubblicazione degli “Atti del Convegno” – Omaggio a Gramsci”, organizzato dal nostro Istituto, e, tre anni dopo, ripreso nel libro “L’Isola dei coralli”).

«Ai giudici fascisti, assisi sull’altra sponda - osservava Nereide Rudas - Gramsci sembra, quasi per contrappasso, porre di fronte altri giudici della sua stessa sponda». E’ quindi sull’Internazionale Comunista e sul clima politico ai tempi di Stalin, autoritario ed invasivo dei rapporti politici e persino familiari, che si appunta l’attenzione di Gramsci.

Nereide si è occupata molto non solo di psichiatria, in termini scientifici ed ai più alti livelli, ma anche di “sofferenza psichica”. Nel libro “Storie Senza”, pubblicato nel 2000 dall’editore Carocci, attraverso i suoi personaggi (a partire da Donna Cleto), esplora i sentieri della dolorosa condizione umana del paziente psichiatrico seguendo un confine tra realtà e non realtà che, per più aspetti, resta tuttora incerto ed ambiguo.

Il libro trova la sua genesi nella lunga quotidiana consuetudine di Nereide Rudas con i luoghi della sofferenza psichica. Le abitanti degli spazi di angoscia e solitudine emergono dall’indistinto ed omologante pallore dell’istituzione totale per stagliarsi, nelle pagine dell’autrice, come protagoniste della propria storia. Murate dentro una vicenda umana tramutata in destino, hanno ancora la forza di denunciare la loro condizione umiliante esprimendo il rimpianto per un’esistenza mancata ed un passato desiderio di felicità. Queste donne vengono sottratte al silenzio ed illuminate da una rigorosa identità. Le loro vicende, tuttavia, non sono osservate con l’occhio freddo della psichiatra, né sepolte nell’indifferente terra della “normalità”, sia pure patologica, ma colte con rispetto e partecipata tenerezza. I loro volti, le loro voci e i loro percorsi di vita prendono così forma nella memoria e nella parola scritta, diventando persona, storia e persino poesia. Si, perché Nereide scriveva anche poesie, belle poesie.

Storie Senza” è un affascinante libro che intreccia e contamina più linguaggi in versi e in prosa, resoconti scientifici e intuizioni fantastiche, atrocità individuali e sventure collettive, fatti crudi e momenti poetici, trattati sempre con leggerezza e talvolta con delicata ironia. Le donne sofferenti che chiedono di esistere e di parlare appaiono così metafora e cifra del più generale esilio dalla vita, ponendo la collettività di fronte alle sue gravi responsabilità.

Nereide era davvero appassionata del suo lavoro. Evidenziava che, «a differenza delle altre specializzazioni, la psichiatria permette una visione più ampia, ha forti agganci al sociale, al culturale, allo storico, guarda all’uomo completo anche se sofferente». Perché in fondo, nessuno è completamente sano o malato. «Ognuno di noi - diceva Nereide - è matto al 50%; una metà sana e l’altra no. I guai cominciano quando la metà malata conquista il pacchetto di maggioranzaE’ una questione di equilibrio, c’è sempre la parte di disturbo, di tristezza, di sofferenza. La malattia mentale è solo una lente d’ingrandimento» su aspetti presenti in ognuno di noi.

In un’intervista rilasciata nel febbraio 2016 a Maria Francesca Chiappe per “L’Unione Sarda”, Nereide evidenziava di non essere mai stata “femminista”, pur riconoscendo la grande importanza di quel movimento e pur avendo ricoperto la carica di presidente sarda dell’UDI. Riteneva che le donne dovessero «parlare con voce di donna, altro che quote rosa, sono un pannicello caldo. Le donne devono fare il lavoro che gli uomini hanno fatto nei millenni, in modo accelerato».

E al riguardo – come ha evidenziato l’assessore Firino – la sua vita è stata davvero un esempio per tutti noi in quanto, in anni non facili, ha saputo abbattere il muro dello scetticismo guadagnandosi il rispetto di tutti, per il suo carattere e con il suo valore. Prima donna professore ordinario di antropologia criminale, prima donna professore ordinario di psichiatria e direttore di una scuola di specializzazione in psichiatria, prima donna chiamata a dirigere una Clinica Psichiatrica in Italia.

L’ultimo importante impegno di Nereide, risale al 25 novembre 2016: è la presentazione, nell’Aula Magna della Corte d’Appello di Cagliari, e dunque in una prestigiosa sala di giustizia, del libro “Donne morte senza riposo. Indagine sul muliericidio” (curato dalla stessa con Sabrina Perra e Pippo Puggioni per AM&D Edizioni).  L’iniziativa, promossa dall’Istituto Gramsci della Sardegna insieme all’Università degli Studi di Cagliari ed alla Fondazione Francesco Alziator, ha visto la qualificata partecipazione del Presidente della Corte d’Appello, del Prefetto e del Rettore dell’Università degli Studi di Cagliari, tutte donne, insieme alla giornalista Maria Francesca Chiappe. E poi i relatori, altrettanto prestigiosi, il Procuratore della Repubblica dott. Gilberto Ganassi ed il prof. Luigi Concas, che hanno presentato il libro. Insomma,  una serata di elevato valore scientifico e culturale.

Si tratta di «un libro per le donne e non sulle donne» – come ha evidenziato Nereide -  incentrato su un argomento purtroppo di viva e pressante attualità. Viene così scandagliata, nei suoi molteplici aspetti, una realtà quotidiana drammatica, caratterizzata da un numero crescente di donne uccise da mariti, fidanzati, compagni o ex partner. Anche in Sardegna – terra in cui le donne (mi riferisco alle madri), secondo una tradizione che trova un preciso riscontro nella statuaria risalente alla preistoria, venivano deificate – emergono, da un inquietante sottosuolo, truci figure maschili che praticano la violenza sulle donne e, nei casi più estremi, arrivano ad ucciderle con tragica crudeltà. E’ l’epilogo di storie, intrise di minacce, offese e sottomissioni, che si sviluppano nella realtà quotidiana e che la cronaca impone all’attenzione dell’opinione pubblica: «un nervo scoperto, uno scandalo insopportabile che deve finire nel più breve tempo possibile», ha detto Nereide.

Gli autori del libro – ciascuno col suo importante bagaglio di competenze tecniche e conoscenze scientifiche – individuano le cause ed i percorsi che generano la violenza e colgono anche il senso simbolico del fenomeno che oggi si presenta sotto forme nuove e inaspettate. Partendo dalla vicenda personale si giunge  così all’ambito familiare e da questo al contesto sociale: il muliericidio viene pertanto esaminato come “reato di prossimità” (che si consuma all’interno delle mura domestiche), come “reato di identità” e soprattutto come “reato di genere”, frutto di un rapporto uomo/donna ancora difficile e, per più aspetti, “squilibrato” (la vittima è soppressa da un uomo in quanto donna).

La ricerca, coordinata da Nereide, fornisce un quadro del fenomeno assai attendibile anche perché è supportata – come ho detto – da un’importante indagine statistica (condotta in un arco temporale che scava a ritroso nel tempo sino al Seicento) messa da Pippo Puggioni a disposizione degli altri autori che hanno così potuto arricchire le loro conoscenze e meglio  verificare le tesi e le affermazioni sostenute. Il libro si conclude con un accorato invito – che si leva alto e chiaro e “con voce di donna” – ad affrontare, con la necessaria lucidità, le criticità della condizione femminile nel presente.

Nereide, a 91 anni compiuti, ancora progettava. All’interno dell’Istituto Gramsci aveva sostenuto con entusiasmo la pubblicazione di un libro (da lei molto voluto) dal titolo “Cagliari, la città futura”: uscirà e spero presto. Nereide sosteneva che Cagliari è sottovalutata: evidenziava che, in questa città, sono presenti una necropoli punica ed un anfiteatro romano, una basilica paleocristiana ed un castello medioevale. Che è una città panoramica con bellezze naturali: stagni, lagune e colli ed un ampio golfo tra i più belli del Mediterraneo. Era innamorata di Cagliari, del suo mare, dei suoi monumenti, della sua unicità. Nereide stava lavorando anche ad una sua autobiografia, lavoro che purtroppo è rimasto incompiuto.

Avrebbe voluto fare tante altre cose. Nell’immediato doveva presiedere, ancora una volta, il “Premio Alziator” e avrebbe presto ricevuto dal sindaco di Bosa (città alla quale era molto legata) la cittadinanza onoraria. Era una donna profondamente affettiva e bella, di un’intelligenza brillante e generosa, era una donna gentile e raffinata ma al tempo stesso molto determinata (a volte testarda). Quando parlava usava il logos, la ragione, ma anche il pathos.

Sopratutto – come ha detto il prof. Carpiniello – era una persona libera, nella dimensione più autentica della libertà che è quella del pensiero. Le donne certamente le devono molto, per il suo esempio, per il suo coraggio, per la sua determinazione. Ma tutti coloro che l’hanno conosciuta le devono molto, per ciò che ha saputo donare di se stessa. La sua improvvisa morte costituisce pertanto una perdita grave e dolorosa che ha lasciato in tanti un vuoto incolmabile ed un senso di smarrimento. Ci vorrà tempo, molto tempo, per cicatrizzare la ferita.

 

 

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    2 Comments to “Ricordo di Nereide Rudas, di Antonello Angioni”

    1. By Maria Grazia Sanna, 6 febbraio 2017 @ 19:16

      Il discorso di Antonello ha saputo descrivere perfettamente il carattere e la preparazione della Prof.ssa Nereide Rudas Coerente e bello questo articolo , per come è scritto e per il suo importante contenuto. Interessanti i concetti espressi dal Prof. Carpiniello che, nella sua materia, considero “l’uomo giusto al posto giusto”.
      Saluti
      Maria Grazia Sanna

    2. By GIACOMO MELONI, 6 febbraio 2017 @ 11:39

      Venerdì 3 febbraio ho ascoltato attentamente e con emozione gli interventi che hanno ricordato la prof.ssa Nereide Rudas.
      Mi son commosso ritrovandomi nelle parole della Prefetta di Cagliari e del prof.Carpiniello e soprattutto nella relazione dell’avv.Antonello Angioni che più di tutti noi era grande collaboratore dell’Istituto Gramsci inieme a prof.Eugenio Orrù ed amico di Nereide.
      La prof.ssa Nereide l’ho conosciuta alla Facoltà di Lettere e con lei ho sostenuto due esami di spicologia.Avevo modificato il mio piano di studi di Lettere e Filosofia ed avevo scelto le materie d’esame in sociologia e spicologia al posto di storia romana e letteratura latina con grande disappunto del temutissimo prof.Meloni che -ironia della sorte- mi son ritrovato come commissario nella commissione di laurea presieduta dal grande prof.Boscolo.
      La prof.Nereide restò ben impressionata dalla mia preparazione e mi premiò con un 30 e lode e voleva che seguissi i miei studi in psicologia come la prof.Isnardi Parente che avrebbe voluto fare di me un sociologo.Ma io ero innamorato della Filosofia e soparttutto delle lotte studentesche di quegli anni e dell’esperienza dei Comitati di Quartiere,delle lotte per la casa a S.Elia e dell’impegno nella Scuola Popolare di Is Mirrionis della cui storia finalmente si parla in un apposito libro intitolato “Lo studio restituito agli esclusi ” a cura di Franco Meloni-Ottavio Olita e Giorgio Seguro ed.La Collina ,libro che presenteremo insieme ai protagonisti di quella esperienza questo giovedì 9 febbraio alle ore 18.30 nel salone della Parrocchia di S.Eusebio a Cagliari in via Piovella,nella stesso luogo dove nacque la scuola popolare.
      Di Nereide mi affascinava la sua intelligenza ma anche i suoi capelli biondo oro ed i suoi occhi di un celeste intenso.
      Mi dispiace che però nella relazione non si sia ricordato che Nereide era la Presidente del Comitato del ” 28 Aprile” che,dopo la morte del grande Giovanni Lilliu,presiedette con grande entusiasmo e passione.In questo sito della Fondazione Sardinia vi è il filmato de Sa Die 2016 oon la relazione magistrale di Nereide al Palazzo Regio e la Messa nella cattedrale di Cagliari,dove Nereide risponde all’invito dello scambio di pace con l’abbraccio all’Arcivescovo Miglio,che nella predica non nega le suo origini piemontesi e che nella rievocazione de Sa Die sembra quasi chiedere scusa per gli errori di quella dinastia sabauda crudele,ricordandoci che da sardi dobbiamo amare la nostra “Patria Sarda “ed essere più coraggiosi ed amanti della nostra lingua e cultura,su cui dobbiamo richiamare soprattutto i nostri vescovi sardi.
      Nereide era commossa come lo eravamo tutti noi presenti e quegli occhi dolcissimi e celesti di Nereide si son velati di lacrime di gioia.