Quarant’anni fa l’addio di Francesco Alziator alla sua città del sole (3), di Gianfranco Murtas

 

 

 

 

 

 

 

Da una delle dieci cartelle intestate a Francesco Alziator, nel mare magnum dei due milioni di ritagli stampa (la mia Summa Sardoa) che lascerò a chi ama la città come l’hanno amata, per averla vissuta e studiata, Alziator stesso e il mio caro e sempre rimpianto Antonio Romagnino, ho recuperato gli articoli – o alcuni degli articoli – che sulla stampa sarda onorarono il grande demologo, letterato e storico all’indomani della morte sopraggiunta il 3 febbraio 1977: da L’Unione Sarda, Tuttoquotidiano, La Nuova Sardegna, e di lato dalle riviste periodiche.

Una curiosità: ancora otto e cinque giorni prima di quella morte improvvisa e dolorosa la firma di Alziator era comparsa su L’Unione Sarda, il giornale al quale aveva iniziato a collaborare quando ancora non aveva vent’anni e frequentava, in città, la facoltà di Lettere e Filosofia tutta stretta in pochi locali a palazzo Belgrano, in faccia alla trecentesca torre dell’elefante, in faccia al trecentesco… elefante sulla torre. (Spero a giorni di poter riferire con qualche compiutezza di quell’esordio e di quelle prove giornalistiche che ho tutte schedate, datate 1928-1929-1930-1931 e in parte marcate GUF, andate poi a una certa sospensione anticipatrice però di una ripresa che sarebbe stata straordinaria per dimensioni e matura, anzi eccellente, per contenuti negli anni ’50 e successivi).

L’Unione Sarda aveva appena cambiato direzione in quel gennaio 1977 nel quale il proto compose quegli ultimi articoli di terza pagina, gli ultimi di duecento e più passati al giornale perché il vasto pubblico dei lettori entrasse in confidenza con le mille pieghe della storia molte volte centenaria della città capoluogo, né soltanto di questa ma anche di Sassari ed Iglesias, Oristano e la Barbagia… Dopo ventitré anni di servizio, da gennaio 1954 a dicembre 1976, Fabio Maria Crivelli aveva lasciato, con pieno onore, per il benservito notificatogli dall’amministratore delegato della società editrice, l’avv. Giuliano Salvadori del Prato, insoddisfatto-furente per come era stato trattato un suo articolo in difesa delle ragioni della proprietà dei complessi petrolchimici di Assemini (sotto processo per abusi edilizi degli stabilimenti industriali). Proprietà che era la stessa del quotidiano. I giornalisti erano scesi in sciopero parteggiando per il loro direttore, ma questi – da spirito pragmatico quale era – aveva preferito negoziare la sua uscita, proponendo e ottenendo, insieme con uno spazio personale di riflessione e commento da preservare nella terza pagina, la nomina a responsabile del suo vice Gianni Filippini, per contro assorbendo le tensioni e restituendo al giornale un corpo redazionale in piena efficienza.

Filippini, che per tanti anni era stato l’abilissimo curatore della pagina culturale, e così il maggior interlocutore di Alziator in quanto collaboratore del quotidiano, avrebbe certamente continuato ad assicurare quella ospitalità di rango, per la soddisfazione sentimentale e di buon gusto dei lettori. Suo padre, in fondo, era stato collega di Alziator giovane, dell’Alziator che, sia pure rapsodicamente, negli anni ’30 ed anche ’40 la collaborazione al giornale dei Sorcinelli (e del PNF) aveva continuato a fornirla. Quello era il giornale di Luigi Filippini (segretario di amministrazione e commentatore sportivo, scomparso ancora giovane nel 1943) e Giuseppe Pazzaglia, e anche di Gino Anchisi ed Antonio Ballero, di Vitale Cao e naturalmente di Tarquinio Sini sr., la direzione affidata fra Cagliari e Roma a Raffaele Contu… Quello era anche il giornale che aveva figliato la testata settimanale, brillante come una stella in tempi di grigio e assoluto conformismo e rimasta sulla scena dalla fine del 1928 alla primavera del 1931, recante la testata di Il Lunedì dell’Unione.

Di quella ospitalità che sarebbe rimasta la stessa di prima, il nuovo direttore (che il 20 novembre 1976 aveva recensito Sa vitta et sa morte et passione de Sanctu Gavinu Prothu e Januariu di Antonio Cano ripubblicato proprio da Alziator: “Alziator ‘rilegge’ il canto del vescovo”, e – aggiungo – che Alziator avrebbe celebrato in una conferenza agli Amici del libro riprodotta nel secondo volume di I Cagliaritani illustri, uscito ad iniziativa degli Amici del libro nel 1993 ) aveva appunto dato prova in quel mese d’apertura d’anno impaginando due articoli che erano tutto un programma: “Quando la protesta si chiamava ‘reula’”, con occhiello “Un ‘anonimo cagliaritano’ racconta in versi la sua città” e “Una storia scritta con l’acquarello”, con occhiello “L’opera di Simone Manca riproposta da Luigi Piloni e Evandro Putzulu”. Gloria tutta cagliaritana il primo per Aquilino Cannas – innominato secondo le regole del gioco –, gloria in compartecipazione sassarese il secondo, autentica finestra aperta a «costumi e vedute» dell’Isola intera.

Poi il lutto. Un distico redazionale (con qualche perdonabile imprecisione) e un corsivo a firma di Antonio Romagnino. Titolo anodino – “Improvvisa scomparsa di Francesco Alziator” – nella edizione di venerdì 4 febbraio.

L’indomani gli articoli di Tuttoquotidiano – “E’ morto lo storico della città”, con nota di commento di Adriano Vargiu titolato “Una finestra sulla città del sole” – e de La Nuova Sardegna – “Cittadino del sole”, anonimo, in terza pagina, con uno stralcio da La città del sole. Colpevolmente incompreso dall’accademia cagliaritana – questo si sarebbe detto e ripetuto –, ad Alziator, che aveva tenuto a lungo la cattedra di lettere italiane all’istituto Agrario e anche alle Magistrali della sua città, lontano da questa era stato affidato un insegnamento universitario: a Magistero, facoltà di nuova apertura nell’ateneo di Sassari, e in quel tanto aveva anche collaborato, né poco (dal 1968, ma più intensamente fra il 1975 ed il 1976), con il quotidiano di quell’altro capoluogo.

Sassari poi, con i suoi personaggi e i suoi luoghi, sarebbe stata ben presente anche in quel gioiello postumo dal titolo Attraverso i sentieri della memoria. Ed anche a Sassari, non meno che a Cagliari, Alziator avrebbe donato la grazia delle sue trasfigurazioni letterarie che erano poesia pura: «Il Corso è assai più antico di Sassari, più antico di ogni insediamento umano. Il Corso ha l’età del mondo ed ha la sorte della pietra scavata dalle acque che calano a valle. Ma per gli uomini si mutò in uno scosceso salire solo quando cercarono le zone alte per sentirsi più sicuri. Allora quel destino della pietra solcata dalle acque e fatta sempre più scoscesa scavò anche nell’animo degli uomini che, nella loro logica elementare, altro non colsero che quel salire su per pietre scoscese e la chiamarono la Ruga de Cotinas. Cotina è una parola vecchia quanto la lingua sarda e, forse, anche i più: è già usata nei condaghi ed ha il significato estremamente illuminante, in questo caso, di roccia, macigno…».

(Certo meriterebbero, le pagine dal Nostro dedicate a Sassari, ma così anche quelle dedicate a Desulo e alla Barbagia, e ad Oristano e all’Oristanese – Sartiglia a parte, perché una monografia alziatoriana già esiste sulla materia – di essere raccolte, ordinate, riproposte al pubblico. Iglesias l’ha fatto, anni addietro, per merito dell’instancabile prof. Luigi Spanu).

L’uscita dell’ultima sua opera I giorni della laguna proprio quando la sorte volle con lui chiudere i conti, combinò per qualche tempo, a ridosso dell’evento, le recensioni del libro alle pagine di dolore celebrativo. Romagnino, ancora lui, dopo averlo ricordato come «il più agguerrito e fine illustratore della sua città» e come il più «naturalmente “maestro”», sarebbe tornato a trattarne, su L’Unione Sarda, ancora una settimana dopo e poi ancora a maggio, intanto mobilitando per lui l’associazione Italia Nostra di cui era il presidente regionale. Ecco così un «Ricordo di Francesco Alziator, della sua opera, dei suoi rapporti con la cultura sarda e cagliaritana» nell’articolo “Storia parallela di un intellettuale e una città”, uscito il 17 febbraio, e la recensione dell’ultimo libro sulla «realtà e la storia di Cagliari»: “I giorni della laguna”, uscito il 6 maggio.

Ancora Romagnino avrebbe prefato, con uno scritto che è un saggio di livello esso stesso, la raccolta postuma, data alle stampe dal Rotary club cagliaritano, dal titolo celeberrimo di L’Elefante sulla Torre. Ma, aggiungerei, qui riferendo soltanto degli articoli apparsi su L’Unione Sarda – non nei libri perciò (dove c’è tanto, tanto Alziator!) – altri titoli, segno evidente di un idem sentire del… giovane castellano classe 1917 con il più anziano, pure lui per tutta l’infanzia cittadino residente nella Ruga Deretta della cittadella rimasta fortificata: “Un sepolcro di pietra per le antiche colline” (11 febbraio 1979, per l’uscita di L’Elefante sulla Torre), “Il ritorno di Alziator” (12 giugno 1982, per l’uscita della ristampa anastatica dello stesso volume) , “Francesco Alziator, l’occhio creativo” (1° febbraio 1987, nel decennale della morte:  in quella data anche La Nuova dedicò una pagina speciale), “Quello scrittore nascosto. Inedito ritratto di Francesco Alziator” e “Francesco Alziator, un poeta da scoprire” (rispettivamente 16 febbraio 1990 e 12 marzo 1997, nel quadro delle attività degli Amici del libro), “Francesco Alziator e il gioco dell’oblio” (27 ottobre 1997), “A spasso in città. Le lunghe passeggiate cagliaritane di Francesco Alziator, instancabile curioso di vizi e virtù” (4 dicembre 1998, sul progetto del parco letterario da dedicare a un «Sociologo, antropologo, cultore delle tradizioni popolari» che però fu soprattutto «scrittore raffinato e attento: questo era l’autore della Città del Sole, capace di trasformare una passeggiata in un’opera di letteratura, oltre che in un atto d’amore»). E includerei nella rassegna anche la bellissima rievocazione, a dieci anni dalla morte, pubblicata sull’Almanacco di Cagliari 1987: “Alziator, l’uomo”.

Ho detto di Italia Nostra. Dal suo direttivo era andato immediato al sindaco Salvatore Ferrara l’invito a includere al più presto il nome di Francesco Alziator nella toponomastica cagliaritana. Ciò sarebbe avvenuto, in verità, molto dopo quella richiesta, mentre più sollecita, ed encomiabile, fu l’iniziativa assunta a Mulinu Becciu (e in cui ebbi qualche parte pur in retrovia) per la intitolazione a lui della scuola media del quartiere, oggi fusa (se so bene), in quanto corpo amministrativo-didattico, con la storica media Manno di via del Collegio, alla Marina.

In quello stesso febbraio 1977, il 25 per l’esattezza, una pagina monografica era stata dedicata allo studioso e alla sua ultima fatica da La Nuova Sardegna: centrale l’articolo di Enzo Espa, curatore anche di una bella, ancorché lacunosa, scheda bibliografica. Titolo: “Una lunga, costante, illuminata opera di ricerca ed amore”. A Massimo Pittau l’onere di raccontare Alziator uomo e studioso – “Cultura come umanità” – ed a corredo della pagina un estratto da I giorni della laguna, evocativo della battaglia di Lucosterna del 1324, vittoriosa per gli aragonesi e perdente per i pisani di presidio a Cagliari.

Un bis, ancora di Pittau e ancora circa I giorni della laguna, tornava su La Nuova il 18 settembre dello stesso anno: “L’ultima immagine prima della fine”. E poi Nicola Valle, naturalmente, cofondatore con Alziator dell’associazione Amici del libro, in quel di Isili, nel 1944. Valle aveva dedicato subito un lungo articolo – ripreso da L’Unione Sarda il 25 febbraio – sul numero doppio 1-2 (gennaio-febbraio), naturalmente monografico, de Il Convegno: “Ritratto di uno scrittore vivo”.

E sui periodici, dunque. Come un dovere compiuto perché profondamente sentito, scrissero Giuseppe Della Maria nel Nuovo Bollettino Bibliografico Sardo, al quale Alziator aveva offerto una quarantina di contributi distribuiti nell’arco di un ventennio; Antonio Cossu ne La Grotta della Vipera, nel cui primo numero era apparso, del professore, un contributo dal titolo “Tradizione, cultura popolare e storia”; Francesco Masala ne Il Cagliaritano, quasi a rinverdire anche un rapporto personale segnato dalle pubbliche recensioni che i due mutuamente si erano donati nel lungo periodo. (E a proposito di Masala, meriterebbe almeno un cenno la polemica che, nel 1986, lo oppose a Enrica Delitala circa le ragioni della esclusione di Alziator da parte dell’accademia. Il riferimento puramente allusivo sarebbe stato alla persona di Alberto Cirese, titolare della cattedra a Cagliari dal 1957: Cirese «italiota» attaccato da Masala, difeso dalla Delitala).

I funerali si erano svolti nella chiesa del Carmine, parrocchia gemmata nel 1968 da quella antica stampacina di Sant’Anna ed impreziosita dalle tele pittoriche recuperate dalla chiesa cinquecentesca abbattuta dai bombardamenti bellici e, con esse, dai bellissimi mosaici di Aligi Sassu. Immediata anche la commemorazione pronunciata in Consiglio comunale dal sindaco Ferrara, che riprendeva l’originalità degli studi etnografici compiuti dallo scomparso il quale aveva allora goduto della guida impareggiabile di Paolo Toschi, ordinario alla Sapienza e prefatore del suo Folclore sardo, datato 1957, ripetutamente presente anche negli scritti del Nostro: «La grande virtù di Alziator – ecco le parole di Ferrara – è di essersi occupato rigorosamente e scientificamente della cultura popolare e di essere riuscito a rendere in forma facile ed accessibile i risultati di questi suoi studi severi. Era dunque uno studioso, ma anche uno scrittore, dallo splendido stile, dalle immagini vivaci e dalla lingua sempre colorita. Nella sua lingua si trasferiva la vivacità dei dialetti, e in particolare del dialetto cagliaritano che egli conosceva e parlava correttamente».

Romagnino: «Fu naturalmente maestro»

Delle numerose testimonianze umane e, ad un tempo, intellettuali rese da Antonio Romagnino alla memoria del grande amico ho scelto quella prima che egli rese giusto all’indomani della morte, nel pieno anche della emozione personale per tanta perdita. Perché sempre, come si dice, in ogni biografia c’è un tanto di autobiografia… E io credo che, pur con una sua cifra assolutamente originale e personale, Romagnino sia stato l’erede più nobile e degno di Francesco Alziator, al cui patrimonio ideale ed intellettuale aveva aggiunto, perché nelle sue corde e perché ritenuto necessario sviluppo delle premesse, l’impegno civile e politico lato sensu, nell’associazionismo e di fianco alle istituzioni, fino a meritare, come già Giovanni Lilliu e come già, sia pure post mortem, lo stesso Alziator, il titolo di Defensor Karalis.

Ho accennato più sopra a un idem sentire fra Alziator e Romagnino, fra Romagnino e Alziator. E in quel segreto comune sentire io credo vi fosse il sentimento religioso, un sentimento perfino ardente, chiuso in un robusto bozzolo di disincanto laico: un disincanto, s’intende, privo di dogmatismi contrari, di certezze altre, ma semmai aperto sempre a più vasti orizzonti suscettivi di essere inverati, materializzati dalla esperienza. Romagnino, in uno slancio piuttosto raro del racconto di se stesso, vi fa riferimento ricollegandolo alla sua vicenda di prigionia in America fra il 1943 ed il 1945, e poi con riferimento ai maestri profetici che furono don Milani, padre Turoldo e padre Balducci, ai quali associa, in una compagnia pedagogica assolutamente straordinaria, nientemeno che Pier Paolo Pasolini. Alziator ne scrive nelle meravigliose pagine dedicate a fra Nicola da Gesturi e all’entrata prodigiosa di questi nel tormento della sua anima, per rischiararla in quei giorni che erano ancora di guerra e devastazioni: «Caro ed indimenticato Alziator – scrive Romagnino nel 1982 –, la sua penna non era solo capace di pagine scintillanti e gaie, di excursus di erudizione pieni eppure leggeri, di ricerche profonde che si spolveravano di ogni pedanteria, ma anche di squarci di religiosità e di fervida fede, come sanno aprirsi brucianti nei cuori dei laici, anch’essi premiati di visioni e di illuminazioni».

Ecco dunque quanto scrive Antonio Romagnino appena qualche ora dopo esser stato raggiunto dalla notizia della morte dell’autore delle più belle pagine novecentesche dedicate all’anima profonda di Cagliari e della Sardegna: «Non crediamo di sbagliarci dicendo che pochi cagliaritani non conoscevano Francesco Alziator e non avevano mai sentito il suo nome. Eppure egli apparteneva a quella categoria di uomini in cui è più difficile che una collettività si riconosca. Ad Alziator era riuscito invece senza venir mai meno al suo impegno di intellettuale di guadagnarsi una vasta affettuosa popolarità. E non solo tra i vecchi cagliaritani, tra i quali egli non nascondeva con una punta di orgoglio di collocarsi per l’antichità del suo nome e della sua famiglia, ma anche fra i nuovi, i più recenti inurbati, che hanno cominciato a popolare la città con ritmo crescente appena dopo la fine della guerra. Anch’essi avevano capito che la città che li accoglieva e che incominciavano ad amare era, nei suoi valori più autentici e più profondi, la Cagliari che Francesco Alziator aveva illustrato e celebrato in tante sue pagine, esplorato in ogni suo angolo più riposto.

«Quando si era cominciato a ricostruirla, pietra su pietra, dopo le devastazioni dell’offesa aerea, una guida sicura perché il nuovo, cui costringeva una furiosa fame di case diverse, non distruggesse l’antico e cioè l’anima della città, furono appunto i libri di Alziator. Di costume, di curiosità, di usanze, di storia, di cronache; attraverso di essi la città per chi vi era nato e l’aveva lasciata partendo per la guerra o per lo sfollamento riacquistava il volto di sempre; attraverso di essi i sardi e i continentali, che si facevano cagliaritani nel capoluogo dell’isola autonoma, conquistavano la consapevolezza di partecipare in un qualche modo ad un’antica civiltà, apparentemente mutevole e inconsistente per la sua vocazione mercantile, eppure invece ricca di vivaci sedimentazioni proprio come Alziator andò scoprendo e indicando nella sua operosa esistenza.

«Nel momento in cui l’amicizia si accora sulla notizia tristissima volata per la città, che egli aveva percorso tante volte da innamorato delle sue forme storiche, artistiche, naturali, non c’è la possibilità di un meditato giudizio sulla sua opera che non può non essere rinviato.

«E però due sentimenti non possono essere taciuti. Uno di rimpianto orgoglioso: che Cagliari aveva in Francesco Alziator il più agguerrito e fine illustratore della sua identità; che egli è stato per la sua città quello che Enrico Costa è stato per Sassari nel secolo scorso. Uno di amarezza: che un uomo così colto e così naturalmente “maestro” abbia conosciuto tante difficoltà ed abbia urtato contro l’opposizione di un mondo accademico sordo, che solo in questi ultimissimi tempi, riparando parzialmente ad una inaccettabile ingiustizia, gli aveva aperto le sue dure porte.

«Una volta Francesco Alziator chiamò Cagliari con nobilissimo titolo campanelliano “la città del sole”. Oggi una nebbia leggera, che si stende da Molentargius a Santa Gilla, offusca il suo cielo, che Cuccuccio tanto amò».

Il ricordo di Nicola Valle e degli Amici del libro

Il fascicolo doppio 1-2 del 1977 di Il Convegno era già in stampa quando giunse l’improvvisa notizia della morte del professor Alziator. Si annunciava per imminente la conferenza-recensione de I giorni della laguna, all’autore commissionato – ma con rispetto pieno ed assoluto della indipendenza della sua ricerca – dal medesimo Consorzio impegnato in quel tempo nei lavori per il completamento del porto-containers del capoluogo, ed a tanto si sarebbe provveduto comunque, associando però, dolorosa eppur necessaria, una commemorazione.

Erano stati numerosi – e già sono tutti schedati – gli interventi oratori di Alziator nell’ambito delle attività degli Amici del libro sia quelli scritti consegnati alla rivista associativa (e della Dante) promossa e diretta, fin dal 1946, da Nicola Valle.

Ecco l’indice del numero speciale alziatoriano, aperto dall’articolo del direttore (quello stesso, già citato, ospitato anche da L’Unione Sarda: “Ritratto di uno scrittore vivo”) portante il seguente distico: «Questo capitolo era già scritto, pronto in tipografia per essere inserito nel presente fascicolo che già si era deciso di pubblicare in occasione della presentazione del libro I giorni della laguna. Non ci sentiamo di cambiare neanche una virgola, e tanto meno di mettere i verbi all’imperfetto: sarebbe una camuffatura, o come un tentativo di alterare i connotati di una istantanea di persona viva (e che preferiamo ricordare così, senza sconfinare nell’iperbole o in quelle deformazioni sempre deprecabili anche se giustificabili, data l’emozione ancora viva per un evento tanto recente): ma soprattutto – e prima di tutto – perché a Lui sarebbe piaciuto così: un omaggio sincero alla cultura ed alla genialità di uno scrittore vivo, più che un necrologio o un articolo di compianto».

Questa dunque la sequenza degli articoli o degli estratti (la penna è, naturalmente, sempre di Francesco Alziator):

“Alcuni capitoli dal volume I giorni della laguna”:

-Presentazione (per il CASIC il presidente Giuseppe Meloni e per la SIACA l’amministratore delegato Loris Cattani)

-I giorni della laguna

-Panorama della laguna. Vestigia fenicie e puniche

-Assemini bizantina. Testimonianze epigrafiche romane

-Le iscrizioni cufiche studiate da Michele Amari

-La Donnicalia. La zona di Uta

-Il centro vittorino di Santa Caterina

-La battaglia di Lucocisterna

-Pesca di altri tempi

-Il gremio dei pescatori di S. Piero e i suoi statuti

-La Sardegna dopo il trattato di Londra

-Note

“Pagine di Francesco Alziator” (si tratta di capitoli già apparsi su L’Unione Sarda):

-Sulle sponde dello stagno di Santa Gilla

-Città del sole, incantesimo di pietra

-Calamosca scoperta da Lawrence

-Sant’Elia: un quartiere nuovo con molta storia alle spalle

-I pittori e la città

L’associazione avrebbe onorato il nome e l’esperienza umana ed intellettuale di Francesco Alziator il 26 maggio, cogliendo lo spunto dalla presentazione del volume I giorni della laguna, il 26 febbraio 1977. Oratori Giuseppe Meloni, Mariolina Maxia, Nicola Valle, Giancarlo Sorgia e Paolo De Magistris.

Mi parrebbe giusto, in conclusione, come a ricreare virtualmente, ma direi meglio virtuosamente, la famiglia ideale e civica cresciuta, nella Cagliari del secondo Novecento, con Francesco Alziator e Nicola Valle (oltreché con Antonio Romagnino) riprendere alcune righe che proprio il professor Valle dedicò ad Alziator nel suo Ritratti letterari, una preziosa opera di inquadramenti biografici uscita nel 1978 per le edizioni 3T. Il pezzo, va precisato, è quello stesso, sopra richiamato, uscito su L’Unione Sarda e su Il Convegno, ma integrato, nella parte centrale, di ben cinque corposi periodi, che quasi ne raddoppiano l’estensione:

«Ecco un uomo che ha le carte in regola; il quale, compiuti gli studi universitari a Cagliari, si è laureato in Lettere, e poi, quasi a volersi subito distinguere in mezzo alla folla dei laureati (troppi anche allora) si è addottorato in Scienze politiche, pur sapendo che non avrebbe mai messo piede in un Ministero, né avrebbe mai cercato un impiego, di nessun genere. Continuò invece a studiare così, per vocazione, perché lo studio è il suo miele, il pane per i suoi denti, il cibo che solum è mio, come direbbe messer Niccolò; il resto, per lui viene dopo. Infatti relativamente tardi si è deciso a scrivere sul serio, a risistemarsi come insegnante, a conseguire la libera docenza, a fare l’assistente alla cattedra universitaria di Letteratura italiana (prima con Giuseppe Citanna, poi con Carlo Grahber) e successivamente a fare l’incaricato di Filologia romanza. Più tardi si è dedicato alla Storia delle tradizioni popolari, ed ora è titolare di tale disciplina nell’Università di Sassari.

«Tutto ciò potrebbe interessare poco se non fosse di per sé indicativo di quella forma mentis, appunto; di un’ansia sconfinata di conoscenza e di esperienze. Ma non è tutto. Parla quattro lingue straniere come Mendelssohn, ama i cani e i cavalli come l’Alfieri, viaggia volentieri e spesso come Goethe, è sensibile amatore d’arte come d’Annunzio, buon giudice di cose musicali come Heine, appassionato cultore di discipline scientifiche come Pio XI.

«Anche tutto questo potrebbe avere scarsa importanza se non si dovesse precisare che non è il suo un dilettantistico spilluzzicare un po’ qua un po’ là, come fanno i pretensiosi o gl’inappetenti. No, lui digerisce bene ed assimila in modo sorprendente: provatevi, per convincervene, a sparargli a bruciapelo un quesito di linguistica, di storia, di estetica, di letteratura straniera […].

«Bisogna anche aggiungere che il peso dell’erudizione, che spesso crea una specie di isolamento inevitabile, in lui non è riuscito a soffocare l’estro, il gusto, la vivacità; né la comunicativa, la facondia, ed all’occorrenza la nota brillante. Che sono in definitiva le qualità che fanno il buon giornalista e lo scrittore. Inutile quindi stupirsi e gridar all’incongruenza, all’incoerenza, all’inconstanza, alle inversioni di marcia, alle deviazioni, alle dispersioni, alla doppia faccia della sua personalità di studioso e di artista; inutile stupirsi se noteremo che in certi momenti la materia intellettuale più rigorosa e spiegata e la artigianale fatica della ricerca erudita lo distolgono dai fioriti sentieri dove – tra brividi ed emozioni più schiette e nella iridescenza e fosforescenza delle sensazioni – trova miglior ristoro la mente e lo spirito. Tutto in lui si concilia sotto la maschera di una calma apparente.

«Così, se qualcuno pensasse di insinuare sospetti di volubilità e di conformismo, potrebbe sentirsi rispondere che si tratta piuttosto di duttilità, versatilità, esuberanza, aggiornamento, adeguamento: quindi di realismo. Perché se da una parte egli sa accogliere in sé le vibrazioni della buona musica o le emozioni della vera poesia, d’altra parte  parte e con la stessa intensità e lucidità gli riesce di capire e giustificare le diavolerie degli scalmanati e persino degli incapaci, magari come per un assunto filantropico, altruistico, umanitario, doveroso; una manifestazione delle sue possibilità di apertura e del suo ottimismo, o del suo amor vitae, un atteggiarsi della sua insaziabile volontà di comprendere e di approfondire. Insomma, del suo impegno culturale […].

«Il vero debutto di Francesco Alziator potrebbe essere considerato il suo ponderoso volume intitolato Storia della letteratura di Sardegna (1954) di oltre cinquecento pagine; ma che forse sarebbe stato meglio intitolare Letteratura di Sardegna, per evitare il disappunto di quanti, eventualmente, avrebbero preteso o creduto di trovarvi un’aggiornata e rifatta Storia in piena regola; lavoro che nessuno aveva più ritentato, dopo quella di Giovanni Siotto Pintor (1843-1844) in quattro prolissi volumi, che Francesco Alziator bene ha giudicato puntualizzandone i limiti, i pregi e i difetti. In questa nuova opera è chiaro qua e là il proposito revisionistico e, in più punti, polemico: altrove sembra che un certo distacco, quasi una vaga svogliatezza, abbia prevalso. Proprio com’era inevitabile, in chi – come l’Alziator – non intenda redigere un manuale, ma soltanto soffermarsi a considerare il buono e il men buono, indugiando volentieri su quello e tirando via inesorabilmente su questo.

«Si spiega così l’abbondanza e l’efficacia, e soprattutto l’utilità, di certe parti trattate con mano ed occhio sicuro di giudice esperto ed attento: e basterebbe citare qualche argomento, come quello riguardante lo storico Manno, o le pagine su Vincenzo Sulis, o il capitolo sulla Deledda. Mentre un’occasione mancata potrebbero definirsi, per esempio, le poche osservazioni e notizie su Sebastiano Satta: autore discusso e discutibile, ora troppo lodato, ora troppo poco, quando non addirittura ingiustamente ignorato».

(Certo colpisce, sul punto, una tale osservazione: anche perché Sebastiano Satta era stato, degli autori sardi, quello che maggiormente e precocemente aveva abbagliato il giovanissimo Alziator, al tempo ginnasiale dettorino. Ne aveva scritto nel suo diario, a fine 1924, nei giorni in cui anche Cagliari, con Nuoro e Sassari, celebrava il decennale della morte del poeta e gli intitolava una strada nella zona di espansione fra Villanova e San Benedetto (già via degli Orti), nonché la scuola eretta alle spalle del municipio, fra la piazza del Carmine e quella via Angioy destinata ad essere, nel secondo dopoguerra, quella della sua residenza e del suo studio).

Continua Valle: «Improvvisamente (stavo per dire bruscamente) un bel giorno Francesco Alziator ha dirottato verso la Storia delle tradizioni popolari, incoraggiato e sostenuto da Paolo Toschi che deve aver contribuito non poco a determinare la nuova scelta, distogliendolo dagli studi di Storia della letteratura, per cui aveva dimostrato innegabile vocazione».

E qui la sequenza dei nuovi titoli, a partire da Il folklore sardo (1957), per passare a Picaro e folklore (1959), a La città del sole (1963) «opera fra le migliori esistenti del genere, di cui ha fatto prezioso omaggio alla sua Cagliari, alle di lei tradizioni popolari; dove tutto è guardato con l’interesse dello storico, col rigore dello scienziato, ma anche con la benevolenza e la simpatia dell’artista e del sentimentale».

E poi l’archeologia, le curiosità, l’attualità, i viaggi, il teatro, la varietà, le arti figurative…

«La sua vasta memoria è cera nel ricevere, marmo nel ritenere»

Conclusione. Si consideri che l’articolo di Valle è scritto alcuni giorni dopo la morte di Alziator, prima dunque della uscita de L’Elefante sulla Torre che è una raccolta ordinata di scritti sulla città capitale della Sardegna, e, ancor più, di Attraverso i sentieri della memoria che è una raccolta anch’essa ordinata di scritti riguardanti per il più l’infanzia ed adolescenza o prima giovinezza del Nostro e le sue relazioni umane e d’ambiente, con ampie gustose spalmature di vissuti domestici sì, ma anche delle scolaresche e dei graduati dell’esercito regio, delle frequentazioni in entrata ed uscita dai quartieri ancora identitari, fra la cattedrale o il Buoncammino e la via Roma, la darsena e il porto… Potrebbe ben dirsi, dunque, che l’auspicio formulato dal presidente degli Amici del libro fu indovinata provocazione e già caparra di titoli felicissimi dell’editoria sarda di pochi decenni fa.

«Mi piacerebbe dire almeno di un suo libro da farsi, un libro dedicato a Cagliari, un libro proposto ed atteso, probabile ed auspicabile, anzi già scritto: potrei infatti, di esso, fin da ora indicare i temi e persino i titoli dei capitoli. Qualche lettore avrà forse capito che alludo ai molti articoli scritti da Alziator sulla nostra città, senza pensare a farne un libro, ma che meritano di diventarlo: Cagliari potrebbe avere in tal caso il privilegio di un’opera degna di stare alla pari – tanto per fare qualche citazione – con la Guida sentimentale di Torino, di Mario Gromo, o con la Guida sentimentale di Venezia, di Diego Valeri, o con Vecchia Milano, di Marco Ramperti, o con Ama Firenze, di Piero Bargellini Se ne accenna qui, perché il suo ultimo libro di cui già molto si è parlato – I giorni della Laguna – appare proprio come un felice incontro delle caratteristiche dell’autore, pur così diverse e talvolta persino contraddittorie, e reca un considerevole contributo alla storia, riuscendo, al tempo stesso, ad avvincere il comune lettore, rendendo suggestiva ed interessante la materia ai non specialisti; ed ottenendo consensi dagli accademici professionali, come pochi in verità avrebbero saputo fare.

«Pubblicando alcuni brani di questi capitoli si potrebbe qui dunque offrire la degustazione di due primizie: de I giorni della Laguna e del libro da farsi, entrambe stimolanti e prestigiose. Meno rischioso sarebbe seguire lo strano suggerimento di Giuseppe Prezzolini, che in un recente articolo ha proposto che bisognerebbe abituare gli italiani a scriver sempre aforismi invece che articoli, perché la carta costa troppo cara… Per le biografie non si potrebbe, analogamente, limitarsi ad una definizione, anzi addirittura a un semplice motto? Per Alziator, caso mai, andrebbe bene questo (e credo che lui potrebbe accettarlo di buon grado anche perché scritto da una donna intelligentissima, e per di più bellissima: Isabella Teotochi Albrizzi, che è stata l’amante nientemeno che del dannnziano poeta a Ugo Foscolo, al quale infatti si riferisce): La sua vasta memoria è cera nel ricevere, marmo nel ritenere».

 

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