«II Psi ha tenuto unita l’Italia, prima di diventare un tram chiamato desiderio», di Francesco Battistini

«All’inizio abbiamo fatto da ponte in un Paese profondamente diviso,territorialmente, economicamente e socialmente». Poi, a metà degli anni 60, è cominciato lo “snaturamento”. Da SETTE,  settimanale de Il Correre della sera, numeri 32, 33, 34.

 

 

Che fame, compagni. Sul tor­pedone fa un caldo cane. E il viaggio dalle Puglie al congresso di Roma è ancora lungo: due giorni di buche nell’asfalto, di soste pipì per osterie senza cibo, semiassi scassati nella polvere del 1945, strade deva­state dagli ultimi mesi di guerra. II pullman avanza più lento del Quarto Stato di Pelliz­za da Volpedo. Sfranti, i giovani socialisti rumoreggiano dai sedili in fondo: «Abbia­mo fame!», invocano spazientiti: «Chi ha portato da mangiare?». Nelle file davanti il delegato di Bari, Salvatore Formica detto

Rino, 18 anni, futuro cassiere del Psi, tiene ben strette le borse del partito: ha convinto la madre d’un ricco iscritto a preparare un po’ di polli imbottiti con l’uvetta e le rigaglie, ma a sua volta s’è accorto che la strada fino al Planetario è tanta ed è meglio conservare le scorte un altro po’. «Rino, caccia i polli!», gli gridano da dietro. «Aspettate, aspettate, che poi non abbiamo più niente da mangiare!», li placa Formica che con quel nome, scriverà un giorno Il Mondo raccontando l’episodio, è già predestinato a non essere una cicala. In­somma: i polli rimangono nelle sporte fino a Roma. E quando Rino il temporeggiatore  si decide finalmente a spartirli, lì si capisce che deve ancora venire la stagione della po­litica pane&companatico: le farciture sono marcite per la canicola, la carne è diventata immangiabile. E fin d’allora, nota maligno qualcuno, nella testa dei giovani socialisti e pure di Formica rimane impressa la lezione: va bene il sol dell’awenire, passino le magni­fiche sorti e progressive, ma perché prender­si domani quel che puoi avere già oggi?

Le verità sgradevoli. Do you remember Revolution? Nella storia prima felice, poi dolentissima e funesta del più antico par­tito italiano (1892-1992) e di quel prototipo di massa che nacque sul mare di Genova e defunse sulle spiagge di Hammamet – i cent’anni di Treves e del Midas, Matteotti e Mussolini, frontismo e sfrontatezza, rose e garofani, riformismo e massimalismo, cm e P2, antifascismo e anticomunismo, falce e Martelli, centrosinistra e socialdemocra­zia, marxismo e craxismo, Milano da bere e viaggi in Cina, via del Corso e Terza via, presi­denti partigiani e cimeli garibaldini, euroso­cialismo e Sigonella, fatti d’Ungheria e Patti lateranensi, e aggiungeteci i moti operai e l’occupazione Rai, Mario Chiesa e i mariuoli, lo Statuto dei lavoratori e le partecipazioni statali, gli scaloni di Panseca e la scala mo­bile, Ghino di Tacco e Barbapapà Scalfari, Palazzo Barberini e l’hotel Raphael, nonno Lenin e zio Proudhon – in tutto quel che fu il Psi, in fondo, i polli di Rino ormai marciti sono solo la tappa lontana d’una lunghissi­ma marcia nel secolo breve. Diceva Nenni che il socialismo è stato portare avanti tutti quelli che erano dietro, un po’ come sulla corriera da Bari a Roma. Ironizzava Churchill che i socialisti somigliano a Cristoforo Co­lombo (mica per niente genovese): partono senza sapere dove vanno, arrivano senza sa­pere dove stanno, e tutto coi soldi degli altri. Sono passati venticinque anni dall’inizio della fine, il Psi è stato polverizzato dalle inchieste peggio che dalle bombe del ’45 e il quasi novantenne Formica, che Forattini disegnava a mo’ di Rino-ceronte (<<quella vi­gnetta ce l’ho ancora, me la regalò il direttore dell’Espresso, Valentini»), è un vecchio zio socialista in una scicchissima polo blu con la memoria d’elefante, a suo agio nella cristal­leria della storia. Dallo studio a due passi dal Quirinale, senza più gli occhialoni pesanti d’un tempo, ma con la erre arrotata e ancora tagliente, palleggia fra le mani una sfera d’a­labastro e non rinnega affatto, anzi rivendica: «Come nessun altro», disse e forse ridirebbe Giampaolo Pansa, <<Formica ci provoca con le sue verità sgradevoli».

 

Il partito più antico. È presto per reinven­tare la storia? E fa ancora ridere il famoso titolo del Cuore di Michele Serra, «scatta l’ora legale, panico tra i socialisti»? Non è semmai giunta l’ora, in questo presente che

sembra figlio di nessuno, di ricollocare il Psi in quel “passato migliore” e solare che un filosofo come Zygmunt Bauman considera il rimpianto delle nostre società politiche senza prospettive? «Non m’interessano le ri­visitazioni addolorate: solo l’infelice privo di speranze si rifugia nella nostalgia. Però, dico sì: scarnendo questo quarto di secolo senza socialisti, ho cercato di capire le difficoltà di oggi. Bisogna comprendere bene che cos’è successo dalla Seconda guerra mondiale … ». La prende larga, Formica: «Ma è inevitabile! Dopo il ’45, si trattò di dare un indirizzo al mondo. l vincitori s’accorsero che la loro alle­anza era già superata: nacque allora la diver­sità fra socialismo reale e libertà occidentali. Ouesta divaricazione fra alleati, così rapida che ci si vergognava un po’ a dichiararla, era la Guerra fredda. Che per quarant’anni non s’è saputo come concludere. E che per noi si concluse nella nostra estinzione». Va bene, ma il Psi? «Non si può stare in contemplazio­ne di ieri. Ma non si può neanche negare che l’ìerì condiziona la possibilità d’edificare il futuro. Non c’è cosa peggiore in politica che vivere alla giornata. La vera crisi, dalla fine della Guerra fredda, è che tutto il mondo vive alla giornata. È passata la più stolta delle ide­ologie: carpe diem. Fregarsene della genera­zione che arriverà. Invece in un Paese pro­fondamente, eternamente, territorialmente, socialmente, economicamente spaccato, troppo lungo per essere coeso e con dialetti che sono lingue diverse, il socialismo era un elemento di sutura. Di saldezza Perché con­ciliava diritti civili, politici, sociali e faceva da ponte. Era popolarista, dava coscienza a un popolo: l’opposto del populista, che invece considera il proletariato una plebe e ne sol­letica le pulsioni plebee. il Psi è stato il primo partito nazionale dell’Unità d’Italia. Quando nasce, è uguale a Lecco e a Caltanissetta: il primo con un’unica politica nazionale. Solo la Chiesa, e solo nel 1943, sarebbe riuscita a fare un altro partito nazionale: la Dc … ».

 

Tartetti puzzolenti. II 1943 è l’anno in cui pure il giovane Formica, prima aspirante in­gegnere e poi futuro commercialista, figlio d’un ferroviere socialista, prende in anticipo la maturità scientifica per discutere d’an­tifascismo con Ernesto De Martino e con lo scopritore d’Aldo Moro, don Minguzzi. Iscrivendosi poi al Psiup di Nennì-Pertini­-Saragat, sezione via Andrea da Bari (per «fare campagna elettorale nei paesini pugliesi su carretti puzzolenti della nettezza urbana, tra la gente che mormorava: quello è un socia­lista, una persona dabbene … »), preparan­dosi a sperimentare un po’ tutte le correnti della disunione socialista. Nenni stava con Togliatti? Togliatti era per StaIin? Chi era gio­vane e socialista, come Rino, aveva il destino di vagare per una decina d’anni: la scissione socialdemocratica di Palazzo Barberini nel ’47 che porta al Psdi di Saragat, arcinemico del togliattismo nenniano; l’uscita di sicu­rezza nel Psu d’Ignazio Silone (<<Silone ci diceva: attenti, il momento tragico in questo Paese sarà quando gli ex comunisti saranno più dei comunisti … »); il Movimento dei la­voratori di Cucchi e degli ex partigiani rossi che osano criticare il Migliore; il Movimento d’unità proletaria di Lelio Basso … Formica esplora, se ne va, ritorna. «Mì formai all’idea del “noi”, d’una missione che deve sempre

evitare l’ “io” e quella degenerazione perso­nalistica della politica, oggi così diffusa». Di quell’epoca appassionata, per dire, conserva ancora lo spartito dell’ “Inno della Rinascita” che nel ’44 un amico pittore, Franco Miele, gli scrive per i Giovani socialisti: «Guardì qui la locandina, lire 16, dedica a Matteotti:

“Dalla mente, del cuore gli eroi / evocando d’un martire il nome / ai notturni sussurri del vento / canteranno in poetico coro: pa­tria, patria, tra fiotti di sangue … “, Sa che una sera incontrai Francesco De Gregori, a casa di Bobo Craxi, e gli chiesi se gli andava di cantarcelo?”. Alquanto improbabile … «In­fatti non lo cantò mai. Va beh, poveretto, non potevo pretendere … Ma io ho sempre rite­nuto che bisognasse ridare un nuovo slancio di passione. Cera la paura che il Psi perdesse l’amore per la prospettiva, fino a farsi male».

 

Puri & Impuri. D’un certo tafazzismo della sinistra, i socialisti sono stati i precursori: pur essendo il partito progressista egemone, nel ’48 si presentano alle elezioni col Fron­te popolare dei comunisti, e le perdono. Per anni combatteranno sotto l’ombrello del Pd, che sia la legge truffa o il governo Tambro­ni, e solo l’invasione sovietica dell’Ungheria, 1956, li interrogherà sul destino: allontanan­doli piano piano dalla galassia rossa, spin­gendoli all’astensione sui governi Fanfani e Leone e nellg63 – habemus centrosinistra! _ portandoli al governo Moro. «Per noi, era sempre più difficile trovare interlocutori nel Pci, l pochi erano Napolitano o Macalu­so. I comunisti della covata cresciuta dopo Togliatti rivendicavano la loro diversità nei confronti soprattutto dei socialisti: per loro, noi eravamo il ventre molle della tutela degli interessi della classe operaia». Gl’impuri … <<È una costante della sinistra italiana, questa corsa alla purezza». Insegnava Nenni che, a fare il più puro, troverai sempre uno più puro che ti epura. E che invece, fare politica, signi­fica trovare un punto d’equilibrio tra il reale e l’ideale: «Nel centrosinistra degli anni 60, per esempio, il Psi porta avanti la program­mazione economica e la tutela dei diritti dei lavoratori. Ma i comunisti si mettono sem­pre di traverso. Sullo Statuto dei lavoratori, che nascerà negli anni 70, addirittura non votano. Si astengono. E sa perché? Perché li irrita moltissimo quest’operazione a guida socialista, conclusa dal dc Donat Cattin ma iniziata con un nostro ministro del Lavoro, Brodolini, e scritta da Gino Giugni. Scoprono che non siamo affatto il ventre molle: siamo la punta di lancia».

L’eresia nella chiesa rossa non è facile e gli scontri, pur nel garbato linguaggio dell’epo­ca, sono duri (<<Tu mi metti in imbarazzo!», urla una volta un comunista a Formica in commissione parlamentare: <<E allora», è la replica, «tu vai dove, dall’imbarazzo, ci si toglie!…»). <<L’atteggiamento del Pci verso il Psi al governo è sempre stata: se è un prov­vedimento sociale, noi prima lo portiamo in piazza … Hanno fatto così anche se stavamo dalla stessa parte: nel 1978, quando c’è l’unità nazionale e viene votata la riforma sanitaria del governo Andreotti, Pertini daI Q1.1irinale non la respinge, perché è una legge sociale lungamente attesa, ma osserva che non c’è la copertura finanziaria. Una mossa corag­giosa. E come gli risponde Andreotti? “Sì, va beh, però, ma insomma, dobbiamo farla per forza .. “. n motivo è che la Dc e l’Italia devono pagare l’ennesimo prezzo all’unità nazionale e ai comunisti». Nell’era del centrosinistra, però, il rischio è anche di farsi schiacciare dalla Balena bianca: «n mondo cattolico ave­va questa grande capacità d’essere costante­mente bifronte: uno sguardo di qua e uno di là. Fin dall’inizio degli anni 60, Moro riteneva che l’espansione a sinistra non s’esaurisse coi socialisti e fosse irreversibile. Fanfani, An­dreotti, gran parte dei dorotei pensavano che l’alleanza fosse invece provvisoria. In mezzo a quel dibattito, stavamo noi».

 

Il basco e la randa. Il giovane Formica nasce trotzkista: favorevole all’ingresso dei rivoluzionari nei grandi partiti riformisti, il cosiddetto entrismo, per poi trasformarli dall’interno (su quel passato maramaldeg­gerà trent’anni dopo, da segretario ammini­strativo del Psì, quando dovrà tagliare i fondi alla rivista Mondo Operaio e ne convocherà il direttore, Paolo Flores d’Arcaìs, conside­rato fuori linea: «Caro Flores», raccontano gli disse, «se tu venivi nel Psì per animare il dibattito dentro “sto cazz” e partito, per cari­tà, porte aperte … Ma se vieni per fare l’entri­sta, Flores, proprio a me vuoi fottere? lo ero trotzkista già nel’ 44!…» ). Di tutti i congressi battagliati, a Formica ne restano nel cuore due: quello al Planetario (1945) e quello di Fi­renze, aprile’ 46, dove il Partito socialista uscì da vent’anni d’attività clandestina. «Eravamo fra la generazione che aveva fatto la lotta al fascismo, in galera o in esilio, e quella nata e cresciuta sotto il fascismo. A Firenze, prima delle elezioni del 2 giugno dove saremmo di­ventati il primo partito, ci fu la vittoria delle nuove generazioni: la prima volta che s’usò il termine Giovani Turchi. L’uccisione d’Euge­nio Colomi e di Bruno Buozzi ci aveva priva­to di due grandi leader, l’atmosfera era tesa. L’ultima notte, quando si constatò che Nenni

non aveva la maggioranza assoluta che aveva sempre avuto durante l’esilio in Francia, io stavo nel sottoscala del Teatro comunale con Eugenio Laricchiuta, il presidente del con­gresso. Laricchiuta chiamò Nenni e gli disse: va bene, chiudiamo il congresso qui … Voleva vedere se Pietro s’era convinto ad accettare una segreteria che non fosse della sua cor­rente. Nenni stava col basco, aveva in mano un’arancia. La rigirava. E disse solo queste parole: “O sono alla testa, o sono alla porta del partito”. Q!1esto per dire che l’incrocio di generazioni era già problematico allora … ».

 

Il re Midas. Formica è uno che dagli anni 60 in avanti ha fatto di tutto – consigliere, assessore, vice sindaco, segretario ammini­strativo, vice segretario politico, deputato, senatore, ministro delle Finanze, del Lavoro, dei Trasporti, del Commercio estero -, per il Psi è stato 17 anni alla gogna di processi da cui è uscito completamente assolto, eppure ha preferito sempre contare più nel partito che nel governo: «Per la nostra generazione, essere nelle istituzioni era solo un momento della vita politica. Potevi aderire a un partito e fottertene di fare il consigliere comunale: continuavi a fare la tua vita. Ti dividevi fra quello che Turati chiamava il programma minimo, la governabilità, e il programma massimo che era una prospettiva storica, un’evasione ribellistica del futuro».ll vecchio dilemma del socialismo: mangiare subito i polli o aspettare … «Oggi, non è più così. Lo snaturamento è avvenuto a metà degli anni 60, quando il partito è diventato un club, un tram che si chiama desiderio: “n tuo desi­derio è fare il ministro? Fallo!”. Da ministro, però, lavori solo per il programma minimo: è al partito che lavori per la prospettiva stori­ca. A me, è sempre interessata questa». Vallo a dire a Renzi e al Pd … <<L’emblema è il suo doppio incarico. Nella storia del centrosinistra, chi ha provato a fare premier e segre­tario insieme, è stato stoppato. Prenda il rovesciamento di Fanfani: i dorotei nacquero proprio contro il suo triplo ruolo di primo ministro, di segretario e di ministro degli Esteri. Q!1esto modello, già discutibile quan­do i partiti erano attraversati da forti conflit­tualità interne, è inconcepibile in partiti a struttura personale. Nel Psì, i congressi non portavano direttamente alla premiership: l’e­lezione del segretario era interna, non aveva dirette ricadute esterne. Era una sintesi che veniva proposta al Paese».

C’è però un segretario che a un certo punto ricade, eccome, sulla vita dell1talia. Fino a immaginarsi di cambiarla Siamo nel 1976 e il Psi è sceso sotto il minimo storico dello per cento. Urge una svolta La stanchezza del vec­chio leader Francesco De Martino è evidente. E le due eterne anime del partito sono alla resa dei conti: insistere nella politica demar­tiniana per un’alternativa di sinistra, assieme al Pci, o trovare un ruolo autonomo? n comi­tato centrale si riunisce d’urgenza all’hotel Midas di Roma. E Giacomo Mancini, l’auto­nomista sostenuto dai giovani Enrico Manca e Claudio Signorile, propone l’elezione d’un quarantenne milanese, già pupillo di Nenni. Sotto sotto, Mancini e gli altri pensano sia un re travicello. Formica, trombato alle elezioni, lo conosce da una vita e sa d’avere una zatte­ra. «Per la prima volta», scriverà Montanelli, «ìl Psi trova un uomo, se non di Stato, alme­no di governo». Comincia l’era Craxì,

1-continua

<<Ai tempi di Craxi si stava così: non con purezza morale,

ma con purezza di sentimenti.

 

BeIli, eh?». Lo stanzone è inondato di sole, le finestre si spalancano sul Golfo. E i canari­ni cinguettano senza pausa. Francesco De Martino li mostra orgoglioso a ogni ospite, gli ricordano le piccole sentinelle che in epoche lontane avvisavano i minatori dell’arrivo del gas. Tanti uccellini, che da una vita tiene così ingabbiati, ignari, probabilmente un po’ incazzati come i socialisti che dirige, senza voti e senza soldi, ormai stremati da quattordici anni di cen­trosinistra con la Dc. È una fresca mattina del gennaio 1976 e nella sua bella casa del Vomero il vecchio segretario d’un Psi che quasi non c’è più riceve il fresco direttore d’un quotidiano che non c’è ancora, Eugenio Scalfari. La prima intervista sulla prima pagina del primo numero di Repubblica, in uscita di lì a qualche giorno. Il  Barbapapà del giornalismo progressista ha deciso di puntare sul barbosetto leader dei socialisti e si va a ruota libera: questo che parla come se recitasse un testo marxista dell’8oo, «io sono un socialista e dunque mi batto per­ché s’instauri una società socialista», quello che ascolta e abbozza. Ne esce un articolo solido, pensoso, che lascia il segno. Con una pecca, però: l’intervistatore e soprat­tutto l’intervistato, altro che grisou, non s’accorgono della minaccia che s’addensa all’orizzonte. E non intuiscono che tempo qualche mese, gnam, sulle gabbiette sta per affacciarsi Gatto Bettino, pronto a papparsi tutti i canarini in un sol boccone: al congresso del Midas, sarà proprio il più debole dei capicorrente ad allearsi coi quadrurnviri Manca-Signorile-De Michelis-Mancini, per far fuori il settantenne De Martino e poi emarginare uno per uno i suoi stessi sodali, fino a ingoiare intero il partito. Devo am­mettere che Craxi l’avevamo sottovalutato tutti, riconoscerà Scalfari dieci anni dopo: «La sua ascesa alla segreteria non ci parve un fatto importante. Non ci accorgemmo che si stava producendo una svolta di fondo nel Psi. Probabilmente, non lo sapeva nean­che Craxi».

Vite parallele

Lo sapesse o no, conta poco. Il Midas fu la prima grande rottamazione della Prima Re­pubblica. «Un’operazione che non era con­tro la persona De Martino», ammorbidisce Rìno Formica. «Semplicemente, si ruppe uno schema. Negli anni ’70, noi avevamo capito che si stava realizzando un nuovo ciclo mondiale. E tutta una sinistra italiana era chiamata a smetterla con lo svoltismo, la mossa tattica, e ad affrontare invece il delle condizioni generali del mondo.  L’Occidente avvertiva l’afflosciarsi del mondo e si preparava non solo a reintrodurre valori del superamento del socialismo reale, ma anche a superare molte conquiste sociali. A inizio anni ’80, in America e in Inghilterra, si stava ripro­ducendo la destra … ». Un buon motivo per pugnalare il leader … «De Martino visse passivamente, garbatamente, educatamente la vicenda Da uomo colto e di sana cultura napoletana, accettò e non resistette. Semmai, ci furono più resistenze dal demartinismo locale». Il Mi­das è anche la resurrezione del cinquanten­ne Rìno, sepolto dai ras pugliesi del partito e rimesso in vita dall’amico: «Avevo cono­sciuto Bettino al congresso di Napoli, lui aveva 25 anni e io 32, poi c’eravamo ritro­vati in Parlamento nel ’68». Vite così paral­lele da sovrapporsi: Craxi e Formica hanno diviso il panino in mille tempeste, avrebbe detto un giorno un direttore della Raidue socialista, Giampaolo Sodano, e Formica è stato così craxiano da anticipare spesso le parole di Craxi. <<TI rispetto per Bettino, io l’ho sempre avuto. L’autonomia di giudizio, anche. Per esempio, quando organizzai un convegno a Siena che lui non condivideva, e dovevamo presentare anche la nostra ri- . vista Labour con Tremonti e Baget Bozzo, non me l’impedì. Però fece in modo di far saltare tutto: due suoi ministri, De Michelis e Caprìa, dissero di no dopo aver aderito … TI nostro rapporto è stato di grande franchez­za, di reciproca stima. In quella politica si stava così: non con purezza morale, ma con purezza di sentimenti». Un cronista parla­mentare di lungo corso, Guido Q!:1aranta, scrisse che Formica sapeva essere molto più duro di Bettino. E Lietta Tornabuoni sospettava che Craxi, più d’ogni altra cosa, temesse proprio il Lucife-RiDo: quando tut­ti sostenevano che il rivale Martelli era il più amato dal Capo, la risposta di Formica s’affidava ad una perfida citazione del Tommaseo, “l’amore spesso dà più di quanto viene chiesto, e quindi non bisogna abusarne…”.

Bettino, Benito

O lo si ama o lo si odia. Chi sostiene Craxi, vede avverarsi il sogno liberallaburista (lib­lab) d’un terzo polo più pragmatico fra Dc e Pci. Chi l’avversa, finirà per anagrammare il quindicennio di Bettino nel ventennio di Benito. Coi commentatori che lo ritraggono in orbace o come Ghino di Tacco, il taglieg­giatore senese di chiunque passasse per la rocca medievale di Radicofani: «la strate­gia», scrivono, «è d’utilizzare una posizio­ne di potere per procacciarsi il consenso, anziché d’aggregare il consenso per con­quistare il potere». Di Craxi non si fidano i repubblicani, inutilmente corteggiati: né La Malfa né Spadolìnì, e meno ancora l’ar­cinemico Visentini, accettano di fondersi in un polo laico. Bettino diventa presto la bestia nera dei comunisti e il primo urto è sul caso Moro: «Partiti assassìnì», è l’accusa a Dc e Pci che rifiutano la trattativa con le Br. Berlinguer diffida di quel giovane leader che, nel simbolo Psi, già pensa di mettere un garofano al posto di falce&martello: «In defìnìtìva», dice Formica, «a noi si pose il problema dell’Urss che s’andava sfasciando. E d’un grande partito come il Pci che perde­va le sue radici e diventava più aggressivo. Diciamocelo francamente: il Pci nasceva dal bisogno che si facesse come in Russia Si ri­teneva la sezione italiana del Pcus … »,

Lo scontro duro è però con andreottiani e demitiani, che annusano il pericolo dell’as­salto socialista al Palazzo, Negli anni ’80, ci si combatte su vari fronti: dall’affare Eni-Pe­tromin al caso Calvi, passando per la Rizzoli e la P2. Dossier, inchieste, veleni. Formica è il ventriloquo delle verità craxiane: An­dreotti “il grande inquinatore”, Piccoli “il serpente”, Goria “il gianduiotto”, De Mita “pensatore delllrpinia, non della Magna Grecia” … Dalla Dc gli rispondono a tono: Formica “il fumettaro” (Piccoli), ”un paz­zo” (De Mita), “piccolo provocatore di pro­vincia” (Cirino Pomicino) … «L’incidente è chiuso», scrisse Montanelli dopo una delle innumerevoli polemiche, «rnagarì si potes­se fare altrettanto con la bocca di Formica». Famoso l’attacco ad Andreatta, ”una coma­re”, e questi che sul Popolo gli dà del “com­mercialista di Bari esperto in fallimenti”: «Con Andreatta avevo buonissimi rapporti, siamo stati in villeggiatura insieme anche dopo questo fatto. Quella storia è stata attri­buita a lui. Ma a casa di Briatico, un dirigen­te Eni, Andreatta mi disse che quel corsivo contro di me era stato chiesto dal direttore Giovanni Galloni a Remigio Cavedon. Lui non ne sapeva niente … ». TI metodo è che Rino strappi e Bettino intervenga poi a rìcu­eire, Una volta, i due riescono a fare saltare

i nervi perfino al mite Sergio Mattarella che definirà Formica un oste da taverna: «Per la verità», commenta oggi l’interessato, «ìo ve­devo Mattarella in Parlamento o al massimo in Consiglio dei ministri. Avevamo solo fre­quentazioni cortesi. Era molto silenzioso. Non parlava mai con nessuno. Non vorrei sembrare offensivo, ma la sua voce l’ho sen­tita solo adesso che è al Quìrinale … »,

Lobby continua

Eletto senatore da solo un mese, Rino­ceronte sa dove caricare a testa bassa. S’in­fila nel violentissimo scandalo dell’Eni che paga le maxi-tangenti agli arabi: «lo alzai solo un velo che copriva cose già scoperte. L’Eni nacque come soggetto economico per esportare non i lavoratori, ma il lavoro italiano nel mondo. Un soggetto di politica estera. I cattolici, non solo Mattei, avevano voluto creare nell’economia internazionale una presenza dello Stato. E l’Eni ha sempre fatto una sua politica. Ancora oggi, l’ha detto lo stesso Renzi, è un grande strumento d’in­telligence … ». Allora si disse che lei andò dal ministro Toni Bisaglia intimandogli di cacciare il presidente socialista Mazzanti, troppo anticraxiano … «Io posi un proble­ma. Non c’era semplicemente una questio­ne legata a una convenienza dell’Eni: c’era una tangente che aveva un ritorno interno e doveva servire per acquisire la stampa in Italia». Un’agenzia che si diceva vicina a lei, l’AdnKronos, rivelò le manovre in Svizzera dell’avvocato piduista Umberto Ortolani per impadronirsi del Corriere della Sera. E lei chiosò: il passaggio di proprietà di via Sol­ferino non è quello d’un calzaturificio … «La guerra per il controllo del Corriere era tutta li. E la P2 non riuscì a fare del tutto l’opera­zione proprio perché l’inchiesta la intralciò e le vennero a mancare i soldi provenienti dal petrolio. Una cosa è illobbismo a tute­la dei propri interessi, chiaro e trasparente. Un’altra è illobbismo che usa risorse di tutti per modificare la lotta politica».

Scardìnare le lobby, per sostituirle, è una delle ossessìonì del craxismo. E il Franti del Psi, Rissa Continua, lo Sfasciagovemi (nomignoli del Formica dell’epoca) non ha mai perso il gusto d’andarci pesante: di recente, ha detto addirittura che Renzi gli ricorda Gelli… «Sì. Però oggi i cosiddetti poteri forti non sono sempre gli stessi. E non hanno sempre un’influenza determi­nante: in certi momenti storici, i poteri forti diventano debolissimi e i poteri un tempo debolissimi diventano forti. Ai miei tempi, era fortissimo il partito romano. Nel Pd, ora è forte quello toscano, come dieci anni fa lo è stato quello emiliano. Prenda la Piat: non è più un potere forte. E nel momento in cui non lo è stata più, tante cose si sono altera­te». Con Agnelli ci furono polemiche feroci, lei disse che l’Awocato vi considerava dei parvenu ai quali era sufficiente un invito a corte … «Agnelli una volta incontrò Giorgio Benvenuto e commentò: questo Formica ci è sempre nemico. Scontrarsi con quel pote­re, quand’era forte davvero, era durissima. Nell’83 fu eletto senatore Guido Carli e il giornale interno della Piat fece un paginone con le foto dei parlamentari legati al grup­po, titolo: “I nostri dipendenti in Parlamen­to”. Misero pure una foto di Carli che am­ministrava qualche azienda della holding. Una cosa scandalosa: “Nostro dipendente” uno che era stato governatore di Bankitalia? lo protestai, la Piat ritirò le copie Stampate. Un simile errore di comunicazione, oggi, sarebbe impensabile».

Divide et impera

Furono anche anni di nani&ballerine. Se c’è un luogo comune del craxismo cortigiano e gaudente, impresso nella memoria na­zionale ancor più della Milano da bere, è questo. E il copyright è di Formica, là dove il nano si riferiva al non altissimo Manca diventato presidente Rai e la ballerina sa­dattava a Sandra Milo, che assieme a tanta vipperia fu chiamata a un certo punto da Bettino a formare nientemeno che un’as­semblea nazionale del partito, per sostituire lo storico comitato centrale: «lo intendevo nani politici e soggetti da spettacolo politi­co. Ritenevo che ormai la governabilità fos­se diventata governismo, la prospettiva sto. rica fosse sparita. Fu appropriato dirlo: di quei cento nomi inseriti come rappresen­tanti della società civile, quando poi avven­ne la deflagrazione degli anni ‘go, non uno disse “sono stato socialista e me ne onoro”. Sparirono tutti. Alcuni rinnegarono: quel Claudio Dematté che addirittura mormorò “io non c’ero” … Più avanti, certo, avremmo visto le ballerine diventare ministre. E i nani pure. lo non dico che non possano: il pro­blema è che non si mette insieme una sto­ria, un’esperienza, un modello culturale con altri poteri, altre chiavi. Elettore può essere chiunque. Eletto, no».

Nella casa craxiana la politica “non si fa coi Paternoster” ed è “sangue e merda”, per usare due famose massime formichiane «do ridirei: la politica è passione, contaminazione, mischiare con gli altri … »). Forse il vizio non s’è perso, se oggi D’Alema si lamenta che nel centrosinistra le opposi­zioni vengano menate … «No, da noi certe cose non succedevano: quelle rissose erano proprio le minoranze. La grande differenza fra Craxi e Renzi è che il primo voleva co­mandare in democrazia, mentre questo vuole comandare senza democrazia. Craxi è sempre stato di manica larga nei confronti degli oppositori: in sede locale, venivano privilegiati sui fedelissimi. Perché la strate­gia era di tenere più soggetti confliggenti. Di mantenere il dibattito interno. A Milano, lasciare Tognoli con Pillitteri e Achilli faceva comodo, perché così non comandava dav­vero mai nessuno. Era un approccio diverso, rispetto al Pd di oggi. La tecnica del divide et impera, che Renzi non conosce. Ci vuole molta cultura, forza politica, capacità d’ege­monia. Bisogna essere leader: tenere divise le forze, senza umiliare nessuno. TI vero lea­der fa la sintesi, non lo sterminio».

Il fattore Q

La sintesi non riuscì sempre. Specie al Quìrìnale, dove per sette anni di craxismo sedette un ex partigiano con la pipa: «Per­tini era un socialista sicuramente verace. Autentico. I fondamentali suoi erano la libertà, la giustizia sociale, l’uguaglianza Aveva il grande mito della persecuzione del fascismo: quando si è divisi si perde. Un autonomista autentico con un’idea fissa: mai fare scomparire il Psi, però mai essere divisi dai comunisti». Appunto, sognava un altro Psi. .. «Era diverso da noi. Avevamo un rapporto conflittuale: Pertini apprezzava la difesa dei colori socialisti che Craxi faceva, ma non appena s’entrava sul terreno della competizione stridente coi comunisti, lì si bloccava. Non faceva molto perché si stac­cassero dalla casa madre sovietica». Ruvido, scomodo il vecchio Sandro. In un’Italia dall’inflazione galoppante, una corru­zione già evidente, stragisti scatenati, mafia e camorra in espansione. Capace di tornare dal terremoto in Irpinia e di denunciare in tv i governanti inetti. O di difendere il Par­lamento dagli attacchi di Bettino. Raccon­tano che, dovendo Craxi nominare Formica ministro delle Finanze, il Presidente si mise di traverso: non firmo. E che Craxi gli rispo­se: fai pure, però alzi il telefono e glielo dici tu … «Sono leggende. Pertìnì nei momenti istituzionali non si comportava male. Nei comportamenti diretti era, diciamo, più spontaneo. Fu succube di Antonio Maccani­co: se lei legge i diari di quel suo segretario generale, che non capisco perché la fami­glia li abbia pubblicati, sono una cosa im­pressionante. Una cosa golpista, di uno che aveva fatto al Ouìrìnale un suo partito perso­nale e che manovrava Pertini come voleva. 10 considerava una specie di coglione che stava lì». E chi c’era dietro questo partito di Maccanico? «Diciamo che il famoso partito salottiero di Repubblica era tutto lì. Macca­nico era la quintessenza di Scalfari, ne era influenzato. È antipatico dirlo, perché si parla di persone morte, ma quando usciro­no i documenti sulla P2 ci fu il problema del generale Dalla Chiesa: aveva fatto domanda a Gelli, risultava iscritto alla loggia segreta .” Pertini sulla questione aveva assunto un certo atteggiamento, gli premeva dimostra­re non solo che non ne sapeva niente, ma che era stato tradito: il suo capo-elettore nel Psi ligure, Alberto Teardo, risultava pure lui nella P2 e quindi tutti quelli che stavano nel­la loggia di Gelli erano gente da distruggere. Un modo per dire: io non c’entro assoluta­mente niente». Dicevamo di Dalla Chiesa .. «TI generale è l’uomo delle mille battaglie. E Pertini lo mette sotto tiro. Nel giugno 1980, apparsi gli elenchi, c’è una cerimonia per il traforo Italia-Svizzera. Sul confine devono incontrarsi i due capi di Stato. Siccome io sono ministro dei Trasporti, vado alla sta­zione di Chiasso a ricevere il treno del Qui­rinale, che arriva con Maccanico. Il giorno prima m’ha telefonato Craxi, dicendomi: guarda che ti troverai lì Dalla Chiesa, cerca di farlo incontrare col Presidente, perché i due non si parlano. Dico: come faccio, se vede una cosa di questo genere Pertini è capace di mandare affanculo me, lui e tutti quanti. Lui era uno che se ne fotteva delle cerimonie, tornava indietro: in queste cose era stronzo. Allora, appena usciamo, io vado lì e dico al capostazione: organizza una cosa, perdiamo un po’ di tempo … Così nel frattempo io parlo con Maccanico: guarda che c’è Dalla Chiesa, andiamo in una stanza e mo’ gli dico di venire, vedi se lui e il Pre­sidente puoi farli incontrare, tu sei l’unico in grado di fare un’operazione di questo ge­nere … Maccanico, grande conoscitore del­le cose, concorda con Dalla Chiesa di farsi trovare in un punto di passaggio. Quando compare Pertini, Maccanico all’improvviso gli dice: “Presidente, qui c’è il generale … “. Non gli dà neanche il tempo di reagire. Per­tini se lo trova davanti e, per cortesia, gli stringe la mano. Questa piccola trovata con­sentirà poi a Maccanico di fare un lavoro di lavaggio successivo. Di far sì che Pertini alla fine, pur non sopportandolo, riconosca in pubblico che il generale è un eroe. È chiaro come si faceva a manovrarlo, il Presidente più amato dagl’italiani?»-.

 

 

3. «La debolezza di Craxi? Una visione ottocentesca dei finanziamenti»

 

La fourmi ayant chanté tout l’été … ». Rino Formica conserva tutto, negli archivi ingialliti nel suo studio. Una lettera di Nenni, un messaggio di Spinelli, vecchi titoli

di giornale costruiti su giochi di parole senza troppa fantasia. «Formica la cicala del Psi9». «Il Formica regina». «Un lavoro da Formica». Che facesse il cassiere del partito o il ministro delle Finanze, la fourmi socia­lista veniva sempre caricatllrata come l’in­setto scialacquone della fiaba di La Fontai­ne: camicia hawaiana, ukulele sottobraccio a godersi restate e a cicalare, fregandosene di fare scorte per l’inverno. «Sì, facevano molta ironia. Ma se c’era uno per il rigore, quello ero io. E se si trattava di trovare soldi, l’unico strumento che usavo era la fanta­sia … ».

Altro che la finanza creativa di Tremonti: la prima cosa che gli chiede Craxi, quando lo nomina segretario amministrativo del Psi, è d’inventarsi un modo per sistemare i conti. Le casse di via del Corso languo­no e la direzione non riesce nemmeno ad approvare il bilancio: «Il convento è po­vero», ama ripetere Formica, «ma i frati sono ricchi … », C’è il finanziamento pub­blico dei partiti, però tanti mariuoli fan da sé: le aziende pasturano la Dc, l’oro delle cooperative garantisce il Pci, i socialisti

s’arrangiano. «Dobbiamo abolire l’idea che i partiti non possano avere attività economiche», predica Bettino. E dunque bisogna risanare, ramazzare, reinvestlre. E viaggiare: Formica visita gli eurosocialisti spagnoli e portoghesi, va a studiare «tutta la capacità della socialdemocrazia svede­se e tedesca d’elaborare un compromesso col capitalismo». Finché un giorno ritorna dalla Germania con un’idea meravigliosa: «Rifaremo qui le Officine Rosse 1892!». Queste Officine sarebbero poi le case del popolo. E a possederle è la potente Spd te­desca, che così s’autofinanzia. Un gruppo d’architetti romani, in testa Bruno Zevi, è incaricato di lavorare al progetto: trasfor­mare ogni sezione del Psi in un’officina di proprietà di tutti, sostenuta dall’azio­nariato popolare. Rino ne parla a Bettino e Bettino non dice no. Ma nemmeno sì: «Alla fine non se ne fece nulla. Ci furo­no resistenze troppo forti. I notabili della periferia non ne volevano assolutamente sapere, perché tanti pagavano il fitto del locale e la sede era di loro proprietà. For­se arrivammo troppo presto, perché certe fonti di reddito allora erano difficili da accettare … ». Qualì fonti? «Beh», Formica s’allarga in un sorriso, «le Officine Rosse non dovevano essere semplici sezioni. Dentro doveva starei di tutto: il bar, il ri­storante, il dopolavoro». E pur di far cassa, perché no, una sala giochi e una ricevito­ria per le scommesse: «Avevamo previsto anche un club privé per gli strip-tease … ».

 

Nudi alla meta. E alla fine si rimase in mutande. Fra partiti corrotti, in una nazione infet­ta. Cosa resterà di questi anni 80 craxiani, «anni allegri e depressi di follia e lucidità», non c’è bisogno d’essere Raf o cicala o for­michina per cantarlo. «Lo Stato è mezzo gruviera e mezzo gorgonzola», avverte il profetico Rino in un’intervista, vedendo i buchi di bilancio e sentendo già puzza di fallimento: «Stiamo attenti, o i nostri figli ci malediranno!». Purtroppo, è già tardi. TI quindicennio di Bettino coincide col pri­mo presidente del Consiglio socialista della storia italiana e col massimo storico del Psi: quasi il15%. Ma è pure la palude del Penta­partito e dell’etere regalato a Berlusconi. È il nuovo Concordato che abolisce la religione di Stato e, insieme, la guerra di religione per le banche. TI Patto della staffetta con De Mita e lo scontro aperto con l’Irì di Frodi. TI taglio di tre punti della scala mobile e la picconata di Cossiga al Caf di Craxi-Andreotti-Forlani. È l’inflazione dimezzata, assieme a un debi­to pubblico raddoppiato. Ed è sui soldi, sui maledetti soldi che il Psi e il Paese vanno a schiantarsi: qualcosa vorrà dire, se l’era Bet­tino s’apre con un partito senza una lira e si chiude con la folla che tira le monetine all’hotel Raphael. «Craxì ha saputo guarda­re lontano», dice Formica: andate sul web a cercare la lucida previsione del disastro euro e degli errori di Maastricht. «Ma la sua debolezza è stata d’avere avuto una vi­sione ottocentesca del finanziamento. Per lui, la cassa era come quella di Garibaldi: una cassa comune. Che doveva provvedere

a risolvere i problemi immediati. La tecnica comunista di gestire i fondi, per dire, era molto più moderna. Loro dividevano tutto

in compartimenti stagni … ».        .

 

Sali&tabacchi. Dei soldi, da tesoriere e da ministro, s’occupa soprattutto lui. «Un giorno do un’intervista a Pansa e viene giù il mondo. Eppure faccio solo una doman­da: perché la Dc non taglia le spese? Vedo che c’è chiaramente un progetto da dottor Stranamore: far incancrenire la situazione italiana, perché poi ci possa essere impo­sto un vincolo dall’Europa. E di questo pro­getto, la Dc è un motore. Del resto, qual è la differenza tra conservatori e riformisti? I conservatori pongono problemi marci, perché hanno una sola soluzione: il ritorno al passato. I riformisti pongono problemi maturi, perché porgono la soluzione del domani. Far marcire i problemi è una tecni­ca anche dei rivoluzionari: Lenin predicava il tanto peggio tanto meglio e diceva che l’inflazione è la mitraglia della rivoluzione. Basta distruggere salari, pensioni, redditi e la rivoluzione (o la conservazione) è fatta».

Appena mettono Formica alle Finanze – uno come lui che vuole la tassazione di Bot, Cct e utili di Borsa -, la sola notizia provoca un mezzo crollo in Piazza Affari. «Non potevo avere peggior successore», commenta aci­do il ministro uscente Franco Reviglio (sma lui veniva da un alto mondo, era un torinese che per caso stava coi socialisti … »). L’imma­ginifico Rino ha idee che deflagrano e «non fa mai autogol per eccesso di vanità o d’esi­bizionismo», ne scrive invaghito Giampiero Mughini: rende pubbliche le dichiarazioni dei redditi degli italiani; mette il sale sulla coda alle multinazionali dei tabacchi che

 

danno «consenso attivo al contrabbando, la Philìp Morris deve smetterla di pensare che questo sia il Paese degli allocchi»; va in tv da Minoli a proporre d’assumere nella pub­blica amministrazione 50 mila contrabban­dieri di sigarette; chiede la testa d’un suo sottosegretario Psdi al Lavoro, Costi, perché «è un fannullone». E quando impone ai ne­gozianti lo scontrino fiscale, l’occhettiano Vmcenzo VISCO applaude: bravo Rino, hai fatto perdere alla Dc almeno un milione di voti … «Mi prendevano in giro. Ma io face­vo provvedimenti sociali. Uno dei primi fu l’abbattimento dell’imposta di registro della prima casa per i giovani sposi. Permettendo a mìììonì di persone di comprarsi un tetto». Prima di Berlusconi e Renzi … «Ecco, la cosa più odiosa è che ci troviamo con questa classe dirigente così sprovveduta, che dice sempre una bestialità: “Abbiamo fatto per la prima volta!…”. Ora, un governante che dice “abbiamo fatto per la prima volta”, è solo un ignorante. Tutto quel che si può fare ora è perché, una prima volta, quella prima volta c’è già stata … ».

Quanto piace a Formica sbalordire il bor­ghese, litigare con l’avversario, imbarazzare l’alleato: l’Opus Dei è uguale alla P2; dietro la strage di Bologna «esistono complicità dello Stato col terrorismo»; Ustica è «un mi­stero che non mi risulta avvenuto nei cieli d’Alaska» … Utilizza la Guardia di finanza come una guarnigione che regoli conti an­che politici, la manda dai repubblicani e minaccia di farlo pure coi comunisti: «Le Feste dell’Unità erano in esenzione Iva, pro­tette dalla legge. Ma io sollevai una questio­ne: il Pci dava ai privati box che non erano della Festa dell’Unità. Una specie d’evasione mascherata da concessione. Un giorno, i co­munisti m’invitano in Emilia a una di quelle feste e mi fischiano. lo allora lo dico chiaro: state tranquilli, il ministro sodalìsta delle Finanze non vi manderà ispezioni fiscali, sperando che nella denuncia dei redditi vi siate comportati più onestamente che qui … ».

 

Sinistra ferroviaria. Sono anni senza scon­ti. Beppe Grillo che viene cacciato dalla Rai per una battuta sul viaggio di Craxi a Pechino ( ese in Cina son tutti socialisti,’ a chi rubano?»). I tipografi del Giornale di Montanelli che ritoccano le cronache su Bettino, fingendo che sia un refuso la pa­rola “leader” milanesizzata in “lader”. il porta borse Rocco Trane che viene arresta­to per concussione e una settimana dopo, paragonato nientemeno che a Giacomo Matteotti, riceve 50mila preferenze … Non sono più gli anni epici d’Oddino Morgari, il deputato socialista che di Matteotti era con­temporaneo, così povero da dormire nelle stazioni come un clochard: al ministero dei Trasporti c’è una corrente di Signorile e, se

tutti la chiamano “la sinistra ferroviaria”, non è perché sverna sui vagoni … Anche il Formica nel suo piccolo s’incazza, ma in pubblico di rado: scusi, gli chiederanno un giorno, ma lei dov’era? <<Q!1ando illustravo da capogruppo le mie posizioni politiche, rispettose ma differenziate, Craxi mi face­va attaccare dall’Avanti! … », «Non sono un prete medievale», risponde a chi gl’indica la passione esagerata di De Michelis per le discoteche, o le amanti socialiste piazzate in tv, o un potere che celebra i congressi sotto i templi di cartapesta dell’architetto Panseca, insomma un’evidente degenerazione an­che estetica … «Nelle comunità politiche ci dev’essere sempre il giusto equilibrio tra in­teressi e ideali», corregge oggi Formica, «e un’organizzazione che sia puro ideale non esiste: deve avere una sua base materiale, ci vuole una trama d’interessi. Solo interessi, però, alla fine distruggono le ragioni idea­ID>. Quando ci si accorge che il disastro non è più recuperabile? «Il fenomeno riguarda la trasformazione delle correnti, che erano state il risvolto buono d’aggregazioni idea­li: con gli anni So, man mano che s’andava indurendo lo scontro politico, le correnti diventarono semplicemente dei coaguli d’interessi d’altro tipo». Q!1ando Rino lascia la segreteria amministrativa del Psì, Bettino lo sostituisce prima col fidato Giorgio Gan­gi, <<ma ci fu una storiaccia interna e allora Craxi, che sapeva trattarsi d’un meccanismo molto delicato, decise d’affidarsi a Vincen­io Balzamo»: l’uomo che passerà alla storia come il cassiere socialista di Tangentopoli.

 

Dal frigo al wc. 1) «Vendicarsi poco, per­donare molto, dimenticare mai». 2) «Non fidarsi di Andreotti». 3) «Ricordarsi che la società civile non esiste». Ci sono poche re­gole che aiutano Formica a sopravvivere nel Psì, nel Caf, nell’onda montante della prote­sta. E gli permettono di non finire sepolto all’ombra di mille garofani rossi. Perché i nani menano, le ballerine sgambetti anche gli altri non scherzano. Q!Jan nominano ai Trasporti, il commento c è d’un vecchio partigiano socialista: mica è l’uomo giusto», sibila il com] Cipellini, <<ID fondo lì non serve mica tellettuale … », Non è facile nemmeno, nella testa del Capo: c’è da votare al re duro sulla scala mobile? Craxi consigl italiani d’andare al mare. l’ìpotes voto anticipato a dicembre? Craxi st «Il Natale si fa in famiglia». Formic una tavola rotonda con Alfredo Hl e viene molto applaudito? Craxi 1< «Non dar troppo peso ai dibattiti de menìca». Craxi gli prospetta una nOI ministro e poi punta su altri nomi, \i Lagorio, tutti meno Formica? Per stx rabbia, Rino deve prendere un aeree rire per un po’ a Vancouver … L’etem nel fianco, però, si chiama Caudio 1\ il vicepremier della prima legge sul grazione. il ministro della Giustizia di Falcone. il più bello, il più gìovan coccolato. L’unico, si dice, ad avere messo d’andare dal Capo senza sue campanello: «Lo disse Anna, la mi Craxi: “Martelli viene a casa nostra c frigo … “. Martelli era sicuramente molto attento, anche dal punto di vista formale. E sa,  io diffido sempre di chi è molto rispettoso  formalmente: dentro, copre qualcosa.  Formica si trova a sorpresa il giovane Claudio vicesegretario vicario e sbotta: che brutta parola, vicario, per uno che si dice lai­co … «Cera l’unanimità sul mio nome. Ma all’ultimo, Craxi fece una scelta diversa: non un vicesegretario, ma due. Martelli e Valdo Spini, due cavallini che dovevano tirare: era la forma per metterli in competizione e in­tanto mortificare Signorile. Poi Spini se ne andò e Martelli rimase l’unico vice. Contro di me ci furono molte pressioni dei socia­listi milanesi, che ogni tanto avvertivano Bettino: stai attento, Roma è un nido di ve­spe, complottano … Un’idea un po’ protole­ghista. Invece la regola è sempre una: sotto il capo, metti uno della vecchia guardia che non ti faccia le scarpe. Se metti uno più gio­vane di te, te le fa di sicuro». Martelli sarà il nostro Cadorna, profetizza gelido FoTIni­ca. E quando arriva la Caporetto del Psi -17 febbraio 1992, le mazzette di Mario Chiesa buttate nel wc -, il figliol prediletto è fra i prìmì a brandire il pugnale del cesaricida. «Il suo non fu un tradimento politico», rac­conterà Filippo Facci, «Martelli non disse a Craxi: “lo succedo a te perché sei vecchio”. Gli disse: “lo succedo a te perché sei un la­dro”. Martelli diede a Craxi un dolore che non si rimarginò mai».

 

La manina amerikana. Ci fu una manina o una manona, dietro Mani Pulite? I vecchi socialisti ne sono tutti sicuri, Forrnìca di più: «Iangentopolì è stato un effetto, non la causa. I detonatori furono il caso Moro, Sigonella, la nostra posizione d’autonomia internazionale. Era il gioco della Guerra fredda. La politica di Craxi non era contro la Nato, ma su come si stava nella Nato: disse che, per l’articolo u della Costituzio­ne, noi potevamo cedere sovranità solo in condizioni di reciprocità, cioè d’uguaglian­za. Ouesta cosa, ce la fecero pagare … ». Con l’Achille Lauro e la crisi di Sigonella, s’era sfiorata la rottura con gli Usa. E poi c’era­no state le accuse ai nostri servizi subalter­ni agli americani … «Uno degli strumenti di pressione era il CoCom: un comitato, a Parigi, che controllava il commercio di pro­dotti sensibili nei Paesi non dell’Alleanza. Un’arma segreta della Guerra fredda: l’A­merica vietava di trasferire prodotti della ricerca occidentale in Paesi extra Nato che avrebbero potuto utilizzarli. Un principio che sta nella logica d’una guerra, ma che per gli Usa si traduceva nella tentazione di bloccare l’espansione dell’industria infor­matica europea nell’enorme mercato che s’apriva all’Est. Fu il caso dell’Olìvetti: gli americani misero il veto a una serie d’e­sportazioni italiane nell’Urss. 10 facevano in nome della tutela dell’Occidente? O face­vano gli interessi della ricerca informatica negli Usa? Microsoft e AppIe oggi sarebbe­ro quel che sono, se non ci fosse stato quel boicottaggio della concorrenza europea?». Bene: ma che ci azzecca tutto questo con Di Pietro, il conto Protezione, Larini, lei che prometteva un poker d’assi contro i giudici? .. «La fine del socialismo reale portò a rivedere il compromesso tra capi­talismo democratico e socialdemocrazia E Mani Pulite nacque dagli eventi del 1989». Quando tutto è perduto, e Bettino se ne va in Tunisia, Formica non lo rivedrà mai più: «Io ho sempre mantenuto un atteggiamen­to, com’era giusto e doveroso, di difesa. Ma non andai a Hammamet perché nel ’93 ebbi un dissenso: ritenevo che nessuno di noi dovesse lasciare l’Italìa, indipendentemente da ciò che doveva affrontare». Craxi fece un celebre discorso alla Camera, sulle colpe di un’intera classe politica nel finanziamento dei partiti … «Ma poi doveva rimanere qua. Perché questo non solo era un errore per­sonale: era un danno alla comunità E un errore strategico: tra le verità coperte e le fantasie scoperte degli anni go, si sarebbe capito che poi alla fine era un grande bluff». Venticinque anni dopo: il FoTInica parlante ridirebbe tutto? «Col senno di poi, alcune mie forme espressive potevano essere diverse. Ma non la sostanza. Perché ci son cose in cui il silenzio è stato anche più dan­noso. Q!.1i s’innesta un’altra difficoltà che c’è nella politica: riconoscere l’errore. Una cosa è se riconosci un errore in famiglia: non paghi prezzo, vieni perdonato. Ma in politica, no: l’errore non è indolore».

La fine del Psi fu anche un nuovo inizio. Un altro indirizzo. Una corte dei miracola­ti. Racconterà Ezio Cartotto, vecchio dc che partecipò alla nascita di Forza Italia, come una notte di pioggia Craxi si presentò ad Arcore e propose di fondare il partito di plastica … «No, Forza Italia non nasce da una costola del Psi: fu solo un’intuizione mercantile. Berlusconi non sapeva un caz­zo di politica: una volta disse che lui la­vorava 16 ore al giorno e io gli feci notare che questo va bene in azienda, ma la poli­tica non si fa a cottimo … Lui voleva leader come Segni o Martlnazzoli: se fai il partito, disse a Segni, io sono a disposizione. Forza Italia nasce come zattera di Publitalia per i profughi del Pentapartito, per disperazio­ne, per la rinuncia della Dc di rivivere come Dc anche nella Seconda Repubblica». Molti socialisti ci sono saliti, su quella zattera. E ancora oggi ci navigano bene… «La fine della Guerra fredda ha portato il ricambio delle classi dirigenti. Con una differenza:

. noi nel dopoguerra fummo costretti dagli eventi a diventare subito adulti, questi inve­ce sono rimasti tutti fanciulli adulti, A noi è mancata la giovinezza, a loro manca l’età adulta».

 

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