Salvatore Pirastu, quanto era bello chiamarci compagni, di Gianfranco Murtas

Sui giornali di un tempo, quando la cronaca mesta delle morti dei cittadini illustri si combinava giustamente alla riflessione circa quanto essi avevano donato alla comunità, la scomparsa di Salvatore Pirastu avrebbe avuto il suo spazio. Metti su L’Unione Sarda, anche perché giornale della città in cui Salvatore aveva svolto la parte ampiamente prevalente della sua vita (e che, potrei anche dire, avviò la sua seconda stagione di vita, nel 1943, con la direzione di Jago Siotto – il maestro di socialismo umanitario di cui Salvatore stesso divenne il biografo). Altri tempi – fra anni ’50 ed anni ’80 –, i tempi ancora delle direzioni Crivelli e Filippini, delle presenze fra i capicronaca e i capiredazione di un Antonio Ballero, di un Franco Porru, di un Vittorino Fiori, di un Giorgio Melis, di un Gian Tarquinio Sini, tutte personalità interne al vissuto sociale e al campo ideale de nostri migliori… Ora è stato, assolutamente umiliante nell’impaginato del 30 giugno, il confino rapido in cronaca di Tortolì, patria di nascita non di espansione missionaria, tanto nella medicina quanto nella politica e nelle scrittura, del perduto nostro Salvatore. Un silenzio di fatto, che non è il silenzio della riflessione, ma quello del disinteresse e della indifferenza. Segno dei tempi. Era successo anche per Vindice Ribichesu, non molte settimane fa.

Ci chiamavamo compagni, Salvatore Pirastu (1925 – 2015)  ed io: lui socialista fedele alla radice, lui lussiano per radicalità sarda più che sardista, io democratico repubblicano e azionista, lamalfiano della sinistra aclassista e anticipatrice (felice del suo 2 per cento alle elezioni), più giovane di lui di trent’anni – una generazione –, noi legati entrambi, con pari passione, alle correnti di pensiero e alla storia del movimento antifascista dalle variegate componenti.

Compagni: anche fra i repubblicani, primo partito d’Italia perché erede diretto delle Fratellanze operaie mazziniane, il partito che aveva per emblema l’edera della Giovane Europa (con quelle tre anime latina, anglosassone e slava delle Giovani Italia, Germania e Polonia dei primi decenni del XIX secolo) sul campo largo della bandiera rossa, ci si chiamava così tra fine Ottocento e i primi del Novecento. Poi, l’esigenza anche di distinguersi dai socialisti aveva marcato l’esigenza di un appellativo diverso. Ma ha una etimologia bella la parola compagno: come a dire di voler condividere il pane, la sorte. Un modo per dire di una fraternità esistenziale, nel sociale quotidiano.

Era presente sempre, Salvatore, alle manifestazioni dell’associazione Cesare Pintus che, in un tempo ancora di buona salute, mi toccava animare; e la figura di Pintus – mazziniano come me (almeno lato sensu), lussiano e socialista come lui, antifascista come entrambi – gli era particolarmente cara, per quel tanto di testimoniale, di apostolico, che portava in sé, con la sua tragedia e la sua gloria, il carcere varcato prima del compimento dei trent’anni, quel lustro trascorso in una sequenza di penitenziari sul continente e quella menomazione ai polmoni ed ai piedi (di cui ha scritto Fancello), quel tempo supplementare – un decennio intero – di esclusione dall’albo professionale degli avvocati, quegli affacci impegnativi tanto nella condirezione de L’Unione Sarda a gestione CLN quanto nella segreteria provinciale della Concentrazione e nella sindacatura del Municipio, fra 1944 e 1946, quella morte prematura nel 1948, quelle lettere-testamento…  Anche per questo era presente sempre alle iniziative della nostra associazione, e cercava di essere presente anche ogni volta che in città – magari agli Amici del libro – si apriva uno squarcio di conoscenza nuova della nostra storia civile. Ancora di recente eravamo insieme nella sala settecentesca della Biblioteca universitaria per una conferenza del FAI.

Veramente non possono, l’estate e il caldo, e le distrazioni di questo nostro tempo, oltre che la savia riservatezza della famiglia, negare ai cagliaritani – anche e direi soprattutto a quelli che non lo hanno conosciuto – la notizia della perdita di un medico benemerito e di un non meno rispettabile e, anzi, amabile militante dell’ideale, spesosi nella predicazione attraverso  la stesura di numerosi scritti e nella partecipazione a dibattiti pubblici e conferenze.

Specialista della medicina – s’è giustamente ricordato essere stato per lunghi anni medico di fiducia di Emilio Lussu –, fiduciario del patronato CGIL, umanamente (non soltanto ideologicamente) compromesso con la causa dei più deboli, classista come i migliori romantici di un tempo – tollerante e interessato ai percorsi altri di vita e di lavoro sociale, fortemente indipendente nel giudizio meditato – lo vorrei ricordare  io richiamandone i maggiori scritti, quelli andati a stampa, tanto più, negli ultimi vent’anni, con l’ANPPIA, avamposto dell’antifascismo e della cultura dell’antifascismo in questi nostri anni della indifferenza, guastati dai virus della destra populista dopo che dalle rovinose incapacità dei progressisti (partitocratizzati: socialisti e repubblicani anch’essi, con i comunisti e gli altri) provenienti dalle esperienze della cosiddetta prima repubblica.

Perché proprio nella combinazione, in lui personalissima, fra socialismo ed antifascismo riusciva a trovare ispirazione e materiali per quegli indugi biografici di pura testimonianza dei tanti votati alla causa. E in questo contava, perché era stata una pratica cui aveva rivolto ogni riguardo religioso, la virtuosa raccolta della stampa del PSI, ed in particolare delle collezioni de l’Avanti!, il quotidiano socialista protagonista, evidentemente con altri, della nostra storia politica, civile e culturale lungo tanta parte del Novecento. (Sulla materia esiste una sua dispensa, datata 1974, custodita presso l’Archivio di Stato di Cagliari).

Lussiano sì (ma non tanto da seguire il Capitano nell’avventura massimalista del PSIUP), aveva pubblicato nel 1995 A morte Lussu!, un libro rievocativo della pur nota vicenda di piazza Martiri: del tentativo intimidatorio degli squadristi, cioè, verso il parlamentare del PSd’A, alla fine d’ottobre del 1926, e di quanto ad esso seguì: l’uccisione del giovane Battista Porrà arrampicatosi verso le finestre dello studio legale, l’arresto di Lussu, l’anno di prigionia (e di contrazione della tbc) a Buoncammino, fino alle sentenze penali (rinvio a giudizio per eccesso di difesa, assoluzione per legittima difesa, rigetto del ricorso del PM da parte della Cassazione) ed al conclusivo confino a Lipari.

Importanti le appendici al racconto documentario: il commento giuridico di Ettore Gallo, già presidente della Consulta, il racconto di Lussu stesso e la cronaca in versione fascista pubblicata al tempo da L’Unione Sarda, con le giustificazioni del federale Paolo Pili (già sodale di Lussu nel PSd’A ante 1923) rimesse al memoriale Grande cronaca, minima storia, uscito nel 1946. Di più: gli scritti che intorno ai protagonisti dell’evento esitano Giovanni Battista Fenu (sul giudice Arcangelo Marras) e Cesare Pintus (“Bentornato, Emilio Lussu!”, editoriale uscito su L’Unione Sarda del 23 giugno 1944). Bello, in conclusione, il testo del discorso dello stesso Lussu, dal balcone della Camera di Commercio di Cagliari, il 2 luglio 1944.

Ancora circa Lussu ricorderei anche Fuga dal confino: l’evasione da Lipari di Lussu, Nitti e Rosselli (27 luglio 1929), pubblicato dall’ANPPIA nel 1999, cioè nel 70° dello storico evento, da cui altro originarierà sullo scenario della lotta alla dittatura: precisamente quel movimento trasversale della sinistra repubblicano-socialista, terzo rispetto ai partiti, detto Giustizia e Libertà, le cui premesse intuibile siano state poste nella costrizione dell’isolotto e nei cui primi assetti Lussu rappresentava l’area democratico-repubblicana (anche per la giovanile sua militanza nel PRI) e Rosselli quella socialista.

Del  1997 è invece I confinati antifascisti in Sardegna, 1926-1943, con saggio introduttivo di Manlio Brigaglia. Si tratta di un focus sulla umanità, non soltanto sul credo politico o il fare avverso al regime di dittatura, da parte di molti oppositori, non senza ampi inquadramenti storici e normativi. Interessanti, e di utile complemento, le pagine sui confinati non antifascisti e sui sardi stessi confinati nell’Isola. Ampia la bibliografia, istruttiva l’intervista finale (curata da Massimo Pintus) a Donato Leoni come anche la pagina dedicata da Angelino Cherchi sul caso Bultei.

I provvedimenti punitivi alternativi alla detenzione in carcere colpirono qualcosa come tredicimila italiani, nell’Isola le sedi di confino furono ben 65, sparse fra le tre province. Fra i tanti “sbattuti in Sardegna” – e fra i più cari al sentimento di Pirastu – Lina Merlin, prossima senatrice socialista, e Pietro Mancini, pure esponente di primo piano del PSI. Le schede nominative sfiorano il numero di quattrocento. Le maggiori provenienze: Emilia Romagna, Lombardia, Veneto, Toscana. Interessanti le classificazioni politiche: 122 i comunisti, 100 i genericamente antifascisti, 42 gli apolitici. Né mancano gli anarchici, i disfattisti, gli irredenti e anche i massoni (li cito per amore speciale alle minoranze, e anche per gli studi in corso sulla materia, su cui spesso mi interrogava Salvatore: Giulio Bacchetti, Ermando De Stefano, Arnaldo Polon). Significative le estrazioni lavorative: 75 fra contadini e braccianti, 23 gli operai, 13 gli avvocati, il resto disperso in una novantina di voci.

Di epoca assai più recente, vale adire del 2007, è l’Antologia dell’antifascismo in Sardegna: un sodo volume di oltre 300 pagine che raccoglie nella prima parte una ventina di capitoli puntati non soltanto a definire le grandi coordinate storiche del regime di dittatura in Italia e in Sardegna ma anche ad inquadrare alcune materie specifiche (sardo fascismo, Arborea, Carbonia, alleanza conciliare con la Chiesa, la radio e i mezzi di comunicazione di massa, gare poetiche e lingua sarda, la scuola mussoliniana, le leggi razziali, ecc.) ed alcune personalità eccellenti operanti – anche sul fronte della opposizione clandestina – nel ventennio: valgano i nomi di Angelo Omodeo, il padre delle bonifiche isolane, e di Salvatore Mannironi, l’avvocato cattolico nuorese esponente dell’area avversa al regime strettasi intorno al vescovo Giuseppe Cogoni.

A seguire è la antologia vera e propria, introdotta dal segretario locale dell’ANPPIA Maurizio Orrù. Nel novero degli autori-protagonisti delle imprese dell’antifascismo ecco Fancello e Giacobbe, Corsi e Schinardi e Mannironi, e in quello degli autori-testimoni o studiosi ecco nientemeno che Giuseppe Dessì, ecco Brigaglia e Pira, ecco Melis e Pira, ecco Filippini (sulla censura negli organi di stampa) e la Gessa (sulla censura nei libri universitari), ecc.

Conclude una opportuna cronologia dei maggiori episodi del ventennio – particolarmente utile per lo studio dei ragazzi, cui si indirizza in modo speciale l’opera – e una ricca bibliografia.

Un tocco personale, di testimonianza personale e familiare di Pirastu, è nel richiamo alla esperienza di studio dai salesiani a Lanusei, con l’efficace ritratto di alcuni dei sacerdoti professori o responsabili dell’Istituto: quelli obbedienti e quelli disobbedienti al regime. (Un’altra testimonianza egli porta, nella sezione antologica, relativamente alla sua Ogliastra, alla sua Tortolì, al 1943 nel ridosso dell’armistizio: un racconto anticipato in un dibattito della mia associazione Cesare Pintus).

Altro lavoro di Salvatore Pirastu che merita uno speciale riguardo è La Società degli Operai di Mutuo Soccorso di Cagliari. 150 anni di attività (1855-2004), da lui pubblicato, per conto del sodalizio, proprio nel 2004 e che si avvale della bellissima e competente prefazione di Antonio Romagnino.

Volume di formato grande, ricco di documenti e anche iconograficamente ben accompagnato, lo studio di Pirastu muove dalle antiche premesse del mutualismo per sviluppare il percorso anche sociale verso il sindacato e le battaglie civili che il sindacato ed l’associazionismo di radice mazziniana abbracciano nel tempo, passando poi , oltre un certo paternalismo liberale ed oltre il Bacaredda interprete del cosiddetto “liberalismo organizzatore”, tendenzialmente democratico ai primi del Novecento, alla prossimità al Partito Socialista. Bacaredda sarà, da sindaco, la personalità centrale – anche sul piano oratorio – delle celebrazioni del primo cinquantenario della Società, e sarà pure il vero promotore della più dignitosa sistemazione nella nuova sede progettata dal Simonetti, di via XX Settembre/angolo sa Butanica.

Di rilievo anche, nel testo, gli aggiornamenti tanto verso le mutue bianche, le società femminili, la partecipazione alla grande guerra di cento anni fa, quanto circa la realtà più attuale, con i richiami alla dirigenza  ed al complesso sociale, nel quale non mancano gli elenchi degli iscritti perfino da 60 anni!

Ma Salvatore Pirastu merita la migliore considerazione anche per quanto ha lasciato di studio sul movimento socialista nazionale e sardo: richiamerei un primo intervento sui Quaderni Bolotanesi del 1991, questo titolato “Appunti per una storia del primo maggio in Sardegna”, e il saggio su Jago Siotto – avvocato e giornalista (redattore de L’Unione Sarda prima della grande guerra e suo direttore, come ho già scritto,  negli anni del CLN – , pubblicato nel 1993 ancora sui Quaderni Bolotanesi. Annale, questo fondato e diretto da Italo Bussa, che ripetutamente accoglierà altri scritti di Pirastu: ancora sulla materia quello titolato “I socialisti e l’Amministrazione comunale di Cagliari a fine Ottocento”, uscito sui Quaderni due anni dopo.

Aggiungerei altri due lunghi articoli, orientati sul biografico, apparsi sui Quaderni Bolotanesi del 1994 e del 2002: il primo relativo all’”Ing. Angelo Omodeo, tecnico socialista”, il secondo riguardante “Felice Porcella, riformista di Terralba” – così i titoli – , personalità entrambe che richiamano la grande avventura della bonifica di Arborea e della piana oristanese.

Della romana Ediesse è un titolo del 2006 – L’utopia dell’unità: Oreste Lizzadri , prefato da Guglielmo Epifani al tempo segretario generale della CGIL – in cui Pirastu celebra uno dei grandi del sindacalismo socialista e in generale del movimento operaio italiano, per lunghi anni impegnato anche in Parlamento.

Perché, è importante rilevarlo, in Pirastu la emancipazione delle classi povere, del proletariato, delle parti deboli della società come li chiameremmo oggi (un oggi detto del post-ideologico) non consente che le pur ragionevoli e anzi necessarie istanze autonomistiche portino separazione nel “movimento” chiamalo pure proletario, in quelle grandi dinamiche sociali che tendono ad affermare il lavoro come il valore principe, inscindibile dalla libertà, nel patrimonio morale della nazione.

Riporta alla diretta esperienza politica di Salvatore Pirastu il saggio Agli albori della rinascita: dal Congresso del popolo sardo alle leggi del piano, 1950-1962, uscito, con introduzione di Pietro Soddu, nel 2004 ad iniziativa ancora dell’ANPPIA. Giovane appena venticinquenne, nel 1950 egli era esponente in vista dei quadri sindacali della CGIL (di cui sarebbe stato tre lustri dopo capo della Camera del lavoro a Cagliari e poi cosegretario regionale) e ricoperse la segreteria di quel Comitato per la Rinascita che, associando socialisti e comunisti, puntava a fare delle sinistra sociale e della sinistra politica il protagonista di una stagione di radicali riforme. A un anno circa dall’avvio della esperienza della Regione autonoma, Il congresso si svolse, presenti ben quattromila persone provenienti da tutta l’Isola, al teatro Massimo di Cagliari, nel maggio. Vi presero parte, fra gli altri, con i socialisti Emilio Lussu (appena confluito nel PSI dal suo Partito Sardo d’Azione socialista) e Achille Corona, i comunisti Amendola e Longo, Laconi, Berlinguer e Polano, i due Spano – Velio e Nadia – ecc.

Alla materia autonomista rimanda il (relativamente) recente  L’idea autonomistica: dalle origini alla questione sarda, pubblicato dalla CUEC nel 2009.

Non mancherei di citare, pur non comprese nelle rilevazioni dell’OPAC Sardegna, la comunicazione “Il socialismo di Emilio Lussu”, presente negli atti del convegno di studi, tenutosi il 6-7 dicembre 1991 all’insegna di “Emilio Lussu e il sardismo” ( e così è il titolo degli atti, pp. 168-171), così come la testimonianza, firmata unitamente a Marcello Tuveri, ancora pro-Lussu: “Viaggio in Ogliastra con Emilio Lussu e Pietro Mastino”,  riferito al novembre 1951, e consegnato a L’uomo dell’altipiano. Riflessioni, testimonianze, memorie su Emilio Lussu, a cura di Eugenio Orrù e Nereide Rudas, Cagliari, Tema, 2003.

Menzionerei altresì le bellissime pagine dedicate a Umberto Cardia, suo compaesano, che sotto il titolo di “Le radici”, compaiono nel volume Umberto Cardia: la cultura e l’etica, curato da Eugenio Orrù e Nereide Rudas, Cagliari, Tema, 2006, pp. 306-317.

Non mancano evidentemente dalla generosa scheda degli articoli e dei saggi di Salvatore Pirastu gli scritti scientifici, afferenti più direttamente alla sua professione e competenza medica. Potrebbero citarsi, del 1972, Linee di un piano per la definizione di unità sanitarie locali nella Regione sarda (con Lamberto Briziarelli e Maurizio Mori, pubblicate sotto gli auspici della CGIL di Cagliari nel 1986, e “Verso il duemila con l’echinococco”, su Ichnusa nella ripresa della rivista voluta da Alberto Pinna, Vindice Ribichesu, Gian Carlo Pinna Parpaglia ecc. Ma richiamerei anche un articolo, più remoto, capitatomi di recente in occasione dello spoglio della La Nuova Sardegna nei primi anni della proprietà Rovelli, datato  22 ottobre 1969 dal titolo “L’educazione sessuale sta alla base di quella sanitaria: le conclusioni dell’ultimo corso tenuto a Perugia”.

Naturalmente queste sono poche e rapide note su una fatica valorosa e degna di ben altra evocazione. E certo verrà il momento – deve venire il momento – perché Salvatore Pirastu pater familias abbia il suo giusto riconoscimento: lo abbia non solo per il tanto che ha scritto e ci ha lasciato, ma lo abbia più ancora per quel tanto di vocazione pedagogica, non ostentata e non prepotente, che avvertiva in sé e cercava di tradurre permanentemente in parole ed opere, in contatti con i giovani…

Fra le ultime occasioni di personale scambio vi furono le notizie e i documenti che mi chiese sul conto di un socialista chiamato alla guida della sede del Banco di Napoli di Cagliari fin dalla metà degli anni ’30 e rimasto in città per ben tre lustri: Giuseppe Cavaliere. Gli detti tutto quanto avevo riguardo a questo funzionario di livello. Egli aveva trovato il suo nome fra i rifondatori della sezione socialista, mi pare anche del giornale socialista di Cagliari, nelle vesti di amministratore, ed io ne avevo scritto come titolare del Banco di Napoli del capoluogo, di cui aveva inaugurato la sede solenne nel largo Carlo Felice nel novembre 1935. A Cagliari era rimasto fino al 1948, passando dunque per l’avventura della guerra, lo sfollamento (anche dell’ufficio) a Samassi, le ardite missioni nella città vuota lungo i mesi seguiti ai bombardamenti, poiché in una grotta del viale Merello il Banco, dove aveva sede, credo, anche la Croce Rossa, aveva allestito una sua filiale di fortuna. Ma tutto questo con una curiosità supplementare: la moglie di Cavaliere, giornalista collaboratrice di una testata emiliana, molto fece per ottenere l’assunzione in banca di Giuseppe Susini, da poco tempo licenziato dalla Comit per riduzione di personale a copertura forse di un repulisti politico. Susini, il grande critico letterario, era bancario di professione, dal Banco di Napoli sarebbe  passato un giorno al CIS, divenendone direttore generale . Una sola famiglia nell’immediato dopoguerra: Susini stampava, con Cocco Ortu, Rivoluzione Liberale, Cavaliere pensava alla stampa socialista. Finalmente in democrazia e in pace.

 

Condividi su:

    Comments are closed.