Berlusconi e Alfano Il padre padrone e il figlio ribelle, di Pierluigi Battista

DIETRO LE QUINTE DELLA NUOVA FORZA ITALIA. Il cortocircuito del partito di famiglia. Da Il Corriere della sera 27.10.2013


Non c’è peggior sorte, scriveva Machiavelli, di quella del congiurato che ha fallito nella sua impresa. Non c’è peggior sciagura politica, invece, del parricida che non sa assestare il colpo fatale. Dal 2 ottobre Silvio Berlusconi il padre padrone umiliato meditava la vendetta sul figlioccio Angelino Alfano. Era stato mortificato nella pubblica piazza, ma non ucciso. Costretto a una pubblica ritrattazione, ma non alla detronizzazione definitiva. Perciò ha convocato la riunione di famiglia, nel palazzo di famiglia, con il clan dei fedelissimi di famiglia e ha decretato l’ostracismo per il figliol prodigo. Il parricida mancato dovrà subire la ritorsione del padre infuriato.

Berlusconi ha parlato di «schiaffo» da restituire ad Alfano, come ha scritto Francesco Verderami sul «Corriere». Una scenata, più che una baruffa politica. Un dramma familiare. Il padre ferito ma non finito ha accompagnato l’estromissione di Angelino, sorretto dal coro dei falchi di famiglia che chiedevano espiazioni feroci, con parole di affetto oltraggiato. Il figlio ha motivato la sua assenza dal Gran Consiglio che avrebbe dovuto certificare la sua cancellazione di segretario di un partito appena defunto, il Pdl, dicendo che non avrebbe voluto attaccare il padre padrone davanti a tutti. Non ha chiesto perdono. Ma non ha voluto assistere alla sua esecuzione. Da qui all’8 dicembre, data fondamentale in cui verranno prese decisioni inappellabili, sarà una battaglia durissima. Non ci saranno mediazioni. O si consumerà il parricidio. O per il figlio ribelle si spalancherà il portone per prendere la strada dell’esilio politico.

Per un partito nato e cresciuto come emanazione esclusiva della volontà insindacabile del Capo assoluto, non è possibile l’emancipazione non cruenta dai voleri del suo creatore. Non c’è democrazia: c’è l’esercizio di un comando incontestabile. Non c’è discussione possibile: c’è il formarsi e lo sciogliersi di partiti che vivono e muoiono su un predellino. Lo stesso Alfano patisce il vizio originario della sua ascesa alla segreteria: il carattere assolutamente non democratico di una designazione decisa da un padre in difficoltà che doveva intestare al figlio la titolarità formale della propria creatura. Sua la volontà di dare ad Alfano la leadership ed eventualmente la candidatura alla premiership. Sua la volontà di togliergliela con una repentina ridiscesa in campo. Pensava di poter fare del suo figlio politico ciò che desiderava. Ma il 2 ottobre Alfano ha opposto il suo «no» e ha costretto Berlusconi alla resa umiliante, alla marcia indietro spettacolare. «Grande», sussurrò Enrico Letta all’orecchio del figlio ribelle proprio alla fine dell’intervento con cui Berlusconi, spiazzando i falchi oltranzisti, aveva confermato la sua fiducia al governo. Grande sì. Ma anche grandissima la voglia di fargliela pagare, al figlio degenere e ingrato. Al figlio che aveva voluto delegittimare spargendo la voce che l’erede politico mancasse di quel fondamentale «quid», come il padre che si lamenta se il figlio poco brillante si dimostra inadeguato a gestire i beni di famiglia.

Alfano sembrava deciso a liberarsi da quella cappa del terrore che spesso soffoca i figli di un genitore spietato e tirannico. E chissà se l’oramai ex segretario del Pdl ha mai avuto il desiderio o la curiosità di leggere quelle pagine intensissime con cui Franz Kafka, nella «Lettera al padre» più straziante della storia della letteratura, descrive la paura terribile di un figlio schiacciato dal dispotismo paterno, da una figura massiccia e vendicativa davanti alla quale non resta che l’atterrita sottomissione. Chissà se nella storia delle grandi figure che hanno plasmato l’immaginazione occidentale il tema dell’antagonismo tra padri e figli, portato fino all’accesso della distruzione reciproca, si possa ritrovare una pallida eco anche nelle vicende che attualmente scuotono il centrodestra. Forse no, il paragone sarebbe troppo generoso e corrivo. Però, accanto alla figura di Enea che porta in spalla il vecchio Anchise, la nostra cultura ha raggiunto il punto più tragico della sofferenza in un contrasto che non ammette mediazioni, pietà, tardive ricomposizioni. Crono evirò suo padre Urano perché non avesse discendenza. Del complesso di Edipo si sa tutto, specie dopo la raffigurazione che ne ha fatto Freud come vicenda che riguarda non un personaggio della tragedia classica, ma le persone «normali» confinate nella loro quotidianità. È vero, si sta parlando di storie molto più piccole. E in un Italia in cui, come scrive Antonio Polito in «Contro i papà», i padri sono diventati molli sindacalisti dei figli. Ma gli archetipi della nostra immaginazione si ritrovano in tutte le sfere. E la battaglia tra Berlusconi e Alfano potrebbe risultare addirittura meno noiosa e più appassionante se la inscrivessimo in una cornice mitologica così impegnativa.

O anche in una cornice letteraria. Lo Zeno di Italo Svevo confessa, dopo aver subito «il dolore della punizione»: «È così che augurai la morte a mio padre». La morte politica di Berlusconi sembrava essersi profilata, responsabile primo il figlio rimproverato per non possedere il quid decisivo, quella mattina del 2 ottobre in cui il Capo, il padre padrone, dovette chinare il capo e accettare una sconfitta bruciante. Ma la rappresaglia appare spietata, accompagnata dagli incitamenti alla rottura gridati dalla corte dei «lealisti» che chiedono epurazione, punizione, estromissione. L’inizio di un braccio di ferro che dovrà sancire la supremazia inattaccabile del padre, oppure la conclamata, e ancora indimostrata, forza di resistenza del figlio.

Nell’attesa che possa scoccare l’ora, chissà, di figli e figlie di sangue portate dal sovrano come simbolo della continuità del partito-famiglia. Da contrapporre al figlio ribelle trattato da usurpatore e messo bruscamente alla porta. Chissà. Il principio dinastico contro quello democratico. E non è nemmeno una telenovela sentimentale.

27 ottobre 2013

 

Pierluigi Battista

 

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