Le storie “dimenticate” dei Visintin-Zambon, veneti d’Arborea: la mobilità interpoderale, l’emergenza bellica e la riforma agraria. Cronaca d’un incontro, di Alberto Medda Costella. Foto di Luana Rigolli

 

È lunedì mattina. Con la fotografa Luana Rigolli abbiamo l’ultimo incontro, prima della sua partenza, con una famiglia sardo-veneta di Arborea. L’appuntamento è a casa di Bepi Costella, presidente della sezione locale dei Trevisani nel Mondo, che qualche giorno prima mi ha segnalato una signora di 90 anni che ha varie cose da raccontare. Da lì ci muoviamo. È lui infatti ad accompagnarci da Giuseppina Zambon, ormai tra le poche residenti a non essere nata in Sardegna. Abita in una azienda dell’agro, a due passi dalla pineta intitolata a Camillo Hindart Barany, pioniere della bonifica ed “eroe” della rivoluzione fascista[1].

Per raggiungere Giuseppina occorre percorrere la rettifilo, arteria principale della bonifica, e svoltare verso la parte est della strada 24 in direzione delle due sole aziende agricole presenti (gran parte dei poderi sono infatti nella parte ovest). Da un lato i Capraro, dall’altro i Visintin.

Ad accoglierci è il figlio Renzo, appena uscito dalla stalla. Indossa ancora gli stivali di gomma. Chiede solo un minuto per sistemarsi. I discendenti dei veneti arrivati in Sardegna tra le due guerre mondiali, per volontà della Società Bonifiche Sarde, in gran parte continuano a svolgere il lavoro insegnatogli dai genitori. È cambiato il metodo, ma è rimasta la stessa perseveranza di chi “vive” la terra. Essere agricoltori/allevatori significa fare una vita di sacrifici e riposarsi solamente il tempo necessario per iniziare una nuova giornata. Gli animali devono mangiare a ogni sorgere del sole e i campi per produrre devono avere il loro “fante in trincea”. L’attualità ci dice che l’autarchia è un ricordo lontano, non è più la politica a influenzare le decisioni, ma il mercato. La notizia che tiene banco proprio in questi giorni tra i soci della Cooperativa del latte 3A è l’acquisto di uno stabilimento caseario in Trentino, specchio dei tempi e della crescita del comparto agricolo di Arborea.

La famiglia Visintin, di cui Giuseppina fa parte avendo sposato Arturo, rappresenta la continuità di quella tradizione. Siamo a metà mattina. È il momento giusto per bere un caffè e anche Renzo, che ci accompagna in casa della mamma, si siede insieme a noi per tornare indietro con la memoria e rivivere storie ormai dimenticate.

I Visintin sono arrivati in Sardegna nel 1937, da Polegge (VI), mentre i Zambon arrivarono l’anno successivo da Pieve di Soligo (TV), per prendere possesso di un podere alla strada 6. Quando che so rivada mi iera drio far la processione ai bordi del cimitero. Alora iera Mussolinia. E dopo i me ga portà a Luri dove che iera Piero Golfetto. I ne faseva seminar olio de ricino e cotone. Go conossuo Arturo perché el vigneva de nantri a far la graspa e dopo i scavava i busi e i la metea soto tera. Devi esserghene ancora qualchiduna in giro, esordisce sorridente Giuseppina. All’epoca la produzione di distillati per uso familiare era consentita, ma non doveva superare un certo quantitativo. Quello eccedente veniva interrato, per metterlo al riparo dagli occhi indiscreti delle guardie incaricate dei controlli. Bepi racconta che quando passava col camion in giro per l’agro per la raccolta del latte – prima di lavorare allo spaccio della 3A – Arturo lo invitava sempre a bere un bicchiere. Ma a matina anca tra noi donne se bevea un bicierino per scaldarse e dopo se andea sul campo. El fasea ben! Se andava sui campi cantando, dice Giuseppina.

I Visintin si sono spostati nel podere della strada 24 est nel 1966. Al tempo numerose famiglie continentali decisero tornare alle origini o di impiegarsi nelle fabbriche del Piemonte e della Lombardia. Prima vivevano alla strada 18 ovest, dove c’era la famiglia Dal Pozzolo. I Da Possoeo ripete Giuseppina con la classica pronuncia alla veneta. Iera un podere piccolo interviene Renzo, alora quando che xè andà via Gaion noialtri avemo chiesto se i me dava anca queo, perché ierimo in tanti e iera nove/diesi ettari…cosa bastava? No iera possibile viver con queo e alora semo vignui qua alla 24 che iera abbandonà. Tutti andava in continente perché con sette fioi te portavi a casa sette buste paga. Qualchidun se ga pentio dopo diese/quindese anni. Ma anca adesso dopo quarant’anni. Parte della famiglia Zambon, infatti, ritornò sul Continente. Rimase solamente il padre di Giuseppina con i figli.

Dopo il primo anno alla strada 6 i Zambon passano alla strada 8. Dove che abitea Deschino e lì me son sposà mi e son andà con la fameja de me mario Arturo alla 27. Le famiglie rimaste sempre sullo stesso podere si contano sulle dita di una mano. Facendo una media approssimativa si può sostenere che per un podere siano passate almeno tre famiglie. Racconta Renzo: el nostro xè sta parecchi anni svodo. Lo lavorava l’SBS. Alora iera Jeje Petucco che me ga dito: “Oh! Renzo!Varda che là se ga piantà il D7 de Caterpillar. Nol star andar perché xè una busa enorme. Dopo sie ani semo rivai a piantar la busa. Qua, prima de nantri, iera un agrumeto sempre pien de acqua.

Tra i ricordi di Giuseppina riaffiorano anche quelli del periodo di guerra. Se è vero che molti pionieri hanno affrontato difficoltà di vario genere, la sua vita durante la seconda guerra mondiale non è stata negativa, anzi. Mi son stada ben. Tutti i à ciapa la maearia. Mi no. Sempre a laorar. Sempre a far la contadina. Ierimo in 60 dove che abitavimo in Continente, tra fradei, tutti insieme. Dove se abitava nantri, a Pieve de Soligo, ora i ga fato una fabbrica. Qui a Mussolinia son sta varie volte al palazzo del presidente della SBS, col duce, con la regina, vestita con la divisa. Al sabato guai se i se lavorava noi contadini qua. I passava una guardia apposta. Quando iera el duce i ne dava in regalo piatti, servizi, vestiti per i bambini. El duce el passea per le fameje a trovarghe. El volea tanto ben ai bambini. Mussolini visitò Arborea due sole volte, una nel ’35 e l’altra nel ’42, ma le autorità che fecero visita al paese durante il ventennio e alla sua bonifica erano veramente tante.

Dopo l’è rivai i militari proprio in casa nostra. C’erano italiani e tedeschi. Ma sa che ben i ne volea? Ci davano il riso da mangiare. Venivano in campagna ad aiutarci. Sempre stati bravi. Non hanno mai fatto del male a nessuno. I tedeschi poi? Mamma che bravi che iera. La roba che i gavea i la ga lassà tutta là. La signora Giuseppina è lucidissima. Non sta confondendo i tedeschi con gli americani. La Sardegna, se si escludono i bombardamenti a Cagliari e in altri centri che avevano comunque una funzione logistica per gli eserciti e l’aviazione, non conobbe nessuna azione cruenta che ha invece interessato il centro e nord Italia e l’Europa. Non è casuale che la popolazione non avesse inviso il regime come in altre parti del territorio italiano. Mussolini in uno dei suoi ultimi viaggi scelse la Sardegna proprio per rialzare il morale suo e dei suoi gerarchi. Aldo Cesaraccio, una delle firme più importanti del quotidiano “La Nuova Sardegna” di Sassari, nel 1957 scriveva: «nel 1947 potei rivisitare alcune località della Penisola dopo cinque anni di isolamento, e potei vedere e udire quel che i tedeschi avevano fatto quando divennero nemici, mi meravigliai della differenza tra l’uno e l’altro trattamento, quello verso la Penisola e quello verso la mia Isola. Non osavo neppure dire che, in fondo, qui i tedeschi s’erano comportati da gentiluomini». Certo, forse l’accordo che permise di sgomberare l’isola senza colpo ferire avrà aiutato, ma questo non è altro che una prova di come il clima bellico in Sardegna fosse notevolmente diverso rispetto ad altri contesti.

A ogni modo la presenza dei militari certamente attirava l’attenzione dell’aviazione alleata e qualche bomba è stata sganciata anche sull’agro di Mussolinia. Alla sedese i ga fato un buso enorme. Alora tanti aerei i passava a bassa quota e tanti i se scondea nel pagliaio.

Sono racconti di guerra, diciamo pure a bassa intensità, ma gli unici morti nell’agro causati dal conflitto si ebbero a ostilità concluse, con le numerose mine che erano state piazzate in alcuni poderi per l’eventualità di uno sbarco alleato nel golfo di Oristano. Iera ancora i militari dappertutto. I vigniva lori a portarse a casa. Alora iera una fameja che el gavea la biava che sforava dai campi e si dovea raccoglierla. E semo andai in tre, mi, me sorea e quea della fameja del granoturco. Siamo arrivati al campo e abbiamo chiesto di indicarci la strada. “No no, siamo passati bene con l’antimine” i ne à dito. Me son svejà in ospedale che iero tuta fasciada. E io chiedevo sempre: “e me sorea? e me sorea?” Iera morta sotto una pianta di pioppo, senza testa e senza gambe. Le gambe le hanno trovate dopo quindici giorni in meso alla biava. Semo saltai in aria noialtri e i bo no se ga fato niente. Sono racconti che non possono lasciare indifferenti. Ciò che oggi vediamo in altre parti del mondo, un tempo avveniva in casa nostra. Le cronache del secondo dopoguerra abbondano di fatti come questi. Bisognava dimenticare gli orrori del conflitto. Pochi avevano voglia di ascoltare i reduci che riportavano le loro esperienze, ma una mina dimenticata spesso ti costringeva a fare i conti col tuo passato.

Anche allora, però, l’attualità teneva banco e le lotte per rivendicare migliori condizioni lavorative e di vita aiutavano a guardare con un po’ più di fiducia il futuro. La vertenza era iniziata ancora a guerra in corso, e, dalle semplici richieste di aumento del corrispettivo dovuto al lavoro a mezzadria, si era passati a chiedere la proprietà delle terre. L’elezione nel 1953 del consigliere regionale carlofortino della DC Giacomo Covacivich a sindaco di Arborea doveva servire ad agevolare questo passaggio e a rafforzare i rapporti col governo a guida democristiana. Giuseppina lo ricorda bene: quando che iera Covacivich sindaco, lu i ne portea in giro a Carloforte a noi de Arborea, inte’ l’isola de San Pietro. Carloforte condivideva con Arborea la condizione di isola nell’isola. Proprio così: essa stava alla Liguria come Arborea al Veneto. Le origini del sindaco, pur essendo dalmate, lo facevano parlare con la classica cantilena genovese, un po’ come facevano col veneto alcune famiglie romagnole, sarde, mantovane o friulane, ormai assimilate. Ce ne parla la stessa Giuseppina: coi mantovani andavimo d’accordo. Anca lori ga imparà el veneto, ma anca tanti sardi adesso lo parla bene. Se lavorava duro, eppure si era sempre contenti tra de noi.

La meccanizzazione dell’agricoltura ha ridotto la fatica, ma non ha più permesso di condividere la sofferenza sul lavoro, limitando i rapporti e la solidarietà di classe. Adesso che xè i macchinari…anche per andar in ciesa. Giuseppina la domenica raggiungeva a piedi il centro abitato. Le scarpe le lasciava vicino al podere della famiglia Cenghialta per tenerle pulite: drio le piante. Se i portava i soccoli e se metteva su le sgalmare. Ai soccoli se metea i copertoni perché no i se consumasse. Arturo ga imparà a farle. Poi te li portavi da Zangirolami e i metea il cuoio per sora. Te vedi che bei che iera.

Renzo è appena tornato col caffè per tutti. Ci offre anche una grappa, rigorosamente nella tazzina del caffè, “alla veneta” dice. La lingua è certamente un elemento identitario importante. Il veneto parlato ad Arborea, anche se poco utilizzato dalle nuove generazioni, è certamente un fattore di distinzione. Ma sono soprattutto le tradizioni ad ancorare i giovani alle origini, che non sono state sostituite forzosamente come la lingua veneta con l’italiano. La consuetudine di accendere il fuoco per l’Epifania, per esempio, è rimasta. Renzo spiega che alla vigilia del 6 gennaio partecipa al falò propiziatorio per un buon raccolto nell’azienda Sardo (altra famiglia di origine vicentina): prima nantri lo brusavimo tante volte. Tanti ani fa i vigniva pure un con la pistola e sparava in aria. Se te lo fa oncuò i te aresta. Interviene Giuseppina: quando lo fasevimo nantri fasea brustoi e fritelle. I carabinieri i vigniva dal giorno prima che i savea. Anca nantri cantavimo: la pastorela qua e là. E dopo iera chi dava vin e chi dava saeame. Iera una festa.

Il 25 aprile è alle porte. La famiglia Visintin per il giorno prepara ancora la tradizionale frittata per la scampagnata del giorno: femo la fortaja de San Marco. E quante…per farla alta bisogna usare il recipiente stretto. Mi però no speto el 25 aprile. Mi me la fasso ogni settimana, con seola (cipolla), asparagi, zucchine. E vien alta. Me ricordo però che per San Marco i fasevimo anca el radicio cui ciccioli (grasso di maiale, in sardo gerda). El fasea un rumor quando che te li cusinea…dice Giuseppina.

Arriva Lucia, moglie di Renzo. Non è arborense, ma vicentina, di Monteviale. Lei parla soltanto in veneto. In un altro paese dell’isola sarebbe difficile farsi capire, ma nella “sarda” Arborea viene naturale, anzi, non conoscerlo e parlarlo significherebbe disconoscere parte della propria identità. D’altronde è la lingua ufficiale dei campi, delle caminiere, delle stalle, della cucina e delle osterie. Non importa di dove tu sia originario. L’essenziale è saper fare quatro ciacoe.


[1] Immolatosi «sulle vie imperiali del fascio littorio». Risulta anche tra i protagonisti secondari del romanzo storico “Canale Mussolini” dello scrittore veneto-pontino Antonio Pennacchi. È una storia particolare la sua, fascista ed ebreo allo stesso tempo. Altri tempi, altro fascismo si direbbe, ma soprattutto altra questione.

 

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