La coscienza della storia, di Sergio Romano

Come deve comportarsi lo studioso dinanzi a fatti che feriscono ogni senso morale?

 

 

Come deve comportarsi lo studioso dinanzi a fatti che feriscono ogni senso morale?

Prendere posizione è inevitabile perché, come scriveva Croce, ci occupiamo di vicende remote sempre sulla base di esigenze attuali. Ma così c’è il pericolo di lasciare in secondo piano la comprensione degli avvenimenti. Alcuni interventi di vario segno su una questione aperta,

Quando affrontano le grandi vicende umane (guerre, rivoluzioni, esodi di popoli, stragi, persecuzioni), gli storici sentono spesso il dovere di pronunciare giudizi morali piuttosto che concentrare ogni sforzo nel tentativo di comprendere perché questi eventi siano accaduti. Sappiamo che l’indignazione è sempre benvenuta, mentre le spiegazioni possono sembrare giustificazioni. Sappiamo che ogni tentativo di rendere razionale ciò che è irrazionale suscita dubbi e sospetti. Si vuole forse assolvere qualche protagonista di quegli eventi?

Il caso di un filosofo del secolo scorso, che fu anche storico e teorico della storiografia, è in questo contesto particolarmente interessante.

Benedetto Croce scrisse nel 1932 una Storia d’Europa nel secolo decimonono che arriva sino al primo dopoguerra e in cui le ultime pagine contengono giudizi critici per il trattamento inflitto dagli Alleati alla Germania.

Ma sono giudizi politici senza alcuna pretesa. Il filosofo aveva pubblicato anche, qualche anno prima, una Storia d’Italia dal 1871 al 1915, in cui qualche pagina è dedicata alla guerra di Libia contro la Turchia del 1911-12. Ma i criteri, anche in questo caso, sono strettamente politici.

Vi sono storici quindi che hanno sistematicamente evitato di proferire giudizi morali. Mentre scriveva, tra il 1912 e il 1913, i saggi poi raccolti nel volume Teoria e storia della storiografia, uscito nel 1915, Benedetto Croce non poteva conoscere i massacri della Prima guerra mondiale. Conosceva le guerre napoleoniche e quelle, che erano state combattute dopo il Congresso di Vienna sino alla guerra-franco prussiana del 1870-71 e a quella italo-turca.

Le vittime in ciascuno di questi casi erano state numerose ma non vi era ancora stato il drammatico «salto di quantità» che avrebbe avuto luogo grazie alle nuove armi inventate e costruite durante il primo conflitto mondiale.

Quando invece Croce pubblicò il secondo saggio sull’argomento (La storia come pensiero e come azione), era il 1938, vent’anni dopo la fine della Grande guerra e proprio nell’anno in cui il primo ministro francese Eduard Daladier, rientrando dall’incontro quadripartito di Monaco, promise ai suoi connazionali «la pace nel nostro tempo».

Qualche mese dopo scoppiò un’altra guerra mondiale in cui i morti, militari e civili, sarebbero stati 54 milioni.

Vi furono dopo la guerra molti omaggi alle vittime. Ma i criteri usati per parlare dei caduti erano ancora quelli prevalentemente patriottici e inevitabilmente retorici del secolo precedente.

Questo non significa che il silenzio storiografico di Croce e di altri autori su questi temi fosse un segno di scarsa sensibilità per le vicende umane e una gelida osservazione di ciò che stava accadendo nel mondo. Croce commentava l’attualità politica e, come ricordò Antonio Gramsci, aveva preso parte insieme ad altri (Georges Sorel, Eduard Bernstein) al dibattito sul materialismo storico e sul revisionismo del marxismo.

Più tardi, dopo la fine della Seconda guerra mondiale, il filosofo si pronunciò anche sui più discussi problemi del momento, come il grande processo di Norimberga con cui vennero condannati a morte dodici gerarchi nazisti.

Durante la seduta dell’Assemblea Costituente convocata il 24 luglio 1947 per approvare il trattato di pace delle potenze alleate e associate con l’Italia, Croce disse: «La guerra è una legge eterna del mondo, che si attua di qua e di là da ogni ordinamento giuridico, e in essa la ragion giuridica si tira indietro lasciando libero il campo ai combattenti, dall’una e dall’altra parte, intesi unicamente alla vittoria (…). Chi sottopone questa materia a criteri giuridici, o non sa quel che si dica, o lo sa troppo bene, e cela l’utile, ancorché egoistico, del proprio popolo o Stato sotto la maschera del giudice imparziale. Segno inquietante di turbamento spirituale sono ai nostri giorni (bisogna pure avere il coraggio di confessarlo) i tribunali senza alcun fondamento di legge, che il vincitore ha istituiti per giudicare, condannare e impiccare, sotto i nomi di criminali di guerra, uomini politici e generali dei popoli vinti».

Sono parole duramente realistiche, senza alcun cenno, per esempio, alla politica praticata dal Terzo Reich contro gli ebrei. Ma sono state dette in un momento in cui il genocidio ebraico, agli occhi della opinione pubblica, non aveva ancora le dimensioni assunte dopo la cattura di Adolf Eichmann e il suo processo a Gerusalemme nel 1961.

Oggi anche Croce riconoscerebbe che lo scopo di una guerra (la vittoria militare) potrebbe forse giustificare i bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki, ma non si può perdonare un eccidio che obbediva soltanto all’odio di un uomo e ai folli pregiudizi di un popolo.

Ma quando interveniva nelle pubbliche discussioni con qualche inevitabile giudizio morale, Croce non era uno storico. Era un filosofo, un uomo di lettere, un cittadino impegnato e fortemente interessato alle sorti del mondo. I suoi giudizi etico-politici apparivano in articoli e interviste pubblicati dalla stampa quotidiana, da riviste e spesso da quella di cui era fondatore e direttore («La Critica»), in cui letteratura e storia, sulla copertina, precedono la filosofia. Non aveva responsabilità etiche e l’unica autorità a cui riteneva di dovere rendere conto era il suo ingegno. Quando scrisse i due grandi saggi sulla storia chiese a sé stesso come nascesse un libro di storia e come lo si dovesse giudicare. Arrivò a queste conclusioni: «Il bisogno pratico, che è nel fondo di ogni giudizio storico, conferisce a ogni storia il carattere di storia contemporanea, perché, per remoti o remotissimi che sembrino cronologicamente i fatti che vi entrano, essa è, in realtà, storia, sempre, del bisogno e della situazione presente, nella quale quei fatti propagano le loro vibrazioni».

Se la storia è sempre contemporanea, è sempre possibile che lo storico ceda alla tentazione di essere giudice, pronunciare sentenze dall’alto della cattedra del suo tempo.

Lo farà prima o poi, dunque, perché non potrà mai dimenticare i motivi contemporanei che hanno sollecitato le sue curiosità e le sue ricerche. Ma corre un rischio: quello di dimenticare che la principale ragione del suo mestiere è quella di spiegare a se stesso e ai suoi lettori perché i maggiori Stati d’Europa, nell’agosto del 1914, siano precipitati insieme in un conflitto che si sarebbe lasciato alle spalle 17 milioni di morti e 20 milioni di feriti e mutilati; perché uno dei più colti e operosi popoli d’Europa abbia dato retta ai farneticanti discorsi di Adolf Hitler e sia diventato complice dell’assassinio di sei milioni di ebrei; perche alcune democrazie parlamentari nate dalla rivoluzione francese e dai risorgimenti liberal-nazionali del XIX secolo abbiano ceduto il passo, fra le due grandi guerre, a regimi autoritari, e perché il fenomeno sembri destinato a ripetersi nei nostri tempi.

Il lavoro da fare è immenso, perché il terreno storico del nostro passato è coperto da storie che sono state scritte per compiacere partiti politici, ceti dirigenti, organizzazioni religiose, gruppi sociali e razziali o personaggi che vogliono aggiustare la storia alle loro esigenze e alle loro ambizioni. Gli storici di corte sono sempre esistiti. I nuovi storici dovranno guardarsi dalla tentazione di pronunciare sentenze ed essere pronti a riparare i molti danni causati da una storiografia che ha troppo spesso servito un principe per permettergli di lasciare ai posteri un nobile ritratto di sé stesso.

 

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    1 Comment to “La coscienza della storia, di Sergio Romano”

    1. By Mario Pudhu, 11 settembre 2020 @ 14:40

      S’istoria est semper e totu istória, su chi e comente faghimus (o no faghimus) sos bios, totu suzetos a ignoràntzia, a irballos, fadhinas, a bisonzos, a torracontos, a sentidos e a machines de macos; pro cussu, tandho, totu s’istória cheret istudiada, connota (su chi si resessit a connòschere) e zudigada, ma no cun su ‘puntu de vista’ o ‘metro’ de sos istóricos «di corte» a un’ogru abbertu e cun s’àteru serradu pro torracontu e aprofitamentu personale e ‘programma’ de vita mea mors tua!
      Bi at unu puntu de vista, cun ambos ogros abbertos, chi est su bene e su bonu de s’umanidade, sa vida de s’umanidade líbbera e responsàbbile e no de buratinos in manos de gioghistos fintzas furriados de cherbedhu, o ‘amigos’ e ‘nemigos’, ca s’umanidade est totu una societas e vida de homo homini homo. S’àteru est gherra, isperdítziu e morte, a chie ndhe podet fàghere peus a cadhu e a pè chentza límite de peruna zenia.

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