Gianni Filippini, ovvero il giornalismo (anche ne L’Unione Sarda) come biografia della democrazia. Le stagioni politiche di Ugo La Malfa e Giovanni Spadolini, la testimonianza sardista di Giovanni Battista Melis, di Gianfranco Murtas

 

Alcune settimane fa, e segnatamente con un articolo nel sito di Fondazione Sardinia il 24 gennaio scorso, ho pubblicamente festeggiato il nuovo compleanno del patriarca – ché patriarca è diventato, nonostante la figura ancora giovanile e l’intelligenza colta sempre pronta! – del giornalismo sardo, istituzione personale vera e propria della nostra democrazia regionale: dico di Gianni Filippini, dal 1954 cronista e redattore di vario e ascendente livello a L’Unione Sarda, fino alla direzione conquistata nel gennaio 1977, e successivamente tante altre cose nell’ambito del gruppo L’Unione Sarda/Videolina. Così fino ad arrivare a pochi mesi fa, alla sua quiescenza finalmente (che inoccupazione, però, non sarà di certo).

Un liberale con il gusto dell’indipendenza gentile

Ogni uomo può essere definito in molti modi, e sovente tutti quanti sono calzanti perché fotografano ciascuno un aspetto particolare della sua personalità. A me, pensando a Gianni Filippini, viene spontaneo dire, guardando alle… latitudini civili, “un liberale nella democrazia”, o “un liberale con il gusto dell’indipendenza gentile”. Sul piano invece tutto umano e personale, frugando nel cassetto degli aggettivi” lo chiamerei “cordiale e generoso”. Associo i due attributi che attengono entrambi alla sua più intima natura e ad educazione mite e disciplinata, certamente però potrei agganciarne ad essi molti altri riferiti al concreto della sua multiforme professionalità. Aveva, ha – speriamo che continui a scrivere (ed a tenere o guidare conferenze) – una scrittura (e una parola) semplice e chiara e precisa, direi anche serena pur nella rappresentazione, tante volte, di situazioni ingarbugliate ora della cronaca sociale ora della politica.

Ma non è un monumento che debbo costruirgli, il monumento cioè alla lealtà della sua missione di vita – il giornalismo – e del suo servizio all’azienda-giornale che fu anche del padre Luigi. Qui voglio ripresentarlo, e naturalmente sempre con gratitudine – quella personale e quella della causa! – per quanto mi concesse tanto più negli anni in cui aveva lasciato la direzione de L’Unione Sarda, prestandosi numerose volte alle collaborazioni con i miei circoli, soprattutto nei contributi scritti e nelle presentazioni di numerose opere relative alla nostra democrazia repubblicana ed autonomistica.

Filippini – valga la testimonianza personale – lo incrociai la prima volta all’inizio degli anni ’70, quando con Tarquinio Sini e Lucio Lecis, e numerosi altri amici allora ancora all’università o perfino alle scuole superiori, organizzammo una “pagina dei giovani” con cadenza quindicinale: una pagina che usciva ogni due settimane e che, ad un certo punto, forse alla sua trentesima uscita, nel 1972, il direttore Crivelli fermò e soppresse (ci fu detto per… l’impertinenza di alcuni articoli riguardanti l’obiezione di coscienza al servizio di leva e la giustizia militare, che avevano suscitato veementi proteste dei comandi delle molte stellette). Certo sarebbero bastati altri due anni e una chiusura così improvvisa, e determinata da pressioni di poteri tanto in ritardo con la storia, sarebbe stata perfino impensabile. L’uscita di Tuttoquotidiano, nel luglio 1974, infatti cambiò radicalmente, e provvidenzialmente, molte sensibilità a L’Unione. Allora Gianni Filippini era ancora redattore capo e con Franco Porru affiancava Fabio Maria Crivelli nella conduzione, certo complessa e delicata, del giornale.

Presto egli sarebbe subentrato a Porru nella vicedirezione e tre anni dopo avrebbe conquistato la carica di vertice, onorandola per nove anni e qualche mese. Avrebbe garantito buoni rapporti con l’occulta proprietà rovelliana espressa, con voce e volto, dall’avv. Giuliano Salvadori del Prato (che l’editore faceva anche lui in continente) e, nel dopo-crac della SIR, con il nuovo patron Nicola Grauso, sempre difendendo la libertà professionale della redazione in tutte le sue componenti.

Trasferito a funzioni manageriali (presidente di Videolina) nella primavera 1986, assunse successivamente la direzione delle relazioni esterne del CIS e dal 1994 la guida dell’assessorato comunale alla Pubblica Istruzione. Fu suo merito, allora, l’aver intercettato il genio propositivo di alcuni giovani – da Vito Biolchini a Massimiliano Messina, da Armando Serri a Massimiliano Rais e Giuseppe Crobu (pressoché tutti, in precedenza, con me impegnati in televisione e nella confezione di alcuni libri di ricerca sull’antifascismo democratico-repubblicano sardo) – ed averne sposato il progetto di Monumenti Aperti, accompagnandolo con i possibili od opportuni supporti comunali.

Molto altro venne poi anche come incarico pubblico o come chiamata o appello a farsi “vedette” di nome e di lavoro, all’Ente lirico e agli Amici del libro, alla Fondazione Siotto, alla Fondazione Silone, nell’associazionismo, in televisione per anni e anni…

Anche l’associazione Cesare Pintus, allora presieduta da Salvatore Ghirra e di cui pure io ero parte, lo chiamò ripetutamente, tanto più alla moderazione di dibattiti, alla presentazione di libri, a conferenze in cui avrebbe potuto portare il molto “immagazzinato” in una vita di studio e di relazioni. E così, con la Cesare Pintus o senza, io stesso lo ebbi ospite, o collaboratore, o “maestro e donno” sempre disponibile, esempio di educazione e cordiale fattività. Mi vien anche difficile ricordare, senza scartabellare gli appunti sparsi, le collocazioni temporali…

Le collaborazioni, vero “maestro e donno”

Fu ospite del forum di “Zibaldone” a Sardegna Uno nel 1991, interrogato da Battelli e Masala e Biolchini e Serri e Rais e me, già era stato della partita della Cesare Pintus alla presentazione di Ugo La Malfa e la Sardegna, nel luglio 1989, alla Camera di Commercio; poi a quella di Cesare Pintus e l’Azionismo lussiano, nell’occasione anche con un contributo scritto, così come in Sardismo e Azonismo negli anni del CLN, in Bastianina, il sardoAzionismo, Saba, Berlinguer e Mastino ed anche in Titino Melis, il PSd’A mazziniano, Fancello, Siglienti, i gielle (fra aprile 1990 e dicembre 1992), nonché in ”Con cuore di sardo e d’italiano”. Giovanni Battista Melis deputato alla I e IV legislatura repubblicana (dicembre 1993); schedato, per i suoi primi contributi, nei due volumi di Alla fabbrica della Repubblica e dell’Autonomia – che curai come complemento necessario ai testi sul sardoAzionismo –, fu presente al dibattito suscitato dall’uscita di Storia del “Cavaliere senza macchia e senza paura”. Appunti autobiografici di Giovanni Battista Melis (dicembre 1996); fu coordinatore con Antonio Romagnino del dibattito su 1946, l’anno della Repubblica (già nel giugno dello stesso anno, agli Amici del libro)…

Sempre onorò l’impegno con il quale cercai, nel tempo e nei modi datimi, di rispondere al dovere di partecipazione alla vita civile e sociale della città di entrambi. Nel novero un altro ricordo: la sua presenza, insieme con parte della giunta Delogu, alla prima esibizione teatrale dei ragazzi di Mondo X Sardegna (San Mauro, Campu’e Luas 1 e 2), fattisi lettori di svariati testi storico-letterari di Paolo De Magistris, nell’occasione fortuna dei compleanni concentrati attorno alla primavera 1995: i 70 anni di don Paolo, i primi quindici della comunità di San Mauro, i primi dieci delle comunità di Macchiareddu. Furono più di venti i ragazzi che si prestarono a quella che ritenni dovesse essere anche una forte prova pedagogica e di saldatura delle comunità di recupero con Cagliari e diverse centinaia i cagliaritani venuti all’ascolto ora nella sala sotterranea del municipio – dove appunto ci accolse Filippini con i suoi colleghi di giunta – ora a Sant’Eulalia, o a Santa Restituta o a San Domenico, a Campu’e Luas infine. Mille applausi ai nostri giovani, giustamente, e a Paolo De Magistris.

Seguirono altre pubbliche manifestazioni che lanciai allora, nel 1996, 1997 e ancora 1999, per portare all’attenzione del capoluogo – cittadini ed amministratori – il tanto che si declinava come tossicodipendenza, carcere, ospedale, aids, piazza, sofferenza diffusa di una e forse due generazioni, e io riassumevo nella metafora di Partenia, ricordando il vescovo punito (!) di Evreux Jean Gaillot. Anche allora non ci mancò l’accompagnamento vigile e amico di Gianni Fiippini.

Ecco di seguito, ad integrazione della corposa rassegna pubblicata lo scorso 24 gennaio, alcuni altri dei suoi contributi scritti ed orali (sbobinati) offerti alla mia faticosa impresa di riscoperta delle idealità, e del servizio alle idealità, della democrazia repubblicana ed autonomistica nella Sardegna e nell’Italia degli anni della cosiddetta prima Repubblica.

“Ugo La Malfa e la Sardegna”, Cagliari 7 luglio 1989

Filippini. Grazie all’onorevole Ghirra che naturalmente ci ha ricordato quelli che sono i motivi dell’Associazione “Cesare Pintus” e credo che al di là di questi che sono gli intenti dell’Associazione noi siamo qui con lo stesso spirito, quello di celebrare pur non essendo, dico per me, lamalfiani o repubblicani, in senso partitico, a ricordare la figura di un uomo, di un politico, di un governante che ha lasciato una eredità soprattutto sul piano degli ideali. L’occasione ci viene offerta dalla pubblicazione di questo volume Ugo La Maya e la Sardegna curato da Gianfranco Murtas, e quindi prima di passare in qualche modo a parlare di Ugo La Malfa, ma sempre nel tema La Malfa accennerei brevemente a quelle che secondo me sono le caratteristiche e anche le qualità del libro.

Gianfranco Murtas non è nuovo a questa attività di saggista. Già io credo molti di voi abbiano letto di lui L’Edera sui bastioni e di recente, lo ricordava il sindaco nella lettera con la quale si scusava per l’assenza, una intervista fatta in modo molto intelligente e molto acuto al primo cittadino di Cagliari. E un ricercatore, io lo invidio molto anche per questo oltre ad ammirarlo, perché è sicuramente uno che ha la vocazione del ricercatore, dello studioso e di queste sue ricerche, di questi suoi studi restituisce molto in una attività pubblicistica che non solo è quantitativamente rilevante – credo che possa vantare almeno qualche centinaio di articoli e saggi – ma è soprattutto qualitativamente molto molto apprezzata. Questo libro certamente restituisce scopertamente, onestamente l’ammirazione che Gianfranco Murtas ha per Ugo La Malfa personaggio in tutte le sue componenti.

Murtas dichiara che ha con La Malfa un debito ma io credo che il debito, questo tipo di debito che Gianfranco Murtas riconosce di dover saldare probabilmente non riuscirà mai a saldarlo, perché la lezione che a tutti è venuta da La Malfa è lezione di alto livello, è appunto quella eredità di ideali, di esempi, di rigore, di moralità e anche di intelligenza politica che egli ha lasciato. Io debbo dire che nei confronti di quanti stanno in questo tavolo sono forse in qualche modo sfortunato perché ho anagraficamente una non appartenenza alla stagione forte, quando essere democratici comportava anche il rischio della vita, o quantomeno quello della galera: sono nato nel ’32, quindi mi sono ritrovato ragazzo in una democrazia che era stata fatta da uomini forti. Quello che ho cercato di fare in modo molto affannoso, in modo anche dispersivo, è il cercare di leggere, di studiare quelle che erano state le lezioni appunto degli uomini della stagione forte della nostra democrazia, e tra questi certamente Ugo La Malfa, e sono andato a rileggermi, ancora prima di poterlo ascoltare personalmente, quelli che erano stati i suoi scritti, i suoi discorsi, le lettere che aveva avuto modo di scambiare con alcuni personaggi – e fra essi Lello Puddu – quando c’era stata la stagione del feeling tra Partito Repubblicano e sardisti in Sardegna, e in alcune motivazioni diciamo abbastanza spicciole, ma insomma sempre sollecitazioni che funzionano nello stimolare un ragazzo, un giovane a studiare e a leggere, c’erano anche certi richiami al fatto che La Malfa era stato mandato al confino qui a Cagliari, a San Bartolomeo, e curiosamente mi aveva colpito il fatto che conservasse il ricordo, mi dicevano, e poi ne avevo avuto conferma, e c’è conferma anche in questo libro – lo ricordano tanto Murtas quanto Puddu del primo albero del Poetto, delle rocce della Sella del Diavolo, dove lui, che era un ragazzo, aveva 23 anni, era il 1926, quando fu inviato qui a Cagliari, leggeva e studiava i problemi nazionali ma con un occhio particolare, un occhio attento, un occhio partecipe, a quelli che erano i problemi della Sardegna in particolare e del meridione più in generale.

Il libro ha un vantaggio: una scrittura molto scorrevole, molto agile, diciamo, se non suona un’offesa. Lo dico perché ricordo sempre di aver fatto una tesi di laurea abbastanza seriosa sul poteri del capo dello Stato, e il relatore, dopo aver fatto la sceneggiata dei complimenti, mi disse: «ha un solo difetto: è scritta in stile giornalistico». Questo perché si capiva. Comunque, se non suona come un’offesa per Murtas, il libro è scritto in stile giornalistico, molto agevole, molto intrigante, molto coinvolgente. Molto ricco poi è il materiale che Murtas propone alla lettura, o alla rilettura, e le sottolineature e i richiami che fa ad ogni capitolo al di là di quelli che sono gli apporti originali dell’autore, sono stimolo alla riflessione sul pensiero e sull’attività di Ugo La Malfa. Ci sono anche altri contributi che mi piace ricordare: quelli di Lello Puddu, Antonio Chiesa, Franco Farina, Ignazio Cella, Paolo Savona, Alberto Mario Saba e scritti antologici comparsi per lo più una decina di anni fa, quando La Malfa scomparve: ci sono articoli e scritti, testimonianze, ricordi di memoria di Nino Ruiu, Cesare Pirisi, Armando Corona, Pietro Soddu, Andrea Raggio, Fabio Maria Crivelli.

Il libro, devo dire, ha un intento ovviamente celebrativo, l’ho premesso. Murtas si dichiara un entusiasta ammiratore di La Malfa, uno studioso che di La Malfa è partecipe in tutte le sue articolazioni di pensiero, con un pregio, a mio giudizio: Murtas ha fatto salvo il rigore della ricostruzione del personaggio senza mai scadere nella agiografia, senza mai suonare i violini o i tamburi che sarebbero certamente dispiaciuti per cominciare allo stesso La Malfa, che era come tutti voi sapete certamente un uomo che pensava in grande. Mi pare che fosse Amendola a dire che La Malfa dava proprio il senso fisico oltre che spirituale di un uomo che aveva il fastidio per le piccole cose, un uomo che non sapeva se non pensare in termini di collettività, di società. Del resto era il pregio forse, rispetto a una degradazione della politica non più intesa come servizio per la collettività, ma intesa da taluni, da molti, non stiamo qui a fare le percentuali, come esercizio di potere puro e semplice, fine a se stesso e mi pare che le vicende vicine a noi, qualche segnale preoccupante in questa direzione o qualche sottolineatura di questo tipo di degrado ce li diano.

Tra i miei ricordi personali, che ho ritrovato nel libro, c’è un comizio al quale io avevo assistito al cinema Ariston che era pieno di giovani, saranno stati un migliaio ed erano entusiasti perché, per incominciare ad introdurre il discorso su La Malfa personaggio, va detto che egli aveva una capacità oratoria certamente singolare. Non era uomo-fiume nel parlare, aveva anche l’abilità dei silenzi, dei toni alti e dei toni bassi, era capace non soltanto di colpire l’ascoltatore maturo e smaliziato, ma di coinvolgere: ecco credo questo sia, e chi ha esperienza di politica e di rapporto con la folla, con la gente, questo lo comprende meglio di chiunque altro, di entusiasmare i giovani, di colpirli, e io credo che lo strumento oratorio fosse congeniale a quello che La Malfa sapeva dire. Parlava di problemi concreti, non prometteva posti, non faceva balenare occasioni di potere o escalation carrieristiche, ma parlava di grandi temi, era capace di entusiasmare i giovani, richiamare i giovani, anche quei giovani che non si riconoscevano nelle sue linee politiche.

Il discorso su La Malfa è certamente molto complesso. Di lui si possono ricordare anche alcuni difetti o quelli che alcuni consideravano dei difetti: per esempio quello di avere una sorta di vocazione elitaria. Certamente aspirava come capo di un partito ad avere una grande forza politica alle sue spalle da trascinare, però il senso che dava negli incontri privati e soprattutto in quelli pubblici, era quello di preferire l’élite, la raffinata scelta di personaggi che fossero solidalmente e solidamente convinti di quello che lui diceva, di quello che lui faceva e che con lui dovevano dire e fare.

Io credo che il discorso sul libro, da parte mia come lettore in qualche modo sprovveduto di politica se non per quegli interessi di semplice cittadino, possa concludersi qui facendo rimbalzare la palla agli amici giornalisti. Debbo dire però che non potrei chiuderlo se non sottolineassi ancora che di questi libri che ci fanno pensare, che ci ricordano gli uomini migliori delle stagioni migliori ce n’è veramente bisogno

[intervento di Filippo Peretti, de La Nuova Sardegna]

Grazie a Filippo Peretti che ha sollevato alcuni degli spunti che nel libro sono richiamati con dovizia di documenti, con sottolineature da parte dell’autore e che in realtà spaziano veramente su tutte quelle che sono le problematiche della Sardegna, con un rammarico forse: che conservano ancora una attualità. Perché il collega Peretti ricordava la liberalizzazione dei mercati, ricordava gli incontri avuti a Sassari. Nel libro c’è anche che era stato contestato dai venditori di pecorino che volevano una forma di protezione, La Malfa vedeva la Sardegna protetta nelle sue esportazioni semmai con una forma di franco dogana nelle importazioni e in ogni caso aveva quella visione che non tutti purtroppo hanno, in campo nazionale, di considerare la questione meridionale, quindi la questione della Sardegna come un problema nazionale, non come un’aggiunta di problemi del tutto particolari. Ma ci sono nel libro molte altre occasioni di attenzione, di interesse e di riflessione…

[intervento di Giancarlo Ghirra, de L’Unione Sarda]

Posso aggiungere all’intervento adesso di Giancarlo Ghirra che sì, il libro ha questo aspetto di profondità, di acutezza, di ricchezza di documenti, ma non manca appunto anche di quella levità delle curiosità, dei richiami estemporanei… Ghirra ricordava l’episodio dello schiaffo a Palazzo Madama che Lussu diede a La Malfa, con un invio da parte del leader dei repubblicani dei padrini che Lussu poi rifiutò; c’è, per esempio, una curiosissima storia che viene riportata nel libro richiamando i corsivi di un famoso giornalista sassarese, a proposito di una visita a Sassari di Ugo La Malfa, allora ministro, e la città aveva tutti gli alberghi pieni, perché c’era in contemporanea il giro di Sardegna: allora si era posto un problema drammatico, dove ospitare il ministro. C’era il palazzo provinciale, e nel palazzo provinciale c’erano le stanze ex reali. I potenti democristiani, che governavano allora Sassari, cercarono tutti i pretesti per non ospitare nel palazzo provinciale, quindi nelle stanze reali, il repubblicano La Malfa, e uno dei pretesti che viene riportato in questi articoli di giornale è che non si voleva offendere il sentimento dei monarchici. Poi in realtà fu ospitato nel palazzo provinciale… Ma dico, questi sono gli argomenti diciamo di levità, ché un libro così se fosse tutto soltanto di pensiero forse sarebbe anche gravoso. Ci sono non soltanto le idee e le attività di Ugo La Malfa rapportate alla Sardegna, ma non viste con miopia soltanto nell’ambito soffocato della Sardegna.

Molto interessanti ovviamente i rapporti con i sardisti a cominciare dall’episodio forse umanamente determinante dell’incontro con Titino Melis a San Vittore e l’eco, e se non l’eco certamente il richiamo rispettoso da parte di La Malfa, e per chi legge il libro, per chi ha letto La Malfa o chi ha seguito La Malfa, certamente un contributo alla conoscenza dei padri della nostra democrazia o di quegli uomini che sulla democrazia hanno esercitato il loro alto pensiero: da Gramsci a Croce, da Cattaneo a Mazzini, a Ghisleri, Gobetti, Conti e quanti altri, insomma, hanno dato e lasciato un segno nella nostra cultura democratica.

Questo è appunto il riferimento che faceva Giancarlo Ghirra e che io sottoscrivo. Soprattutto noi giornalisti, che soffriamo in qualche modo del dover misurarci con l’effimero della quotidianità, di quello che facciamo, di quello che scriviamo, quando vediamo che la cronaca diventa storia un poco ci meravigliamo: in realtà questo è il destino della cronaca, della cronaca che vale, della cronaca che conta, e che certamente è la cronaca di questa vicenda umana e politica che è rappresentata da Ugo La Malfa e dalle sue idee di repubblicano.

[intervento del curatore del volume]

Se non avesse scritto Ugo La Malfa e la Sardegna e se nel libro non si fosse onestamente e apertamente dichiarato un lamalfiano, uno che deve molto della sua formazione intellettuale e politica a Ugo La Malfa sarebbe bastato questo suo intervento per tradirlo. C’è molto di Ugo La Malfa in Gianfranco Murtas, c’è la generosità, c’è il pessimismo, c’è anche qualche scheggia di utopia, c’è anche un po’ di orgoglio della minoranza elitaria, c’è anche questa grande passione civile. Mentre lo ascoltavo parlare mi ha ricordato la definizione che di La Malfa aveva dato Amedeo Piraino: «era come se un intimo travaglio lo scuotesse, sembrava che questo travaglio avesse un fondamento di tipo religioso, come se un dio immanente gli imponesse questa linea etica del dovere». Nelle proporzioni ovvie, non si offenda Gianfranco Murtas, ho visto quest’eco di etica, questa passionalità nell’interpretare il dovere, nel considerarlo donchisciottescamente, nel senso buono, paladino di un ideale. Ci vogliono questi personaggi, ci vogliono questi ideali.

Nel discorso, nell’intervento di Gianfranco Murtas si è parlato, si è accennato a quello che era il pensiero di La Malfa nei confronti dell’autonomia, una parte non irrilevante del libro è riservata proprio a questi temi, e su questo specifico tema – tracciando però un profilo essenziale di grande spessore – ha parlato Lello Puddu nel suo scritto ospitato nel libro, e nel libro ci sono anche, molto importanti, molto interessanti, alcune lettere di uno scambio epistolare fra Ugo La Malfa e Lello Puddu.

[intervento di Lello Puddu, dirigente del PRI]

Possiamo così concludere, ringraziando tutti coloro che hanno partecipato all’incontro di presentazione di questa interessante opera di Gianfranco Murtas. Vorrei sigillare questo dibattito su La Malfa con una riflessione. Ugo La Malfa aveva molti avversari politici che polemizzavano con lui, definendolo ora una Cassandra ora un profeta di sventura. Io ricordo che nel 1965, un quarto di secolo fa, a proposito delle cifre che rammentava Puddu, con una lucidità e una preveggenza straordinarie La Malfa aveva previsto la futura voragine del debito pubblico. Ricordo, ma forse il riferimento è più recente, in occasione di una confluenza, mi pare, di autonomisti nel Partito Repubblicano il messaggio di La Malfa assente che concludeva: «tenete alta la bandiera dell’autonomismo democratico».

Gianfranco Murtas ha avuto la cortesia di pubblicare anche l’articolo, il fondo, che a fine marzo del 1979 dedicai alla scomparsa di Ugo La Malfa. Se non ricordo male l’articolo concludeva così: «Ugo La Malfa ha lasciato a tutti i repubblicani e non, una grande eredità ideale, etica, di coscienza e di rigore democratico. Ora sta a noi tutti metterla a frutto o dilapidarla». Rispetto a quell’ articolo posso solo aggiungere che nel frattempo qualcosa è stato già dilapidato.

 

Per l’unità morale e delle opere: Titino Melis avvocato di un intero popolo

(da “Con cuore di sardo e d’italiano”. Giovanni Battista Melis deputato alla I e IV legislatura repubblicana, Cagliari 1993)

Secondo me (ma non solo, naturalmente), Giovanni Battista Melis è stato un ottimo oratore. Come avvocato e come politico. Però, se il mio contributo al volume che Gianfranco Murtas gli ha meritoriamente dedicato dev’essere onestamente soggettivo, ritengo sia corretto proporre una premessa che non so come definire. Un’ipotesi, un’opinione, una sensazione? Davvero non so, ma mi è accaduto di pensare che Giovanni Battista Melis, magari inconsciamente, si sentisse compiutamente realizzato più nel parlare in piazza che in Corte d’assise; che, pur confermandosi sempre avvocato di grande valore, nelle aule di giustizia si sentisse in qualche modo frenato o condizionato, se non proprio dalle regole processuali, dall’ambiente e dal relativo clima. Ho pensato, voglio dire, che Melis preferisse i panni del difensore di un intero popolo a quelli del difensore di un solo imputato. Perché negli uni poteva infilare tutto se stesso con la profonda conoscenza della Sardegna e della sua gente, la passione, le idee, il credo politico, l’impegno sociale ed anche il carisma del leader e così trasmettere il suo messaggio forte. Negli altri (tra parentesi: quante cause perorate per amicizia, per umana solidarietà, per sincero e spontaneo “spinto di servizio”! e quanti successi, quante assoluzioni anche clamorose!) c’era l’uomo di legge, l’interprete dei codici: stesso bagaglio umano di conoscenza, profonda preparazione specifica, impegno e generosità certamente identici; talvolta, però, l’oratore poteva essere indotto dal particolare ruolo professionale a contenere gli slanci più accesi e coloriti della propria oratoria che nelle piazze venivano salutati da calorose ovazioni.

Spero sia chiaro che l’opinione-ipotesi (mai sottoposta alla verifica dell’interessato) si fonda, in realtà, su questa mia leale ammissione: pur ammirando sinceramente tanto l’oratore forense quanto l’oratore politico, sono io che, messo davanti ad un’alternativa secca, assegnerei una preferenza al secondo. Al di là della prestigiosa attività forense, intendo dire, in Giovanni Battista Melis ho sempre apprezzato la coerenza e l’intransigenza politica e morale. Il battersi per la Sardegna con instancabile determinazione e appassionata dedizione. Di lui – pur non essendo io un sardista – ho ammirato la lucida individuazione e definizione dei drammatici problemi dell’Isola e l’instancabile sollecitazione delle soluzioni ritenute più idonee. E soprattutto quel suo sapersi collegare con la gente – anche come oratore, appunto – in una forte sintonia di umori e di sentimenti.

Tento adesso di inquadrare, in qualche modo, la mia conoscenza (molto relativa) di Giovanni Battista Melis. Prima come studente della Facoltà di Giurisprudenza e poi come giornalista (ma per oltre un anno, sino alla laurea, universitario e lavoratore contemporaneamente) mi è accaduto di frequentare i Palazzi di Giustizia della Sardegna e in particolare quelli di Cagliari e di Nuoro. L’interesse dello studente, il dovere e la curiosità del cronista giudiziario mi hanno spinto ad ascoltare molte arringhe e molte requisitorie, in particolare quelle degli avvocati e dei pubblici ministeri al tempo considerati (e comunque nel quadro generale di uno stile oratorio oggi certamente datato) i migliori della Sardegna. Ho così potuto conoscere ed apprezzare le notevoli doti di Giovanni Battista Melis (fuori dell’ufficialità, Titino per tutti e quindi anche per me) che faceva parte, appunto, di quella ristretta pattuglia di grandi personaggi in toga. Da quella conoscenza, certo parziale ma condizionante per la particolare suggestione delle buone arringhe, mi sono venuti stimoli robusti per collocare Titino Melis (ed altri: Enrico Endrich, Francesco Cocco Ortu junior, Gonario Pinna, tanto per fare pochi altri esempi di avvocati-politici) in un’ottica più ampia, in un’ottica possibilmente in grado di rivelarmi – nell’ovvia soggettività delle mie impressioni – non soltanto le doti per così dire pubbliche ma anche le umane caratteristiche dei personaggi. Sono stato fortunato, debbo dire: di molti ho avuto il privilegio di fare una conoscenza non superficiale; con alcuni – anche a dispetto delle molte distanze, a cominciare da quelle anagrafiche e da quelle ideologiche e politiche – ho stretto anche un rapporto d’amicizia o, comunque, di frequentazione improntata al reciproco rispetto.

Per quanto riguarda in particolare Titino Melis (che mi aveva ad esempio chiesto una collaborazione tecnica al Solco e che anche per questo ho avuto modo di frequentare), le doti di oratore forense erano ovviamente da sommare a quelle dell’oratore politico che ho conosciuto, in un arco abbastanza ampio di tempo, assistendo ad alcuni comizi – in qualche piazza o cinema – e seguendo di tanto in tanto convegni, congressi, sedute del Consiglio regionale e del Consiglio comunale di Cagliari. Degli interventi nelle aule di giustizia ricordo, in particolare, la appassionata esposizione “in fatto” e la rigorosa, esperta logica “in diritto” (come si diceva, o forse ancora si dice, per distinguere – nelle arringhe o nelle requisitorie – la ricostruzione delle vicende e la loro interpretazione giuridica). Ricordo soprattutto che Titino Melis parlava in un’atmosfera di particolare stima ed evidente rispetto da parte di colleghi e magistrati. Dal pubblico (oltre che dai clienti, naturalmente) gli veniva un visibile consenso. In genere era un pubblico numeroso. Era comunque un pubblico sempre molto attento e interessato alla sua eloquenza, alla forza espressiva dei gesti, degli sguardi, persino delle pause che segnavano il vivace alternarsi di appassionate esposizioni, di asciutte argomentazioni, di abili richiami (anche letterariamente colti).

Con quella di alcune conversazioni (egli parlava ed io doverosamente ascoltavo: erano vere e proprie lezioni di autentica sardità, di ricca esperienza umana e di solida cultura), conservo una memoria praticamente intatta di molti discorsi di Titino Melis. Mi è rimasto però un sincero rammarico: non aver potuto ascoltarlo in Parlamento nemmeno una volta. Davvero mi sarebbe piaciuto: certamente avrei avuto la diretta possibilità di misurare la levatura del personaggio con quella di altri deputati nazionali e soprattutto mi sarebbe stato consentito di avere, anche personalmente, la conferma del generoso e appassionato impegno per la Sardegna di un politico che anche in campo nazionale, pur tra ovvii contrasti ideologici e politici, aveva saputo conquistarsi il riconoscimento di una statura e di uno spessore sicuramente non comuni.

Certo, mi è accaduto di cogliere l’eco degli interventi parlamentari di Titino Melis nelle cronache giornalistiche e nei resoconti della Camera: sempre testimoni le une e gli altri, di discorsi mai di routine, sempre notevoli nella sostanza e nella forma. Ma non è la stessa cosa ed il personale rammarico per un’esperienza che le vicende professionali mi hanno negato si è rifatto sentire adesso, a distanza di tanti anni, mentre leggevo o rileggevo – in vista, appunto, del contributo all’opera di Gianfranco Murtas – il resoconto stenografico di molti dei discorsi tenuti da Titino Melis nei dieci anni – tra il 1948 e il 1953 e tra il 1963 e il 1968 – di intensa attività politica anche nella Camera dei deputati.

Questo incolpevole vuoto, se così si può dire, non credo possa riflettersi sul mio giudizio complessivo. Sono certo voglio dire che l’oratoria di Titino Melis è stata efficace e lucida anche nell’aula di Montecitorio (e del resto molti testimoni – altri parlamentari, sardi e non sardi, anche avversari politici di Melis – a suo tempo me ne hanno dato leale conferma). Insomma, ho maturato la radicata convinzione che i suoi interventi pubblici (comizi, discorsi parlamentari e consiliari, interventi a congressi e arringhe) sono stati costantemente caratterizzati – pur adattandosi ovviamente alle diverse circostanze ed ai diversi luoghi – da robusta, meditata sostanza e da notevole forza comunicativa. In altre parole – e non esito a riaffermare la personale stima e ammirazione per il personaggio pur avvertendo il pericolo di qualche mia maldestra concessione all’enfasi – il calore, la passione, persino l’irruenza erano un valore aggiunto per le affermazioni, le tesi, i messaggi che l’oratore attingeva ad un consistente patrimonio culturale e politico e che proponeva comunque con straordinario nitore logico, ed anche, se occorreva, con funzionale ricorso alla retorica. E certamente notevole era il polemista: le sue battute in contraddittorio, dure o ironiche, erano sempre tempestive ed efficaci.

Ho letto o riletto, dicevo, i discorsi parlamentari di Titino Melis. Non soltanto i discorsi: anche gli ordini del giorno, le interrogazioni, le interpellanze, le dichiarazioni di voto. Tutti gli interventi alla Camera, insomma. E dalla lettura o rilettura ho tratto l’ennesima conferma a quanto ho sempre saputo: Titino Melis non ha trascurato alcuno dei temi economici, politici e sociali della Sardegna; su tutti ha preso posizione, per tutti si è impegnato ad essere portavoce dell’Isola.

Pur facendo prevalere nel proprio impegno il ruolo del parlamentare eletto dai sardi, Titino Melis non si è tuttavia sottratto al dovere di schierarsi consapevolmente anche sui grandi temi nazionali. Ricordo, fra gli altri, l’europeismo, la “questione meridionale” nel suo complesso, l’equità sociale, le leggi particolari come quelle sull’indulto e I’ amnistia, il confronto-scontro fra imprenditoria pubblica e privata, la programmazione, gli interventi straordinari dello Stato e così via. Ma ricordo anche – sempre a titolo d’esempio – la dichiarazione di voto sul terzo Governo Moro del 14 marzo 1966: «Noi sardisti riteniamo che il centrosinistra risponde alla necessità e alla realtà dei problemi che attendono di essere risolti». Scelta politicamente significativa che nell’ampia e motivata dichiarazione sottolineava anche il rifiuto della «ipoteca dell’estrema sinistra» e quella dei «superstiti continuatori della tradizione monarchica e fascista».

L’impegno a favore della Sardegna era tanto prevalente che talvolta Titino Melis quasi sentiva il dovere di scusarsene: «Debbo chiedere venia a tutti i colleghi: troppo spesso noi parliamo in particolare della nostra Isola, troppo spesso noi ritorniamo su questo argomento di nostro diretto interesse regionale. Dobbiamo, direi, fare violenza alla nostra stessa personalità che vorrebbe esprimersi intervenendo in dibattiti di più vasta portata. Ma la verità è che la vita dell’Isola che rappresentiamo con amore è ferita da una situazione di così umiliante degradazione, di incomprensione e di assenza da parte dei poteri dello Stato, dal senso di distacco con cui siamo isolati ed ignorati, che siamo costretti, per carità di patria, a farci presenti, a ricordarci pressantemente a voi».

Non solo la «carità di patria», anche la motivata convinzione che a molti problemi della Sardegna andasse riconosciuta un’importanza nazionale: «Sento il dovere – esclamò, ad esempio, in un intervento del 1949 – di segnalare e di prospettare al ministro dell’Industria i problemi della mia Isola nel più vasto quadro dell’economia nazionale, perché la loro incidenza non si limita alla vita economica e sociale della Sardegna ma si proietta nel complesso dell’economia generale del Paese, con cui questi problemi si concatenano e si compenetrano». In quest’ottica a Titino Melis accadde più volte di pronunciarsi a favore di una meditata programmazione (26 novembre 1966: «La programmazione si fonda e scaturisce dagli articoli 41, 42 e 43 della nostra Costituzione che, riconoscendo allo Stato funzioni di organizzazione armonica delle attività economiche a fini sociali, pur nella libertà dell’iniziativa privata, consente che questa possa essere indirizzata con programmi e controlli previsti dalla legge, secondo vincoli ed in funzione dell’utilità generale… La scelta di civiltà che la programmazione rappresenta comporta soluzioni che sono state definite prioritarie e tali sono se ricordiamo la insopportabile strozzatura dell’agricoltura, la piaga della disoccupazione, lo squilibrio economico-sociale del Sud rispetto alle altre regioni d’Italia».

Una lunga e coerente battaglia, dunque, per l’affermazione dei diritti della Sardegna. A cominciare dal diritto di uscire da un passato di ritardi, abbandoni, sfruttamenti. Di questo si preoccupò Titino Melis sin dal primo discorso in Parlamento. Il 23 novembre 1948, prendendo la parola sul complesso tema dell’industrializzazione del meridione e delle isole e preoccupandosi anche di sottrarre la Sardegna al pantano dei luoghi comuni, della conoscenza di terza e quarta mano, disse fra l’altro: «Innanzitutto occorre chiarire, definire una posizione che risponde a una forma mentale comune: la Sardegna è nota come la terra dei pastori che, nomadi, vagano nelle campagne deserte e trovano asilo negli ovili di frasche e tronchi, dove hanno anche il loro squallido giaciglio, o come la terra dei contadini primitivi, pressoché ancora arretrati allo stadio degli aratri a chiodo».

La Sardegna, affermò Melis in quel suo discorso, è certamente anche questo ma non solo questo. E per far crescere socialmente ed economicamente il pastore e il contadino più arretrati – sostenne – occorre dar loro le opportunità che ad altri italiani sono assicurate: «Anche l’economia agricola, anche l’economia della Sardegna dei pastori è connaturata ad uno sviluppo industriale». Ed ecco, subito, politicamente rilevante, il richiamo significativo: «L’industria casearia, oggi, in gran parte si realizza in forma rudimentale, in un ambiente casalingo, familiare, ma interessa una parte molto vasta dell’economia isolana in una produzione che è fra le più notevoli d’Italia, per questo settore. Per evolversi, per affermarsi, per valorizzarsi economicamente ha bisogno di quelle risorse industriali che le diano possibilità di consolidamento, di conquista del mercato, che diano al pastore, ancora obbligato alla forma rudimentale del suo lavoro, la possibilità di economizzare, di razionalizzare, di industrializzare la sua produzione, sottraendola alla speculazione monopolistica di pochi affaristi esosi che ora dominano finanziariamente il mercato».

Già nel 1948, e con una visione molto chiara della realtà ed in particolare delle possibili prospettive future, egli dava dunque autorevole voce ai bisogni ed alle attese dell’Isola anche nel Parlamento. Una voce ferma e coerente, quella di Melis. Non un vano lamento. Una dura e documentata protesta. Ancora dal quel suo lungo e articolato discorso del 1948: «Questa nostra Isola ha un primato di spopolamento, è la regione più spopolata d’Italia… La Sardegna ha il primato nella mancanza dei porti, delle strade, delle scuole professionali ed elementari, e di tanti altri mezzi essenziali di evoluzione, per cui anche l’analfabetismo si estende più che in passato in quest’Isola che ha anche il primato della mortalità infantile, della tubercolosi, del tracoma, e di tutte le piaghe che affliggono l’umanità».

Nella battaglia parlamentare, va rilevato, Titino Melis era impegnato certamente da fervido, convinto autonomista. Ma come ebbe a dichiarare, «con cuore di sardo e di italiano»: «Io qui rappresento il Partito Sardo che si è posto il problema degli squilibri generali, il dovere ed il ruolo di rendere giustizia e di dare respiro a questa grande Isola, nell’armonia della collettività nazionale e nella stessa consapevolezza e responsabilità dei sardi… Il problema che più mi preoccupa è ormai vivo nella coscienza di tutti noi, è il grande problema della vita e dell’avvenire del nostro Paese, il problema stesso dell’unità della nazione… Non avremo sostanziale unità se non creeremo l’armonia, l’equilibrio nella vita economica e sociale italiana. Dobbiamo, per uscire dal generico e dal retorico, preparare le soluzioni che valgano a superare le ingiustizie di oggi e di ieri». E ancora: «Occorre fare la vera politica che ristabilisca non solo l’unità morale, ma l’unità delle opere del nostro Paese, occorre fare una sana politica meridionalistica, occorre che da questo Parlamento sorga veramente genuina, viva, operante, questa volontà di redenzione umana che ha nel suo Mezzogiorno il suo più grande problema: l’unità della Patria».

Nella progressione degli interventi, il deputato sardo affrontò praticamente tutti gli aspetti della vita isolana. Pur consapevole dell’incompletezza, azzardo un piccolo elenco dei problemi illustrati e discussi da Melis alla Camera: agricoltura, pastorizia, trasporti marittimi (mezzi da adeguare in qualità e quantità, tariffe per i passeggeri e per le merci da rendere accessibili), porti (grandi e piccoli, industriali, commerciali e turistici), ferrovie in concessione, lotta alla criminalità, opere pubbliche, istruzione, sanità, turismo, previdenza, sfruttamento delle miniere e dei lavoratori nelle miniere, monopolio elettrico e nazionalizzazione dell’energia, irrigazione e bonifiche, credito, condizione giovanile, emigrazione, regime fiscale, ecc. A titolo d’esempio, anche per richiamare un certo stile ricco di pathos al quale Melis affidava le più dolenti immagini delle realtà sarda, può citarsi un passaggio dell’intervento del 12 novembre 1951 sulle provvidenze statali per le zone colpite da un’alluvione: «Parliamo di paesi nelle cui case è spesso inutile fare l’elenco delle cose perdute perché sono state sempre vuote: ivi non è pane e tanto meno provviste di sorta. Compagno di ogni giorno è questo senso di tragica miseria cui si è aggiunta la natura matrigna, che travolge e sconfigge ogni capacità di resistenza. Cosa significhi in queste condizioni avere perduto gli orti, i giardini, i vigneti in Ogliastra, in Baronia, nel Gerrei, nel Nuorese, lascio pensare a voi: si è perduto lo sforzo di generazioni per generazioni».

Nelle sue analisi parlamentari Titino Melis insisteva giustamente nel far derivare molti problemi della Sardegna dall’insularità. Il 26 ottobre 1949, ad esempio, sostenne che dall’alto, a bordo di un aereo, si ha «subito la visione tragica delle solitudini infeconde in cui si dibatte la più profonda, integrale miseria del nostro popolo» e si ha «il senso quasi disumano della solitudine di questa gente, chiusa in una terra che le acque circondano quasi perché ogni anelito di vita si spenga». E il 20 settembre 1963, quattordici anni dopo, ribadiva con forza: «Questa nostra Isola, in verità la sola grande isola d’Europa, lontana com’è dal continente per una media di oltre dieci ore di mare, è rimasta chiusa nella sua economia arcaica, nella primitività della pastorizia, soprattutto per l’onere negativo del superamento del vuoto di adeguate comunicazioni marittime… La conquista al progresso della nazione democratica e repubblicana della mia terra non deve oltre modo rappresentare un incubo o un rimorso. La Sardegna deve integrarsi nel ritmo di trasformazione perseguito dalla nazione. Siamo al centro della civiltà mediterranea: siamo la terra più vicina all’Africa, che si pone come un grande mercato di sviluppo e di impegno per la solidarietà umana. Le soluzioni debbono rendere possibile un’economia moderna e progredita che si risolve negli incontri e negli scambi proficui. La Sardegna ha anche in questo e per questo grande orizzonte un ruolo ed una meta: quest’Isola che la nazione non deve respingere, ma legare a sé con le soluzioni degne della grande ora che volge».

Puntualmente, in ogni intervento, il parlamentare sardo si conferma rigoroso e documentato nell’affrontare i problemi, nell’indicarne e nel sollecitarne le soluzioni con una visione spesso anticipatrice. In fatto di industrializzazione, ad esempio, sollecita le industrie per «la conservazione e la trasformazione delle pelli», per «la conservazione delle carni» («agnelli, capretti che dovremmo poter mandare nei mercati nazionali e che non possono raggiungere nemmeno il vicino mercato romano perché manca l’industria del freddo»), per «lo sfruttamento delle lane», ecc. Di alcune di quelle lontane attese si può dire, dopo quasi mezzo secolo, che sono state in qualche modo soddisfatte. Di altre deve dirsi invece che ancora oggi assicurano un’obiettiva attualità alle calorose battaglie parlamentari di Titino Melis che denunciava, dati e statistiche aggiornate alla mano, anche il diverso, più favorevole trattamento riservato dallo Stato – ad esempio nel settore delle opere pubbliche – ad altre zone del Paese.

Esemplare, ancora a proposito dei collegamenti marittimi e della relativa penalizzazione economica e sociale imposta ai sardi, un discorso tenuto alla Camera il 27 febbraio 1950. Ecco, per breve cenno, alcuni passaggi di quell’intervento su un problema che, adesso come allora, va considerato un vero e proprio dramma, comunque un nodo centrale dell’economia della Sardegna, fortemente condizionata e penalizzata rispetto alle altre regioni italiane. Melis ribadisce – lo aveva fatto altre volte, altre ancora lo farà con forza – il diritto dei sardi al riconoscimento di quella “continuità territoriale” che resta sostanzialmente, ancora oggi, un problema non del tutto risolto della realtà isolana: «Il percorso tra Olbia e Civitavecchia è di 230 chilometri. Se noi spediamo per ferrovia a grande velocità, cioè con le tariffe più alte, 20 tonnellate di farina spenderemo 55.750 lire per i prezzi in vigore dal 1° gennaio 1949. Via mare per la Sardegna si spendono invece 153mila lire: circa tre volte tanto… Per spedire 36 tonnellate di formaggio, per ferrovia a grande velocità, tutti i cittadini italiani dalle Alpi alla Sicilia.., spendono 84.528 lire; per la Sardegna, con la Tirrenia, 318mila lire… Per spedire 90 tonnellate di patate per ferrovia si spendono 188.890: per la Sardegna 668.500».

Si potrebbe continuare con gli esempi, ma sarebbe come battere sempre sullo stesso tasto. Insomma, al di là delle differenze e magari del dissenso su certe impostazioni politiche, mi pare di poter concludere che si debba riconoscere l’alto valore del contributo sempre generoso di idee concrete e di azioni efficaci che Titino Melis ha dato alle battaglie per il riconoscimento dei diritti dei sardi. Un contributo, in particolare, che certamente si è avvalso – a mio giudizio – anche delle non comuni doti dell’oratore, della sua notevole capacità di comunicare facendosi ascoltare con attenzione, interesse e rispetto. Credo infine di dover aggiungere che nella mia considerazione complessiva – ovviamente per quel che vale – Titino Melis si avvantaggia anche per il confronto, in cui lo vedo vincente, con altri politici. Dei suoi tempi e dei nostri.

 

La fiducia a Spadolini presidente-collega: quell’irreale arcobaleno in cielo ed il militante del dovere

(da Per Giovanni Spadolini, Per Bruno Visentini, Cagliari 1995)

Nel panorama politico italiano (e non solo), Giovanni Spadolini ha rappresentato per molti versi un’eccezione. Rispetto a molti altri personaggi ha sempre saputo collocarsi, a dir poco, un gradino più in alto: per serietà, per impegno, per onestà. Di lui – uomo colto, giornalista apprezzato, storico rigoroso, politico intelligente – era giusto, era doveroso apprezzare la coerenza nell’attenersi alla propria linea etica e ideale. Che non mancasse di dimostrare d’avere attenzione e rispetto per le “esperienze degli avi” e curiosità e interesse per le “avventure dei contemporanei” colpiva tutti, non soltanto chi ne condivideva le idee politiche. E non poteva sfuggire una sua particolarità certamente singolare e preziosa: in base a criteri e principi scelti una volta per sempre, sistemava ogni accadimento dell’uno e dell’altro versante nell’ottica della cultura e della civiltà.

Era stata lezione di Piero Calamandrei – confessava Spadolini – l’impegno costante di attenersi a quei criteri e di obbedire a quei principi: «inseguendoli come l’arcobaleno che è alla fine di una nuvola sull’orizzonte, pur sapendo che quando si arriverà là dove si credeva fosse l’arcobaleno ritroveremo soltanto un po’ di nebbia». Ma l’arcobaleno – si confortava e ci confortava Giovanni Spadolini – è ancora più in là e bisogna continuare a inseguirlo, senza fermarsi.

Certo, non tutto mi piaceva di Giovanni Spadolini. Spiccioli, però, rispetto all’alta considerazione sollecitata dal complesso delle sue doti. E quindi – malgrado contingenti perplessità e dissenso per qualche scelta o iniziativa e sebbene talune concessioni al narcisismo mi procurassero un po’ di fastidio – ho sempre guardato con stima e simpatia alla sua presenza nei giornalismo, nella ricerca storica, nella politica. In pochissime parole, questo vuol dire che su Giovanni Spadolini – come su pochi altri, repubblicani e non – anche a me è accaduto di puntare civili attese di cambiamento. Da giornalista con qualche responsabilità mi è in particolare accaduto di affidare a Spadolini, pubblicamente, la personale e collettiva speranza di vedere il nostro Paese finalmente liberato da troppi cialtroni e troppi ladri e amministrato con onesto rigore e impegno disinteressato, con dedizione trasparente e obbiettiva capacità.

Ecco, per queste ragioni e per altre che non è qui il caso di richiamare, quando ripenso a Spadolini presidente del Consiglio dei ministri, automaticamente mi torna alla mente la metafora dell’arcobaleno. Certamente, e sia pure inconsapevolmente, da moltissimi italiani laicamente sensibili alle sorti del nostro Paese, Palazzo Chigi, nel giugno 1981, era stato infatti paragonato alla nuvola che all’orizzonte segna la fine di un arcobaleno.

Quasi scontata, dunque, la robusta apertura di credito a favore del leader repubblicano decisa da una larga parte dell’opinione pubblica e della stampa (e, per quanto mi riguarda direttamente, dal quotidiano L’Unione Sarda).

Era un omaggio al personaggio e al suo prestigio, quel clima di favore e di consenso. Ma Spadolini era anche una grossa e stimolante novità. Rappresentava una svolta nella trentennale egemonia democristiana, la sua nomina poteva essere letta come resa del vecchio ceto politico alla logica democratica dell’alternanza, del rinnovamento. E senza dubbio, al primo impatto, la nomina di Spadolini a presidente del Consiglio dava credibile sostanza alle attese di cambiamento negli uomini e soprattutto dei metodi coltivate dagli italiani come vitale antidoto ai mortali veleni di una crisi gravissima, su molti piani drammatica e lacerante: economia in dissesto, inflazione a livelli da record negativo, occupazione in caduta verticale, esplosiva questione morale, incandescenti tensioni sociali, criminalità ed eversione imperanti, istituzioni allo sbando, scenari politici dominati dalla “guerra per bande” fra partiti, correnti, clan e logge.

Purtroppo, per Spadolini e per il Paese quell’incarico si è rivelato una scommessa e non c’è voluto molto – bruciate subito le iniziali speranze – per rendersi conto che le possibilità di vincerla andavano dallo zero in giù. Infatti quel repubblicano a Palazzo Chigi era una novità soltanto apparente. In realtà Spadolini era stato mandato al vertice del governo per far decantare la confusa situazione politica, per dar tempo a democristiani e socialisti di preparare l’ultima mano di una cinica partita politica tutta giocata – ovviamente sulla pelle degli italiani – al tavolo del potere, del suo uso ed abuso.

Quindi, uno Spadolini costretto a navigare a vista nella più defatigante quotidianità e ad assumere qualche decisione impopolare con alle spalle i coltelli puntati di un infido pentapartito, di una maggioranza inaffidabile. Così, il governo – dopo Ferruccio Parri, dopo oltre tre decenni guidato per la prima volta da un laico – ha vissuto ed è morto di stenti politici: l’incolpevole Spadolini non ha potuto o saputo onorare il largo credito che gli era stato concesso dall’opinione pubblica e dalla stampa.

Per questo, chiusa in passivo quella parentesi, collettivamente s’era dovuto prendere atto che davvero ad inseguire l’arcobaleno, ad arrivare alla nuvola che all’orizzonte ne segna la fine, ciò che si trova, molto spesso, o quasi sempre, è soltanto un po’ di nebbia. Amara, dolorosa constatazione, anche se era stato lo sconfitto Spadolini a ribadire, con orgoglio intellettuale e coerenza politica, che l’impegno, alla fine del millennio, è e resta uno solo: continuare comunque a inseguire l’arcobaleno. Senza fermarsi. Soprattutto senza arrendersi alle batoste della realtà e quindi alla rassegnata accettazione del troppo che ancora – in questo tormentato Paese all’infinita ricerca di una solida maturità democratica – dev’essere invece rifiutato da ogni civile coscienza.

Apertura di credito (4 luglio 1981)

Le nomine dei ministri, domenica, e quelle dei sottosegretari, ieri, sono costate al presidente del Consiglio Spadolini, primo laico a Palazzo Chigi, l’amarezza di alcune piccole ma significative sconfitte. Al leader repubblicano, in particolare, non è riuscito di introdurre quelle prime novità di metodo che sarebbero state, come era nelle sue lodevoli intenzioni, un segnale interessante: oltre ai mortificanti rinvii da un giorno all’altro, gli appetiti dei partiti e le faide delle correnti gli hanno imposto la rinuncia al pieno rispetto della Costituzione, perché ha dovuto subire, in pratica, nomi e numero dei suoi diretti collaboratori nel governo. Tutto, in altre parole, si è svolto come al solito, con il consueto valzer delle «rose», con le scelte cambiate all’ultimo momento, con la attribuzione di incarichi in genere svincolati dalle specifiche competenze e soprattutto dalle reali esigenze di una governabilità modernamente efficiente.

Tuttavia, preso atto di questo appuntamento mancato, sarebbe ingeneroso, ed anche avventato, costringere la grossa novità di un governo presieduto da un non-democristiano nella modestia di questi primi passi: ben altri sono e saranno i punti di riferimento per valutare, in concreto, significato e portata della svolta che Spadolini non può certo ridurre al suo essere diverso politicamente dei predecessori. Sono i drammatici problemi del Paese ad offrire l’unico metro accettabile; saranno la credibilità e la tempestività delle soluzioni a proporre all’opinione pubblica le attese conferme o le temute (o magari previste) smentite. Intanto può dirsi che le caratteristiche dell’uomo e le prove che ha dato in diversi campi (non ultimo quello giornalistico) autorizzano non infondate speranze: che non significano, come da qualcuno si vuol far credere, condanna generalizzata del passato, quanto, piuttosto, un’inevitabile scommessa al tavolo di un’Italia che ha la vitale urgenza di uscire dalla crisi, di costruirsi un futuro meno condizionato dall’inflazione galoppante, dalla disoccupazione crescente, dalla criminalità dilagante e dalla eversione sempre minacciosa.

Si vedrà. Prendiamo atto, intanto, che siamo usciti da una crisi che poteva portarci al trauma immediato di uno scioglimento anticipato delle Camere ed all’incognita di elezioni politiche affidate alle tensioni negative di scontri frontali. Da ieri il governo è al completo; forse ministri e sottosegretari sono troppi (e, per fortuna, una rinuncia della DC ha consentito di evitare il record negativo di due viceministri in più); forse la distribuzione delle competenze autorizza certe perplessità e critiche; ma la carta di credito per una governabilità effettiva, basata su una leale e costante solidarietà dei cinque partiti di maggioranza, ha una sua piena validità: soltanto un uso sbagliato può trasformarla in un insuccesso e in una delusione.

La scommessa (12 luglio 1981)

Gli esponenti e i giornali dell’opposizione al nuovo governo che definiscono Spadolini un «presidente prigioniero» danno un giudizio che è certamente distorto, nella forma e nella sostanza, dallo spirito di parte e dalle relative esasperazioni polemiche. Parlare di «presidente assediato» non è però sbagliato o scorretto: perché questa, obbiettivamente e per sua stessa ammissione, è la condizione del leader repubblicano, chiamato ad affrontare, come capo del governo di un Paese in gravissima crisi, un’emergenza che molto somiglia, appunto, ad uno stato d’assedio. La differenza fra le due etichette è di fondo: da una cella può risultare difficile o impossibile evadere; da un fortino circondato si può pensare di uscire vittoriosi.

Nel suo discorso programmatico, ampio ed approfondito, Spadolini di emergenze ne ha sottolineate quattro: quella morale, quella economica, quella sociale e quella internazionale. In modo più articolato e sinteticamente richiamando le possibili soluzioni, la «mozione motivata» sulla quale la maggioranza ha espresso la fiducia, giovedì in Senato e ieri alla Camera, ne ha indicate addirittura dieci: il terrorismo, i centri di potere occulto, l’inflazione, la spesa pubblica, il Mezzogiorno, l’agricoltura, la programmazione, la difesa della lira, il problema energetico e la giustizia. Dentro e fuori le aule parlamentari non è stata trascurata, pur con diversi gradi di sincerità, l’emergenza del quadro politico italiano, quella che ha messo in crisi Forlani, che ha allontanato la DC da Palazzo Chigi, mandandoci, per la prima volta dopo oltre trent’anni, il rappresentante di un altro partito.

Ora il punto è questo: da quale emergenza Spadolini e il suo governo saranno maggiormente assediati? contro quale emergenza il leader repubblicano e i suoi ministri riusciranno ad ottenere dei convincenti e incoraggianti successi? In altre parole: i drammatici problemi del Paese saranno anteposti a quelli dei partiti che stanno dentro la maggioranza o che dalla maggioranza sono stati esclusi? Ed è evidente, purtroppo, che affidare il compito di tentare una risposta all’esperienza del passato significherebbe soltanto rassegnarsi a contare i giorni che mancano alla prossima crisi, abbandonarsi, per come stanno le cose, al mortificante gioco delle ipotesi sulla data delle nuove elezioni anticipate. Meglio, quindi, concedersi alla speranza che in tutti, nelle forze politiche e sociali, prevalga quel senso di responsabilità che è la bandiera di tutte le dichiarazioni ufficiali.

Spadolini ha sinora mostrato una buona dose di ottimismo. Certo non si nasconde la gravità della situazione («Il governo – ha detto tra l’altro nella sua replica ai consensi ed alle critiche dei deputati – è nato su presupposti di rigore nella coscienza della gravissima crisi che scuote le istituzioni e sconvolge la vita democratica»). Certo non ignora che la Democrazia Cristiana aspira a riavere la presidenza del Consiglio, che il PSI punta ad ottenerla per la prima volta e che il PCI intende giocare tutte le carte dell’alternativa. Insomma, sa che anche da questo versante (o soprattutto da questo versante) gli verranno addosso grossi problemi. Ma al di là dell’ottimismo, nel nuovo capo di governo c’è anche la convinzione, fondata, che «la partita non è perduta poiché il Paese sa esprimere energie capaci di superare la crisi». La scommessa allora è questa: evitare che queste energie siano mortificate dagli interessi, più o meno legittimi, di pochi.

La paura dei deboli (13 settembre 1981)

Nei prossimi giorni, al massimo entro la fine del mese, dovremmo sapere con certezza tutto quello che il Governo ha deciso di imporci (e di imporsi) per avviare il Paese fuori dal tunnel dell’inflazione. Per ora, mentre il negoziato tra le parti sociali cerca la difficile strada di un accordo, annunci, voci, progetti, indiscrezioni e ipotesi alimentano ottimismo e pessimismo con quotidiane conferme e smentite.

Un esempio. Con un’insistenza quanto meno sospetta, nei giorni scorsi si è parlato di una nuova imposta patrimoniale, di una tassa sulla seconda casa, di più pesanti prelievi sui redditi (ed ovviamente, per come vanno le cose fiscali, sui redditi di lavoro dipendente in particolare). Ai contribuenti giustamente allarmati – e puntualmente indignati per le inattaccate fasce di scandalose evasioni – non sono state negate, con richiami ad autorevoli fonti governative, le opportune spiegazioni: i miliardi che occorrono allo Stato sono decine di migliaia ed è impossibile recuperarli con la sola manovra dei tagli sulla spesa pubblica e dei risparmi sugli sprechi del pubblico assistenzialismo; per questo sarà inevitabile un ulteriore giro di vite: in parcheggio gli sgravi promessi per salari, stipendi e pensioni e «opportuni ritocchi» alle aliquote.

Annunci e conferme. Per qualche giorno. Poi, ieri, una smentita. In un’intervista al giornale del suo partito, il ministro delle Finanze Formica ha escluso il varo di nuove tasse o imposte: «Le entrate tributarie dello Stato – ha detto – crescono da sole e, senza interventi, l’anno prossimo dovrebbero assorbire il 24,2 per cento del prodotto interno lordo contro il 23,2 di quest’anno. Non sarà dunque necessaria l’approvazione di nuove leggi fiscali per aumentare il gettito». Una promessa, dunque, in qualche modo confortante. Peccato che il ministro del Tesoro continui a mostrarsi di diverso avviso.

Un esempio, si diceva. Un esempio tra i tanti possibili sulle molte incognite di quella stagione di «duri e necessari sacrifici» che Spadolini considera il «necessario supporto alla vitale sfida contro l’inflazione». Ma sono incognite – ed il presidente del Consiglio lo ha ripetuto chiaramente anche l’altro giorno nel suo discorso alla Fiera del Levante – che il Governo non potrà sciogliere da solo perché «non ci salveremo se non ci salveremo tutti insieme, se tutte le forze spontanee della società, tutte le rappresentanze autentiche di interessi e di ideali non si sentiranno coinvolte in un grande sforzo di salvezza nazionale».

Parole di Spadolini. Parole giuste. Parole che tutti sono seriamente disposti a sottoscrivere. Ma il punto è proprio questo, alla vigilia delle decisioni concrete pericolosamente rinviate. Sulla gravità della situazione economica e sociale c’è un accordo generale. E generale – malgrado la contraddittorietà di certi comportamenti – è la consapevolezza dei rischi che incombono su questo Paese che per troppo tempo si è concesso i lussi del miliardario pur avendo nelle tasche soltanto pochi spiccioli. Quanto ai sacrifici, però, la tendenza è di scaricarseli l’un l’altro: il Nord sul Meridione, gli industriali sui lavoratori, le Partecipazioni statali sui privati, le aziende pubbliche sugli utenti, i commercianti sui clienti e viceversa, naturalmente, in un ping-pong all’insegna di un si salvi chi può da affidare all’ultimo colpo, all’astuzia o alla fortuna, alla forza o alla fantasia, alla disperazione o al cinismo.

Non è una novità, purtroppo. E il guaio è che l’esperienza insegna che, in genere, hanno finito per pagare il prezzo più alto i più deboli, gli eterni sconfitti dagli egoismi corporativi, dalle angustie di classe, dalle rivalità ideologiche, dalle contrapposizioni territoriali esasperate sino agli scontri di campanile.

Che accadrà nelle prossime, decisive giornate? Spadolini e il suo Governo sapranno assegnare alla sfida all’inflazione la strada dell’equità e della giustizia sociale? È dalla risposta a questi interrogativi che potremo apprendere se e quando sarà possibile uscire dal tunnel della crisi e in quanti.

La morale del Palazzo (14 ottobre 1981)

Forse le terapie indicate non sono tutte corrette o tutte possibili. È certo, tuttavia, che il Governo ha fatto, con la legge finanziaria, una diagnosi esatta, addirittura impietosa dei mali italiani. La febbre dell’inflazione, che quotidianamente brucia migliaia di miliardi, ha anche altre cause, oltre il caro-petrolio: gli sprechi forsennati della pubblica amministrazione, l’assistenzialismo selvaggio, il dissesto delle aziende statali e parastatali, gli spaventosi buchi in alcuni enti ed istituti (come l’Enel e l’Inps), i mille rivoli di una legislazione frammentaria e clientelare, le riforme eternamente rinviate o colpevolmente sottratte a precise coperture finanziarie, eccetera, eccetera.

È stata indicata una cura. E il Governo, affidandola al Parlamento, ha giustamente detto: se ne può discutere. Ma ha avvertito: una cura bisogna definirla, al più presto, e immediatamente applicarla. Coma e morte per collasso economico non sono un’ipotesi. Sono una certezza.

Ci si attendeva, dunque, che le forze politiche, pur nell’ovvia dialettica di posizioni diverse, trovassero la strada del comune impegno: serio e rapido dibattito in Parlamento, confronto leale e serrato, approvazione tempestiva degli strumenti per combattere l’inflazione. Una decisione, insomma, per correggere la rotta avventurosa di un’economia in balia di troppe tempeste.

Attesa puntualmente delusa. Il Governo è stato costretto a ricorrere ad un voto di fiducia per sbloccare i lavori della Camera dove l’ostruzionismo radicale ha denunciato, in modo certo sbagliato e comunque esasperato, l’inopportunità – in un momento di drastici tagli alla spesa pubblica e di sacrifici chiesti od imposti soprattutto ai lavoratori – di un consistente aumento del finanziamento pubblico ai partiti.

E non solo. Mentre l’indistruttibile calderone degli scandali continua a ribollire di accuse e di smentite, di confessioni e di querele, di dossier veri e di documenti falsi, ecco che il Governo avverte sinistri tremolii sotti i piedi e si gioca la stabilità per dilanianti polemiche tra i partiti della maggioranza che dovrebbe sostenerlo. E perché? Perché qualcuno vuol mettere le mani sulla più vecchia testata quotidiana ed altri vogliono impedirglielo soltanto perché di quel giornale, direttamente o indirettamente, aspirano ad impadronirsi.

Faida, dunque. E faida delle più vergognose, con reciproci insulti, denunce, minacce. Un’altra occasione, insomma, per far sapere all’opinione pubblica in quale conto a Palazzo sia tenuta la questione morale.

I sacrifici e l’esempio (16 ottobre 1981)

È stato un voto a maggioranza schiacciante. Un voto da solidarietà nazionale, di quelli auspicati per le gravi emergenze del Paese: 285 sì (democristiani, comunisti, socialisti, socialdemocratici, repubblicani, liberali, missini, deputati dalla Svp e deputato valdostano), 59 no (radicali e PDUP) e sette astenuti (indipendenti di sinistra). E non solo: considerandola una decisione di estrema urgenza il Governo non ha esitato a ricorrere al voto di fiducia.

Ma che c’era di così importante da mobilitare la compagine di Spadolini, da convincere i partiti di maggioranza e di opposizione ad abbandonare le quotidiane trincee per ritrovarsi uniti e solidali? I provvedimenti contro l’inflazione? Le misure contro la criminalità politica e comune? Il pratico naufragio della riforma sanitaria? La legge sulle nuove pensioni o sui nuovi codici o quella sull’esplosiva situazione delle carceri? La crisi delle grandi e piccole industrie con i drammi della disoccupazione e della cassa integrazione?

Niente di tutto questo. L’eccezionale convergenza parlamentare è andata a sostegno della decisione di aumentare, quasi raddoppiare, il finanziamento pubblico dei partiti. E per giustificarla sono state proposte le solite argomentazioni (ed anche, ma sul versante della banalità, l’annotazione che «non c’è poi tanto da scandalizzarsi, visto che per sostenere l’attività dei partiti, in fondo, si chiede a ciascun cittadino di contribuire con appena sessantacinque lire all’anno»): che è necessario «riconoscere e sovvenzionare l’alta funzione delle forze politiche organizzate», che si debbono sottrarre le segreterie alla tentazione di trovare altre fonti di finanziamento diretto e indiretto e così via, in un crescendo di impegni di correttezza amministrativa, di assoluta chiarezza e limpidezza dei bilanci, di pieno rispetto della pubblica e privata moralità. Dall’aula parlamentare sono però rimaste fuori, o vi sono state portate in modo distorto, le attese di un’opinione pubblica stanca, frastornata e indignata per gli scandali che sollevano polveroni di tangenti, di corruzioni, di indebite appropriazioni di centri di potere e di bottega. È rimasta fuori, in particolare, l’eco del massiccio dissenso espresso dagli italiani nel referendum. E nessuno, o pochi, hanno notato che fra qualche giorno, in quella stessa aula, si discuterà e con molta probabilità si deciderà su stipendi, salari e pensioni che possono aumentare al massimo del sedici per cento. Che è evidentemente molto meno di quanto i partiti, quasi raddoppiandosi il finanziamento, hanno stabilito di considerare il loro contributo, il loro sacrificio, il loro esempio nella lotta all’inflazione.

Tempo di valzer (8 novembre 1981)

Tempo di sacrifici. Duri e pesanti. C’è da evitare il fallimento del Paese. D’accordo. Gli italiani dicono di esser pronti a non tirarsi indietro: ciascuno farà la sua parte. Ascoltano Spadolini che dal video lancia un appello drammatico e convengono con lui: qui, veramente, o ci salviamo tutti o non si salva nessuno. Bene, dunque: rimbocchiamoci le maniche e sotto, a denti stretti, nella corale crociata contro le quattro emergenze, contro i nemici che il presidente del Consiglio ha giustamente indicato come i mostri da battere. Siamo sulla «linea del Piave»? Ricordiamoci di Caporetto e puntiamo su Vittorio Veneto.

C’è un guaio, purtroppo. Il grido di «armiamoci e partite» ha sempre un suo fascino irresistibile. Dalla teoria alla pratica, dalle affermazioni di principio ai comportamenti reali. Sì, i sacrifici: purché a farli siano gli altri. Ed ecco, come impazzite, scattano tutte le molle degli egoismi di parte, dei singoli e dei gruppi. Arroganti o disperate, le mille e mille corporazioni fanno a pezzi ogni ipotesi di solidarietà nazionale agitando il vessillo del «si salvi chi può». Così, ad esempio, chi ha un lavoro pensa ai disoccupati soltanto sino al giorno in cui, per ottenere un aumento dello stipendio o una riduzione dell’orario, decide di incrociare le braccia facendo finta di non vedere tutto ciò che accade attorno, i drammi e le tragedie di quanti, per un posto qualunque, per un posto da quattro soldi, debbono vendersi l’anima al diavolo delle umiliazioni più dolorose.

Certo, anche in questa situazione ai confini dello sfascio emergono antichi vizi nazionali. Anche sul vero Piave c’erano eroi che morivano in prima linea e furbi che ingrassavano nelle retrovie. Ma la colpa non è tutta o soltanto degli italiani, di quegli italiani che sulla nave minacciata dal naufragio tutto ciò che sanno fare è tenersi ben stretto il battellino del personale privilegio. È anche colpa, e colpa certamente grave, di chi, al di là del proprio onesto e convinto impegno, sta amministrando questa preoccupante azienda che si chiama Italia con la malcelata speranza di risolvere anche l’eterno rebus dei cavoli di un partito e della capra di un altro. Con il risultato, ovviamente, di far annegare ogni decisione nel mare delle polemiche e dei tempi lunghi. Ma due colpe, soprattutto.

Prima colpa. Nulla o poco si è fatto per spiegare, in modo credibile, come si è arrivati all’attuale situazione. Fatta eccezione per gli arabi petrolieri che ci danno le periodiche batoste dell’oro nero, di responsabilità da far pagare al giusto prezzo si parla soltanto per addossarle a qualcuno in una sorta di ping-pong senza esclusione di colpi: gli imprenditori sui lavoratori, i sindacati sui dirigenti d’azienda, la maggioranza sull’opposizione, gli esclusi dalla stanza dei bottoni sui titolari del potere, e così via, con uno scaricabarile che esclude ogni accenno di autocritica. Così, qualunque generale fellone, qualunque collezionista di sconfitte, può impunemente candidarsi come guida delle battaglie decisive.

Seconda colpa. Si dice: bisogna fare questi sacrifici, è indispensabile, è vitale. Poi, subito dopo, nei fatti, si fa capire che quei sacrifici hanno delle alternative. Si annunciano tagli alla spesa pubblica e qualche ritocco fiscale; poi, magari sottovoce, si afferma che allo Stato occorrono altre migliaia di miliardi e tasse e imposte dirette e indirette, con quotidiana valanga vengono incaricate di procurarglieli. E il cittadino, costretto a non capire il valzer delle decisioni spesso contraddittorie, ha l’impressione di ritrovarsi solo a fare i malinconici conti della sua personale crisi economica. In più, ad aumentare le distanze psicologiche che già rendono un problema la generale adunata sulla «linea del Piave», c’è chi si precipita a dimostrare che gli aumenti selvaggi delle tariffe pubbliche, dei contributi, dei versamenti al fisco, eccetera, non serviranno a frenare l’inflazione, a rimettere in sesto le aziende statali e parastatali, a far funzionare Enel e trasporti, ad evitare chiusure di fabbriche e licenziamenti, a fornire un’assistenza sanitaria decente, ad impedire all’Inps di ritrovarsi, fra breve, nell’impossibilità di pagare le pensioni.

A questa stagione di lacrime e sangue mancano, insomma, i riferimenti certi. Anche da un punto di vista generale, fra le quattro emergenze responsabilmente sottolineate da Spadolini quella morale appare determinante: onestà, serietà, competenza, tempestività, determinazione, solidarietà sono ancora eccezioni, al centro come in periferia, che smentiscono la regola.

Silenzi e capanne (22 novembre 1981)

Con il decreto che autorizza una proroga praticamente generalizzata degli sfratti ed annuncia l’ennesimo impegno per rilanciare l’edilizia in pesantissima crisi ed attenuare i tanti drammi dei senza-casa, il Governo non sembra aver valutato realisticamente una situazione sociale tra le più esplosive. Soprattutto, non sembra avervi destinato un provvedimento decisivo, una soluzione accettabile.

Vediamo. La proroga degli sfratti sembra studiata per scontentare tutti: gli inquilini, che in sessanta giorni, salvo l’ulteriore ma complicata concessione di qualche altro mese, non possono certo sperare di trovare quell’alloggio che invano ricercano da anni; e i proprietari degli appartamenti, costretti a nuove attese, a nuovi dubbi sulla certezza del loro diritto, a nuove ed estenuanti pratiche legali.

Lasciamo da parte i due mesi di proroga sostanzialmente automatica, dietro domanda da presentare entro venti giorni. E lasciamo per il momento da parte critiche e polemiche immediatamente sollevate dai partiti (dell’opposizione ma anche della maggioranza) che avranno certamente un’eco in Parlamento e che probabilmente imporranno aggiustamenti e modifiche. A destare molte perplessità è soprattutto quella che il ministro Nicolazzi ha chiamato «graduazione degli sfratti». Cioè, la facoltà riconosciuta ai pretori di concedere altri mesi di proroga, sino ad un massimo di quattro. Dice il Governo: prima di fare queste concessioni, il magistrato valuterà le condizioni economiche dell’inquilino e del proprietario dell’appartamento; se il primo ha un reddito superiore a quello del secondo, niente proroghe, deve andarsene subito.

E qui sorgono, nell’opinione pubblica, i dubbi più forti. Come saranno accertate le condizioni economiche? Il pretore esigerà dichiarazioni giurate, fotocopia delle dichiarazioni dei redditi, mobiliterà le guardie di finanza per gli accertamenti o chiederà informazioni alle Intendenze? E se l’inquilino è ricco ma evasore, quindi nullatenente o quasi, e il proprietario dell’appartamento ha reddito da lavoro dipendente e figura, ufficialmente, per le tante tasse che paga, come benestante?

Insomma, il decreto puzza di demagogia. Con l’aria di proporre risposte solleva in realtà molti interrogativi. Alle attese di milioni di italiani nuovamente nega certezze ed offre dubbi e insoddisfazioni. Ci sono anche le innovazioni in tema di licenze edilizie a destare perplessità. In particolare quella che assegna ad un silenzio di novanta giorni il valore di autorizzazione: c’è da temere che troppi amministratori locali, in buona o cattiva fede, finiscano per risultare muti o quanto meno taciturni. E non è tutto. Anche il rinnovato balletto dei miliardi è sconcertante: anche in questa occasione saltano – a centinaia, a migliaia – da una pagina all’altra della legge finanziaria, da un capitolo all’altro del bilancio preventivo dello Stato.

Ed ancora, i buoni-casa, un’alternativa ai mutui agevolati tante volte promessi con leggi e stanziamenti e raramente concessi. A chi intende acquistare una casa lo Stato promette poco meno di undici milioni o, a seconda dei casi, poco più di otto. Un regalo, certo. Ma è facile immaginare le procedure tortuose, l’iter senza fine delle domande, le graduatorie puntualmente trasformate in guerre tra poveri. In più, con quella somma, agli attuali prezzi e soprattutto ai prezzi del tempo lontano in cui verrà eventualmente concessa, si possono mettere insieme dai dieci ai venti metri quadrati. Se pensiamo ai giovani che si vogliono sposare e che per sposarsi cercano disperatamente un tetto, può forse concludersi che i «due cuori e una capanna» sono ufficialmente previsti da un decreto-legge.

Tra edera e garofano (13 dicembre 1981)

Qualcuno lo chiama il «male oscuro» della maggioranza di governo. Ma questo male che a giorni alterni minaccia la vita dell’attuale coalizione a cinque, proprio oscuro non è. Certo, bisogna individuarlo anche in certe affermazioni sibilline, in qualche messaggio in codice, in taluni equivoci comportamenti. Tuttavia è chiaro, fin troppo chiaro, che attorno a Spadolini si agitano aspirazioni momentaneamente accantonate, progetti tenuti a stento dentro i cassetti dei partiti, rivincite che mal sopportano la logica dei tempi lunghi. A dirla tutta, insomma, la presidenza del Consiglio ha nella scacchiera politica il ruolo (e relative difficoltà) di un re continuamente sotto la minaccia del matto definitivo.

Stiamo alla cronaca degli ultimi giorni, alla cronaca di una settimana, di rinnovate tensioni che l’ennesimo vertice ha concluso con la puntuale e ufficiale schiarita. Sul tetto fissato per la spesa pubblica, sui risparmi da fare e sulle richieste da accogliere le contraddizioni della maggioranza sono esplose clamorosamente polemiche tra ministri, tra presidente del Consiglio e ministri, tra governo e segretario del pentapartito. Più che dagli oppositori Spadolini ha dovuto difendersi dai suoi alleati, per salvarsi dalle imboscate dei franchi tiratori ha dovuto chiedere la fiducia, solo il voto palese ha costretto negli astucci le lupare di molti senatori. Comunque, l’approvazione della legge – fondamentale strumento di governo e documento che esprime nella sintesi più qualificata la politica e i programmi della maggioranza – ha subito un nuovo rinvio. Ancora una volta il Paese sarà amministrato, per alcuni mesi almeno, in via provvisoria.

Craxi, intanto, dai teleschermi ha fatto capire che comunque non sarà Spadolini a gestire gli impegni di questa legge: tra breve – ha detto più o meno il segretario socialista – ci sarà una crisi e con la crisi le «logiche» novità per Palazzo Chigi. Piccoli è stato forse più cauto. È convinto che non ci sono alternative all’attuale coalizione, sostiene di temere una crisi, afferma di essere preoccupato dall’ipotesi di elezioni anticipate: ma la possibilità di qualche cambiamento nel governo, e in particolare al suo vertice, non l’ha esclusa: soltanto che le novità potrebbero avere una «logica» diversa da quella pensata da Craxi.

Insomma, c’è nell’aria una scadenza che incombe, minacciosa e paralizzante: la successione a Spadolini. Tutto il resto, i drammatici problemi economici e sociali del Paese, quei problemi che, secondo le dichiarazioni ufficiali, sarebbero stati l’unica preoccupazione dei segretari della maggioranza e l’unico argomento del vertice di ieri, debbono incancrenirsi in altre mortificanti attese: le soluzioni verranno, se verranno, quando a Palazzo Chigi un garofano rosso o uno scudo crociato avranno sostituito l’edera.

Voto continuo (30 dicembre 1981)

Microfoni, telecamere e giornalisti non imbarazzano Spadolini. Tutt’altro. Anche ieri mattina, nella tradizionale conferenza-stampa di fine d’anno, ne ha dato una convincente dimostrazione. Sotto gli occhi di milioni di italiani che lo seguivano in diretta sul video, il presidente del Consiglio ha tenuto testa, se così si può dire, a decine di cronisti politici, italiani e stranieri, che l’hanno sottoposto ad una serie incalzante di domande sui più scottanti temi dell’attualità interna e internazionale: rari i segni di disagio sul largo volto accattivante, sempre chiare, da consumato oratore, le risposte, il capo del Governo ha navigato con disinvoltura e sicurezza tra i cento scogli di quesiti gravi o maliziosi, indulgenti o provocatori. Insomma, può forse dirsi che un’indagine d’opinione avrebbe potuto rilevare, a caldo, un buon successo di Spadolini, un suo aumentato indice di popolarità.

Peccato che l’immagine di un uomo politico, di un leader, di un governante non si esaurisca nella forma, in quel poco o molto di estetica che pure condiziona il consenso e l’avversione popolari. Peccato davvero: perché nella sostanza, e sia pure per responsabilità che gli competono come momento di sintesi di una compagine governativa variamente articolata e di una maggioranza non troppo compatta, il presidente del Consiglio ha tracciato un quadro della situazione del Paese che nei suoi aspetti più negativi subisce le indubbie conseguenze dei ritardi, delle contraddizioni, degli errori direttamente o indirettamente riconducibili al vertice amministrativo.

Giustamente Spadolini ha ricordato che il suo Governo è nato circa sei mesi fa per fronteggiare, con il sostegno di cinque partiti, le punte acute di una drammatica emergenza: quella morale, quella economica, il terrorismo e la situazione internazionale. Ma quando si è trattato di azzardare un bilancio dei risultati ottenuti, pur richiamando correttamente le molte iniziative assunte, il presidente del Consiglio non ha potuto fare a meno di misurarsi con un preoccupante passivo: il ciclone della Loggia P2 («una vicenda umiliante e degradante») non ha fatto ancora scattare quell’opera di profonda pulizia morale che avrebbe ridato fiducia nelle istituzioni; nella lotta alla crisi economica sono per ora rinviati gli appuntamenti, da mesi giudicati indifferibili, con il patto tra le forze sociali sul costo dei lavoro e, soprattutto, con l’approvazione della legge finanziaria; dal terrorismo, che con il sequestro del generale americano sembra confermare la sconcertante ipotesi di un’Italia teatro di complotti internazionali, continua a venire un’allarmante minaccia; la situazione mondiale, infine, alle tensioni di questa estate (Medio Oriente, euromissili, Iran, Libia, ecc.) ha aggiunto, in una sorta di escalation di pericolosità, le preoccupazioni per il golpe militare in Polonia e per le possibili conseguenze nei rapporti fra le superpotenze.

Bilancio in rosso, dunque. Un consuntivo amaro, malgrado l’apparente soddisfazione di Spadolini. E le previsioni? Nere, se si vuol restare nell’interpretazione cromatica dell’attività del Governo e della maggioranza che lo sostiene: a un presidente del Consiglio che poteva legittimamente giustificarsi ricordando che in sei mesi non si possono fare i «miracoli» che non sono stati fatti nei tanti anni del recente passato è stato in pratica ricordato che molto probabilmente non avrà altri sei mesi per raggiungere i traguardi sinora mancati. Sul clima della conferenza-stampa, infatti, ha gravato, palese o sottintesa in molte domande dei giornalisti, l’ipotesi delle elezioni anticipate, di un nuovo scioglimento delle Camere o, quanto meno, di una crisi di governo.

Spadolini ha respinto con forza questa ipotesi, ma non ha potuto evitarla. Ha dovuto comunque considerarla un argomento di attualità, di discussione. Proprio ieri mattina, con una coincidenza a dir poco singolare, il quotidiano della DC si è soffermato con insistenza sull’eventuale ricorso alle urne. Ed altri leader della maggioranza, da quello liberale a quello socialdemocratico, a esponenti qualificati del PSI e del PRI, ne hanno parlato in polemiche ma non sempre limpide dichiarazioni.

Perché questa ipotesi di crisi governativa o, peggio, di elezioni? L’autocandidatura di Craxi alla prestigiosa poltrona di Palazzo Chigi non sembra più proporre una risposta esauriente. A giudizio dei più attenti osservatori politici la tragedia polacca avrebbe scatenato segreti e inconfessati appetiti elettorali. Qualcuno, soprattutto nella DC e nel PSI, avrebbe fatto più o meno questo ragionamento: il golpe ha denunciato la crisi del «socialismo reale», ha messo in difficoltà i comunisti italiani e la loro adesione al «modello sovietico»; chiamare gli italiani alle urne consente di raccogliere l’onda emotiva della tragedia polacca e trasformarla in voti sottratti al PCI.

A parte la spregiudicatezza di un tale ragionamento (si nega al Paese una vitale governabilità per trascinarlo sul lacerante terreno di una consultazione), bisogna dire che ieri pomeriggio un duro colpo è stato inferto a questo tipo di squallidi conti fatti sulla pelle degli italiani: in un quadro di valutazioni critiche e negative del «modello sovietico», con un lungo documento il PCI ha ribadito la condanna dell’intervento dei militari in Polonia ed ha nuovamente sollecitato «l’immediato ripristino delle libertà civili e sindacali».

Su questo versante, molto spazio dovrebbe essere quindi venuto a mancare alle sotterranee manovre per far cadere Spadolini e il suo Governo e per mandare anzitempo alla ricerca di voti i deputati e i senatori. Ma non è detto: tutto, volendo, può essere preso a pretesto di una polemica e di una crisi; e tutto, dal gasdotto siberiano alle pensioni sociali, può servire da maschera a rivincite politiche o personali aspirazioni. E quindi il pericolo di elezioni anticipate resta nell’aria. Serve a qualcosa concludere che l’opinione pubblica accoglierebbe la nuova consultazione con irritazione e fastidio? A Palazzo, purtroppo, muri spessi e finestre sbarrate lasciano fuori il brusio della strada.

Fiducia relativa (14 marzo 1982)

Le votazioni alla Camera sul decreto Nicolazzi hanno riservato quelle sorprese che qualcuno aveva temuto o, magari, sperato. Dopo essersi contata nello scrutinio palese per la fiducia al Governo, la maggioranza non ha subito le possibili imboscate dei franchi tiratori – rivelatisi pattuglia esigua e quindi inoffensiva – nel voto segreto immediatamente successivo.

Tutto bene, dunque? Le nuvole della crisi sono scomparse nel cielo di una coalizione di nuovo compatta, convinta e leale? Nel commento a caldo sulle due votazioni, il presidente del Consiglio si è sforzato di proporre una risposta affermativa: «È una vittoria significativa della maggioranza – ha detto – e del metodo del confronto parlamentare con l’opposizione». Giusto. Ma si tratta di una risposta parziale. Per completarla, infatti, Spadolini avrebbe dovuto aggiungere: «È stata soprattutto una vittoria della maggioranza su se stessa, sulle tensioni, lacerazioni e divaricazioni che quotidianamente la tormentano».

Sul decreto Nicolazzi, comunque, il Governo ha vinto, l’intesa raggiunta sul testo approvato dai deputati ha quanto meno sgombrato il campo del pentapartito da un’occasione o pretesto di crisi. Ed in chiave di politica generale il fatto è certamente positivo anche se le norme sugli sfratti e l’edilizia – pur rivedute e corrette – lasciano ampi margini alla perplessità e al dissenso delle stesse forze di maggioranza. Ma questo, purtroppo, è tutto: perché le tensioni, le lacerazioni e le divaricazioni sono tali e tante da tenere il Governo ancora sotto la minaccia di improvvisa caduta.

Certo, bisogna tener conto dei reali, gravissimi problemi italiani e della naturale, fisiologica conflittualità che non può non registrarsi in una coalizione ampia e articolata. Non ci si può insomma sorprendere o scandalizzare dell’esigenza di ricondurre istanze diverse e talvolta persino contrastanti all’interno di inevitabili compromessi. Il punto, però, non è questo. La scarsa compattezza del Governo e della maggioranza e, quindi, il costante pericolo di crisi hanno cause che non è possibile definire normali. Non sono i problemi del Paese e le soluzioni da adottare a provocare incertezza e instabilità. La crisi dell’ENI, il problema delle liquidazioni, il costo del lavoro e quello del denaro, il gasdotto sovietico, le truppe per il Sinai, certi metodi di lotta al terrorismo e alla criminalità, tanto per fare degli esempi, sembrano fare da paravento, sembrano offrirsi come alibi; in realtà – ovviamente nella malinconica, sgradevole realtà dell’attuale situazione politica – quello tra i cinque partiti è un matrimonio sempre sull’orlo del divorzio perché la presidenza del Consiglio non è ancora socialista e tutti i contrasti, anche quelli legittimi, finiscono per essere od apparire strumentali, esasperati soltanto per rispondere ad una logica di potere. Per questo, il voto di fiducia che la Camera ha concesso ieri al Governo ha un valore relativo. Molto relativo.

Nevrosi da urne (28 marzo 1982)

Anche se ha fatto affidamento soprattutto sulla suggestione dei messaggi pubblicitari ad effetto, lo slogan che il PSDI ha scelto per il congresso di Milano – «la Storia ci dà ragione» – non è certo privo di fondamento. Pur con gli errori e i ritardi di certe elaborazioni ideologiche e le perplessità e i dissensi sollecitati da talune pratiche applicazioni, il socialismo democratico ha infatti, nei Paesi occidentali, un presente ed un futuro che appaiono oggi vincenti su altri socialismi, a cominciare dal cosiddetto «socialismo reale» che è in grave crisi nell’Est europeo ed è modello sempre meno da imitare (come da qualche tempo ad esempio ammettono, pur tra interne lacerazioni, gli stessi comunisti italiani che peraltro si affidano all’ipotesi berlingueriana di una «terza via» per voltare le spalle anche alla socialdemocrazia ed alle sue esperienze concrete).

Fondato lo slogan e fondato, ovviamente nell’ottica politica che l’ha suggerito, il riferimento critico alle tormentate vicende del socialismo italiano, ai contrasti, alle scissioni, alle contrapposizioni che sempre ne hanno condizionato gli sviluppi ed il ruolo e che spesso ne hanno falsato, con le incertezze e la confusione di un ricorrente pendolarismo, la collocazione nel quadro politico. In questo senso, al congresso del PSDI (che Longo si appresta a vincere senza possibili sorprese) sono state fatte analisi ed affermazioni che se non sempre del tutto accettabili meritano comunque attenzione e rispetto. Ma, storia a parte (ci sarebbe tra l’altro da interrogarsi su questa Storia che si scomoda a dar ragione agli amici di Tanassi e del piduista Licio Gelli), l’assise del PSDI ha purtroppo esaurito rapidamente gli impegni con i massimi sistemi delle idee e degli ideali e si è subito calata in quelli minimi della politica e del potere in Italia. E gli ospiti, da Piccoli a Craxi, si sono rigorosamente mantenuti, nella sostanza dei loro interventi, entro quest’area di interessi contingenti.

Vediamo, in sintesi. Longo è favorevole alla creazione di un polo laico e socialista che assegni al PSDI ed al PSI comuni traguardi, cioè ha sottoscritto in pratica la strategia craxiana che intende proporre o meglio contrapporre alla DC ed al PCI la «forza delle riforme e del cambiamento», una «forza non più subalterna ma condizionante, centrale per qualunque ipotesi di governabilità». Il leader socialdemocratico si è poi espresso contro il ritorno di un democristiano a Palazzo Chigi ed a favore, sia pure con limiti precisi di tempo e comunque in alternativa alle elezioni anticipate, del governo Spadolini e del suo pentapartito.

Immediata reazione di Piccoli. Ovvia, e giusta, quella sul «rischio che c’è nel prossimo congresso democristiano, sul rischio legato all’impulso di risollevare il partito sugli scudi» (tesi singolare: si vorrebbe imporre ad un altro partito di adottare una linea di crisi permanente). Discutibile la replica sul no per Palazzo Chigi: allora, ha detto Piccoli, noi ci opponiamo alle «giunte rosse» (come se la presidenza del Consiglio possa o debba finire in una specie di mercatino delle situazioni locali).

Ma più che la sostanza, nella polemica tra DC e PSDI, ha colpito la forma, il tono da campagna elettorale. E Craxi, assumendo nei fatti la leadership del polo laico e socialista, nel suo discorso è stato addirittura esplicito, ha confermato che lo scenario più probabile è quello di un Paese chiamato anzitempo alle urne. «La verità – ha infatti sostenuto il leader del PSI – è che siamo entrati in una fase concitata della vita politica italiana, non solo perché si accumulano problemi non risolti e perché i conflitti sociali e politici tendono ad inasprirsi ma anche perché la spinta verso la nevrosi e le tentazioni elettorali ed elettoralistiche diviene sempre più pressante». Sono parole abbastanza chiare, ci sembra, sul futuro dell’attuale governo e, in particolare, della legislatura.

Così, accertata la nevrosi politica (il caso Cirillo, il congresso socialdemocratico, la contestazione di Benvenuto sono soltanto alcuni di possibili esempi), resta da stabilire chi spinge, con più determinazione verso le elezioni anticipate e soprattutto chi avrà il coraggio o la lealtà di fare la prima mossa allo scoperto nel dilaniante rimpiattino attorno alle urne.

Scommettiamo? (7 aprile 1982)

Con evidente eufemismo è stato definito il «gioco del cerino» ma di altri giochi, certamente meno salottieri, si potrebbe parlare. Comunque, DC e PSI questo cerino della crisi di governo e delle elezioni anticipate se lo vanno passando con mosse sempre più rapide: perché hanno paura di scottarsi le mani, perché sanno che l’opinione pubblica condannerà, con voti di protesta e, più probabilmente, con una massiccia diserzione alle urne, la nuova conclusione traumatica della legislatura. È per questo che democristiani e socialisti sono ufficialmente impegnati nel negare di volere la crisi del governo Spadolini e, quindi, le elezioni anticipate. Il «gioco del cerino» proprio in questo consiste: nei tentativi di scaricarsi reciprocamente addosso la responsabilità della mossa determinante, della causa scatenante.

L’ultimo passaggio di fiammella è avvenuto nei giorni scorsi. Piccoli è andato su tutte le furie per certe dichiarazioni di un sottosegretario socialista. Accusato di aver voluto o tollerato interventi dei servizi segreti per un trattativa camorra-Brigate Rosse, e relativo pagamento di un forte riscatto, per la liberazione dell’assessore regionale campano Cirillo, Piccoli più che respingere le accuse ha picchiato duro sul PSI: siamo nella stessa maggioranza, ha grosso modo sostenuto, e questi attacchi sono intollerabili, il sottosegretario Scamarcio deve dimettersi, anzi deve essere cacciato via.

È parsa, per un giorno almeno, la mossa vincente. Craxi, si è pensato, non sconfesserà il suo rappresentante nel Governo, non accetterà l’ultimatum, uscirà dalla maggioranza. E infatti le prime reazioni socialiste alla pesante sortita di Piccoli hanno confermato la pratica rottura tra i due maggiori partiti della coalizione.

Ma ecco che il cerino passa nuovamente di mano. Craxi tiene a Rimini un atteso discorso. La frattura fra PSI e DC è chiaramente sottolineata. Il «caso Scamarcio» viene però ridimensionato. Non ci saranno né dimissioni né licenziamento: il sottosegretario «pentito» attenua le sue accuse, ritratta quelle più pesanti, all’indomani, nell’incontro con il presidente del Consiglio, fa cadere un’occasione o pretesto di crisi.

Così, tra il pentimento di Scamarcio e il discorso di Craxi, tutto sembra per ora tornato nelle mani della DC: se vuole imboccare la strada della crisi non può invocare il licenziamento in tronco di un sottosegretario né reagire, per «dignità di partito», alla «pretesa di Craxi di sostituire subito Spadolini a Palazzo Chigi» perché la richiesta (o pretesa che dir si voglia) è stata ufficialmente rinviata alla prossima, naturale legislatura.

Tutto a posto, dunque? Magari. Tanto la DC che il PSI continuano, nei fatti, a dimostrarsi propensi ad una crisi e ad una nuova consultazione (fermamente avversata da Pertini e dai comunisti). Perché? Perché la DC, si sostiene, da un azzeramento della situazione avrebbe la possibilità di imporre la correzione di quella che considera l’«anomalia» di un presidente del Consiglio espresso da uno dei partiti minori; e perché il PSI, che giudica i democristiani e i comunisti in difficoltà e se stesso in fase di grande slancio, è sicuro di poter trarre dalle urne la legittimazione come «terza forza» abilitata a «governare il Paese».

C’è dell’altro nella pentola ribollente dei crisaioli (che non sono solo democristiani e socialisti e, comunque, non tutti i democristiani e tutti i socialisti): il difficile congresso della DC con un segretario ancora tutto da scoprire; la tentazione di bloccare o almeno rinviare il referendum di Democrazia Proletaria sulle liquidazioni e sullo statuto dei lavoratori; e così via. Con una sola esclusione: i reali interessi del Paese, i suoi veri e irrisolti problemi.

A questo punto, pur non escludendo la possibilità di altri colpi di scena, gli italiani che vorrebbero essere governati con serietà e continuità, che non negano a Spadolini giusti riconoscimenti per il suo impegno (anche morale), che sono stanchi dei ripetuti ricorsi alle urne, possono soltanto sperare che prevalga, con il buonsenso, la volontà di Pertini e la forza del PCI e degli altri partiti che si oppongono alle elezioni. Ma più che una speranza è una scommessa di quelle che bookmakers accettano trenta a uno: qualche giornale, ieri, ha ritenuto di poter già fissare al 27 giugno il nuovo appuntamento per scegliere chi deve illuderci con le ennesime promesse sulla governabilità.

Alibi cercasi (11 luglio 1982)

Secondo la formula abbastanza ipocrita di certi comunicati, il commento viene da «ambienti vicini a Palazzo Chigi» e sfrutta, per raggiungere le orecchie distratte dell’opinione pubblica, l’attualità calcistica: il Governo Spadolini, dice, è come l’Italia della prima fase del Mundial, suscita critiche, scatena polemiche, rischia l’eliminazione ma poi pareggia e va avanti. Chi può escludere che saprà domani suscitare gli stessi entusiasmi delle vittorie azzurre sull’Argentina e sul Brasile? Chi può negare l’ipotesi che il presidente del Consiglio si riveli, o confermi, un irresistibile ed acclamato Paolo Rossi capace di andare a rete anche con partiti di maggioranza che talvolta picchiano duro, con cariche e fallacci, come la Polonia?

Paragoni sportivi a parte, c’è da dire che Spadolini ha ottenuto ieri pomeriggio, al Senato, un indubbio successo. Anche se suggerito dalla preoccupazione di evitare possibili imboscate di franchi tiratori, il voto di fiducia che ha chiesto ed ottenuto al termine del dibattito sulla politica economica del Governo ha comunque costretto la maggioranza ad una compattezza almeno formale, ha quindi allontanato il pericolo di una crisi ed evitato, per ora, le drammatiche conseguenze di una fine anticipata della legislatura, di una arroventata campagna elettorale. Svolta positiva, dunque, dopo le motivate paure dei giorni scorsi: pur impegnato al rispetto di alcune scadenze (legge finanziaria entro la fine di luglio e quindi definizione immediata delle misure concrete per contenere la crisi economica e per ridurre lo spaventoso disavanzo pubblico), Spadolini per quattro o cinque mesi non dovrebbe correre pericoli immediati. In altre parole, il Governo, se vuole, può lavorare con il fiato meno corto ed asmatico delle ultime settimane.

Ma c’è il sospetto, ed anche più d’un semplice sospetto, che la svolta sia purtroppo soltanto apparente, che al Governo sia stato in fondo concesso soltanto il tempo che la DC ed il PSI hanno ritenuto di dover assegnare alle proprie strategie, che la verifica, aperta e chiusa da un ennesimo voto di fiducia, sia soltanto rinviata a migliore occasione.

Non è il caso di richiamare le fin troppo note aspirazioni dei democristiani per un ritorno a Palazzo Chigi e dei socialisti per una conquista della presidenza del Consiglio. È sufficiente ricordare che sono la causa reale delle tensioni che scuotono e indeboliscono la maggioranza. Ma il nodo immediato, il nodo che il voto del Senato non ha certamente sciolto, è il contrasto di fondo tra democristiani e socialisti sulla politica economica, in particolare sul costo del lavoro e sulla scala mobile. L’altro giorno, con la relazione a Palazzo Madama, Spadolini è parso deciso nel tagliarlo con la spada gradita al PSI e contestata dalla DC. La decisione è poi diventata più sfumata, più attenta al compromesso. Con le decisioni dei prossimi giorni a chi offrirà o negherà l’alibi per riparlare di crisi inevitabile?

Dopo il tempo delle cicale (1° agosto 1982)

Eccola, dunque, la terribile stangata. Minacciata e temuta, annunciata e rinviata tante volte, arriva nel momento peggiore, ad agosto, nel mese del grande caldo e della fuga verso vacanze in qualche modo liberatrici – nelle speranze e nell’euforia della partenza – delle angosce e delle inquietudini per i quotidiani problemi. Così, invece, con questa raffica di brutte notizie anche le preoccupazioni ed i mugugni andranno al mare o alle terme per riempire di sofferti silenzi le chiacchiere da relax. E vana, ammesso che questa maliziosa interpretazione abbia un fondamento, risulterà la scelta furbesca d’agosto per calare la stangata su una opinione pubblica distratta e indifferente.

Comunque, eccoci all’appuntamento con l’austerità. È una batosta pesante ma non è ancora tutto. A settembre e ottobre, assicura Spadolini, verrà il resto. Con la promessa di mettersi finalmente a risparmiare, di dare un taglio a sprechi e privilegi, a leggi e leggine allegramente e irresponsabilmente approvate senza una copertura finanziaria, il Governo ci impone, intanto, sacrifici durissimi. Lo Stato, indebitato sino al collo, ha bisogno di soldi, di tantissimi soldi, delle decine e decine di migliaia di miliardi che lo spaventoso disavanzo pubblico denuncia come possibile vigilia di una drammatica bancarotta. Per questo, mentre i famosi tagli alle spese di ministeri ed enti somigliano per adesso a delicate potature, lunghe e avide mani si infilano nelle tasche degli italiani per cavarne quanto è possibile. Prima le entrate dello Stato, e poi si vedrà.

È una stangata storica, ha detto un ministro. Non ha certamente torto. Gli aumenti decisi ieri mozzano il fiato: benzina, treni, luce, telefono, pullman, persino i biglietti dello stadio; e tutto il resto, prodotto o servizio che sia, con maggiori costi e imposte più pesanti fatalmente destinati a scaricarsi sui consumatori. Anche per la sanità e per la previdenza lo Stato chiede soldi. Parecchi soldi.

Insomma, una stangata davvero storica (ricordiamoci, tra parentesi, che stangata o austerità era stata definita, ad esempio, anche quella divertente trovata di farci andare a piedi la domenica o di farci viaggiare in auto a targhe alternate). Ma storico è sicuramente il ritardo di anni che è stato colpevolmente accumulato con il gioco perverso delle incertezze e delle resistenze, delle faide ideologiche e delle battaglie corporative, dell’imprevidenza e del lassismo. Provvedimenti tempestivi e graduali avrebbero di certo avuto effetti più positivi su una emergenza economica che non è delle ultime settimane. E agli italiani, meno turbati dalla botta secca, sarebbe stato più facile abituarsi ad un costume di vita più corretto e rigoroso, ad una condotta sociale meno ispirata, in generale, ai valzer incoscienti nei saloni lussuosi del transatlantico che affonda.

Perché bisogna parlarsi chiaro. Lo Stato, i governi, il Parlamento, le Regioni, i Comuni, le aziende pubbliche e così via hanno certamente dato un cattivo esempio e questo può essere, in qualche modo, la giustificazione o l’alibi di molti italiani. Ma in troppi, come cittadini e con una responsabilità collettiva che purtroppo mortifica le non poche eccezioni, abbiamo continuato a vivere come ai tempi del boom economico e della «lira forte». E poca importanza ha avuto la palese contraddizione, pubblica e privata, di un costante ricorso all’assistenzialismo dello Stato: anzi, alla demagogia di certe decisioni, di certe riforme, sono andati puntualmente gli applausi di tante cicale impazzite.

Così, adesso, siamo costretti a fare i conti. Quelli dello Stato che in un tardivo mea culpa confessa di aver speso quattrini che non aveva. E quelli di ciascuna famiglia: i più diretti, i più dolorosi, quelli che costringono a constatare che stipendi, salari e soprattutto pensioni riusciranno sempre meno a coprire tutto l’arco di un mese. Ma soprattutto i conti delle vere vittime di una crisi economica mal combattuta e comunque non vinta: i milioni di disoccupati, i giovani disperati che cercano un posto di lavoro, uno qualunque. Per loro, in particolare, questa stangata ha di brutto anche il sospetto che non riuscirà a rilanciare gli investimenti, a consolidare i posti di lavoro ed a crearne di nuovi.

Insomma, necessaria ed indilazionabile la «manovra finanziaria e fiscale» decisa ieri dal Consiglio dei ministri non è del tutto convincente, non fa scattare gli indispensabili meccanismi del consenso, del coinvolgimento, della mobilitazione generale. Peggio. Ha l’aria di voler colpire, e colpire duro, ma lascia che ciascuno – tra quelli che alla stangata non possono sottrarsi – abbia ancora un dirimpettaio dai privilegi intoccabili: per macinare, con altre speranze deluse, nuovo sconforto e solita rabbia.

Il male oscuro (24 ottobre 1982)

Quasi tutti i giorni, ormai, almeno un perentorio campanello d’allarme segnala il pericolo di un’imminente crisi di Governo. Spadolini, di volta in volta seccato o amareggiato, è costretto a logorarsi in questo all’erta continuo. Praticamente vive e sopravvive di faticose mediazioni: tra ministri democristiani e ministri socialisti, tra imprenditori e sindacati, tra Stato e Regione, tra Governo e Parlamento, tra maggioranza e opposizioni esterne e soprattutto interne.

Il presidente del Consiglio ha indubbie capacità, non si sottrae all’estenuante impegno di ricucire ciò che altri, della stessa coalizione che dovrebbe sostenerlo, si affanna a lacerare. Ma i risultati, spesso, appaiono modesti, accordi e compromessi sono contestati o smentiti quando le firme dei contraenti sono ancora fresche d’inchiostro, le toppe quotidianamente applicate su polemiche e contraddizioni, su liti e divergenze, riescono sempre meno a salvare le apparenze.

In queste condizioni, ovviamente, di vera e propria governabilità è meglio non parlare. Ne è convinto lo stesso Spadolini che sembra essersi imposto un limite di resistenza: se la legge finanziaria e i decreti che completano la manovra economica non saranno approvati entro l’anno prenderà atto dell’impossibilità di andare avanti, aprirà insomma la crisi con dimissioni destinate a denunciare ufficialmente il male oscuro della coalizione, cioè quella gran voglia di elezioni anticipate che sta condizionando scelte e comportamenti di alcuni partiti.

È appunto sul versante parlamentare che i campanelli d’allarme suonano con maggiore frequenza. Nelle commissioni e in aula, a Montecitorio e a Palazzo Madama, è tutto un tiro al bersaglio: su legge finanziaria e decreti, paradossalmente, si spara più dalla maggioranza che dall’opposizione, i tempi dell’approvazione si allungano, la scadenza di fine anno è già considerata da molti un’utopia, tutto – dai problemi di fondo alle questioni di dettaglio – è continuamente rimesso in discussione, dietro la facciata di lealtà e solidarietà, sempre riaffermate.

Venerdì, l’ennesimo squillo. Ha parlato Fanfani e già questo è indubbio segnale d’allarme: i cronisti parlamentari più attenti e documentati assicurano che quando l’anziano leader della DC manifesta pubblicamente le «sue inquietudini», nella vita politica sono in arrivo grosse o quanto meno interessanti novità. Il presidente del Senato non è stato duro e sconcertante come Visentini (presidente del Partito Repubblicano, del partito cioè al quale appartiene Spadolini) che una settimana fa, e di nuovo ieri, ha lanciato contro alcuni ministri e contro il Governo nel suo complesso una pesantissima bordata di critiche. Ma l’attacco di Fanfani non è stato per questo meno diretto ed esplicito. Tradotto in parole povere il discorso è stato questo: Spadolini non cerchi scuse o alibi preventivi, se la legge finanziaria e i decreti stentano sulla via dell’approvazione la responsabilità è sua che ha mandato in Parlamento un «pasticciaccio brutto». Requiem per il Governo? Ne ha tutta l’aria.

C’è poco da ridere (7 novembre 1982)

Il Manifesto, brillante e spregiudicato giornale d’opposizione, ha evocato il fantasma del generale Cambronne per tagliar corto con un giudizio ridotto ad una sola, bruciante parola. La Stampa, che ha linea e stile di tutt’altro segno, ha preferito il richiamo culturale alle comari di Windsor: non allegre, però, come quelle di Shakespeare, ma tristi, tristissime. Insomma, ai ministri Andreatta e Formica, criticati da tutti i giornali che ne hanno registrato con indignato stupore le sconcertanti dichiarazioni, è andata davvero male. Se cercavano applausi, hanno trovato fischi: dalla rissa a colpi di insulti, infatti, nessuno è uscito vincitore, per l’opinione pubblica entrambi sono a terra, sconfitti dalla volgarità nella quale, tra l’altro, ragione e torto si sono completamente smarriti.

Andreatta, democristiano, e Formica, socialista, sono ministri dello stesso Governo. Uno è responsabile del Tesoro, l’altro delle Finanze. Dovrebbero andare d’accordo, sia pure al prezzo di compromessi raggiunti con faticosi confronti a quattr’occhi. Dovrebbero essere, soprattutto, i principali punti di riferimento per un Paese che inflazione e recessione stanno strangolando. Alla loro serietà e credibilità dovrebbero essere ricondotte la manovra economica e la speranza che possa prima contrastare e poi vincere la drammatica crisi. Quindi, è già molto grave e preoccupante che questi due ministri si battano pubblicamente da sponde così distanti da apparire più nemici che alleati. Politicamente comprensibile (ma non giustificabile) all’interno di una coalizione che si richiama più ad un temporaneo stato di necessità che ad una convinta, leale partecipazione, il contrasto diventa intollerabile quando si rivela costante, insanabile contrapposizione. E gravissimo, addirittura assurdo, è che i due ministri trasformino la polemica in autentica rissa da angiporto. Ovvia conclusione (ma per crederci dovremmo vivere in un altro Paese o in altri tempi): Andreatta e Formica dovrebbero rassegnare le dimissioni o, meglio, essere perentoriamente invitati ad andarsene.

Con realismo e sconforto, dunque, teniamoci la rissa. Il fatto per così dire scatenante è noto: il debito pubblico, quell’enorme voragine di debiti che tiene lo Stato pericolosamente sull’orlo della bancarotta, del fallimento (che sarebbero, ovviamente, bancarotta e fallimento di tutti gli italiani). Che fanno i due ministri responsabili dell’economia? Come i comitati di certe sagre paesane si affidano alle suggestioni dei fuochi d’artificio: blocchiamo prezzi e salari per un anno, congeliamo i Bot, aumentiamo le imposte, inventiamo una tassa sulla casa, riduciamo le pensioni, facciamo pagare gli ammalati, chiudiamo le fabbriche e così via sparando in cielo, in allegra competizione, razzi sempre più fragorosi.

Ma i mortaretti non bastano, nella festa che ha per patrono le elezioni anticipate. La vocazione pirotecnica dei due personaggi non si appaga nello sconcertante spettacolo di proposte campate in aria. Ci vuol altro. Gli insulti, ad esempio. Dice Andreatta: sulla piazza del mercato è giunto, trafelato, un noto commercialista di Bari il quale dovrebbe sapere tutto di fallimenti e di bancarotte. E aggiunge: purtroppo questo tale fa il ministro delle Finanze. Replica Formica: se un dotto professore che ha studiato a Cambridge e si è specializzato in India usa un linguaggio da ballatoio vuol dire che abbiamo una comare come lord dello Scacchiere.

Ecco, questo (ed altro) si sono detti i due scomposti ministri. Non in un salotto radical-chic o in una bettola di periferia ma in un Paese in pieno marasma economico, davanti ad un’opinione pubblica, che è quotidianamente invitata o costretta ai sacrifici e alle rinunce, davanti a milioni di disoccupati e cassaintegrati, a milioni di cittadini che vivono il dramma di stipendi e pensioni ogni mese più insufficienti.

In questa situazione parlare di maggioranza, di governo, di linea politica, di strategia economica può ricordare gli inopportuni barzellettieri che tentano di far ridere anche quando partecipano ad un funerale. Per restare alle ultime vicende, la rissa fra Andreatta e Formica e gli ottanta senatori della maggioranza assenti venerdì al momento di approvare il decreto fiscale che, bocciato a suo tempo, aveva provocato la crisi d’agosto, non sono una barzelletta e comunque non fanno ridere. Spadolini ha convocato per domani pomeriggio una riunione urgente di ministri e capigruppo della coalizione. Vuol vederci chiaro, hanno commentato a Palazzo Chigi. Più chiaro di così?

Dopo l’anomalia (14 novembre 1982)

Dietro il secco ultimatum – o Andreatta e Formica si dimettono o io me ne vado – c’era forse la segreta speranza che dal pentapartito si levasse un coro unanime: resta, Spadolini! Così non è stato. Anzi, al presidente del Consiglio han detto chiaro e tondo (i democristiani cercando in qualche modo di salvare le apparenze, i socialisti con sincerità addirittura brutale) che se ne doveva proprio andare, che era inutile insistere. E Spadolini, alla fine, ha detto basta. Da buon toscano ha sciacquato un po’ di panni in Arno, ha finalmente tirato fuori la verità sull’infida coalizione e, sbattendosi dietro la porta di Palazzo Chigi, si è allontanato dalla prestigiosa poltrona con le valigie piene dei tormenti e delle amarezze di sedici mesi di governo.

Azzardiamo una considerazione. Spadolini doveva passare la mano cinque o sei mesi fa. In agosto, quando scoppiò una delle crisi più sconcertanti della storia politica italiana, forse era ancora in tempo. Poteva tirarsi da parte con un fermo e dignitoso «così non si può andare avanti». L’opinione pubblica avrebbe capito, le responsabilità sarebbero state correttamente attribuite, a Spadolini il primo laico a Palazzo Chigi dopo la trentennale egemonia democristiana, molti avrebbero rinnovato l’applauso che l’aveva accolto, novità giustamente caricata di fiducia e di speranza, nel giugno del 1981. Ora è diverso, i conti dell’esperienza del leader repubblicano sono vistosamente in rosso. Certo ingiustamente, Spadolini paga per tutti, paga soprattutto per quelli che l’hanno spietatamente avversato, che ne hanno logorato l’immagine. Paga, in particolare, per i democristiani e per i socialisti, che, da finti alleati, hanno in pratica lavorato soltanto per cancellare dalla scena politica l’anomalia di un presidente del Consiglio espresso da un minuscolo partito.

Non è giusto, ripetiamo. Ma la constatazione che si deve fare è purtroppo questa: con Spadolini si è perso almeno un anno. Certo, manca la controprova, non si può affermare che altri, e magari di quei partiti che si apprestano a rivendicare la più importante stanza dei bottoni, avrebbero saputo o potuto far meglio. Comunque, c’è una drammatica evidenza che non si può ignorare. La situazione del Paese negli ultimi mesi si è ulteriormente aggravata. È cresciuto il deficit pubblico e si è pericolosamente abbassata la credibilità dello Stato-debitore. L’inflazione è di nuovo sul venti per cento e oltre (secondo le più attendibili valutazioni dell’ex Governatore della Banca d’Italia Guido Carli). La bilancia commerciale con l’estero è un disastro, a settembre, ad esempio, ha registrato un passivo di duemila miliardi. La lira fa acqua da tutte le parti, ogni giorno perde qualcosa nei confronti del dollaro e delle altre monete europee. Disoccupazione e cassa integrazione sono a livelli mai raggiunti. Fra le parti sociali le tensioni si sono fatte più forti. A tutti questi mali di un tormentato Paese non solo sono mancate le opportune terapie ma persino le diagnosi sono state inadeguate.

Ora, evidentemente, è assurdo illudersi che la sostituzione di Spadolini rappresenti l’atteso rimedio a questi e agli altri mali italiani. Una speranza, al massimo: che democristiani e socialisti – rimossa l’anomalia che li accecava – la smettano di litigare su tutto e si impegnino per assicurare la governabilità. L’alternativa, in questo momento, sarebbe soltanto la fine anticipata della legislatura ed il ricorso alle urne. Un’altra perdita di tempo gravissima, insomma. Un’altra colpevole defezione davanti ai drammatici problemi del Paese, davanti ad una crisi che ha superato, e da molto, il livello di guardia.

 

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